giovedì 27 febbraio 2014

Mizzy & Trilly, Topoline: "Mizzy & Trilly ... Le mie Principesse"


Le due topoline Mizzy & Trilly



Jole, animalista, la mamma di Mizzy e Trilly, scrive...


Nel Dicembre del 2011, un laboratorio di sperimentazione Animale porta a termine un test, avanzano delle cavie e come la norma vuole, queste devono essere soppresse… Un gruppo di attivisti per la liberazione Animale, si adopera affinché queste creature possano essere affidate alle amorevoli cure dei volontari; i responsabili del laboratorio accettano, successivamente vengono rilasciate le 11 cavie. In questo modo, Mizzy e Trilly entrano a far parte della mia vita. Consapevole del fatto di non sapere nulla in fatto di Topini, (Mus Musculus), non conoscendo le loro abitudini, attitudini, alimentazione, sistemazione e ritmi, mi attivo per conoscere il loro stile di vita, mi documento e colmo ogni lacuna solo per poter offrire alle new entry tutto ciò che serve per farle vivere felici. Giulia, la persona che me le affida mi dice che i Topini non vivono a lungo, il loro ciclo di vita dura mediamente 2 anni; dovrò quindi fare un enorme sforzo per non affezionarmi troppo, dovrò ricordarmi ogni giorno che 24 mesi passeranno velocemente e che presto le mie piccole mi lasceranno… Ma, contrariamente all’atto di persuasione, nel giro di pochissimo tempo mi rendo conto di essermi letteralmente innamorata di queste delicate creature; allo stesso modo in cui mi sono sempre innamorata dei miei Gatti o Cani. Mi incuriosisce subito l’attività che si svolge quotidianamente all’interno della gabbia; noto con stupore che (pur essendo solo due) esiste una vera e propria gerarchia, si dividono i compiti come fosse un ordine impartito dall’alto. Mizzy si occupa delle pulizie della gabbietta, Trilly invece è l'addetta all'igiene personale e lo fa quotidianamente con dovizia e scrupolo. Mizzy, ogni giorno rimette a posto il nido all’interno della casetta di legno dove dormono, smuove la carta, il fieno e crea con la carta una sorta di porticina che chiude l'apertura della casa, quasi separandola dal resto della gabbia, come fosse una vera camera da letto. Ripone e sposta il cibo secondo un loro criterio, insomma, all’interno c’è un ordine quasi maniacale e se per caso io sposto qualcosa, lei corre per sistemarla morsicandomi un dito. 

Mizzy

Mizzy e Trilly
 
Trilly

I Topini sono Animali notturni, nell’arco della giornata è raro vederli in giro, ma di sera trascorrono diverse ore sveglie, giocano sulla ruota, corrono e si divertono come pazze; ogni tanto si riposano, mentre Trilly lava accuratamente se stessa e la sorella, dondolano dolcemente sulla ruota e schiacciano un pisolino una accanto all’altra. Ovviamente per questioni igieniche, ogni settimana la gabbia deve essere lavata completamente, questa cosa fa infuriare Mizzy, perché si vede distruggere tutto il lavoro svolto, si arrabbia perché deve rifare tutto, evidentemente l'ordine in cui io rimetto casette e giochi non le è congeniale. Appena le rimetto nella gabbia lei riassetta e mette ogni cosa al suo posto … A dispetto del senso comune che invece classifica i Topi Animali sporchi, portatori di malattie e quant’altro, se hai la possibilità di vivere e interagire con loro, puoi constatare che invece sono creature sociali e pulitissime, potrai vedere ad esempio, che i loro “bisognini” li fanno solo ed esclusivamente in un punto preciso (ma scelto da loro) della gabbietta, loro due la fanno sotto uno scivolo posto nella ruota e da nessun’altra parte… Contrariamente alle aspettative, mi accorgo di essermi perdutamente innamorata delle mie piccole, che sono diventate le mie Principesse in pochissimo tempo... 


 
Svago per le topoline





Mizzy impara velocemente a fidarsi di me, sale sulla mia mano e si lascia dolcemente coccolare, ma è anche quella più delicata e cagionevole di salute. Purtroppo ha frequenti crisi respiratorie, che riesco a tenere sotto controllo con un antibiotico; ogni volta devo ripetere la terapia facendole l’aerosol due volte al giorno; devo chiuderla in un piccolo trasportino cercando di fare del mio meglio, ma lei questa cosa davvero non la sopporta, si arrabbia moltissimo e morsica tutto quello che le capita - comprese le mia dita - in attesa di tornare nella sua gabbia,… A Ottobre 2013 arriva una crisi più forte, lei ci prova, lotta con tutte le sue forze, ma dopo venti giorni di terapia, decide di lasciarsi andare e smette di mangiare.. Pur di vederla mangiare, provo a darle tutto quello che le piace, ma il cibo che qualche giorno prima mi rubava dalle dita, ora lo rifiuta, mi guarda e mi spinge lontano via con il musetto… Respira terribilmente a fatica, non ce la fa più … Trilly si rende conto che qualcosa è cambiato, che la sorella sta lottando per sopravvivere, non la lascia sola un solo minuto, le sta addosso, la scalda, la lecca, la muove… Non sa cosa fare per aiutarla, è a sua volta disperata…
Il primo Novembre del 2013 Mizzy vola sul ponte… Quando entro nella stanza, assisto ad una scena impossibile da scordare. Trilly è sopra Mizzy, la coccola, cerca di rianimarla e prova a scaldarla… Ho dovuto assecondarla e darle il tempo di salutarla, l’ho sistemata in una scatolina di colore rosso (il colore dell’Amore) e rimessa nella gabbia, in modo che Trilly potesse darle l’ultimo saluto. Ora la sua sorellina non c’è più e lei si dispera… Se questa non è una dimostrazione d’ Amore di Empatia, io davvero non ho capito nulla.… Questi sono gli Animali che i vivisettori torturano e uccidono, Animali che molte persone disprezzano… Loro erano …. Anzi, loro sono la mia vita…Impossibile trattenere le lacrime, impossibile non provare un forte dolore, non sentire un senso di impotenza nei confronti di Trilly…

 
Trilly veglia Mizzy



Trilly dopo la scomparsa di Mizzy


La depressione su lei ha un effetto devastante e tre giorni dopo le sue difese immunitarie crollano e si ammala… La porto dal veterinario, la coccolo più che posso e lei sembra reagire. Non era abituata a riordinare la casetta, il giaciglio e le scorte di cibo, ho imparato a farlo io al posto di Mizzy, ma non ho potuto lavarla come faceva lei.. L’ho coccolata tenendola in braccio tutte le sere e lei giocando entrava dentro la manica della tuta, frugando e odorando ogni lembo di pelle con la quale entrava in contatto. Le ho comprato ogni sorta di nuovo gioco, casetta e cibo per cercare di aiutarla, provo a fare del mio meglio per farla sentire meno sola e forse ci riesco, ma la sua nuova condizione dura solo tre mesi…
Il 7 Febbraio 2014 anche Trilly vola sul ponte, questa volta non c’era nessun suo simile a sostenerla per aiutarla… Del resto lei stessa mi ha insegnato come ci si comporta in questi casi, quindi ho cercato di fare le stesse cose che aveva fatto lei a Mizzy nelle ultime ore di vita, non l’ho lasciata sola un attimo. Accanto al suo capezzale, l’ho coccolata, accarezzata, baciata e guardata andare via … Sono sicura che lei ha percepito la mia presenza, ad ogni bacio apriva gli occhi e mi guardava, spero solo che questo abbia contribuito a infonderle serenità… L’ho sistemata in una scatolina bianca, (il colore della Purezza) e l’ho lasciata tutto il giorno nella sua gabbia. 

 
Trilly


Di solito dimenticare il dolore per me è difficilissimo... Ma ricordare la loro tenerezza, in certi momenti lo sarà ancora di più... Quel che mi ha reso felice, non lascia cicatrici da mostrare, queste restano sigillate nel cuore... Oggi ho una ferita in più, ma sono sicura che la dolcezza del ricordo mi restituirà la gioia che provavo guardandovi.. Sicuramente avete reso la mia vita migliore - Mizzy & Trilly - io ve ne sarò grata per sempre… Ora non ci sono più gabbie a limitare il vostro cammino… Correte felici sulla Via Lattea… Siete finalmente libere … Siete nate in un laboratorio, destinate ad essere vivisezionate e soffrire per l’intera esistenza… Ho avuto l’onore di potervi regalare serenità e vita, ma non ho potuto donarvi la libertà. Di certo vi ho restituito la dignità che meritavate… Con me ora il dolore, ma anche la consapevolezza di essere stata molto fortunata per aver avuto la possibilità di accudirvi, curarvi ed amarvi. Ora siete sul ponte… Correte verso la vera libertà… Io vi porterò sempre nel cuore e vi amerò fino all’ultimo dei miei giorni...

lunedì 24 febbraio 2014

Tra Cuccioli ci si intende. Chiacchierando con Annamaria Manzoni

Annamaria Manzoni e Pablo

Esce il 26 febbraio prossimo “Tra Cuccioli ci si intende”, di Annamaria Manzoni, edito da Graphe.it Edizioni. Il libro si interroga sul rapporto tra animali e bambini, mettendo in risalto l'antispecismo innato dei più piccoli e l’educazione fortemente antropocentrica che interrompe questa predisposizione all’empatia e al rispetto verso le altre specie.


La copertina


Ho raggiunto via mail Annamaria Manzoni, per quattro chiacchiere: siamo partiti dal libro, e abbiamo toccato tantissimi argomenti.



GIOVANNI

Ciao Annamaria, ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi dedichi. Le riflessioni che scrivi sono sempre sensibili e profonde, e allo stesso tempo, solide e documentate. Ti chiedo: cosa viene prima, in te? la psicologia o l'amore e l'attenzione per gli animali (e tutti i cuccioli in generale)?



ANNAMARIA

L'attenzione per gli animali mi accompagna da molto prima che riuscissi persino ad averne la consapevolezza. I miei ricordi, fino a dove riesco a risalire nel tempo, sono puntellati da gatti randagi a cui portavo da mangiare, da immagini lancinanti quali quelle di animali che vedevo condotti al macello, dal ricordo dello sconvolgimento dei tir che mi capitava di vedere carichi di maiali o di vitelli sull'autostrada e nelle stazioni di servizio. Empatia, condivisione, senso dell'ingiustizia molto prima che ogni riflessione, psicologica o meno, cominciasse ad accompagnarle. Tutto questo mi aiuta anche a capire profondamente come nei bambini alcune dinamiche possano entrare in gioco in automatico: come quando è possibile alla scuola materna, ma addirittura all'asilo nido, osservare un bambinetto che guarda attonito e dispiaciuto un suo piccolo compagno che piange o che viene sgridato. Non saprà razionalizzare, o almeno verbalizzare, la situazione, ma è perfettamente in grado di cogliere la sofferenza di un altro.



GIOVANNI

In pratica, sarebbe connaturata alla nostra specie, l'empatia nei confronti degli altri esseri viventi. Ho letto che sarebbe una caratteristica ereditata dagli animali, e che nel mondo animale, empatia e collaborazione sono molto più presenti di quel che si creda, addirittura di più dell'aggressività (mi pare Konrad Lorenz abbia teorizzato qualcosa di simile).

In effetti, i bambini, posti di fronte ai cosiddetti quesiti etici che paralizzano gli adulti, non esitano a dare la risposta logica e conseguente, e riescono a smettere comportamenti che nuocciono agli animali in modo netto e istantaneo!

Lo fanno anche tra loro cuccioli umani? E come mai, invece, gli adulti perdono questa preziosa caratteristica?



ANNAMARIA

L'esperienza e l'osservazione spesso precedono gli studi, studi che si susseguono e tra i quali è interessante ricordare, tra le tante, una recentissima ricerca giapponese che dimostra che i bambini sono in grado di provare empatia già all'età di 10 mesi. Ciò significa che la capacità di "mettersi nei panni degli altri", di sentire quello che l'altro prova e sente è una disposizione di certo precocissima, presumibilmente innata. Come tale, ci parla di possibilità in fieri, che poi compiono un percorso diversificato a seconda delle esperienze. Se vogliamo esemplificare in modo che il discorso risulti perfettamente comprensibile, basta riferirsi per esempio alla predisposizione allo sviluppo del linguaggio che possediamo alla nascita: siamo programmati a poter parlare, ma quale lingua poi impareremo è in funzione delle nostre esperienze, che possono portarci a parlare il cinese o il dialetto napoletano, a seconda di dove vivremo, ma anche a non sviluppare lingua alcuna, se ci succede di vivere, come capitò al "ragazzo selvaggio", lontano da un contesto umano.
Sapere che l'empatia è una predisposizione innata è un'informazione che consente di recuperare un minimo di ottimismo sulla nostra specie, che tanto spesso è autrice di performances davvero inaccettabili in tante diverse situazioni. Forse per convinzione profonda, forse per un bisogno fondamentale di imprimere cambiamenti allo stato delle cose, gli studi sull'empatia si vanno moltiplicando, sostenuti non solo da psicologi e filosofi, ma persino da economisti. Un nome per tutti è quello di Jeremy Rifkin, grande autore di “Ecocidio”, che ci parla in un suo fondamentale saggio di Civiltà dell'Empatia.
Come giustamente ricordi, si tratta di una disposizione che appartiene anche al mondo degli altri animali, e non solo di quelli più evoluti che sentiamo a noi vicini, come è il caso delle grandi scimmie, ma anche di animali, quali i topi, che siamo soliti denigrare e lasciare nelle fogne metaforiche della nostra ideale struttura abitativa. E le conoscenze al proposito sono frutto di ricerche di laboratorio ad opera di umani che tutto possono essere tranne che empatici, a differenza dei topi che tormentano per scoprire per l’appunto che, loro sì, sono empatici.
Il percorso di crescita è quanto di più complesso si possa immaginare: i modelli che ci circondano sono quelli che vanno a plasmare i tratti costitutivi della nostra personalità, sempre in movimento e in evoluzione: ad influenzarci è il nostro piccolo mondo, con la famiglia nella quale cresciamo, ma anche il contesto culturale allargato intorno e, negli ultimi decenni, la possibilità di contatto facile e immediato con il mondo intero grazie alla rete: tutti questi input vanno a connettersi e ad interagire con le nostre individuali predisposizioni. I risultati sono quelli incredibilmente complicati che vediamo, dove esistono modelli imperanti a cui tendiamo inevitabilmente ad adattarci, ma fortunatamente anche modelli che vanno in direzione opposta.



GIOVANNI

In direzione contraria era non a caso il titolo di un tuo libro molto interessante. Se non ricordo male, parlavi proprio della possibilità di tener presente e di sviluppare l'empatia. Sono d'accordo con te, quando dici che quel che saranno le nostre potenzialità, dipende tantissimo dalle chance messe a disposizione dal contesto; da un contesto empatico, armonioso, comprensivo (quella che in letteratura zooantropologica si definisce 'base sicura'), si svilupperanno grandi doti di intelligenza emotiva, prosociale, empatica; da contesti violenti, oppressivi e aggressivi, fatti di paura e divieto, avranno forza le reazioni di aggressione, violenza e insensibilità. In un certo senso è anche contro corrente la tua fiducia nelle potenzialità umana, stando a quel che vediamo intorno a noi, il contesto dominante e prevalente, sembrerebbe quello della sopraffazione violenta. Come se avessimo autorealizzato le nostre peggiori profezie e teorie sul mondo, che così si autodimostrano.

Tuttavia, trovo molto giusto non smettere di avere fiducia negli umani; credo anzi che questa fiducia dovrebbe essere - insieme all'empatia verso gli animali torturati - l'altra grande colonna portante delle motivazioni degli animalisti Altrimenti, ho l'impressione che le prospettive sarebbero troppo limitate e il respiro troppo corto.

A volte è compito arduo, specialmente di fronte all'arida arroganza di quegli umani che compiono esperimenti sui topi e che oltretutto compiono un errore grandissimo, di estrapolare comportamenti dati per 'normali' da animali costretti a stress inimmaginabili di un ambiente artificiale e ostile, senza scampo.



Mi ricordo un tuo concetto: che le immagini di animali felici e i racconti che mettono in luce le loro caratteristiche positive (intelligenza, empatia ecc.) toccano di più il cuore.



Annamaria tu scrivi 'performance' e a me viene in mente Roberto Marchesini (su fallacie logiche ho trovato un suo contributo, che ti propongo)



Per finire questa domanda a ruota libera: parli di 'fogne metaforiche' e a me viene in mente il grattacielo di Horkheimer. Ecco, in questo grattacielo (dato per scontato che sarebbe da smantellare), a che piano si trovano i cuccioli?



ANNAMARIA

Giovanni, sottolinei la mia fiducia nelle potenzialità umane: in realtà io mi sento estremamente pessimista, perché la realtà intorno non concede altro. Ma è comunque doveroso prendere atto anche dell'esistenza di parti buone che esistono in noi. È indubbia, per esempio, la grandissima diffusione che, negli ultimi anni, è andata acquisendo una diversa sensibilità nei confronti del mondo degli altri animali. È altresì vero che contestualmente al diffondersi di un'etica del rispetto interspecifico,le cifre del mattatoio quotidiano sono cresciute esponenzialmente. Sappiamo bene che il discorso è complessissimo: volendo farne un'estrema sintesi, credo che l'antropocentrismo (che è alla base di tutto il male che facciamo agli animali) è imperante perché collude con l'egocentrismo imperante; è facile ritenersi la specie depositaria di ogni diritto perché è facile che ognuno consideri se stesso meritevole del meglio. I propri diritti, i propri bisogni, i propri desideri sempre sopra a quelli degli altri. Nonostante tutto questo, per molti di noi l'impegno in favore degli altri animali è ragione di vita: se riuscissimo davvero a renderci conto della portata grandiosa di un movimento di liberazione, e lavorassimo per la costruzione di un fronte comune, che trovasse anche nel senso dell'appartenenza una forza propulsiva, molti risultati potrebbero essere raggiunti. La realtà è comunque sempre in movimento: l'unica chance che mi pare di intravedere è che ognuno di noi sia consapevole del ruolo che, se vuole, può rivestire, determinando un peso diverso in favore degli animali. Personalmente penso che sia importante sostenere gli sforzi di chiunque: di chi va a manifestare, di chi raccoglie cani randagi, di chi libera un singolo animale, di chi fa denunce, di chi cerca di fare educazione nelle scuole, di chi scrive, di chi parla. Sono frammenti di un grande lavoro che ha bisogno delle competenze di ognuno di noi. E sarebbe fondamentale che ognuno di noi sentisse intorno il sostegno degli altri. Per altro se l'egocentrismo non ci abbandona, anche questo può essere trasformato in spinta: ognuno di noi deve almeno cercare di dare un senso alla propria vita. Fosse solo per questo, c'è così tanto da fare intorno che il modo per darlo, questo senso, ce l'abbiamo a portata di mano.
Ritornando al discorso da cui siamo partiti, vale a dire che ...tra cuccioli ci si intende, osservare il rapporto tra i bambini e gli animali è esperienza davvero arricchente: sì, le immagini felici sono l'altra parte della realtà, quella a cui diamo poco peso, che sembra sempre scontata, ma che va recuperata. Vedere la gioia reciproca di cuccioli umani e non umani nel giocare tra di loro ci porta alle origini, della nostra specie e della nostra vita individuale, che non è persa, ma è dentro di noi. In rete è facile trovare filmati di questo genere, che non a caso sono supercliccati: la reazione speculare alla visione è quella del sorriso: si movimentano alcune parti nostre, quelle sensibili, vengono toccati i tasti della tenerezza e della semplicità. Sta a noi poi decidere che si tratta solo di momenti privi di importanza o invece di possibilità da espandere. Sta a noi decidere quale è il mondo che vogliamo. Citi il grattacielo di Horkeimer; che la sua fine dovrebbe essere l’abbattimento, lo dici tu stesso. Per successive associazioni, mi compare alla mente l'immagine finale di “Lebanon”, film claustrofobico girato all'interno di un carro armato in cui succede il peggio e da cui la visuale è tutta sull'orrore della violenza bellica. Alla fine, quando i sopravvissuti escono da quello che è al tempo stesso rifugio e luogo di distruzione, quello che vedono fuori è un campo di girasoli, sotto un sole estivo. La bellezza e l'esplosione della natura sopravvivono e a volte se ne fregano del disastro che fanno gli uomini. Se gli uomini dovessero per caso capire che con quella natura e per quella natura è possibile vivere in pace...



GIOVANNI

Metti sul tavolo moltissimi argomenti e riflessioni importanti, e non si poteva non sfiorare il nodo cruciale di 'che cosa è' l'animalismo, dal momento che la costellazione animalista è quanto di più variegato e anche internamente diversificato. Se queste diversità diventeranno risorsa oppure ostacolo, dipenderà da chi agisce - e da quali spinte lo muovono. Ma qui mi fermo, altrimenti andiamo davvero troppo lontano dall'obiettivo di questa nostra chiacchierata. Ho però una sensazione: che quel che dovrebbe sostenerci, sia un certo qual senso di 'leggerezza' (l'insostenibile leggerezza dell'essere?), cioè la capacità, non di tutti, di saper fare le cose-per-loro in modo comunque pur sempre sereno, equilibrato, accogliente, anche nei confronti di chi è estraneo a questi pensieri (perché, non si sa mai, potrebbe cambiare idea...).



Molto intenso“Lebanon”, ricordo la scena in cui uno dei capi descrive al prigioniero il destino di torture e umiliazioni che lo aspetterà di lì a breve, ed è una scena agghiacciante, che espone la forza delle parole - anche se qui usate per far del male.



Vengo dunque alle parole del tuo libro, che sta per uscire. Mi farebbe piacere se tu volessi anticipare qualcosa in proposito. Perché è nato questo libro? E come si pone in relazione ai tuoi precedenti libri?



ANNAMARIA

È un piccolo libro che vorrebbe essere l'inizio di qualche riflessione più profonda e che mi piacerebbe tanto potesse arrivare al di fuori del mondo di chi di animali si occupa tanto. Sono pensieri che sottolineano come la naturale predisposizione dei bambini nei confronti degli animali sia una condizione da tenere presente nel suo significato più profondo: gli adulti lo fanno in qualche modo inconsapevolmente perché circondano il mondo dell'infanzia di immagini del mondo animale: sanno per certo che i bambini lo apprezzeranno e incentivano questa loro disposizione. 
È però come se le riflessioni del mondo adulto si fermassero lì, non scalfissero la superficie di ciò che è carino notare e bello assecondare, ma solo e soltanto fino al punto in cui nessuna modificazione di abitudini, alimentari e non, venisse richiesta. Non posso scordare una festa organizzata dal WWF in campagna, con una mucca e il suo vitellino nel prato, oggetto del desiderio dei tanti bambini intorno e dei gridolini entusiastici dei genitori: guarda, guarda come sono belli! Di fianco... il posto di ristoro con ragù di carne. Per non parlare di tutti gli accessori da cameretta con immagini di variegatissimi tipi di animali, tra cui l'elefantino da circo seduto sullo sgabello. Che ci si ponga una domanda del tipo: "ma che ci fa lì?" è davvero troppo pretenzioso aspettarselo?
Non solo: sono ancora gli adulti a usare i bambini nelle pubblicità di prodotti animali: operazione davvero inaccettabile perché i bambini, se sapessero come quei prodotti vengono ottenuti, sarebbero presumibilmente preda di disperazione.
Si tratta di tanti meccanismi che nel loro insieme, passo dopo passo, strutturano nei bambini un'idea del nostro rapporto con gli animali che è quella vigente ed imperante: mi piaci da morire, non ti farei mai del male, ma è "normale" che io ti mangi. È insomma l'ingresso guidato dagli adulti nella cultura "carnista" tipica di questo mondo. Sono per altro convinta che molti degli adulti non siano neppure consapevoli delle dinamiche che sostengono con i loro comportamenti, tanto spesso automatici, privi di un pensiero strutturato. Ecco: mi piacerebbe che queste riflessioni servissero almeno a rendere più agevole la decodificazione di tanti comportamenti e delle loro implicazioni. È vero che gran parte della violenza di questo mondo non è frutto di cattiveria, ma solo di abitudini, di superficialità, di conformismo: magari, chissà, pensarci un po' sopra può aiutare a decidere che l'unico dei mondi possibili non è quello in corso d'opera, non è quello che viviamo, ma è quello che possiamo aiutare a nascere. Evitando la grande colpa di trasformare l'atteggiamento amicale dei bambini nei confronti degli animali in indifferenza prima e complicità nel male poi.

sabato 22 febbraio 2014

Animalisti in strada

 GLI ATTIVISTI DEI CANI SCIOLTI, FRONTE ANIMALISTA, ANIMALISTI TRENTINILES CHIENS DES RUES ITALIA,
VEGetariANI di Novara e Provincia HANNO DATO VITA AD UN PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO IL CONSUMO DELLA CARNE, SUI MACELLI E SUGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI. GO VEGAN ANIMALI LIBERI.


Sono un animalista che è anche un pubblicista, cioè giornalista. I presìdi sono una delle occasioni in cui le due cose arrivano a coincidere.
Nei presìdi - come nei banchetti ma in modo più diretto e forte - si ha l'esperienza di venire a contatto con ogni genere di comportamento e reazione di umani, sorpresi nel loro quotidiano inconsapevole degli animali che gli sono accanto. E di questo voglio parlare. 

Ma prima, due parole sui 'suoni' che ho sentito, la colonna sonora senza musica dei filmati-testimonianza.
Ho capito che: ogni mucca, vitello, ogni gallina, pulcino, ogni maiale, trascina costantemente tutta la sua esistenza di dolore, in mezzo a suoni di ferro. Ringhi, stridori, sibili, soffi, clangori, sussulti sbattenti di cancelli, sbarre, trappole, scoppi di pistola, tonfi di corpi, urla spietate, tocchi secchi dei bastoni. Seghe che mordono, martelli che pestano, catene che tirano. Piedi che calciano. Tenaglie che afferrano Strappi cocenti. Urla di umani feroci, risa, insulti, aggressione sonora. Freddo. Vento.
Su corpi piegati e piagati, per i quali non esiste MAI nient'altro che questo. Riuscite a immaginarlo? Vivere una esistenza così?
(Mi sono rimaste impresse alcune sequenze: il bimbo maialino che agonizza nella polvere grigia del pavimento lurido della sua prigione buia; il piccolo pollo che ha le zampe spezzate e si rotola in una sporcizia di piume, sterco, sostanze chimiche; la mucca esausta, lentissimamente tirata su dalla carrucola agganciata alla sua zampa  - e sembra la tortura del 'tratto di corda' medievale -, il vitello inscatolato nelle pareti-vasca di ferro prima del proiettile captivo; la scrofa che, rassegnata e stanca, cammina nel verdastro pallido corridoio delle gabbie, sculacciata da una impaziente umana e ritorna nella sua gabbia di contenzione).

Quella del presidio, dunque. E' un'esperienza che vale la pena di vivere, anche se non è facile, perché i sentimenti di frustrazione, il senso di burn out, sono in agguato: si rischia di arrivare a provare solo rancore verso questi umani indifferenti, a decine, a centinaia, quanti se ne possono incrociare in un pomeriggio. Anche se piove.
Eppure, il rancore è proprio il primo sentimento da evitare:  il rancore è un blocco che zavorra al passato, e impedisce di muoversi bene nel presente, che è l'unico istante di tempo importante. Esattamente come per gli altri animali. Senza contare che è nel presente che possiamo tentare di costruire cose per rendere diverso il loro-nostro futuro di animalituttinsieme.

Senza il rancore, sarà possibile osservare questi umani, sarà possibile ascoltarli. Per capire perché non si smuovono, e che cosa invece potrebbe svincolarli dai pensieri prefabbricati della pubblicità consumistica, dell'inganno della 'carne felice' e del 'macello compassionevole'. Quel pomeriggio di domenica 16 febbraio 2014, a Novara, cittadina piemontarda grigiotta e bigiotta (e bigotta?)  piuttosto anziché no, se ne son viste sfilare un bel po', di persone, sorprese nel loro amorfo esibizionistico passeggio ('fare le vasche', si dice in città), lungo il Corso, per vedere, farsi vedere e spettegolare; per farsi catturare dalle vetrine, per arrabbiarsi della pioggerellina; per portare i bimbi alla festa di Carnevale: tutte queste pigrenormali attività sono incappate a un certo momento nel cerchio del presidio degli Animalisti, strategicamente piazzati all'Angolo delle Ore, imprescindibile luogo - fisico, topografico, toponomastico, culturale, storico - della città. Insomma: i maiali sgozzati non si potevano non vedere, né tanto meno non sentire.
 
Ci sono quelli che tirano dritto, passando in mezzo al cerchio del presidio, come se non esistesse; ci sono quelli che guardano ostentatamente davanti a sé, si irrigidiscono, serrano le labbra e forse chiudono anche le orecchie (perché i 'suoni' sono inequivocabili); ci sono quelli che il volantino "grazie ma ce l'ho già" (?); ci sono quelli che si fermano e diventano increduli, spaventati, pietrificati e avvinti da ciò che vedono; qualcuno fa battute irriferibili (perché non meritano di esserlo); quelli che 'la coscienza basta lavarla' (una frase che, a ripensarla in tutti i suoi risvolti e possibili conseguenze, fa venire i brividi: ecco la banalità del male su cui prosperano le dittature). E via passeggiando.

Qualcuno - pochi - si interessa, chiede, possibile che sia davvero così? ma i polli sofforno meno? e i pesci? ma perché li uccidono?

Se gli occhi si possono chiudere e se la testa si può voltare, le parole degli speaker non si possono ammutolire, sono parole accorate che si sentono anche da lontano. La parola che prega, che si appella, che chiama, che pretende, che racconta e che descrive le immagini, ne diventa didascalia per accentuarne la forza e far comprendere il reale significato di quel che si vede; o anche per aggirare gli occhi chiusi e far arrivare comunque un racconto a chi si trova lì. La parola, in questa circostanza, traduce le grida di dolore e terrore degli animali macellati e torturati.

La parola dovrebbe servire per contestualizzare queste immagini, la cui violenza può forse azzerare in chi osserva ogni capacità cognitiva. Allora, chi ha avuto il coraggio di guardare e comprendere, perché sostenuto da un'etica diversa e inedita, chi ha filmato, deve farsi carico di spiegare e raccontare, ciò che le immagini mostrano, senza filtri, senza pausa.

Alla fine della giornata, le mie domande non trovano una risposta definitiva. Anche se i pensieri e le idee muovono certi passi.
Ecco le domande: Serve mostrare immagini del genere? Serve raccontare? Serve dare - oltre alle immagini, in coda al racconto - degli strumenti per andare oltre a chi a quel punto ne sente la necessità? O bisogna lasciare che ciascuno decida di cercare da solo, emozionato da ciò che ha visto, ma lasciato senza una bussola?
Come sempre, le mie sono domande genuine, per problematizzare i modi di lotta, impegno e dialogo di chi ha a cuore la sorte degli animali e si pone di fronte al resto della società. Nell'unico interesse degli animali altri nostre vittime indifese.
A ogni domanda - è ciò che spero - dovrebbe corrispondere un'apertura di una strada, di una alternativa, di una strategia, a vantaggio degli animali.

La mia esperienza personale è che furono immagini simili che mi fecero fare i primi ragionamenti e decidere le prime scelte quando ero ancora piuttosto giovane (un filmato di agnellini scaricati da un camion di ferro, usando la macchina che in gergo si chiama 'ragno', perché dotata di una enorme morsa di pale di ferro, disposte a mo' di zampe meccaniche sul corpo dello snodo idraulico); ma poi, dietro a quelle immagini, arrivò la volontà di capire, di conoscere, di leggere, e di continuare a guardare (quando il mio primo cane scappò e venne ritrovato in canile, venne riportato a casa insieme a un libro, che conteneva tante immagini, sia belle che raccapriccianti; ma questa è un'altra storia). Ma forse, ciò accade per via di una predisposizione individuale, latente fino a quel momento.  Forse, tuttavia, accade ad altri ciò che capitò a me.
Non posso dire che effetto abbiano queste immagini su chi oggi le guarda, posso solo sperare sulla statistica: per cento (dieci?!) umani che le guardano, uno sentirà il bisogno di iniziare un cammino simile a quello che incominciai io tanti anni fa. Tuttavia, cogli anni ho scoperto quanto possano essere suggestive, evocative, potenti, seducenti e convincenti le immagini degli animali liberi. Ne ho appena parlato, e ne parlerò ancora, non è un discorso che si esaurisce in due post. Al contrario, e per fortuna.

giovedì 20 febbraio 2014

Vale più un'immagine (4)

Fonte: I have seen another world

"Io ho visto un altro mondo"...
e non è quello che si vede qui.
Non è il mondo di questo uccellino, sfocato al di là delle pareti di vetro di una prigione artificiale, costruita dagli umani, per metterci dentro tutti gli uccellini come lui: perché sono belli e colorati, perché sono piccoli.
Perché si vendono. Perché si comprano. Perché qualcuno guadagna sulla loro pelle, si arricchisce al prezzo della loro vita. 
Come non è il mondo delle decine e decine di foto che scorrono su questa pagina, foto di ogni genere di gesto di dominio, di sfruttamento, di tortura, di uccisione, di sterminio, in un crescendo vertiginoso, e nauseabondo e sconvolgente,  che gli umani fanno a tutti gli altri animali, per qualsivoglia motivo, o capriccio.

Ho scelto questa immagine perché era tra le meno cruente: tuttavia trasmette un senso di tristezza, di claustrofobia, avvinghianti. Bisogna osservarla bene, certo. Bisogna capirla. Occorre la volontà di capirla, e quindi di mettersi nelle piume di quell'uccello.

Perché non una immagine più cruenta? Perché è un tipo di discorso che sto cercando di affrontare, è una serie di spunti, idee, riflessioni, che sto cercando di portare avanti: l'ho fatto parlando delle foto di Sarah Ernhart, o pensando ai Santuari per animali liberati, oppure, ancora, condividendo le foto di Isa Leshko. Un discorso che ha preso - se non l'avvio, una maggiore profondità, da questo post del blog Il Dolce Domani.

Che immagini che ci mostrano la bellezza degli individui animali, liberi nella loro vita normale, possono aiutarci ad aprire la nostra consapevolezza alla loro dignità e al valore della loro vita, che merita e ha diritto di essere vissuta.  Che le immagini di animali felici e i racconti che mettono in luce le loro caratteristiche positive (intelligenza, empatia ecc.) toccano di più il cuore. (L'idea è di Annamaria Manzoni).
Che quindi, poi si può effettuare un confronto, tra quelle immagini di felicità e quelle di dolore, tra ANIMALI FELICI e ANIMALI INFELICI. (Ma solo, forse, se una scintilla è scattata in noi, solo se qualche corda ha cominciato a riverberare nel nostro sentimento). Che dal confronto possiamo riflettere su ciò che ci suscita, e sulle conseguenze che necessariamente dovremmo trarre a conclusione coerente: fermare da subito la tortura. Che non è un caso se gli strumenti usati dai media per convincere la gente a comprare latte, carne, comprendono immagini di animali felici (la mucca felice, la gallina che razzola libera). (perché sono immagini che funzionano)   Che tutta la pubblicità lavora in funzione della rimozione della morte: dunque noi dobbiamo usare lo stesso linguaggio mediatico, ma per veicolare il messaggio opposto, ossia che gli animali non vanno sfruttati. (Grazie Rita Ciatti). Che gli sfruttatori degli animali hanno capito così bene il valore delle parole che stanno distorcendo anche quelle valorizzate dal linguaggio antispecista, che fa crescere le riflessioni sulla necessità di rispetto verso tutti gli altri individui animali. (leggete qui). Che, dunque, le immagini sono potenti, e che danno e confermano la individualità agli animali, perché essa di fronte allo sguardo non è più negabile, né evitabile - la si può però ancora mistificare, come abbiamo visto.

Che alla parola può spettare il compito di ri-raccontare le vite degli animali, che hanno riacquistato meraviglia grazie alle immagini (la parola-così-umana, può fare surf sulle onde possenti delle immagini). Che alla parola può anche spettare il compito di raccontare, invece, le lunghe sofferenze che patiscono tutti gli animali nelle mani degli umani: perché la parola non mostra, e dunque non corre il rischio di allontanare, ma invece avvicina, e pretende lo sforzo dell'attenzione (e quindi, quelle sofferenze descritte potranno entrarci sotto la pelle). Si potrò tornare su questo pensiero.  Perché di sicuro non c'è solo questo modo di pensarlo. E perché questi pensieri devono portare all'azione, che sia davvero efficace e utile per la salvezza degli individui ancora prigionieri.

martedì 18 febbraio 2014

Il film di Mr.Bruce

Fonte: http://www.mymovies.it/film/2013/springsteenandi/poster/


Ciascun concerto è unico, la sera di domani non conta: conta solo questa sera; e per ciascuno che è presente in questa sera, sarà una serata speciale da ricordare, sarà un concerto moltplicato per decinemila persone, tutte quelle presenti, che torneranno a casa con l'impressione che il boss e la sua band abbiano suonato soltanto per lui. Questo è quanto si porta a casa - ogni volta - ciascun fan di Springsteen: e qualcosa di simile è quanto mi sono portato a casa io, all'uscita dal cinema, a vedere questo documentario con lo spirito del concerto - un concerto in miniatura, dove i protagonisti non sono più solo i musicisti sul palco, ma le donne e gli uomini tra il pubblico, coi quali da sempre Bruce ha un rapporto speciale, ricco di sfumature e naturalmente evolutosi e trasformatosi nei decenni, ma sempre basato su forte spirito di fratellanza e sincerità e passione e redenzione. Il regista è Ballie Walsh che, insieme al produttore Ridley Scott, ha immaginato un'opera creata coi video personali dei fan, che davanti alla propria videocamera, e con creatività, umorismo ed emozione, raccontano l'episodio cruciale che li ha portati a incontrare, conoscere e amare Bruce e le sue canzoni, e come hanno cambiato o influenzato le loro vite - sempre, a quanto pare, nella direzione di uno slancio vitale, o coraggioso, o generoso - sia pure nelle piccole cose, dalle quali, è noto, le grandi cose crescono. Il materiale è stato raccolto on line, sul sito dedicato al documentario, e quindi rieditato e rimontato per dargli qualità filimica e narrativa. Il tutto, sul finire del 2012. Il film esce quindi a tempo di record, il ricordo delle ultime date italiane è ancora fresco e c'è da scommetterci che molti tra quelli che sono andati ai live, non si sono lasciati scappare l'occasione di rivivere qualcosa di simile a quelle emozioni. Il documentario stesso sembra un concerto: con la intro che avvisa che dopo i credits finali ci sarà mezz'ora di riprese di VERO concerto (a Londra, dove è salito sul palco anche un lunare Sir Paul McCartney); ogni racconto è come una folk song, carica di pathos, si ride e ci si può anche commuovere, perché l'effetto-Springsteen è proprio questo, di far sì che ciascuno si lasci trascinare dai propri sentimenti più profondi e sinceri, per esserne consapevole e rafforzato, quasi; ci sono anche filmati di inedite performance lungo più di 40 anni di concerti (!): illuminante il composit che sulle note di BORN TO RUN ci fa percorrere tutta la vita on stage del Boss e dei suoi compagni di musica: dalla rabbia magra della gioventù, passando per la solidità rock degli adulti, per arrivare agli abbracci emotivi e alle lunghe session in stile gospel del presente - un presente entusiasmante. Si vedono - negli anni - crescere e invecchiare (e anche morire, come si sa) musicisti e anche fan, che raccontano i cambiamenti della loro vita. Vien da pensare, che quella del Boss è una famiglia allargatissima e generosa, dove i figli e gli amici trovano sempre accoglienza e occasione di partecipare (come accade ai figli di Clemons e Federici), e dove un po' figli, o compagni, sono anche i blue collar e gli street men (e woman), che si raccontano a Bruce e a noi, che così possiamo raccontarci a noi stessi, col regalo di fratellanza che il Boss ci dà, con generosità e semplicità, quasi per caso, e prima che le luci si spengano, sul palco e in sala; per ritornare a casa, forse, un po' più felici di quando si era entrati -al cinema, o al concerto. 

Recensione uscita su MyMovies, martedì 23 luglio 2013

SCHEDA FILM
Springsteen and I
USA - 2013
regia di Baillie Walsh
Documentario - colore - durata 124 min. 

giovedì 13 febbraio 2014

Nessuno è perfetto... se non è un manichino

http://truthandcharity.net/wp-content/uploads/2013/12/pro-infirmis-embrace-300x221.jpg

NOTA. Alcuni anni fa, a una festa di San Silvestro, ho incontrato e fatto amicizia con una ragazza bellissima e affascinante: lei, ballava su una sedia a rotelle, aveva movimenti che poteva controllare poco, ma... I suoi occhi e il suo sorriso sono indimenticaili. (Oggi questa ragazza è sposata e lavora e viaggia nel suo Paese).
Questo video, scoperto grazie a Francesca Fugazzi, me l'ha riportata alla mente. (Giusto per non allontanarci troppo da - né trascurare ciò che viene chiamato-  Disabilità (qualsiasi cosa sia, e vedremo di pensarci su, a proposito).



NOTA AL VIDEO.
Pubblicato in data 02/dic/2013
Nel periodo dell'Avvento, la Bahnhofstrasse si presenta nella sua veste più fastosa e scintillante. Nelle vetrine di cinque negozi di moda, oggi spiccheranno tuttavia alcuni manichini particolari: riproduzioni in grandezza naturale di Jasmin Rechsteiner, Miss Handicap 2010, Alex Oberholzer, presentatore radiofonico e critico cinematografico, Urs Kolly, atleta, Nadja Schmid, blogger, ed Erwin Aljukic, attore.
Progetto dell'associazione Pro Infirmis

martedì 11 febbraio 2014

Il lungo collo della giraffa

Fonte: LAV su Facebook. Si legge che " L'autore di questo bellissimo scatto è
Dibyangshu Sarkar."

Marius, il giraffino ucciso allo zoo, è ovunque su Internet.
Condannato a morte perché la sua venuta al mondo - in cattività, da genitori già prigionieri e geneticamente non interessanti (!) - non è necessaria (!),  riappare in post virali, che ne infinitizzano l'aspetto, il volto, mentre allo stesso tempo mandano in replica ad libitum la sequenza fotografica della sua dissezione, dello scempio del suo cadavere.

Emozioni contrastanti hanno generato in un lampo diffusione virale del suo viso, accompagnato da appelli, petizioni, condanne, riflessioni, commenti.

Fonte: http://www.lastampa.it/2014/02/09/societa/lazampa/danimarca-ucciso-marius-cucciolo-di-giraffa-condannato-a-morte-in-uno-zoo-owawvJkvSdpY4gFi0535TI/pagina.html


 La cosa più grave, la cosa irrimediabile e che getta la sua ombra sull'intera vicenda, ne inficia alla radice ogni possibile ricaduta, è il fatto che il corpo di Marius - non è mai stato di Marius, nemmeno nella sua breve vita, nemmeno quando cioè era vivo e camminava e credeva che quel corpo, che gli dava la presenza nel mondo, per cui quel corpo era lui, fosse il corpo-lui con cui fare esperienze del mondo intorno a lui e con lui; e che insomma gli appartenesse. Il suo corpo, e quindi in ultima analisi lui, la sua individualità, era degli umani che dirigono lo zoo, apparteneva agli umani che hanno inventato gli zoo, era una proprietà degli umani che parlano di 'protezione delle specie in via di estinzione'. Il suo corpo-lui, non era di Marius: sopra la sua testa si è deciso che anche se sano e giovane, non doveva più vivere, scartando alternative più 'gentili' (?)  come la castrazione  (perché Marius non ripetesse il 'peccato' dei suoi genitori?), né tanto meno il trasferimento ad altri luoghi dove avrebbe potuto continuare a vivere.

Ora: protezione che gli umani che dirigono lo zoo, danno ad animali imprigionati, sottratti dai loro ambienti di vita naturale, luoghi che vengono invasi e minacciati da altri umani (!); protezione che gli animali 'ripagano' con gli introiti del pubblico pagante che viene a vederli, per 'conoscere gli animali'. 

Schiavizzato e prostituito, Marius, insieme ai suoi genitori e a tutti gli altri individui della altre specie  imprigionati negli zoo, per tutti i 18 mesi della durata della sua esistenza, non ha mai potuto decidere niente per la sua vita, né mai sottrarsi agli sguardi degli umani - che pagavano per venire a guardarlo, e intenerirsi per i suoi liquidi occhioni scuri sgranati con curiosità bambina sul mondo. Nessun sospetto che - lungi dal considerarsi 'trattato bene - Marius non anelasse a scoprire cosa c'era oltre le sue sbarre, non desiderasse correre o camminare sulle sue lunghissime zampe, o scoprire le chiome degli alberi alla portata del suo lungo collo. Eppure, sono molti i casi di animali prigionieri e schiavi, che nella ribellione hanno cercato, con la fuga, la strada per la libertà.
A Marius, è stato tolto il tempo della vita, e gli è stata tolta la dignità della morte. La sua è stata una esecuzione, con una rivoltellata in testa.
Unica attenzione è stata data alle convenienze genetiche, o ai regolamenti internazionali. Nemmeno un secondo perso a considerare lui-come-Marius che desidera vivere.

Solo spiegazioni-alibi: che Marius è stato trattato bene finché ha vissuto (prigioniero), che la sua carne è servita a sfamare i leoni prigionieri nello stesso zoo - uguale uguale, proprio come succede nella savana africana! - e che parti del suo corpo saranno utili per altri scopi scientifici. Marius era un surplus, scarto di una politica genetica regolata dalla direzione dello zoo, che non si ferma per considerare l'irreparabilità dell'uccisione del giraffino, considerato anzi - forse - 'pericoloso' (se avesse in futuro avuto figli anche lui?), comunque di sicuro ridondante, perché i suoi geni sono già ben rappresentati in quello zoo, e dunque eliminarlo era necessario (!). Così si è espresso Bengt Holst, direttore scientifico dello zoo. Abile nell'usare la retorica del 'benaltrismo' e della minimizzazione ("ad esempio, in un parco a nord di Copenhagen, vengono abbattuti ogni anno 700-800 cervi per controllare il loro numero"), entro un orizzonte che non vuole uscire da un totalizzante antropocentrismo, per cui 'tutto' serve all'uomo, ed è la sua maggiore o minore utilità a deciderne tempi e modi delle esecuzioni, nonché della liceità o correttezza dei comportamenti in vita.

Alla sua dissezione, erano presenti numerosissimi bambini. Le immagini sono crude: le ho trovate per intero su questo blog, che si chiama 'Il Mondo degli Animali'. Non si notano - in questi bambini - espressioni di dolore, né di repulsione. Non so cosa pensare, di questo. Però mi inquieta.

E allora, voglio dare conto di un altro caso - che ho letto con interesse mentre stavo preparando questo post-  delle politiche di gestione degli animali negli zoo. Lo racconta senza fronzoli Leonora Pigliucci. Ne riporto un passaggio quasi integrale.

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10152205851714304&set=a.10150121855144304.289325.527314303&type=1&theater


"Al Bioparco di Roma [...] tengono rinchiuse, ad esempio, tre oranghe di oltre trent'anni di età, madre e due figlie (il padre si è suicidato per la rabbia, scagliandosi contro il vetro) che non hanno mai respirato all'aria aperta poiché lo spazio a loro attribuito è costituito da due stanzoni con le pareti trasparenti, così che non possano sfuggire neppure per un attimo agli sguardi dei visitatori. Petronilla, Martina e Zoe di visitatori ne attirano un sacco, e del resto le loro espressioni somigliano in maniera impressionante a quelle dei cugini umani, ma sono escluse dai vari programmi di protezione delle specie in via di estinzione che ogni tanto permettono a qualche animale di essere trasferito nei safari e nei parchi, perché non sono di razza pura. Il loro destino è segnato e sull'esibizione della loro schavitù si può lucrare fino all'ultimo giorno, perché tanto contano meno di zero."
La chiosa è: "L'umiliazione, la noia e l'esasperazione a vita per sé e i propri figli saranno poi così meglio dell'essere uccisi da piccoli?" . Esecuzione sommaria e spettacolarizzazione della morte, da un lato; dall'altro, ergastolo e supplizio di tantalo vita ('natural') durante. In comune: la ubris umana, che fa e disfa a suo uso e consumo.



domenica 9 febbraio 2014

La Filastrocca di Ceto e Frufi

Ceto e Frufi a nanna, gennaio 2004

Aceto faceva di nome

Ma abbaiava fragrante come un pezzo di pane



Anche se a volte cadeva per terra

Lungo disteso come pasta di sfoglia



Tenace paziente lui barcollava

Poi con cautela dal pavimento lustrato

Pian piano Aceto lui si rialzava



Senza troppo pensare alla paura

Era il suo cuore che scivolava senza avvisare

Un po’ si fermava e Aceto per forza si riposava



---



Frou Frou il suo nome in sorte

Che abbaiava croccante come il panforte



Bianca farinosa senza posa ogni mattina

Si rannicchiava sulla sua copertina



Le zampe sue erano dispettose

Perché invece che correre veloci

Come rami le trovavi nodose

Giorno faceva e lei stesa restava



Erano dolori che la facevan guaire e tremare

Carezze e massaggi e Frou Frou pian pian si rincuorava



---



Vissero insieme felici e contenti

Nella casa del mugnaio del paese dei venti

Vecchi cani pelosi chi bianco e chi nero

Giocare o dormire per un mese intero



Vissero insieme felici e contenti

In mezzo ai prati verdi da annusare interi

Il naso di lei dietro al naso di lui senti

Odori a milioni tutti quanti veri



Poi venne il giorno che senza dir niente

Andarono altrove prima l’uno poi l’altra

Le zampe di lei dietro alle zampe di lui senti

Prima aceto poi Frou Frou

Un soffio discreto non ci sono più



Ceto e Frufi, maggio 2003



Non è vero ci sono ancora

Il mugnaio del paese dei venti s’addolora

Uva biancospina e nero mirtillo

Nell’angolo di prato un tenue solillo

Crescono piantati accanto a ciascuno

Un sasso di fiume da poter toccare

E per sempre sussurrare all’erba nel vento

Prima Aceto e poi Frou Frou nel cuore

Nemmeno un giorno dimenticati

Nemmeno un anno nemmeno cento

Nota: la filastrocca, scritta per ricordare Ceto e Frufi, irripetibili cani che mi hanno aperto le porte del fare aiuto volontario nei rifugi per cani - e da lì, tutto il resto che riguarda l'animale Giovanni con gli altri suoi simili -  è stata pubblicata sul libro antologia "Amicizie speciali 2"

martedì 4 febbraio 2014

Vale più una immagine (3)

Lisa, 13 anni, estate 2013
Fonte: http://isaleshko.com/elderly-animals/

Gli animali anziani hanno una fragilità forte per la quale provo grande emozione.
Forse dipende dal fatto che tutto il loro muoversi e vivere nello spazio del mondo, ogni loro espressione e ogni loro dialogo, è ricchissimo di esperienza, e io cerco di osservare i segni di questa esperienza, di questa idea del mondo, a volte cerco persino di impararne qualcosa. Perché è sicuro che una idea del mondo, se la sono fatta, altroché!
Per esempio: il come possano aver trascorso una vita fatta di segregazione e privazioni, conservando la fame di vitalità, che coglie ogni occasione per rincorrere i fili d'erba in un prato, per bere l'acqua fresca del torrente, in mezzo a una caldissima estate, capaci di non perdere tempo prezioso in rimpianti, ma davvero cogliendo l'attimo - come se fossero ancora e per sempre giovani avventurosi alla scoperta di tutte le cose, da vivere nella loro pienezza. Questo è (anche se non è più visibile) Oscar, intrepido e trasognato. (Scrive Christina Anagnos, nel suo libro sulla violenza verso le donne, che "la sensazione di libertà eterna che porta la fine definitiva di un martirio, produce un'euforia incontrollabile, ti abitui subito alla nuova realtà e capisci ancora meglio le cose che ti eri persa per tanti anni"; e a me son sembrate parole che possono benissimo calzare anche per un qualsiasi individuo altranimale reduce da qualsivoglia maltrattamento; e di certo per Oscar sembrano scritte da qualcuno che lo ha conosciuto!).

Per esempio: il fatto di come abbiano affrontato maltrattamenti e pericoli e oltraggi fisici - che hanno lasciato il segno indelebile nel corpo - senza perdere nemmeno una briciola di vivacità e tenacia, o dell'intrigante curiosità che fa annusare ovunque, e della tenerezza scontrosa che si rannicchia contro il respiro dell'umano amato, capaci di godere di ogni momento di sicurezza (un prato di trifogli al sole primaverile), o di scoperta (le vie di un paesino lontano); e capaci - cosa ancor più notevole - di lottare con grinta contro un handicap fisico pericoloso e potenzialmente mortale, con una forza coraggiosa che si rinfocola con la fiducia di avere un sostegno vicino. Questa è Lisa, briosa e sensibile. (Nella foto è lei).

Ho parlato di cani: il cane, che è compagno dalle origini - reciproche - con homo; e che è il nostro legame con la nostra animalità (forse per questo che la sua domanda di lealtà viene spesso tradita?), a un livello profondissimo. 

Ma è del tutto evidente che non solo i cani,  ogni animale condivide con homo il 'privilegio' di invecchiare per infine morire.  Anche gli altri individui animali che invecchiano, distillano la loro personalità individuale, diventano oltre modo irripetibili, non si può guardare a loro e poi tornare a pensarli come 'cose', come purtroppo accade sempre e anche troppo. Perciò le immagini di Isa Leshko mi hanno chiesto di fermarmi a osservarle? Forse.
Leggo: "La fotografa Isa Leshko Photography ha iniziato a fotografare animali anziani dopo che a sua madre è stato diagnosticato il Morbo di Alzheimer. L’improvvisa vicinanza con la malattia l’ha costretta a confrontarsi con la morte e, prima ancora, con l’enorme dignità di individui che portano sulle spalle una vita intera.

Nasce così la serie 'Elderly Animals’, i cui protagonisti sono animali anziani, malati, ritratti in bianco e nero. Immagini che riguardano ognuno di noi, che vanno a toccare la nostra intima paura di invecchiare e l’incredibile serenità con cui sanno farlo gli animali."


 Ma in che modo ci dovrebbero riguardare queste immagini? La vecchiaia e la debolezza fisica che le si accompagna, viene rifiutata e temuta nella nostra società, non dico nulla di nuovo. Se vogliamo davvero guardare questi animali anziani, senza sovrapporre il nostro sguardo e il nostro sentire, forse dovremmo provare a cogliere - di ciascuna immagine - la essenza di una vita intera - quella-vita-individuale-irripetibile - che invecchia e ci lascia i suoi ricordi, attraverso i suoi gesti: la sua eredità autentica. Se siamo fortunati, saremo in grado di capire quali di questi gesti sono anche parte delle nostre abitudini, e come - in tal modo - possiamo, o vogliamo, invecchiare anche noi, incamminandoci come loro, o magari con loro, alla fine della vita. Non credo che significhi arrendersi, tuttavia. Chissà? Dopo aver osservato questo, quindi, smettere di guardare, lasciare all'anziano del ritratto, il successivo diritto di non farsi ritrarre più, di sottrarsi agli sguardi.

La pagina dedicata a questo progetto, fatte queste premesse, ha il pregio di regalarci l'essenza dell'anzianità di molti animali il cui destino impostogli con crudeltà, è invece quello di morire giovani - anzi, bambini. Essenza anziana: occhi lucidi, grinze nel corpo, sonno, sogno, presenza visibile e allo stesso tempo già distante, altrove.