mercoledì 29 ottobre 2014

Il bacon raccontato ai bambini

Fonte: La Cascina di Carola



Alla Cascina di Carola, che si trova nei pressi di Robbio, in provincia di Pavia (mi sono ripromesso un post dedicato), ho potuto finalmente conoscere dei maiali liberi, e felici.
Oltre a molti altri animali, liberi tutti quanti di poter esprimere la loro personalità,  di trascorrere il loro tempo come preferiscono, di interagire oppure no con gli umani che vivono con loro.

Perciò, posso dire con certezza che nessuno dei maialini che ho visto in questa cascina, 'da grande' vorrebbe fare il bacon. Nessuno vorrebbe morire, né sarebbe felice, né tanto meno offrirebbe spontaneamente il suo corpo o parti di esso per farli mangiare agli umani, così da soddisfare il loro palato.

Queste mistificazioni a scopo pubblicitario, purtroppo, accadono molto spesso, e non se ne può parlare al passato, come di una tivù o di una stampa più insensibile di oggi alla voglia di vivere degli altri animali.

Ne ha parlato la psicologa Annamaria Manzoni, molto spesso, nei suoi libri, e nel suo blog
Lei - le sue parole accorate ma allo stesso tempo documentate - mi è venuta in mente quasi subito, quando ho visto il link qui sotto.
Mi è venuta in mente la sua analisi su questa forma di violenza, subdola e non riconosciuta, ma anzi negata (dagli adulti, anche con veemenza e indignata rabbia) quando mostrata e svelata. Una violenza che gli adulti stessi fanno ai loro figli, in nome - stringi stringi - del profitto dei detentori zootecnici di vite animali da uccidere e spappolare e smembrare fino a renderle irriconoscibili come pezzi di creature che erano vive e avevano desideri. Perché violenza? Perché ai bambini viene raccontata una enorme menzogna, che nasconde una violenza organizzata e costruita in modo meccanizzato e totalizzante. Perché li si priva della consapevolezza dell'esistenza degi altri animali, perché li si abitua a dare per scontata la sopraffazione violentissima di cui milioni di altri individui sono vittime, tutti i giorni. Perché li si rende incapaci di riconoscere questa enorme violenza e di impegnarsi per rifiutarla e scegliere altri percorsi, altre strade, che rigettino una tale quantità di dolore e di morte, che si riverbera (si è riverberata e si riverberà) anche su molti umani - quando il sistema decide di cosificarli, di 'animalizzarli' - nel senso deteriore e specista di questa operazione ideologica.

la copertina del libro


Il link a questo sito me lo ha inviato Monica, l'amica strega che legge sul blog e che già in passato ha scovato link interessanti. La nostra - di Monica e mia - indignazione è stata immediata, condivisa e totale. Ecco perché questo post, sia pur breve.
Ecco perché questa volta faccio un gesto di parte e NON creo il link diretto alla pagina di questo libro - del quale, il meglio che si possa dire, è che è bugiardo e volgare.
Il link rimane comunque visibile, perché lo si possa copiare e incollare, scegliendo di entrare nei dettagli di questa dubbia operazione commerciale. 

MI piacerebbe che qualche genitore leggesse questo post, e mi lasciasse un commento...


http://bacontoday.com/i-want-to-be-bacon-childrens-book/

martedì 28 ottobre 2014

Del lutto



Ceto e Frufi

Ho letto d'un fiato questo articolo di Rita Ciatti, che focalizza benissimo i delicati concetti legati al lutto, all'assenza, al prendersi cura.
Soprattutto, il 'prendersi cura', è secondo me a due sensi: la creatura di cui ci stiamo prendendo cura, infatti, a sua volta si prende cura di noi, dandoci la sua intera vita. Nel mio caso, Stella proteggeva me almeno tanto quanto io proteggevo lei.
La consapevolezza che riceviamo cura, oltre che elargirla, non dovrebbe abbandonarci mai: è il modo più immediato per conoscere e riconoscere la facoltà che hanno gli altri animali di agire in modo 'presente' e (auto)cosciente. 
Non sono mai passivi, nemmeno quando sono prigionieri della morsa zootecnica o vivisettoria: in quei casi cercano di resistere, di fuggire, anche - gioco forza - con scelte estreme, dal momento che quei contesti estremamente pressanti non gli lasciano molte opzioni. 

La dignità della morte, il senso e il valore della loro vita, non può non venire riconosciuta.
In ambito umano queste riflessioni vengono fatte, soprattutto nella nostra epoca di tecnomedicina, dove il rischio di fare del malato una mera semplificazione della malattia è molto alto. Un esempio è questo ciclo di conferenze, di cui mi è giunta notizia via mail. 

Mi piacerebbe che la 'bolla umana' alla fine si aprisse, per superare l'orlo dell'antroposfera così claustrofobica, per far dialogare le varie fine vita, anche quella dell'animale che noi siamo, insieme a loro. 




lunedì 20 ottobre 2014

Gioco di Naso

Domenica 19 ottobre 2014, Giochi di Relazione, PEC - foto di Mariastella Bonansea.




la prova della bustina di te!



Giochi di relazione, alla scoperta di divertenti giochi basati sul più importante dei sensi del cane: l'olfatto.


La strada del Canuomo è spesso fatta di giornate così. Naso-naso con un cane - uno della propria famiglia, come Lisa, ma anche no - mentre altri cani giocano, si rotolano e ci toccano.
E poi, giochi fatti insieme, alla riscoperta del naso canino, che crea per il cane un vero e proprio mondo, con una sua geografia, dettagliata, e una storia ricchissima di messaggi e di racconti.
Il cane ci ha scelto, quando i suoi e i nostri antenati condividevano spazi e foreste di un mondo per noi oggi praticamente impossibile da immaginare. In che senso ci ha scelto? Nel senso che i suoi antenati erano sì lupi, ma lupi con certe propensioni e un modo di elaborare pensieri che li ha spinti a cercare la comunicazione e la relazione e il contatto con i nostri antenati, così 'strani' ma anche così interessanti. Al punto da pensare che si poteva fare un poco di strada insieme...
E allora, mi chiedo, mentre sono sdraiato sul prato con loro: che non ci abbiano scelti perché 'a naso' riveliamo molte più cose che vale la pena approfondire di quelle che noi stessi mettiamo in essere, a partire dal nostro modo di fare o essere con gli stessi cani?

Maika e Chicco giocano


'discriminiamo' gli odori insieme!

PS
Mentre riguardavo i film di Sherlock Holmes - quelli con Robert Downey jr  e Jude Law - mi ha colpito il notare come spesso Sherlock si comporti come un cane, annusando, leccando e toccando tutte le prove, gli oggetti e gli indizi che incontra... E Sherlock Holmes è sinonimo di genialità ...

Canuomo

Lisa, Oscar e Stella, felici


Stella e Lisa


Posso cambiare la mia vita, quando i Cani entrano a farne parte?

Quel che inizia con un piccolo gesto di accoglienza, di attrazione e di amore, quando cioè un piccolo cane entra a far parte della vita di un piccolo umano, può diventare il modo di vivere la propria intera vita.
Con i suoi molti momenti amore, reciprocità, rispetto; e - certo- anche di errori, timori, difficoltà, fallimenti e dolori. 

Il primo cucciolo che mi ha incontrato da ragazzino, l'ho a lungo osservato per interi pomeriggi nel suo intenso impegno del sonno bambino.

Grazie ai Cani, ho imparato a conoscere e scoprire nuove sensazioni, cose proprio fisiche, che probabilmente aspettavano solo il modo e il momento giusto per sbocciare.
Ho voluto iniziare a fare il cosiddetto volontariato nei rifugi e nei canili. Sono stato fortunato, perché ho conosciuto e continuo a conoscere persone che oltre all'amore hanno capito che occorrono anche delle conoscenze e il rispetto su cui basare l'intera relazione e gli incontri con i Cani.

In fondo, Cani e Umani hanno proceduto insieme fin dal loro primo apparire sul pianeta, si sono influenzati a vicenda: è insensato affermare che questa influenza è a senso unico, cioè dall'umano al canino. Indice di grandissimo antropocentrismo, è il segnale di una totale indisponibilità all'incontro, che ci cambia.
Le nostre città, per esempio, sono sempre più luoghi difficili da abitare, per noi umani: per i cani sono diventate dei veri e propri habitat alieni, del tutto snaturati e snaturanti. 
Il Cane, che è il nostro più intimo e duraturo ponte con la nostra animalità e con lE animalità che ci affiancano e ci attorniano, ci racconta l'impossibilità di continuare a vivere secondo queste regole che dominano nelle nostre città-macchine.
Non è un caso, secondo me, che nei casi in cui la città sia aperta anche ai cani, che possono tornare liberi di esprimersi e di trovarci disposti a quel dialogo che loro non smettono mai di tentare con noi, siano anche più belle e felici per gli umani - e più sane per tutti gli Animali che le vivono e le attraversano.

Per quel che mi concerne, posso dire che ho imparato tante cose che sono riuscito a mettere in pratica negli anni a venire, facendo pur sempre errori, ma cercando di fare sempre qualche passetto in più, a vantaggio dei miei cani di famiglia - la 'mia' famiglia - ma anche, spero, dei cani incontrati in tutti i contesti che esistono fuori casa, e che non sempre non sono (stati) gioiosi né sereni.

La magia l'ha fatta Stella, e con lei, subito dopo, Lisa.
Stella, con il suo equilibrio unito alla gioia di vivere, alla curiosità delle cose e alla voglia di scoprire e pensare; e con la sua immensa riserva di amore.
Lisa, che è ancora con me, che è coraggiosa e determinata a vivere in pieno tutti i giorni anziani che avrà in sorte.
Grazie a loro, sempre più spesso, mi sento davvero un canuomo.

Grazie a loro, ho potuto scoprire che esistono umani che si avvicinano ai cani per mettersi in gioco e imparare da loro, e per imparare a vivere insieme e poi a trasmettere ad altri umani - a beneficio di altri cani - queste esperienze e queste conoscenze.

In questo modo, la tanto desiderata 'cultura cinofila', sarà anche un aspetto della liberazione degli animali: nel momento in cui libera le menti umane dalle paure, dalle ignoranze e dalle arroganze; libera a doppio senso i messaggi che umani e cani sono capaci di scambiarsi; e infine ci riapre alle altre animalità, grazie alle presenze dei cani nelle nostre vite.

giovedì 9 ottobre 2014

La vita è un gomitolo

il cane Excalibur, (foto presa da Veganzetta )

La vita è un gomitolo? Sì, e potrebbe essere una raffigurazione buona come un'altra per immaginarci i complicati universi della meccanica quantistica e le loro multidimensioni, dove il tempo perde di significato e guadagna in direzioni.

Ma - nel nostro piccolo - abbiamo la serendipità, che ci permette di annodare e poi ridipanare insieme i tanti fili che scorrono e svolazzano nelle nostre vite individuali.

Così, ecco il perché della foto di Excalibur, il cane ucciso per 'sospetta positività al virus Ebola'. 
In nome dello specismo, gli umani fanno agevolmente balzi indietro di secoli, quando altri umani sospettati di essere untori o contagiati di malattie temute, venivano facilmente estromessi o  -al contrario - incarcerati, o uccisi. Di Excalibur non è stato rispettato nulla: né il suo legame affettivo con l'umana sua compagna, né la sua integrità, né la sua serenità, né la sua dignità né - e a questo punto, poteva essere diversamente? - la sua vita.

Per ora, mi limito a condividere le parole di Cereal Killer su Veganzetta, e di Rita Ciatti su Gallinae in Fabula, con la riserva di tornarci per un post dedicato. Excalibur è stato eliminato - al pari di un rifiuto contaminato e pericoloso - in quanto non umano. 

Forse Excalibur avrebbe potuto ricevere cure, o per lo meno attenzioni per una fine vita dignitosa - lo stesso trattamento riservato al compagno umano dell'infermiera spagnola contagiata.

E qui, si annoda l'altro piccolo filo di cui vorrei parlare, quello che invece potrebbe entrare a far parte della nuova e diversa visione che le tante persone che si definiscono antispeciste provano a immaginare e anche a realizzare, in piccoli spicchi di intrusione nella realtà del dominio meccanico che ci circonda fin sotto la pelle.
Perché questo cane, che è stato affettuoso e amico della sua umana, avrebbe meritato - in caso di morte - la dignità e il rispetto del lutto, che si dà a qualcuno amato.
In un parziale rovesciamento di prospettiva, Excalibur, proprio in quanto cane, in quanto altro animale, reclama e merita il lutto, la memoria. 

Ma senza che diventi una bandiera (sarebbe - io credo - una ulteriore forma di irrispettosa appropriazione indebita): basterebbe che si tenesse a mente come un movimento più aperto e accogliente verso la vita, la vita-diversa, la vita individuale, potrebbe generare un dipanarsi di tante conseguenze più benigne, più orientate alla condivisione invece che al dominio distruttivo.
Di questo movimento-verso-la-vita, fa secondo me parte anche e proprio l'attenzione e il rispetto ai e per i tempi e i sentimenti e le emozioni della perdita e del lutto.

Possiamo riportare questo movimento - anzi,. forse dobbiamo, per dare un'ancora concreta al nostro anelito per un mondo altro da quello presente - alle nostre esperienze vissute, alla nostra biografia, ai nostri lutti.  
In questo senso, mi ha molto colpito - ma anche confortato - l'articolo di Sharon Callahan, tradotto da Elena Grassi, di Impronte di Luce, che potete leggere qui.
Dobbiamo 'rispettare il dipanarsi del nostro lutto': questo sentimento si dipana come un filo rosso e può dare un senso profondo, fatto non solo di dolore, al nostro rapporto, al nostro modo di con-vivere gli altri animali - sia quelli compagni - ma anche com-presenti -  nelle nostre case, sia quelli incontrati nelle città o nei luoghi dove l'umano è meno presente e pressante o quasi assente.
Ogni lutto è unico e va rispettato, nei suoi tempi e nei suoi modi. Leggete l'articolo e spero che ne troverete forti motivazioni e conforto come è capitato a me.
Per concludere - poiché scrivo ancora da computer nomadi e il tempo non è sempre quello che vorrei io - posso dire che per me, di questo articolo, è molto importante la consapevolezza di abbandonare i sensi di colpa; di mettersi nella disposizione di coltivare una relazione spirituale col proprio animale amato; in questo modo, potremo entrare in comunione con  lui, nella nostra coscienza. 
Tutto questo - e molto altro-  dovrebbe - o potrebbe - portare al passo finale: trovare un modo per essere di servizio ad altri nella loro sofferenza.

E per ora, è proprio tutto quello che ho da dire.

venerdì 3 ottobre 2014

Detachment - Gli occhi degli smarriti

La locandina del film

Devo la visione di questo film al lavoro di recensione di Caden Cotard sul suo blog "Il Buio in Sala". 
Ultimamente, infatti,  sto guardando molti dei film di cui ho trovato sul suo blog le recensioni, forse perche sono come dei film sul film - per lo stile in cui sono scritte, per i punti di vista e le prospettive che propongono e percorrono -  cosa che  mi sta  sottilmente e subliminalmente stimolando a molte visioni di film altrimenti poco conosciuti o notati.


La notevole frase di Camus che apre il film: "E non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me stesso e così presente nel mondo nello stesso momento"



Questo film in particolare mi ha colpito, pur nelle sue oscillazioni e discontinuità dello sviluppo narativo.   L'ho veduto di recente. In parte, son d'accordo con le storciture di naso del recensore e di alcuni commentatori (il film a volte sembra davvero troppo 'a tesi', troppo didascalico, toccando solo superficialmente a volte alcune questioni scottanti). Ma - Brody a parte, che affascina molto come attore anche a me - non se ne può non riconoscere una certa potenza 'larger than life', volutamente sopra le righe, stilizzata, come per esempio negli occhi della prostituta bambina, il suo primo sguardo quando lui inizia a prendersi cura di lei.



La prostituta si chiama Erica


Lo sguardo della prostituta bambina è il medesimo che si può riscontrare/incontrare in qualsiasi Animale esposto alla violenza, quando invece incappa in gesti di soccorso e salvezza, che non si aspetta, dei quali perfino sospetta, perché non sa interpretare. Mentre guardavo questa scena, ho capito la bontà del personaggio del maestro (lui che ammette di non essersi mai voluto mettere in gioco sul serio e fino in fondo nella vita: un ulteriore schermo di difesa?): questa bontà scarna e diretta, muta ma fattiva, che è il suo modo sconvolgente - per chi ne prova esperienza diretta, oltre che per lui stesso e al di là della sua stessa previsione o desiderio - di elaborare un trauma gigantesco preciptitatogli negli occhi e nel cuore quando era bambino: avrebbe potuto prendere la strada della crudeltà, e cadere vittima, per così dire, del lato oscuro, ma non lo ha fatto. Siamo alle prese con una bontà senza logica e senza scopo se non se stessa, e che nella nostra società costruita sulla sopraffazione sistematica, risulta destabilizzante, sconvolgente, irritante, superba e insopportabile. (Però vorrei tanto essere come lui!). In un commento, Caden Cotard aggiunge: "Ed è così, quella ragazza è abituata ad altro e gesti come quelli non li sa interpretare, non ha le armi. E non è colpa sua. Ma quando poi riesce a interpretarli per lei diventano così importanti e vitali che non ne può fare a meno.". Sono gli sguardi - gli occhi che noi guardiamo mentre guardano esprimendo tutte le urgenze - che ci raccontano l'evolversi di questa storia e il dipanarsi delle altre storie.

Poi c'è l'altra ragazza, la fotografa cicciona e ipersensibile, che ha una infatuazione-transfert per questo professore che ha fatto di una frase di Camus il motto della sua condotta di vita - uno stato mentale ed emotivo, quasi una 'apenia' epicurea che gli consente di compiere azioni come il suo particolarissimo 'lasciar andare' il nonno, sulla soglia della morte e alla ricerca del perdono per qualcosa che ha segnato per sempre la sua vita, nonché la vita della figlia - che è la madre del nostro insegnante.

La fotografa si chiama Meredith

La fotografa cicciona, scatta compulsivamente fotografie, ogni giorno, di nascosto dai suoi stessi soggetti (è l'alter ego della visione del regista?), come se volesse costruire con quelle foto la strada per esprimere i suoi desideri, le sue emozioni, le sue parole, o per esorcizzare il fortissimo senso di inadeguatezza autolesionista che la affligge. 
 
Poi - come in un reboot XXI secolo del professore dell'Attimo Fuggente - in classe si racconta di Orwell, di Poe...
Orwell ci aiuta a parlare dei concetti come quello del bi-pensiero, cioè l'avere due pensieri opposti contemporaneamente e credere che entrambi siano veri. Quando il supplente, partendo dal pericolo di questo tipo di pensiero, esorta e motiva i suoi alunni a non smettere di leggere per mantenere viva la propria immaginazione, per nutrirla con immagini che arrivano dalla propria sensibilità, diverse da quelle che ci vengono somministrate senza sosta, per impedirci di pensare, di provare emozioni, di sviluppare il coraggio della empatia. Una situazione generalizzata che dovrebbe essere famigliare a molti, moltissimi antispecisti/animalisti/vegani. 
Gli occhi dei ragazzi, di fronte a questa sfida, si illuminano, brillano: hanno trovato una guida, hanno trovato idee chiare, un aiuto vero per districarsi dal labirinto dell'adolescenza e per sortir fuori dall'assedio feroce e immenso di una società che ha ridotto tutti a individui isolati, competitivi, arrabbiati sempre e sempre terrorizzati. Che commettono crudeltà verso chi è più debole di loro: come il ragazzino che cattura un gatto per ucciderlo a martellate dopo averlo chiuso in un sacco, di fronte agli sguardi spenti dei suoi compagni. Questa uccisione non gli procura piacere, né senso di forza o sicurezza; non suscita ammirazione. Lo fa perché si sente in trappola come il gatto. E nella nostra società, che punisce l'empatia, non riesce a conoscere le soluzioni diverse dalla violenza insensata; che poi sarebbero le soluzioni che portano alla vita e che richiedono il maggiore e più autentico coraggio.
Poe arriva alla fine, dopo l'abbraccio soleggiato finale, che riporta il nostro supplente al calore della vita e degli affetti, che possono essere una conseguenza del proprio 'ben agire'.
La casa degli Usher, dice il supplente, non è solo un edificio decrepito, ma è uno stato d'animo che tutti noi proviamo. Una bella immagine, una metafora che mi ha colpito, perché conosco il racconto e perché amo Poe.
La nostra sensibilità è come una casa che lasciamo andare in rovina. Nel testo del racconto, riportato nel film, tra l'altro, si legge come il protagonista attraversasse, "solitario, in sella a un cavallo, un tratto di campagna particolarmente desolato", prima di arrivare di fronte alla magione degli Usher. Ecco, qui propongo una lettura antispecista, un suggerimento: il protagonista,  attraversa questi luoghi senza viverli, e considera il 'suo' cavallo come un qualsiasi inerte e anonimo mezzo di locomozione; ecco perché si sente 'solitario', cioè solo, isolato, esposto, in pericolo. Avrebbe fatto differenza, io credo, attraversare quei luoghi vivendoli insieme a 'quel' cavallo, quel individuo cavallino, camminando fianco a fianco con lui, senza sella, e seguendone le orme, come un compagno di cammino.