venerdì 2 dicembre 2016

Il goblin di Dylan Dog


Angelo Stano: copertina di GOBLIN! (DYLAN DOG n°45, 14/06/1990) - particolare

















L'espressione di Dylan Dog, in questa copertina, è particolare, vagamente strana. Dall'edicola milanese dove prendesti il fumetto in quella estate universitaria, già ti sembrava una faccia insolita, per un eroe di fumetti, seppur particolare, antimuscolare come Dylan. Un viso dolente. 
Dylan, poi, è di spalle alla creatura, anche se si è accorto del suo ingresso nella stanza. Del resto, la creatura non tenta di nascondersi, ha chiaramente intenzioni aggressive. Chiaramente? Allora, perché procede passo passo? Invece di correre o saltare, per assalire? Perché sembra piccola e gobba? Solo perché è un goblin? Che cosa è, poi, un goblin?
E ancora: Dylan offre le spalle, ma non solo. Non si muove, è come in attesa. Non si gira, non muove il capo. Gira solo gli occhi, il suo sguardo si protende alla periferia della sua capacità visiva. Forse non vede il goblin, forse lo immagina soltanto. E l'immaginazione aiuta la sua vista, così è come se Dylan, girando gli occhi, arrivasse ad avere lo sguardo dietro la nuca. E il suo sguardo: non è accigliato? Sì. Ma è minaccioso? Non ti sembra. Piuttosto, sembra triste, rattristato. Mortificato. Lo sguardo di qualcuno che sa qualcosa, sul conto della creatura che gli si sta avvicinando - un particolare cruciale, indicibile, inconfessabile, che però è fondamentale perché Dylan decida che quel goblin non è un mostro, non è un pericolo. Che forse, quel goblin è invece la vittima da compatire, salvare, proteggere. E che forse non è nemmeno un vero goblin.
Tanti dettagli, e tanti punti interrogativi che ti invogliarono alla lettura. Merito di Angelo Stano, autore della copertina e primo disegnatore di Dylan. Stano, che  ha colto al meglio la sintesi di una delle storie più dolenti e all'epoca - credi - maggiormente sconvolgenti della serie. Per lo meno, di quelle fino a quel momento uscite - tra le quali c'erano già non poche pietre miliari della saga del Dyd.
La storia - soggetto e sceneggiatura - era di Claudio Chiaverotti. 
Secondo te, fu un punto di non ritorno assoluto, efficacissimo nel suo colpo di scena - un climax agghiacciante - ancor di più perché inserito in una atmosfera che era tipica delle storie dell'indagatore dell'incubo: per raccontare a chi legge, che l'incubo più vero è quello che  non vola dalla fantasia nei sogni notturni, ma calpesta rasoterra, o ad alzo zero, il terreno brullo della quotidianità delle fatiche diurne. I disegni fatati, le filastrocche, i salti temporali e i cambi di punti di vista ci raccontano un po' alla volta di un dolore straziante, penetrato con violenza nelle ossa, nella carne; un dolore così atroce che urla vendetta, chiede vita per vita. 
Gli animali - il rapporto che gli umani hanno con loro - entrarono con decisione nella realtà dylaniata: tutti i veli spariscono al voltar di una pagina, i nostri occhi sono colti di sorpresa nudi, non possono evitare di vedere un orrore nascosto, determinato, freddo, crudele, incessante, quotidiano: di vederlo nella sua nitidezza raggelante di fermo immagine sulla tortura, eseguita con freddezza, e allo stesso tempo con disprezzo e prepotenza di chi ha un potere su altre vite e lo esercita senza esitare, senza vergognarsene.
In questa storia, in particolare, gli animali sono protagonisti/antagonisti e prima ancora vittime. 
Ci saranno altre storie come questa, col proseguire della serie, e ne riparlerai. Storie, tutte, che tu attendevi con grande aspettativa, sempre. Un segno chiaro, secondo te, che Goblin centrò il bersaglio.
Nel bene e nel male. La storia ha i suoi fan, ha anche i suoi detrattori. Tu, sei, senza ombra di dubbio, tra i suoi fan.
Ti poni le domande che - secondo te - chiunque ami una storia, un personaggio, non può fare a meno di porsi - anche mentre sta leggendo quella storia per la prima volta.
Poteva essere scritta diversamente? Certo che sì. Il che, di per sé, non vuol dire granché. Sarebbe stato possibile scrivere diversamente alcune battute, per evitare la sottile sensazione di imbarazzo in un lettore che conosce l'argomento di cui i personaggi stanno parlando, e che gli sta a cuore per via del suo essere reale orrore e tortura - la vivisezione - ? Forse sì: ma c'era modo più diretto e chiaro, per far arrivare nel breve spazio disponibile, a una platea vastissima e quindi in maggioranza non appassionata, né esperta, in simili tematiche - nelle tematiche riguardanti, appunto, gli animali non umani e i nostri reciproci rapporti? Se c'era, ti piacerebbe leggerlo. Anche perché, nella storia che abbiamo a disposizione, il minimo imbarazzo per l'enfasi di Dylan - che suona un po' così solo perché è cartacea, ma che esemplifica ad arte il treno di emozioni batticuore tachicardiche che la vivisezione SEMPRE scatena - lascia subito il posto alla dolente realtà, all'empatia verso una creatura che sembrava crudele - ed era solo vittima. Tanto più, che al finale beffardo e veramente horror dissacrante,  l'autore non rinuncia - e fa bene -  e riesce a suscitare nel lettore il cocktail giusto emotivo per terminare e chiudere l'albo.
Dylan Dog si occuperà ancora di animali, lungo gli anni. I suoi lettori potranno vedere che gli animali non umani sono i mostri dei mostri, sono le vittime ultime e finali quando accadono violenze o crudeltà. Quando ogni possibilità di azione etica - e in quanto tale con-passionevole, compassionevole-empatica - diretta e aperta verso l'altro, viene invece violentemente azzerata, negata, cancellata, estromessa. Dylan, quindi, è e rimane un umano etico. Che ha la forza e il coraggio di abbracciare il punto di vista del mostro - che spesso è solo un qualcuno relegato nelle zone meno confortevoli del nostro vivere, ai piani bassi bassissimi del grattacielo. Dylan, questa forza, ce la mostra e la dimostra col suo stesso comportamento, che spesso lo porta a correre non pochi gravi rischi, fisici e psichici. Che poi le storie che ci raccontano questa irruzione della violenza contro gli animali, siano più o meno 'riuscite'  (qualunque sia il significato di questa parola, volutamente generica) dipende, soprattutto - è la tua opinione - dal fatto che spesso anche i più attenti raccontatori, della questione animale sanno poco, e poca dimestichezza hanno - oltre tutto  - degli animali stessi. Non riescono sempre, insomma, a svincolarsi da una idea un po' stereotipa degli animali. Ma questo, secondo te, né rovina il carattere del 'eroe' Dylan Dog, né rende queste storie da buttare. Anzi, secondo te, la empatia dylaniata, è un valore aggiunto a cui non vuoi rinunciare, né vuoi che ci rinuncino quelli che ci raccontano le sue storie.
Tu, non rinunceresti mai alla empatia gentile di Dylan verso gli animali  - e anche di Groucho, anche se lui la nasconde bene.

Perciò, quasi sei tu che 'detesti' le parole di Roberto Recchioni, che in questa intervista,  (per altri aspetti avvincente; oltre tutto, fa parte di un corposo dossier sui trent'anni di Dylan Dog), afferma:
"C’è qualcosa che cambieresti in Dylan Dog e qualcosa a cui non rinunceresti mai?
Non amo molto le sue esternazioni animaliste troppo estreme, mi sembra che si sposino poco con l’intelligenza del personaggio. E lo detesto quando fa la morale agli altri. Non rinuncerei mai alle sue debolezze e a Groucho."


Roberto Recchioni scrive storie avvincenti, molto complesse e spesso dure e crude. Ma secondo te, dalle parole che qui dice, traspare che nulla sappia della piena e multiforme sovrabbondante ricchezza emotiva, vitale, fisica, delle vite animali e dei loro mondi. o che comunque, non lo interessi. Perciò gli viene facile, automatico, cadere nella trappola dello stereotipo, bollare subito l'empatia e il rispetto come 'estreme', e decidere che rendono meno intelligente il personaggio. Dylan invece, secondo te, dimostra una grande prova di notevole e speciale intelligenza, quella emotiva. Non meno intelligente, quindi. Ma di più, al contrario. Né meno debole o dubbioso. Anzi: di più, perché condivide più di una volta con le vittime, la fragilità fisica e il pericolo della vulnerabilità, delle ferite.
Ma forse, la grande fantasia affabulatoria di Roberto Recchioni, si inaridisce quando viene in contatto degli animali: che quando appaiono gli animali in alcune sue storie sono nient'altro che comparse senza valore per se stesse, con la sola funzione di essere metafora di maggiori violenze dell'uomo sull'uomo - la solita, abusata metafora che rende l'animale solo un esempio anticipatorio, e lo annulla come individuo importante, interessante e prezioso in sé e per sé. Si ferma, la sua fantasia, non sa cosa dire, e dice solo cose avvilenti e tristi: non perché non vere, ma perché non messe in discussione. come se gli animali suscitassero o possano suscitare solo sentimenti di disinteresse o sottovalutazione. Gli animali non sembrano meritare lo spazio e la dignità di un racconto, l'attenzione per una storia ben raccontata. E per te, le storie che li raccontano 'male', perdono di ogni interesse, istantaneamente, interrompi la lettura: non ti attraggono più, più nulla hanno da dirti, da raccontarti che possa lasciare un'ombra emotiva di ricordo.
 
Dylan Dog
45
Periodicità: mensileGoblin
uscita 14/06/1990
Soggetto e sceneggiatura: Claudio Chiaverotti
Disegni: Pietro Dall'Agnol
Copertina: Angelo Stano







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