domenica 27 aprile 2014

Vale più una immagine (6)

Foto di

Vyacheslav Mishchenko

"Mettere in salvo una Chiocciolina che sta attraversando la strada, a rischio di essere calpestata, posizionandola in un luogo più sicuro, è anch’essa una maniera di liberare un Animale, questa volta agendo preventivamente."
Queste parole di Rita Ciatti mi sono venute in mente come associazione immediata, nel guardare le foto di Vyacheslav Mishchenko, (e, a proposito, una lumaca disegnata appare anche sul numero di Veganzetta dove è stato pubblicato l'articolo di Rita Ciatti: vedere per credere :) ).
In queste si entra in un altro mondo, in un'altra dimensione - letteralmente -  e si capisce immediatamente quanto siano minuscole, e quanto (ci) sembrino quindi tanto più esposte agli urti della realtà, che ci appare - di contro - tanto più incommensurabile. 
Salvarle, perciò, significa - come ogni antispecista dovrebbe riuscire a fare - mettersi nei loro minuscoli panni, capire e vedere le cose in modo diverso, a loro misura: anche un piccolo sentiero o una strada di paese sono lande immense e potenzialmente mortali, un muricciolo è una montagna, un fiore è un albero, una fragolina è un pasto abbondantissimo, un fungo è un casa... e via confrontando.

Sono le lumache - e gli insetti? e gli anfibi? e i rettili? - la frontiera dell'antispecismo? La risposta potrebbe essere positiva: sono loro gli 'extraterrestri' che invece ci affanniamo a cercare nel cosmo, senza renderci conto che milioni di altri mondi e pensieri, totalmente altri e incommensurabilmente non-umani sono già qui, insieme a noi, da milioni di anni. A loro dovremmo rivolgere la nostra attenzione, però nel senso di accorgerci della loro esistenza e trattandoli col rispetto che ne consegue, con la meraviglia di guardarli vivere e scoprire che anche noi - per loro - forse è come se non esistessimo.

giovedì 24 aprile 2014

2014 - Untouched: shortmovie di Marco Paracchini








Novara centro

 


courtesy from Marco Paracchini, 
paracchinilab e il website di M.P

23 aprile 2014 15:27,
caro Marco, finalmente,  ho visto il tuo cortometraggio.

Dire che mi è piaciuto è scontato, ma non è il complimento fatto per amicizia, credimi. Il film mi ha incuriosito e intrigato, e poi affascinato, sorpreso, perfino divertito (in maniera agrodolce), e alla fine immalinconito.


Varie le considerazioni personali da fare, nel dettaglio: sull'estetica, sulla resa, sul messaggio.

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER

L'estetica è quella della solitudine post moderna: tante case cubicoli che sono sempre più non luoghi, persino nella provinciale Novara; accoglienti, persino tecnologiche, ma in fondo fredde e impersonali. Con una pentola, un piatto, la televisione. I cubicoli si trovano in centro città, in una casa che - per via dei dettagli che si vedono e che la raccontano, come la statua, la ringhiera in ferro battutto, i colori delle pareti, - dev'essere di quelle restaurate e costose. divise in appartamenti, tutti messi in affitto. Questa solitudine, raccontata attraverso la giornata tipo di questa bella ragazza e di questo bel ragazzo (son tutte belle, le persone nel tuo film, a proposito), si esplica e si sublima attraverso il rapporto coi cellulari: tutti, nel film, stanno sempre a comunicare a un(') assente, col pensiero a un altrove che non è mai dove si trovano in quel momento. Da qui, mi sembra derivi spaesamento, esemplificato dal panino mangiato nello sgabuzzino, oppure e ancor più,  lo spuntino consumato stando a cavalcioni delle mura romane dietro un palazzo signorile, che i novaresi possono riconoscere come il Conservatorio - ed è una scena di grande impatto, cioè molto sorprendente per come si sviluppa e prende il volo; dal (voler) essere altrove, deriva anche afasia, una incapacità di comunicazioni 'calde', cioè con altri esserei viventi, faccia a faccia, a meno che non siano quelle funzionali e strumentali del lavoro, dell'impiego, della professione, delle necessità basic come fare la spesa al discount. Tutto questo, genera, mi genera, dei sentimenti di cui poi dirò.


La resa: sono rimasto davvero senza fiato a vedere Novara da una prospettiva a volo d'uccello! Le riprese aeree, ma anche il taglio di quelle a terra, i fuochi, le luci, gli scorci, le location, l'hanno resa una città irriconoscibile, più bella e affascinante e in certo modo più  misteriosa e cosmopolita di quello che realmente è. In certi momenti, non l'ho riconosciuta, ed è sembrata una città in cui avrei voluto vivere. In certi momenti, mi è sembrata la Tokyo di "Lost in translation"; anche il destino dei due personaggi si assomiglia, ma qui è persino più solipsistico e triste di quello dei due americani a Tokyo nel film della Sofia Coppola.


Il messaggio. La parola è brutta. Forse meglio se uso una parola come  'il racconto', o 'la storia': ché di questo si tratta. C'era una volta una bella dama e c'era una volta un valido cavaliere, che tutti i giorni affrontanvano con coraggio muto e rassegnazione, gli impegni dei loro compiti lavorativi. Fuor di 'once upon a time', e nel presente: tutti sono isolati, anche se in mezzo agli altri; si schermano, si schierano, dietro al volante, dietro alle cuffie, oppure sfogliando libri di cui non gli importa veramente, oppure consultando lo schermo del pc; oppure cenando come profughi davanti al fuoco digitale dello schermo tv lancia-immagini anestetiche. Troppo pessimista? In fondo, le immagini sono per Marco Paracchini un grande valore, un grande tesoro, un'avventura di scoperta. Ma qui, il ragazzo e la ragazza, quest'avventura non la colgono - nemmeno che  la rifiutino, è proprio che nemmeno si accorgono che esiste. Infatti, per tutto il giorno, mandano messaggi a un qualcun altro in un altro altrove, presumibilmente identicamente-non-diverso; o altrimenti, diversamente-identico a quello dove trascorrono le loro ore, dove si lasciano trascorrere sugli abiti e tra i capelli e la barba le loro ore che non sono più loro, ma sono indifferente tempo-(s)perso che se ne va per conto proprio, sgocciola via e rimane immobile e contemporaneamente è anche ciclico. Questo qualcun altro non sappiamo chi è e/o perché è - sappiamo, o crediamo di sapere che il messaggiare con esso procura gioia (?), sollievo (?), distrazione (?) ai protagonisti, ma anche ai comprimari. Che di fatto possono benissimo essere considerati intercambiabili - e il fatto che l'obiettivo segua le loro giornate anziché quelle della collega di scrivania o della ragazza al desk di libreria, tanto per fare un esempio, pare del tutto casuale, i due protagonsti non sembrano possedere un significato speciale rispetto alle altre persone sullo sfondo. Inizialmente, si può pensare che comunichino tra loro, ma no, non è così. Nel corso della storia, tra l'altro, per una certa manciata di minuti, ho creduto, ho aspettato, ho pensato, che in qualche modo si sarebbero incontrati. Ho pensato che il caso li distrarrà dai cellulari, distrarrà i loro sguardi dai piccoli schermi per alzarli alla luce della realtà fatta di altre persone. Ma no. Non succede. Ciò mi suscita sia malinconia che rabbia, che poi trascolorano in constatazione che oggi questa è la realtà: non si possono - non si devono - né avere né mostrare sentimenti a tutto tondo, emozioni forti, parole gridate. Perciò, anche il mio stato d'animo abbassa il volume, coglie il fatto che la storia filmata registra una realtà generalizzata  - ma solamente in una porzione di pianeta che non è tutto il pianeta, anche se si illude - in modo ingenuo, con mente embedded - di esserlo.
E all'arrivo del mattino dopo, il mio sorriso è amar-sarcastico per  la sorpresa del guizzo (un finale alla Frederic Brown ma non troppo - se Frederic Brown fosse intimista), nello scoprire che la bella ragazza e il bel ragazzo sono dirimpettai.  Magari è la prima volta che si incontrano: e ciò renderebbe ancor più drammaticamente 'spaventosa', la loro reciproca reazione, che è poco più di un sorriso soffiato sulle labbra increspate, occhi bassi, e poi ciascuno via - l'altro vivo e reale e presente e concreto è già dimenticato (per timidezza, o per diffidenza, o per indifferenza, o per incapacità?): non è importante, presto arriverà un nuovo sms, anzi è già arrivato da l'altro altrui in altro ulteriore altrove solitario.. Nessuno tocchi nessuna bolla, ché altrimenti esplode. E le conseguenze sarebbero troppo imprevedibili da sopportare. Ma - io credo - sarebbero la vita.

Una considerazione maturata dopo aver scritto questo testo (scritto di getto via email e adesso riportato qui, ma con un lavoro di autoediting approfittando della rilettura): ritorno a rivedere le case dove abitano il ragazzo o la ragazza. Sono case impersonali, e l'ho scritto. Ma sono anche case inanimate. Non c'è nulla di vivo dentro. Per esempio, non c'è un cane, non c'è un gatto  - né potrebbe esserci o viverci (o viverci bene) perché non sono ambienti a misura di esseri viventi; l'assenza di altri viventi con cui avere scambi, principalmente comunicativi-emotivi, fa avvizzire anche la capacità di socializzare con gli altri umani, ai quali si preferiscono le interfacce elettroniche - perché sicure, prevedibili, rassicuranti, prive di sorprese impreviste. E in questo rispecchiano in piccolo ciò che in grande sono diventate le nostre città. Le città non sono più ospitali per i viventi che le abitano, quegli umani che si suppone potrebbero e dovrebbero essere capaci di crearsi un ambiente vivibile, attraversabile, anziché un luogo che è a loro stessi ostile e impraticabile. La non presenza di animali è il segnale più chiaro di questa invivibilità: se gli spazi disegnati e costruiti non sono più in grado di accogliere i viventi che ne sono i destinatari principali, allora spariscono, cancellati, anche gli altri viventi che invece questi spazi li hanno subiti fin dall'inizio. Ma questo è un discorso - di zooantropologia, di margini e bordi, di relazioni e comunicazioni e linguaggi 'politici', cioè della polis -  che ha bisogno di altri spazi e altri momenti. Per ora mi fermo qui, a rivedermi il corto di Marco Paracchini

lunedì 21 aprile 2014

Patchwork salva-agnelli e filmati di denuncia

Fonte: Animal Equality su Facebook



Con piacere e soddisfazione, per essere stato uno degli oltre 700 tassellini del megaposter patchwork risultante dall'insieme di tutti i selfie dei partecipanti alla seconda edizione di Salva un Agnello, campagna di Animal Equality, riporto qui i link per sfogliare gli album.

Questo è il primo album della Campagna per chi non può difendersi. Quest'altro, è il secondo album.

La campagna - giunta al suo secondo anno - è l'esito naturale per reagire alle scoperte venute alla luce nel corso della coraggiosa investigazione svolta dai volontari di Animal Equality.
Della ripercussione mediatica della campagna, viene dato conto in questo album, che riporta le pagine dei media che ne hanno dato notizia, riportando fotogrammi o i filmati che mostrano la crudeltà inflitta agli agnellini. Anche io, nel mio piccolo, insieme a Chicco, ne ho parlato.

Cio che si vede nei filmati, sono - in una evidente sproporzione grottesca di mezzi impiegati e di squilibri nei rapporti di forza - sbarre spesse, ganci e paranchi, lastre, catene, lacci, morse elettriche e coltelli, utilizzati da umani senza volto, bardati con spessi grembiuli e stivali alti e guanti, maschere protettive, in stanze di muri nudi e senza vie di uscita, alla fine di corridoi stretti e labirintici, che spingono, bloccano, afferrano, mutilano e squartano senza pietà, centinaia di piccoli agnellini che pesano pochi chili e che hanno solo il loro vello bianco e riccioluto a proteggerli - bambini terrorizzati e piangenti, disperati, che tentano di scappare ma che presto sono immobilizzati e muoiono. 

Perciò, se riporto qui questi link, è perché di questa realtà si continui ad avere traccia e testimonianza, in un moltiplicarsi di fonti e di passaparola e di rimandi, fino ad emergere alla coscienza e alla vista di chi queste cose vuole considerarle come normali e non problematiche.

L'indagine di Animal Equality è arrivata anche in Parlamento, relazionata da Paolo Bernini di M5S.

domenica 20 aprile 2014

Dio e Animali: un po' di fede nuova, cari cristiani


In un libro densissimo di intuizioni e di spunti stimolanti,  "Emotività Animali. Ricerche e discipline a confronto", curato da Matteo Andreozzi, Silvana Castignone e Alma Massaro, ho trovato due testi che si pongono il problema della visione degli animali nella religione.
I testi sono "Gli animali nel cristianesimo tra sofferenza e preghiera", di Vilma Barricalla; e "Il rapporto uomo animale nel libro di Tobia", di Gianfranco Nicora e Alma Massaro.

Come letture pasquali, sono davvero adatte. Leggiamo un po', via.
Nella dottrina teologica cristiana - scrive Barricalla - non c'è davvero scampo per gli animali: che soffrono per colpe non loro, cioè per il peccato originale compiuto dagli umani; e per di più non hanno un'anima e perciò, benché del tutto innocenti, non possono avere nemmeno consolazione né speranza. Non basta: a rendere la situazione ancora più grave, non esistono prescrizioni etiche che impongano all'uomo doveri di pietà verso gli animali, poiché gli animali non rientrano nella sfera morale. Carità e amicizia sono lor negate (questo, secondo Tommaso d'Aquino). I cartesiani, poi, hanno aggiunto del loro, con la teoria degli animali-automi, privi di sensibilità e di capacità di soffrire. Soluzioni peggiori del problema.
A questo punto, Barricalla riparte dall'analisi del testo biblico. 

Nel vecchio testamento: in Isaia ci sono immagini cosmiche di bontà e pace, che includono tutti i viventi (Is 11,6-9 e anche Is 65,25). Il profeta Osea parla di 'alleanza' con "le bestie della terra, gli uccelli del cielo e i rettili del suolo" (Os, 2,20).
Ci si richiama al Genesi, a prima del peccato originale e del diluvio (Gn 1,31 e Gn 1,29-30). La prospettiva di futura armonia non viene mai meno in tutto l'Antico Testamento, nemmeno quando si descrivono gli uomini tiranni e dominatori nei confronti degli animali, c'è sempre l'alleanza stretta da Dio con "ogni carne" (Gn 9,9-17), un vincolo con ogni animale.
Tutta la religiosità vetero-testamentaria, pare riconoscere agli animali una percezione del divino (l'asina nei Numeri, Nn 22,21-33).
Per Giobbe, gli animali sono più sapienti:
"Interroga le bestie / e ti ammaestreranno / e gli uccelli del cielo e te lo annunziaranno / e i rettili della terra e ti ammaestreranno / te lo spiegheranno i pesci del mare. / Chi non sa fra tutti costoro / che è la potenza di Dio che ha fatto tutto ciò?" (Gb 12,7-9).
Dio, provvede a tutta la creazione (Sal 104,21 e Gb 38,41 e Dn 3,51-90). 
Tra la prima creazione, priva di violenza e il futuro di pace in cui l'uomo sarà finalmente amico degli animali, viene indicato un cammino da percorrere. Dio ha affidato il creato all'uomo, quest'ultimo ne è responsabile dinanzi a Dio, deve perciò prendersi cura del giardino della creazione, ha un dovere di cura e di custodia (Gn 1-26,28 e Gn 2,15). L'uomo ha un mandato divino, deve conformarsi al piano di pace e armonia con e nella natura voluto da Dio: a questo piano deve improntare le sue azioni. Si tratta di una indicazione etica. Quanto gli uomini, anche quelli che si proclamano credenti, abbiano seguito questa indicazione finora, è facile da constatare.

Eppure, anche nel Nuovo Testamento, la prospettiva della salvezza è su scala cosmica. Paolo parla dell'ansia della creazione, protesa verso una liberazione futura (Rm,8,18-21). A differenza di Cartesio, Paolo vede e riconosce e afferma la realtà della sofferenza degli animali, la inserisce nella prospettiva salvifica, e la unisce ai grandi temi della riflessione cristiana.
A questo punto, Baricalla affronta la teologia della croce, per ripensare sotto una nuova luce il dolore degli animali. Perché non dovrebbe esserci nessun cristiano cosciente e autentico che rifiuti di affrontare questo cruciale problema. Ma così, non pare essere mai stato. Come se Paolo non avesse scritto che si riuniscono e si riconciliano in Cristo tutte le cose, pacificate col sangue della croce (Ef 1,10; Col 1,16, 19-20). Pensando a questo, Ireneo di Lione (II-III secolo dC), scriverà che "Il Figlio di Dio è stato crocifisso per tutto ciò che esiste, avendo egli tracciato il segno della croce su ogni cosa". Attenzione, perché stiamo per arrivare a un'affermazione cruciale: tramite la salvezza, la croce esprime anche il legame intimo e profondo tra il dolore di Dio e quello delle sue creature. Paolo scrive, perciò "con il sacrificio di Gesù, consumato una volta per tutte, viene definitivamente abolito l'antico rito del sacrificio animale. (!!!) (Eb 7,12-17, 26-27; 9,12-14,28; 10,1-12; Rm 12,1). Paolo riprende e completa  tutte le critiche ai sacrifici già presenti nell'antico testamento: Sal 50,8-14, Is 1,11 e 66; Os 6,6; Am 5,22). Il significato cruciale è, insomma, che il Dio incarnato e creaturizzato, soffre come una vittima innocente, che paga per una colpa non sua. Nella passione, Cristo incarna perciò tutto il creato (innocente del peccato originale, a differenza dell'uomo), e affranca le creature dagli obblighi futuri di sacrificio, strumentale per i soli scopi umani. L'Agnello di Dio è l'immagine resa nelle pagine bibliche, per essere comprensibile ai lettori del tempo, ma l'agnello creatura non deve più subire il sacrificio cruento. La croce è il tramite della liberazione cosmica e in più rappresenta anche una potente indicazione etica: Dio incarnato-Cristo-Agnello divino, ha testimoniato e additato all'uomo il dolore innocente dell'animale. Ogni creatura è degna di vita e Dio fa appello alla compassione degli uomini, nei confronti della sofferenza del creato. (Qui penso: In un rovesciamento vertiginoso di rapporti di forza, Dio diventa supplice verso gli uomini, le sue creature più colpevoli, e allo stesso tempo li carica di una grande responsabilità e riporta gli altri animali alla dignità che spetta a loro fin dalle origini, fin da sempre.  Nella creatura sofferente, il vero cristiano dovrebbe riconoscere Cristo, e comportarsi di conseguenza; dovrebbe ascoltare il grido di dolore che arriva fortissimo dal resto della creazione, tanto più che si tratta di un dolore per la maggior parte provocato da  lui, in totale disconoscimento degli stessi dettati del suo dio). Ormai, l'urgenza che il cristianesimo si decida a prestare maggiore attenzione alle sofferenze degli animali, non può più essere rimandata. 
I teologi cartesiani che invece hanno aderito all'automatismo animale, hanno negato con violenza il messaggio più profondo del loro stesso cristianesimo, causando problemi, inquietudini e dolori che potevano essere evitati e mai accadere.



G.Nicora e A.Massaro, si chiedono se molti dei precetti presenti specialmente nell'Antico Testamento  - anziché essere una permanente parola divina - non siano invece una proposta umana, da collocare nel contesto storico e culturale in cui è stata scritta; quindi mutevole, un escamotage, per così dire, di cui la parola divina si serve per chiedere all'uomo, epoca dopo epoca, una positiva risposta alla sua vocazione.
L'altra faccia della medaglia di questa riflessione è che ogni discorso teologico non può ignorare i dati della scienza e più generalmente culturali dell'epoca in cui il discorso viene ogni volta riaffrontato e impostato. Pertanto, una corretta teologia degli animali e del creato, deve oggi utilizzare tutti gli elementi culturali del nuovo ambiente in cui si trova immersa: una cultura in senso sociologico-antropologico, dove - nello specifico - non si possono più non considerare elementi di nuova empatia e ansia di compassione-difesa, protezione, rispetto, degli altri animali.
Il cammino perciò va dal teocentrismo all'antropocentrismo e alla sua caduta, fino al recupero della condizione originaria - cristocentrica secondo Paolo. Un po' quel che si leggeva anche nel saggio precedente. Qui ci si focalizza sul Libro di Tobia, storia sapienziale-didattica, dove angeli e demoni,  ma soprattutto animali sono presentissimi e attivi compagni di Tobia nelle sue peripezie: il cane, il pesce, i passeri, il capretto, ci rimandano alla visione cosmica presente nella Genesi, dove vediamo come l'uomo perde l'innocenza e la fiducia in Dio, trascinando tutte le creature innocenti (che quindi non hanno dimenticato Dio né hanno perso la fiducia nei suoi confronti, mi viene da pensare): ben due volte l'uomo 'perde' gli altri animali, prima con la cacciata dal Giardino, poi col Diluvio Universale, che è come una seconda creazione. Ma ancora una volta, l'uomo si dimentica (o ignora volutamente?) dei suoi obblighi di alleanza, e sostituisce la visione teocentrica con una (mortifera) visione antropocentrica. Inizia per gli animali innocenti, sottoposti alla malvagità dell'uomo, un cammino di sofferenza che è in corso ancora oggi. (Nell'antico testamento, solo poche prescrizioni, all'interno della religione ebraica, volte a mitigare in parte la sofferenza degli animali).
Quando arriva Gesù, nato in un luogo dove umani e animali condividono gli stessi spazi (come in Tobia), ritorna la speranza per tutta la creazione, altrimenti trascinata nella colpa umana e travolta dalle sue azioni.
Il discorso teologico è assai complesso, ma il paragrafo delle conclusioni è incisivo: il Cristo Pantocrator ricompone l'armonia intraspecifica e infraspecifica, cioè tra umani e tutti gli altri animali, e tra ciascun umano e ciascun animale. Si tratta tuttavia di una ricomposizione per ora solo virtuale: perché possa realizzarsi, seguendo la prospettiva cristiana, la cultura umana deve affrancarsi dall'antropocentrismo nefasto.

Insomma, è vero che le indicazioni - per chi crede - stanno lì, nero su bianco, per una nuova compassione verso gli altri animali. Come si dice in chiesa, anche questa 'è parola di Dio'.
E allora, fedeli cristiani, quanta crudeltà volete ancora non vedere e non sapere, inflitta agli altri animali?

Tristezza. Gioia. Orrore. Speranza 

Così, ecco come ho passato la mia pasqua, tra una coccola e l'altra ai miei cani anziani: provando a pensare a qualcosa da scrivere capace di oltrepassare il muro di crudele indifferenza di quelli che festeggiano dio con la morte degli innocenti.





Per tutti gli agnellini: La risposta è nel vento - Il flash mob a Novara


"The answer my friend, is blowin' in the wind", cantava Bob Dylan
Era la canzone che faceva da colonna sonora al filmato di agnellini scaricati dai camion al macello con le gru e le ruspe, che vidi tantissimissimi anni fa in televisione, e non fui più il bambino di prima.

La giornata di oggi, è quella del massacro avvenuto, ancora, purtroppo, con numeri da spavento. Massacro di vite di bambini impauriti, per le tavole di una tradizione spietata e sanguinaria, antiquata e arcaica.
Molte voci e molti eventi nei giorni scorsi hanno protestato contro questa ecatombe. Sotto forma di campagne, o manifestazioni, o flash mob. Il vento sta cambiando?

Riferisco del flash mob avvenuto a Novara, la città dove sono nato, la città con la quale - volente o nolente - ho la maggior dimestichezza e familiarità, ma anche il maggior disincanto.

Novara, angolo delle Ore, 12 aprile 2014 - flash mob per gli agnelli


"A sostegno della campagna nazionale della LAV, una ventina di attivisti si è ritrovata per comporre ad un fischio una coreografia statica e silenziosa con indosso una maglia bianca, a simbolo del vello candido dei piccoli agnelli, e esponendo cartelloni per sensibilizzare l'opinione dei cittadini. Poco riscontro, molto stupore, tanto gente d'accordo. " 

L'angolo delle Ore, è un luogo storico per i novaresi: in pieno centro, è il luogo all'incrocio tra le due vie che furono il cardo e il decumano delle origini della città; per questo motivo, è carico di simboli, di significati, di storie e di memorie. Mi piace che adesso, in queste storie e memorie, comincino ad apparire anche gli animali - e gli animalisti che li difendono. Mi piace che molte di queste storie e memorie - legate come tutte le memorie, anche a  tradizioni ritenute indiscutibili e intoccabili in quanto tali, e basate sull'oppressione degli umani sugli altri animali - vengano in qualche modo disturbate, destabilizzate, finalmente messe in discussione - e che al loro posto si propongano alternative senza crudeltà, possibilità ricche di empatia, compassione, consapevolezza e attenzione verso gli altri animali che invece normalmente vengono uccisi; di modo che queste alternative, anche belle, colorate, profumate e saporite come i cibi vegan, possano piano piano diventare a loro volta tradizioni, questa volta belle da ricordare, e soppiantare quelle truci e truculente. Mi piace, infine, che la 'passeggiata in centro', rito trito della festa, sia passibile, d'ora in avanti, di 'turbamenti' animalisti: da adesso in poi, per i passeggiatori distratti e svogliati del centro città, ci sarà sempre la possibilità - non così frequente come meriterebbe - di incontrare queste realtà, questi eventi, che hanno lo scopo e la speranza di portare alla consapevolezza tutte le azioni tremende e terribili che si vogliono ignorare e disconoscere e che invece sono troppo presenti e che sono la violenza 'normale' contro gli altrianimali. Mi piace l'eventualità possibile che i novaresi vengano posti di fronte al discorso che racconta l'urgenza di cambiare l'idea che si ha della nostra relazione con gli altri animali, far capire che sono individui vivi e non oggetti da sfruttare e distruggere.


 

sabato 19 aprile 2014

Lucca, al raduno con gli animali disabili

13 aprile 2014 - a Borgo a Mozzano (Lu) ritrovo degli animali disabili

Raduno per noi significa primavera.  Anche quest'anno, ci siamo messi in viaggio per raggiungere Lucca, dove da ormai undici anni, si svolge il raduno AN.DI (cioè ANimali DIsabili), organizzato dalle volontarie delle Piccole Cucce, sul territorio della provincia lucchese.

Stella e Lisa sono due veterane del Raduno, mentre per Chicco era la prima volta. Ogni volta, il viaggio, l'avventura, è diversa dalle precedenti. Siamo diversi noi che ci andiamo (anche solo per il fatto che siamo più vecchi di un anno, e in quell'anno, quante e quali cose abbiamo vissuto?);  sono diverse le persone che possiamo incontrare: alcune le ritroviamo, altre le conosciamo per la prima volta, insieme coi loro animali.
I cani che arrivano al raduno, sul prato ombreggiato di Borgo a Mozzano, sono tutti - o quasi - in qualche modo disabili. La disabilità, infatti, può significare molte cose, può essere nel fisico - visibile, riscontrabile,  come una paralisi o l'avere tre zampe - oppure può essere nella mente, nel cervello, nei comportamenti - ci sono cose come epilessia, le ansie da abbandono. Va detto che il concetto di disabilità si è modificato nel tempo - e magari ci torneremo - e che si tratta di un continuum, senza cesure nette, dunque, con la cosiddetta 'normalità'. 
Lascio per ora in sottofondo le riflessioni legate al concetto di  'norma' (con le questioni del controllo e della medicalizzazione a far da corollario). Voglio solo dire che la sfida di convivere e condividere le esperienze dei propri giorni con altranimali disabili, può aprirci grandi orizzonti - proprio mentre si affrontano le 'chiusure' date dall'handicap nelle sue varie forme - verso diverse soluzioni e risposte di vita. Ne avevamo parlato con Valeria Del Carlo, che da tanti anni si occupa degli animali disabili. E conto di tornare a ragionarci. Ma intanto, spazio al racconto di questa giornata.

Nel pomeriggio del raduno, tutte le parole e le teorie, lasciano lo spazio ai nasi, agli occhi e agli abbai dei tanti cani presenti. Ci sono quelli anziani che procedono adagio o si fermano all'ombra a riposare; ci sono i giovanotti col carrellino che corrono senza fermarsi e vogliono annusare tutti gli umani e tutti i cani; ci sono i cuccioli che scoprono il mondo e ci sono i timidi che si sforzano di alleggerirsi dalle loro insicurezze e portano il loro naso in giro.
Quest'anno, il tempo, solitamente nuvoloso o piovoso,  ci ha assistito, e la pioggia ha spruzzato il Campo Cukke solo per una qundicina di minuti, e in modo molto leggero. Poi, è spuntato il sole per tutto il resto di un fresco pomeriggio. E i cani si sono divertiti tantissimo. Per alcuni di loro, era un'esperienza da ricordare poi al ritorno nel loro box di canile, ancora ad attendere una famiglia che li adotti per la vita. Le volontarie di Piccole Cucce, infatti, aiutano anche i cani di due rifugi della zona, a  Diecimo e a Pontetetto, frazione di Lucca. Il raduno è l'occasione per alcuni di loro di farsi vedere in società, per tentare la fortuna.

in canile dopo un incidente d'auto, a causa del quale deve portare un tutore alla zampa anteriore destra


il canile per un anziano è una fatica anche più grande...

in canile già da cucciiolo, perché nato con le zampe deformate

Ad altri cani, negli anni passati, il raduno ha portato bene, chissà che non sia così anche per loro.

Nel pomeriggio del raduno - che è una festa, pensata per non aver più soggezione della disabilità - c'è anche una 'sfilata' dei cani: si tratta di un gioco, per conoscersi meglio, uno spunto per guardarsi e farsi guardare più da vicino, da occhi che sono sempre amichevoli, e in una situazione che è sempre di grande rilassatezza e libertà. 

Quello che negli anni ho notato, è che i cani, sempre, vivono queste ore con totale pienezza di sensazioni, si dimenticano dei loro problemi e si 'lanciano' (in certi casi, nel vero senso della parola) a fare nuove esperienze e scoperte. 
Agli umani che sono con loro, che sono loro accompagnatori e amici (e complici, perché no? ci vuole coraggiosa complicità a convivere con un disabile e a portarselo dietro, mentre tutti, molti, anche quelli che pensano di essere attenti e rispettosi, trovano più spesso che no, da ridire  - da ridEre -  da commiserare), tocca star loro dietro, e adeguarsi: non a procedere adagio o rimanere fermi, ma - al contrario - a correre e andare oltre. I cani disabili, insomma, ci sollecitano con grande fisicità: a ciascuno di loro, siamo portati a dare risposte diverse, su misura delle richieste - quali che siano e per come vengono fatte: attenzione, gioco, sicurezza, conforto e ancora altre.

Campo Cukke, Borgo a Mozzano (Lu), 13 aprile 2014


La giornata, la sfilata, sono un evento che racconta la disabilità, nel modo più spontaneo della festa. Visto che siamo su un prato è quasi un pic nic, una gita, e i cani colgono immediatamente questa realtà. Corrono e si rincorrono, si annusano, si abbaiano, si appisolano tra l'erba, si guardano in giro. La personalità di ciascuno è spiccata e unica. Come la loro disabilità e la loro strategia per viverla.
Forse, il problema se accettarla o meno, la disabilità,  per loro non è nemmeno reale: il loro corpo si trasforma e diventa 'menomato', e loro continuano a viverlo, affrontano le difficoltà che sicuramente si presentano nei primi periodi dopo il cambiamento delle loro capacità e caratteristiche fisiche e trovano nuovi modi di muoversi e di esprimersi.










giovedì 10 aprile 2014

Altre campagne per gli Agnelli sacrificati a Pasqua

A Bologna, manifesto di Animal Amnesty



Campagna ENPA

Questi sono altri due manifesti di altre campagne pasquali per far arrivare il messaggio del valore della vita degli agnelli. Il secondo, è una campagna ENPA che ha già qualche anno. La prima inmagine, invece, ritrae un manifesto di Animal Amnesty, e non è chiaro se sia una campagna 2014 o di qualche anno fa e ripetuta anche quest'anno.

Entrano in gioco altre strategie: si chiama in causa direttamente la religione cristiana, che ha trasformato l'immagine dell'agnello di Dio (Gesù Cristo che si sacrifica per il genere umano) in sostanza concreta e pulsante di vite interrotte per ossequio al rito. Al momento, lo scopo del post è solo quello di rendere documentazione di queste due immagini, ma spero di ritornare sull'argomento cruciale poco sopra accennato, cioè di come si può leggere il messaggio lasciato da Gesù. Rimane un dato di fatto che finora è stato sempre tramandato dall'ufficialità della chiesa in modo molto sfavorevole per gli altri animali - vale a dire, con un netto antropocentrismo, del tutto privo di empatia.

Da notare, come nel comunicato ENPA sul sito ufficiale si legga: "In particolare, l'Enpa si appella a Papa Francesco affinché anche in tale circostanza si faccia portatore di un messaggio d'amore, invocando un atto di clemenza per questi poveri animali e sottraendoli così alla loro condanna.".  Un appello che fa eco alle 'lettere aperte' che si possono trovare, scritte davvero col cuore da attivisti animalisti di loro spontanea iniziativa - attivisti cattolici, forse (?), che sperano di poter finalmente unire la loro religiosità con il rispetto per gli animali, grazie alla impressione che gli ha dato l'arrivo di papa Francesco, potenzialmente foriero di molti cambiamenti - ma quanto questi cambiamenti saranno davvero efficaci per superare la barriere dello specismo?

Sono immagini - in ogni caso - a parer mio con un registro alternativo e parallelo a quelle di OIPA e di animalequality.Le strategie hanno lo scopo comune della salvezza per gli agnelli, e cercano di raggiungerlo con strade simili ma differenti.

M'ama - mi mangia: campagna OIPA con Luca Spennacchio

Fonte: OIPA


Proseguo con un altro modo di declinare il bisogno di nuove consapevolezze, in relazione agli agnelli, soggetti principali da difendere, ogni anno, a Pasqua. Non solo: nuove consapevolezze in merito al rapporto umano di generalizzata oppressione nei confronti degli altri animali. Sono tanti i modi per provare a salvare un agnello.
 La campagna OIPA è articolata e dettagliata, e si avvale delle belle foto di Luca Spennacchio, occhio speciale e instancabile per guardare agli altrianimali. 

Linea 3 Gialla, Dergano M3 Milano, 2014 - foto di Oriana Zago

Metropolitana stazione Termini, Roma

 

La Campagna di Pasqua dell’OIPA è a Milano con 100 affissioni nelle fermate delle linee della Metro; è  a Roma con 187 affissioni in tutte le fermate delle due linee della metropolitana.  Far riflettere sull’amore riservato agli animali d’affezione e al tragico destino riservato invece agli animali considerati solo per scopo alimentare, si può attuare finalmente chiamando i passanti a mettere in gioco le proprie capacità cognitive, a specchiarsi in una contraddizione così enorme da essere diventata invisibile, indiscussa. 
Ecco in queste foto, l'esposizione del dato di fatto, con un sottotesto di pensiero che potrebbe partire da Melanie Joy e che rende il messaggio netto e chiaro, semplice da leggere - semplice anche da accettare? è una sfida, infatti, posta senza infingimenti, all'ottundimento della sensibilità che ormai non viene nemmeno più percepita da chi la (soprav)vive. Per raccogliere la sfida e accogliere le nuove vite che finalmente ci appariranno - quelle degli agnelli - occorre coraggio: quel tipo di coraggio che è capace di rifiutare ciò che viene considerato da tutti normale e che invece è violenza e orrore. 
Coraggio consapevole: del fatto che decidere di non far uccidere più agnellini strappati alle loro disperate mamme, è solo il primo passo, che nasce in cucina, magari, ma che deve uscire anche da casa e diventare nuova abitudine di vita, di modo che essere vegani non sia solo una moda salutistica o passeggera, ma una nuova capacità di stare accanto a, e insieme con, gli altri animali - basando questa convivenza-rapporto-relazione-coabitazione - su azioni senza violenza - al limite, delle non-azioni quasi zen.

Ogni anno in Italia sono circa 4 milioni gli agnelli uccisi, cuccioli di circa due mesi di vita, separati forzatamente dalle loro madri, maltrattati, marchiati e trasportati verso una fine crudele e violenta. Circa 800.000 muoiono esclusivamente nel periodo di Pasqua. (fonte OIPA)

A pasqua salva un Agnello

Bau, dice Chicco

Quando i selfie sono intelligenti, potrebbe essere il sottotitolo di questa campagna, lanciata per il secondo anno da animalequality 
La campagna funziona bene, e infatti io sono solo l'ultimo di una serie di amici e animalisti che vi hanno aderito e continuano a farlo. (Chiaramente, perché gli animalisti sono 'ideologizzati').
La campagna per chi non può difendersi, si autopromuove, coinvolge la voglia di fare e di comunicare, per rompere il muro opaco delle indifferenze crudeli e complici, usando sorrisi, bellezza, colori e tanta voglia di mettersi nei panni dell'altro-più-indifeso: per salvarlo.

Agnelli? No: "capi commercializzati"

l'agnello è un bambino indifeso che ha bisogno delle cure della sua mamma

Certe volte càpita - magari mentre sei circondato dalle valige alla vigilia della partenza per Lucca (e la destinazione ha qualcosa a che fare di sicuro), per esempio - che i post si scrivano da sé. Tutto (de)merito dei social forum, o per dirla senza veli, Facebook. Perché quando ti capitano certi link condivisi e ricondivisi nel circuito dei tuoi contatti animalsti, che sotto il periodo pasquale diventano molto attenti, non puoi non trasformarli in un post, a eterna e imperitura memoria della vergogna e insensibilità umana.
Ti vengono in mente tutte le letture sulla decostruzione del meccanismo sociale diffuso della rimozione della crudeltà agita contro gli altri animali -  dal referente assente alla 'guerra della pietà' - e allora, una volta di più, pensi che si tratti proprio di una questione di capovolgimento della prospettiva del sentire etico. In parole povere: finche ci sarà spazio per articoli come quello che hai letto, dove stanno insieme senza fatica nella stessa frase, responsabilizzazioni inaudite verso gli animalisti che causano la crisi delle vendite; e percentuali sul calo del venduto dei capi immessi sul mercato, sarà chiaro segnale che per la sorte degli agnelli ci sarà ancora molto da fare, da lavorare e da rielaborare.

Ma leggiamo alcuni brani:
"Per le festa venduto circa il 25% della produzione annuale. Ma i prezzi pagati agli allevatori sono in calo
Pasqua: la crisi colpisce anche il mercato toscano degli agnelli (-15%). La Cia Toscana contro le associazioni animaliste: «Speculano sulla pelle degli allevatori  (
sic! NdB) per falsi scopi ideologici. E’ l’ora di finirla». La crisi dei consumi colpisce anche il mercato degli agnelli in Toscana. Nel periodo prepasquale 2013 – sottolinea la Cia Toscana – si è registrato un calo dei capi commercializzati del 15% rispetto allo stesso periodo dello scorso. Secondo i dati forniti da Atpz (Associazione toscana produttori zootecnici) infatti, l’associazione ha immesso nel mercato circa 2.600 agnelli, contro i circa 3.000 capi del 2012. «Fra le cause principali – commenta il presidente di Cia Toscana Giordano Pascucci – sicuramente la crisi dei consumi (che per questa Pasqua si attesterà al -7%) e anche il calendario, visto che è una Pasqua che cade a marzo, ed accorcia il periodo di vendite di una decina di giorni». Ed anche i prezzi pagati agli allevatori sono in ribasso del 10-15% rispetto allo scorso anno: 1 kg di agnello viene venduto dai 3,80 euro/kg a 4,40 €/kg. Un mercato che vive nel periodo pasquale il momento migliore, e fa respirare un po’ gli allevatori toscani, che, però, oltre che con la crisi, devono fare i conti con assurde campagne mediatiche di associazioni animaliste che invitano a non acquistare gli agnelli: «E’ l’ora di finirla con queste invenzioni da parte delle associazioni animaliste, che ogni anno – commenta il presidente di Cia Grosseto Enrico Rabazzi – invitano i consumatori a non mangiare carne di agnello, per chissà quale scopo che solo in apparenza è ideologico. Si gioca sulla pelle e sull’economia di migliaia di aziende zootecniche italiane e toscane che sono già alle prese con una crisi di mercato e di consumi – oltre che con i crescenti costi di produzione - che dura da ormai troppi anni. Nel periodo della Pasqua i nostri allevatori vendono circa il 20-25% dei capi dell’intera produzione annuale, riuscendo a strappare prezzi migliori di 1 euro al kg rispetto al resto dell’anno. E c’è chi tutto questo fa finta di non ricordarlo e specula sul futuro degli agricoltori». "

Ho riportato il lungo brano - che risale tuttavia al periodo pre-pasquale 2013, c'è quindi da augurarsi che il trend in calo sia proseguito anche quest'anno - senza toccare una virgola, solo le sottlineature sono mie. Sono frasi che si commentano da sole?
Sì e no. A parte un certo effetto disorientante di una frase che adombra animalisti che speculano 'sulla pelle' degli allevatori - in un totale e vertiginoso scambio tra vittime e carnefici. Perciò, vale la pena osservare come 'gli agnelli' siano un gigantesco corpo indefferenziato di carne da vendere, nel quale ciascuno singolo agnellino NON è un bambino strappato a una mamma, ma solo un 'pezzo'. Non serve ricordare gli esempi storici dell'uso di parole come 'pezzo' o 'carico', quando si ha a che fare con situazioni di sfruttamento e uccisione su larga scala di umani verso umani, con i più svariati 'motivi ideologici' razziali, religiosi, etnici (per non parlare delle oppressioni doppie e incrociate, quando ad appartenere alla religione-razza-etnia 'sbagliata' sono le donne o gli omosessuali, per esempio). Degli agnelli si parla in termini di migliaia o di prezzi al peso, di 'costi di produzione (!)'. Gli agnelli vengono immessi (come se venissero iniettati, talmente sono percepiti come massa indifferenziata) sul mercato (questa entità collettiva-acefala e onnivora) per sfamare gli allevatori...
Ma, per colpa degli animalisti, il circuito di produzione-immissione-vendita-profitto viene disturbato: coi loro inspiegabili capricci che ogni anno si ostinano a ripetere, gli animalisti cercano di convincere i buoni cittadini a non acquistare più 'carne' di agnello per la 'festa'. Quali mai saranno i loro sotterranei scopi autentici, mascherati da ideologia? (quale ideologia? gli animalisti fanno appello alla compassione e alla empatia...). Ai poster(i), la sentenza. Intanto, che i buoni cittadini si mettano una mano sulla coscienza, e non mandino sul lastrico migliaia di onesti lavoratori, allevatori e macellatori, che ogni anno contano sull'ecatombe degli agnelli per tirare a campare. Alla faccia dell'antispecismo debole.

(Per fortuna, gli animalisti che come me non vogliono trovare brutte sorprese nell'uovo (di cioccolato fondente), si sanno organizzare, e le iniziative pro agnelli sono molte ogni anno. Una è questa.  Ci ritorno su...).

domenica 6 aprile 2014

L'estate della collina

La copertina del libro

Se siete animali che respirate per vivere, mentre leggerete le pagine di questo libro, vi accorgerete che forse potreste respirare meglio di come già fate.
Ve ne accorgerete perché la lettura stessa delle parole in queste pagine - il modo in cui si srotolano, insieme alla vita che raccontano - vi indurrà a un respiro più lento e profondo. Vedrete da voi stessi quanto invece siamo obbligati a un respiro corto e affannoso nella fretta di tutti i giorni.  E desidererete invece di poter respirare sempre al ritmo della vostra natura essenziale di viventi.

E' un libro che secondo me si può leggere in due modi. Piccola prermessa: le storie raccolte sono frutto di anni di sguardi e di giornate in luoghi dove l'uomo è una creatura immaginaria. Lo dice Baker stesso, prima di iniziare: "In questo libro sull'estate inglese non mi sono limitato a riportare le esperienze di un'unica stagione. Nella mia descrizione di dodici paesaggi diversi confluiscono i ricordi di molti anni".

Il primo modo è quello consueto: si apre il libro e si comincia a leggere, arrivando piano piano fino alla ultima pagina. (Ma non dimenticate di leggere la postfazione del traduttore Salvatore Romano, che vi inviterà a pe(n)sare meglio le sfumature delle parole). Cioè: in qualsiasi momento dell'anno, lo leggete come un libro di racconti (e se lo fate di inverno, garantito che vi riaffioreranno le sensazioni odorose e tattili dell'estate).

Il secondo modo è quella di iniziare ad aprire il libro in aprile, e arrivare alla fine per chiuderlo, in settembre. Cioè: poiché i racconti iniziano nel mese di aprile e terminano nel mese di settembre, il primo finesettimana di aprile, fate una gita fuori città, portate con voi i cani, oppure salite in sella alla moto e andate lontano, col libro con voi. Vi scegliete un posto al riparo da troppi umani e ... leggete. Un po' di aprile oggi, un altro po' il prossimo fine settimana. 
A maggio fate la stessa cosa col mese di maggio
A giugno fate una lettura uguale del mese di giugno
A luglio fate la stessa cosa col mese di luglio
In agosto - col suo caldo - vi rinfrescate con la lettura del mese di agosto
A settembre, assaporate l'autunno imminente leggendo le pagine del mese di settembre.

Io, per ora, l'ho letto nel primo modo, ma cercando di fare un po' come col secondo modo (non ci sono riuscito, perché avevo iniziato tardi, già in luglio).
Adesso siamo in aprile: indovinate come ricomincerò a leggerlo ora? (e già, perché, c'è un terzo modo, ed è di rileggerlo ogni anno).

"Era meraviglioso pensare che un frammento di vita così minuscolo potesse volare nella più completa oscurità, sotto la pioggia battente, cantando in modo così bello e preciso per nessuno a nessuno, senza nessun motivo: solo per continuare a essere se stesso". (p.59)

(le frasi che ho sottolineato - ce ne sono molte altre - ma non ve le scrivo tutte qui, sarebbe come guastarvi le emozioni delle pagine lette da voi).

L'ESTATE DELLA COLLINA
JOHN ALEC BAKER – TRAD DI SALVATORE ROMANO 
2008 – GEA SCHIRO' EDITORE – PALERMO – P.175 - € 16.00

giovedì 3 aprile 2014

11° Raduno An.Di 2014: la data (1)

Clicca su Piccole Cucce

Con la locandina ufficiale del Raduno, inizia il conto alla rovescia per questo appuntamento annuale, molto atteso dalle persone che hanno a cuore la disabilità animale, e vivono con uno o più animali disabili.

Tutti quanti sono attesi per Domenica 13 aprile, dalle ore 10 alle ore 18, al Campo Cukke, a Borgo a Mozzano (LU).

Il Raduno AN(imali) DI(sabili) di Piccole Cucce si definisce "Meeting sulla disabilità animale": nel corso della giornata, sotto gli alberi del campo, ci sarà la mostra canina meticcia e l'esposizione lavori dei bambini delle scuole.

Io sto già preparando le valige, le mie e quelle di Stella, Lisa e Chicco: questo per me è il settimo anno consecutivo, si tratta di una consuetudine, ed è un po' come tornare a casa. La disabilità degli animali è ancora qualcosa di complesso nei cuori e nelle menti delle persone. Disabilità significa anche età avanzata, significa bisogno di cure e di affetto, significa - l'ho scoperto da poco - anche ansia da abbandono (è una disabilità del carattere e del comportamento, è una fragilità). Se vivi vicino a un animale disabile, devi ripensare tutti gli aspetti della tua giornata, devi cambiare tante abitudini della tua vita, devi spostare il tuo centro di attenzione da un 'io' a un 'noi', devi imparare a metterti nella pelle e nel corpo di qualcun altro, e devi imparare tante cose che prima nemmeno conoscevi e che non pensavi di essere capace di fare.

Il giorno del raduno, quindi,  è il momento ideale per fare il punto della situazione, per incontrare e conoscere nuove persone; è anche - e soprattutto  - una festa, un gioco e una gioia. Per questo, non vedo l'ora di essere a Lucca anche quest'anno...
(1-continua) 

martedì 1 aprile 2014

FRUIT NINJA e Babel Fish: il futuro sfida i vegani (e i carnisti)



L'arcade per cellulari Fruit Ninja - conosciuto come Fruit Ninja HD nella versione per iPad e Fruit Ninja THD nella versione per Android - è un videogioco sviluppato dalla Halfbrick Studios. Quando lo lanciarono, nel 2010, non si aspettavano il clamore che avrebbe suscitato nell'universo Veg, dove è stato messo al centro di una accesissima diatriba, che ha spaccato in due i vegani di mezza Europa.
In Fruit Ninja, il giocatore deve affettare della frutta che viene lanciata in aria, colpendo il touchscreen del dispositivo con un dito. Ci sono varie modalità di gioco: Classica: la prima modalità di gioco, l'originale; Arcade: durata 60 secondi, l'obiettivo è battere il record.; Zen: durata 90 secondi, nessuna bomba e nessuna vita; Multigiocatore: permette a due giocatori di giocare sullo stesso dispositivo (aggiunta con l'aggiornamento pubblicato nel giugno 2013) .

Quali i motivi del vero e proprio shock culturale che ha sconvolto la cultura Veg? Facile a intuirsi: l'azione di affettare con rapidità irriflessiva, quanta più frutta possibile. Un'azione che per alcuni è una vera e propria istigazione alla violenza, nei confronti sia di verdura e frutta (i fruttariani e i crudisti sono i più preoccupati) sia, successivamente e con un salto logico-pratico preoccupante, gli stessi vegani, che si nutrono con queste frutte; per altri invece – i gruppi più convinti nel valore di azioni di protesta e dimostrazione delle realtà oscurate di violenza verso gli animali – potrebbe rappresentare una catarsi che porterebbe, attraverso un cortocircuito cognitivo-semantico, alla conversione moltissimi carnisti, convincendoli finalmente a rigettare le logiche di violenza nelle quali hanno inconsapevolmente vissuto finora.
Il dibattito è ancora aperto, ma non pare prossimo alla conclusione.





E un'altra sfida – per altro probabilmente positiva – proviene dalla stessa zoologia, con la notizia della scoperta dell'esistenza reale del 'pesceBabele', conosciuto anche come 'pesce babilonese' o 'pesce turrito'. Ha la morfologia di un piccolo pesce giallo, dotato sia di polmoni che di branchie, in grado quindi di respirare sia sott'acqua che in atmosfera di ossigeno, per periodi della durata indefinita. Gli studiosi hanno scoperto che, quando un pesce Babele viene inserito nel condotto uditivo, permette di comprendere istantaneamente quanto viene detto in qualsiasi lingua dell'universo. L'ipotesi è che si nutra dell'energia mentale utilizzata per comporre una frase, espellendo sotto forma di escrementi matrici linguistiche in una forma che permette di comprendere quanto viene detto. Le metodologie di ricerca per verificare questa ipotesi sono orientate verso sistemi del tutto non invasivi, ricorrendo cioè all'aiuto dei pesci stessi, facendo in modo che si possa dialogare con loro, dopo che il ricercatore si è  inserito nell'orecchio un individuo rappresentante di questa nuova fantastica specie. Gli scienziati sono concordi nel ritenere che il dialogo con la mediazione dell'interprete, sia più efficace se i due pesci coinvolti appartengono alla stessa covata, quindi se sono – di fatto – parenti. Il nome di questo pesce, che vive in alcune aree acquatiche di sperdute barriere coralline, deriva dalla biblica Torre di Babele, durante la cui costruzione, secondo il racconto biblico, gli uomini parlavano tutti la medesima lingua.
Per gli animalisti e gli antispecisti si aprono nuove speranze, quindi: sia per l'innegabile intelligenza del pesce, facoltà che dunque non è più monopolio dell'homo sapens, che per la possibilità di farsi aiutare da lui per riuscire finalmente a dialogare con la maggioranza degli umani, notoriamente specisti e perciò su un piano epistemologico assolutamente 'altro' : in termini semplici, non ci si intende nemmeno sul significato delle parole. La traduzione fisiologica ad opera del pescebabele, potrebbe quindi aprire molte porte aperte.

Fotofinish: zoomafia

Fonte: Internet, a disposizione per segnalazione credits

Sulle pagine di VEGAGENDA 2014, scrive Ciro Troiano (responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV) che "è paradossale come questo mutamento [quello introdotto dalla  L.189/2004, N.d.B.] sia stato colto prima negli ambienti criminali che in quelli animalisti [...]".
Racconta, poco sotto, il caso di una intercettazione telefonica  della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (di cui Troiano era consulente), nell'ambito dell'operazione 'Fox', nella quale due pregiudicati coinvolti nei combattimenti tra cani e scommesse clandestine, successivamente arrestati, "manifestavano una sentita preoccupazione per l'entrata in vigore della nuova normativa".
Continua più avanti, Troiano, scrivendo che "da quel giorno la fenomenologia dei combattimenti è cambiata, è iniziata la strategia dell'immersione, si è affinato il modus operandi, sono mutati gli scenari". Poche righe dopo: "Il fenomeno zoomafioso è multiforme, si innesta in ambiti diversi e coinvolge animali di tutte le specie, e per contrastarlo occorrono strategie investigative innovative".

Alla zoomafia si ispira questo libriccino, intitolato "Fotofinish", scritto a sei mani da tre giornalisti che vivono e lavorano a Palermo.
Il libro è piccolo nelle dimensioni, ma ancor più intenso nei contenuti. Si legge d'un fiato, con sentimenti contrastanti ed emozioni che si alternano: adotta infatti i ritmi e gli stili di molti 'gialli' e thriller contemporanei, che immergono il lettore nella realtà criminale, col suo gergo, le sue usanze, le sue ferocie. Per inciso, quando Troiano, sempre in VEGAGENDA, riporta le battute dei due pregiudicati, si ritaglia, quasi, e ci concede, un frammento di simil-thriller: "Ora dobbiamo stare attenti, stanno facendo sul serio" (sembra di sentirli, io me li immagino in qualche stanza clandestina dei combattimenti, in un pulviscolo sospeso di polveri calcinate dal sole).
A proposito delle strategie investigative innovative, Troiano non può scrivere nulla (lo spazio in una agenda è ridottissimo, permette solo l'accenno all'esistenza di un problema). Alcune organizzazioni antimafia, effettivamente, hanno messo in essere delle strategie innovative di lotta alla mafia, mi viene quindi la curiosità di scoprire se possono essere adottate anche per contrastare la zoomafia, e se di questo problema, le organizzazioni antimafia, si occupano o lo lasciano ai margini.

Queste considerazioni, che magari meritano approfondimenti, sfociano dalla lettura dei tre racconti nel libro.
Tre 'prese dirette' di crimini in svolgimento, dove le vittime sono specialmente i cavalli, coinvolti e sfruttati nelle corse clandestine, legate alle scommesse. E sono anche alcuni umani, a riprova che la logica oppressiva e violenta a suo modo non fa distinzioni tra diverse debolezze o marginalità: gli individui marginali e fatti oggetto di violenza, sono indifferentemente cavalli, ragazzi, minorati, derelitti. Ogni volta che, per qualsiasi motivo, diventano di ostacolo al tranquillo proseguire del business imperniato sullo sfruttamento spietato, vengono uccisi.

Nel primo racconto di Giacomo Cacciatore, ci sono una cavalla, chiamata Passione, un fantino tredicenne, un cavallaro fallito soprannominato Scaduto, e Lo Nigro, il padrone mafioso.
Se il ragazzino è ancora coraggioso di ideali e di passioni e quasi non si rende conto di dove si trova, Scaduto è invece all'ultimo stadio di un'abiezione di una vita fallita e spesa in mezzo all'ambiente delle corse clandestine, dove i cavalli si devono 'stancare', dove si usano le medicine e le droghe, dove ai cavalli lenti e non redditizi, i cavalli troppo deboli o debilitati o vecchi, che 'fanno i capricci' perché hanno paura e si ribellano alla violenza, si spara un colpo di fucile quando passa 'il camion grosso' che copre il rumore. Lo Nigro esordisce gridando "Saluti appassionati ai cavaddi mosci e ai cavaddi sbrugghiadi", sembra gioviale, conosce solo quello che gli serve sapere per il suo business, distribuisce droghe, ordini e punizioni con un unico scopo, sembra buffo e invece è violento, crudele e spietato. Solo Passione rimane pura dall'inizio alla fine, vittima annunciata in una situazione che non ha nessuna via di uscita. Passione ama il ragazzo, perché "profuma di dolcezza che svapora", ma nel suo mondo che si è ridotto a un cerchio di fango e a fieno vecchio e puzzolente, non c'è spazio per la dolcezza di viversi insieme perché ci si è incontrati e scelti. Alla fine, dopo che il mondo ti si è rovesciato addosso, non ti rimane che un fotofinish stampato al contrario.

Nel racconto di Gery Palazzotto, ancora un triangolo umano, ancora un cavallo al suo centro, incolpevole causa di ogni successivo drammatico sviluppo, fino alla tragedia, ancora un giovane che brama la fine della violenza vile e mafiosa e si ribella, con coraggio, persino al padre, il quale sembra capace di nascondere addirittura a se stesso l'ipocrisia viscida e avida dei suoi comportamenti. Tradimenti, bugie, maschilismo, sotterfugi, vendette, e una presa di coscienza sull'onda dell'amore: "le corse clandestine di cavalli sono contro la legge, papà. La violenza sugli animali è contro la legge, papà. La mafia, che gestisce queste scommesse, è contro la legge, papà. Tu sei contro la legge, io sono contro di te, papà".

Il terzo racconto, di Valentina Gebbia, sembra parafrasare nel titolo il romanzo di Philip Dick che ispirò Blade Runner ("Gli androidi sognano pecore elettriche?"), ma in questo caso la domanda: "Anche i cavalli sognano?", non è un nonsense, una discontinuità linguistica pensata per disorientare e riorientare l'attenzione del lettore. Si tratta infatti del pensiero del primo dei due protagonisti, il giovane umano di nome Angelo, la cui capacità di comprendere la realtà è limitata, la sua mente è quella di un bambino. Angelo non è capace di vedere le brutture di quelli che si chiamano adulti, ma sa sognare e credere in un mondo privo di ogni cattiveria, anche se non è capace di agire per farlo diventare realtà.  L'altro protagonista è il cavallo, il bellissimo Re Ruggero, che viene rapito per gareggiare nei circuiti clandestini controllati dalla mafia. Come in un racconto di London, entriamo nei pensieri e nel cuore di Re Ruggero, in alcuni dei passaggi più belli di tutto il libro, dove finalmente si intravede un consapevole tentativo di empatizzare col punto di vista del cavallo. Re Ruggero affronta con coraggio le gare, le ferite, il dolore, la fatica, in cuor suo non dimentica mai il suo Angelo, al quale è legato da grande profondo affetto. Angelo gli manca, ne ha nostalgia, gli mancano le sue carezze: "Se si concentrava sulla brezza leggera e guardava i ritagli di cielo da sotto le fronde, poteva credere di essere ancora tra gli alberi del giardino di Angelo". E poi: "Angelo non gli pesava mai sulla schiena. Nelle lunghe passeggiate insieme, loro erano un corpo solo che si muoveva in armonia. E come erano delicate le carezze di Angelo... Immaginò che le sua mani passassero come un balsamo sulle bruciature che sentiva, sul muso che gli doleva tanto da togliergli la fame, sul fianco, sul collo che doveva muovere piano per non sentire troppo dolore. Chissà se Angelo sapeva di lui, chissà perché quegli individui lo avevano portato via da casa sua. Uno di loro lo conosceva già. Lo conosceva bene. Era l'uomo che portava la paglia, che si occupava di lui e puliva la stalla. Sembrava un amico del suo cavaliere. Forse per questa ragione Angelo non era accorso al nitrito, a quel richiamo che gli aveva lanciato mentre lo portavano via. Ma forse questa era la sorte di tutte le bestie: crescere e poi correre e poi morire, un giorno". La morte aleggia ovunque, davanti agli occhi di Angelo, che non la riconosce e la scambia per qualche cosa di altro di gentile e premuroso verso i cavalli vecchietti che non corrono più; aleggia al naso e alla memoria di Re Ruggero, che va incontro al suo destino col cuore che gli scoppia di gioia. Il destino dei due innocenti scorre adesso parallelo, e si riunifica solo alla fine. Un finale 'bello', in un certo senso (se bellezza a volte può far rima con amarezza), ma non lieto, né giusto.

Nei racconti, l'invenzione getta luce su realtà crude e crudeli, su droghe e fruste e scommesse e ricatti e violenze; su corpi feriti e violentati, su esecuzioni. Lo fa meglio di ogni statistica.
Dopo i racconti, tuttavia, vengono esposti anche i fatti, con una breve postfazione di Antonio Pergolizzi, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. "Le corse clandestine di cavalli sono l'ultima frontiera dell'ecomafia". Un affare dai fatturati impressionanti, gestito dalle organizzazioni criminali più efferate, e condotto sulla pelle dei cavalli, con continue sevizie e maltrattamenti di ogni genere. Scommesse, doping, macellazioni clandestine, "un vero e proprio 'ciclo illegale del cavallo'", così lo definisce Pergolizzi, che più oltre scrive che "sull'affare dei cavalli si stringono alleanze strategiche fra organizzazioni criminali normalmente in conflitto tra loro".
 


Copertina del libro "Fotofinish", Einaudi

FOTOFINSH
GIACOMO CACCIATORE
VALENTINA GEBBIA
GERY PALAZZOTTO
2011, GIULIO EINAUDI EDITORE, TORINO
PAG.135, € 10.00