giovedì 25 giugno 2015

Il canto dell'usignolo







  1. Ih, ih, ih, ih, ih! Var de vi? De var vi!
    Vi var de! Voj, oj, oj, oj, oj, oj!
    Titta, lullan, lull-lull-lull-lull-lull-var de vi?
    Ihih! Titta! lullan; den girar, arrrrrrrrrrr-itz!
    Lull-lull-lull-lull-lull-lull! Var de di? Titta!
    Sir'u, sir'u, sir'u, sir'u?
    Dadda! - Dadda! Sjatt, sjatt, sjatt, sjatt, sir'u, sir’u ?
    Nappen; napp, app, app, app, app, app!
    Vit, vit, vit, vit, vit, vit, sir'u lillan!
    Tut, tut, tut, tut, tut, tut, sat'n, sat'n, sa t'n si !
    Lip, lip, lip, lip, lip, lip, ih!
    Sa, sa, sa, na, na, na, sa, sa, sa, na!
    Ji, jih, guh, guh, guh, guh, gu'hjalp, dadda aitsch!

    (Il canto dell'usignolo, August Strindberg)



















    Grazie  Santa, del blog LA SANTA FURIOSA, faccio a mia volta questo 'regalo' a chi ama leggere di tanto in tanto i post di questo blog.
    Ne nasce una idea: cerchiamo, cercate insieme a me, per pubblicarle, le poesie, scritte da poeti nel corso dei secoli e lungo i continenti e i paesi, che come questa ci dicono la voce degli altri animali!
    Non è pensata, questa idea, come un esercizio di virtuosismo culturale erudito poetico, ma come una scoperta, da fare tutti insieme, delle voci degli animali. Chiaro è che chiounque, se lo desidera, può scrivere anche poesie sue proprie. !

lunedì 22 giugno 2015

Haiku animali (reboot)

Fonte: Pinterest . From : DeviantArt

Scrivo Haiku da molti anni...

Ho incontrato questa poesia molti anni fa, a sorpresa, in un romanzo di fantascienza molto particolare. Era "Le maree di Kithrup" , scritto da David Brin. Me lo ricordo come una specie di Impero colpisce ancora versione cartacea e molto più estremo e avveniristico. Se mai lo rileggerò (perché si trova ancora tra i miei libri), chissà quali impressio ne ricaverò. 
Per il momento, mi basta ricordarlo perché tra i suoi protagonisti c'erano i delfini, diventati piloti interstellari che insieme agli umani esplorano gli spazi galattici. Ebbene, questi delfini, parlavamo tra loro. E con gli umani, usando una lingua che nel libro viene chiamata delfinese trinario, ovvero, haiku. Trilli haiku per dichiarare le proprie emozioni, ma anche per comunicare veloci e scarni dati tecnici di astronavigazione. A bordo di una astronave che, me lo ricorderò sempre, "zoppica come un cane a tre zampe" (!) - vuoi dire che ho incontrato qui per la prima volta anche la disabilità animale?

Come poteva non essere affascinante l'haiku, che con così poche parole ha la forza profonda di esprimere così tanto? Il seme poetico era gettato e ben presto, sarebbe germinato. Non in primavera, ma in inverno - inverno di neve e della stagione, ma anche inverno del mio vivere.
Una cosa che fiorisce sotto la neve sia per lo meno da notare e considerare. Perché è la risposta impossibile a una domanda esigente: che cosa sono le cose che sto provando, qui è ora? Come posso tenerle con me?

Soltanto parecchio tempo dopo, e dopo moltissimi haiku, ho scoperto - leggendo la storia di questo stile poetico e dei poeti giapponesi che secoli fa lo elaborarono - che haiku è poesia leggera di viaggiatore, di mendicante, interiore se non anche esteriore. La biografia di poeti come Basho è scritta nei chilometri di strade polverose, di sandali consumati, di tettoie sotto la pioggia.
Queste poesie si distillano dalle moltitudini  di impressioni minimali minime di cose incontrare nelle stagioni di un circolo annuale. Haiku si folgora in istante e di un istante, per renderlo profondo nel ricordo di chi lo ha intuito immaginato e pensato.
Diciassette sillabe e tre versi, lungi da essere contenitore troppo stretto, sono base sicura e nitida per dare le ali alla creatività , una sfida alla propria poesia, che così deve sapere bene che cosa vuole dire, cosa intende significare, cosa desidera portare.  Ma si tratta di una sfida non violenta: è come una meditazione, il pensiero sgombro (mi piace una immagine: la tua mente sia attraversata dai pensieri come il cielo dalle nuvole ) che vede arrivare la forma della emozione giusta per potere desiderare di scriverla e regalarla al ricordo. Non siamo noi che cerchiamo la parola giusta, il ritmo giusto; sono il ritmo è la parola che ci trovano, ci muovono e ci parlano attraverso. Non è quasi come incontrare un altro individuo? Un altro da noi che però siamo noi. Dentro di noi, solo che non lo sappiamo, a meno che non ci concediamo il tempo e la pazienza per creare occasione di incontro.

E qui, allora, mi viene da pensare alla possibilità di haiku animali, di poesia per incontrare, per dar udibilità agli altri animali. Provo a spiegarmi.
Gli animali altri, sono già di per se stessi haijin (cioè poeti di haiku, in giapponese) perché ogni loro pensiero, azione, intenzione è diretta e immediata resa di uno stato intuito con tutti i propri sensi e coscienza. Noi, per contro, dobbiamo sforzarci per raggiungere questo tipo di stato esistenziale. E questo è un primo modo di pensare la poesia haiku animale.
In secondo luogo, molti poeti si pongono o si sono posti la questione di scrivere poesia come se la scrivessero gli animali, cercando di entrare nei loro modi di vedere il mondo, cercando, insomma, in auliche modo, di sbirciare il mondo affacciandosi dalla loro finestra invece che dalla nostra. Compito difficilissimo, che rasenta l'impossibile, prima di tutto perché il nostro corpo non è il loro è quindi certe sensazioni ci sono fisiologicamente precluse. Una ovvietà, si direbbe. Ma anche una barriera indiscutibile, che si può superare solamente gettando ponti verso gli altri animali (diciamo subito che 'loro', gli altri animali, i ponti ce li gettano in continuazione verso di noi, che ci atteggiamo a cittadella assediata invece che porto accogliente). La poesia (e l'arte) come ulteriore azione di presa di coscienza, di presa in carico e di presa in cura, di liberazione degli con gli è per gli altri animali? Anche questo, può essere un secondo modo di pensare la poesia haiku animale.
Il terzo modo, che avrebbe a che fare direi con l'aspetto compositivo, parte dagli strumenti degli haiku, di cui avrò modo di tornare a scrivere: i riferimenti alle stagioni, le parole segnale delle emozioni, le parole di sospensione e di cambio di prospettiva del punto di vista (il kigo, il kireji);  è ancora, i modi per conteggiare le sillabe, le regole poetiche per far incontrare vocali, consonanti.
Con questi strumenti, cosa racconto? Gli uccelli intravisti tra le foglie? Il gatto mimetizzato nella porta? Posso provare a raccontare le stesse cose con le parole che userebbero loro, altrimenti, con i loro suoni, i loro versi? E come? Usando onomatopee? Inventando parole apparentemente insensate? Mi piacerebbe, mi piacerà provarci. Forse, con l'aiuto dei delfini piloti stellari...

Tok!to.to.trrr.t.t.t.
Corteccia smorzata dal
Picchio pomeriggio
 
-1- continua

domenica 14 giugno 2015

In morte di un cane, pensarci...


Stella e Lisa

In morte di un cane. In morte del "tuo" cane. A volte, più di una morte, a volte, più di un cane. Questo libro mi è stato consigliato alla morte di Stella, da Rita Ciatti. Mi disse che questo libro mi avrebbe aiutato a guardare in viso il dolore del lutto, a dargli forma e parola, sia per non perderlo, sia per non farsene sopraffare. Mi gettai a capofitto tra le pagine di questo libriccino, le lessi come in preda alla febbre, presi appunti, scrissi tantissimo su molti dei suoi paragrafi, riprendendo e imitando la forma da diario, da raccolta di frammenti. Avevo scritto delle specie di glosse, che erano il mio dolore, erano la mia personale edizione "in morte di un cane". Tutti quei fogli, oggi non li trovo più. Mentre un anno fa li scrivevo, piangendo molto, mi dicevo che presto o tardi li avrei inseriti Qui sul blog. Non ho ancora fatto questa operazione, ma le parole gettate sui fogli un anno fa, hanno bruciato la parte più cocente del dolore e del rimorso. Il dolore, però non è scomparso, ha solo cambiato aspetto. Infatti, Stella mi manca se possibile anche più di un anno fa. Un anno di vita difficile, una discesa verso situazioni poco gradevoli, dalle quali sembra difficile affrancarsi. Come se lei fosse un focus di equilibrio, scomparso il quale, fatico a ritrovare chiarezza, e allo stesso tempo e per via della memoria di lei che sto cercando di ritornare su un percorso che avevo pur pensato di proseguire anche insieme a lei e in ragione di lei e della sua dolce presenza, delle sue richieste. 





Questo libro è un salvagente. Questo libro è la prova che anche i filosofi, anche i pensatori, di fronte alla morte ineluttabile, che cancella anni di affettività e di relazione e di amore, possono rimanere privati di ogni distanza del pensiero, per ritrovarsi spogliati di ogni sapere e rivestiti solo dello smarrimento dato dal dolore dell'assenza che si è creata al posto di chi c'era fino a un secondo fa. 
Anche il filosofo infatti trova rimorsi nel ricordo della vita conclusa del suo cane, perché quando era vivo - dice, scrive, confessa - se ne era disinteressato. Lo lasciava solo nella sua stanza di malattia e sofferenza, se ne a va a passeggiare o a mangiare e solo dopo un po', ritornava. In quel breve lasso di tempo, dice che poteva dedicarsi completamente a se stesso. Il ritorno in superficie del nuotatore in apnea, per inspirare aria necessaria a ritornare a immergersi nelle profondità. Faccia a faccia con un dolore costante, ineludibile, definitivo, non sembra esserci umano che non senta il bisogno impellente di allontanarsi, di separarsi da chi sta soffrendo, È questo bisogno tanto più irresistibile, quanto più chi soffre e qualcuno che amiamo. Qualunque specie di animale sia, compresa la specie homo.
Ci ricordiamo dei suoi gesti e dei suoi sguardi, di quando era in piena forza e vita, con le sue abitudini e le sue sfumature di personalità che la rendevano irresistibile; mentre adesso, il corpo debole e malato, adesso quasi non lo riconosciamo. Quasi diventa estraneo, lo sentiamo lontano; e quando la nostra cura non sortisce effetti, dobbiamo reprimere un moto di fastidio e di insofferenza. Ci consumiamo psicologicamente, mentre assistiamo al suo corpo che si consuma fisicamente, che si prepara a sparire.
Ma il cammino della consunzione ha tempi suoi, che a noi appaiono lenti, vanno oltre il tempo di sofferenza che noi siamo capaci di sopportare, ogni umano non è mai così forte, a sostenere il dolore di chi ama, arriva a ripudiarlo psicologicamente, proprio perché lo ama. O, per lo meno, deve combattere con se stesso per non cedere  e per non compiere questo ripudio.
Per rimanere, ci sono gli sguardi, che sono le ancore del cuore. Lo sguardo del cane fisso nel mio, il mio che risponde al suo.
Stella aveva occhi fiduciosi e chiari, gli stessi occhi che diresse su di me la prima volta che le parlai, durante la nostra prima passeggiata serale - eravamo insieme da poche trafelate ore. Sono gli occhi che mi hanno fatto innamorare, gli stessi che ora, stanchi, non si staccano da me: la mia vista per lei significa cura, sollievo. Il vedermi, inonda di luce calda il suo cuore, una luce che arriva fino agli occhi che tornano a brillare, pur se opachi. Così, e questo pensiero torna a tormentarmi a tradimento in tutto questo anno, deve essersi sentita perduta nelle sue ultime quarantotto ore in clinica, dove i suoi sguardi continuavano a cadere e a girare senza potersi posare mai su di me, che non c' ero, se non per poche manciate di minuti. L'ultima luce dei suoi occhi non mi ha visto più. Poco importa, che stessi andando da lei, che sarebbero bastati pochi minuti. Quei pochi minuti son diventati eternità irredimibile. 

Stella aveva bisogno di me e il mio sostegno ha mancato proprio all'orlo estremo di questa sponda della vita.
Mi sarebbe mancata definitivamente, come scrive Grenier per il suo Taiaut. Stella era per me fonte di equilibrio e gioia. Quando eravamo lontani, non vedevo l'ora di tornare da lei. Come scrive il filosofo, lei era il mio ponte verso la Natura, me ne ha fatto  conoscere la dimensione serena e rasserenante, i silenzi, i torpori, gli appagamenti mai inquieti e sempre privi di rimpianti. Stella godeva delle distese di sole dispiegate davanti agli occhi e  dei baci dell'ombra, le sorgenti scoperte sotto i passi e le avventure dei sentieri di sabbia.
Alla fine, questo sarebbe potuto essere il posto migliore dove chiudere gli occhi. Invece, il suo calvario ha avuto luogo in un box metallico, luce finta, odori strani e facce straniere. Non volevo che finisse così. Forse, però, ciascuno, posto all'estremo limite, alla estremità del respiro, non ci fa, non ci farà alcuna differenza. Anche li, come nel resto della vita, se sapremo essere come cani, saremo presenti a noi stessi, pieni di mondo. E non vuoti, come certi filosofi avrebbero voluto e come farebbe comodo che così fosse per placare i ri-morsi di coscienza di molti che sugli animali compiono cose crudeli e opprimenti. Ma questo è un altro discorso.
Conta ora sapere e scrivere che saremo pieni del mondo che avremo vissuto e che anche in quell'istante vivremo, pronti a un passaggio ineffabile.

La cura fa parte degli obblighi che ci sentiamo in dovere di contrarre nei loro confronti? Ci sono questi obblighi? E perché ? Cura e obblighi suscitano sentimenti contraddittori, di insofferenza ma anche di ricompensa, di appagamento. La forza di quegli obblighi che diventano responsabilità , risiede in un legame radicato in profondità . Se rimaniamo sintonizzati su quel legame, se non lo perdiamo di vista, se non lo dimentichiamo, possiamo lasciarci trasportare dall'onda, lasciarci guidare.

Grenier ha avuto la fortuna di poter scrivere che per Taiaut c'era una stanza che lui conosceva, che era tana familiare, dove trovar quiete alla fine della vita, o della giornata, che poi, volendo, diventa la stessa cosa.
Grenier può scrivere di essere stato felice di aver accompagnato il suo cane fino alla fine. Ha ascoltato le sue preghiere, le sue richieste, alle quali ha dato seguito, e risposta positiva. Non è stato sordo.
Questo è importante: se diamo seguito all'ipotesi di Grenier, che il fato ci è già scritto, allora, è fondamentale come siamo capaci o coraggiosi di rispondere ai momenti che il tempo snocciola lungo il cammino. Dovremmo essere più cani, o maggiormente animali - il che equivale a dire che dovremmo riaprire e riascoltare il nostro essere animali, che noi siamo, per non perdere noi stessi e non dimenticarci di noi stessi - per farlo. 

Ritrovare le persone amate ci riporta alla vita. Taiaut non voleva rimanere solo e abbandonato. Le cure mediche, le diagnosi, possono perdere di vista questa esigenza.

Poi, immediatamente dopo una morte, i medici vogliono scoprire, sapere il come e il perché di quella morte. Ma si tratta della natura, alla fine, un evento perfettamente naturale, che ci accompagna fin dal nostro primo respiro, arrivati su questo mondo. Stella ha subito perplessità mediche e disorientamenti e persino inspiegabili oltraggi invasivi di cui non trovo più decente scrivere, se non per condannarli.

Potrei continuare sulla falsariga del libriccino, paragrafo per paragrafo. Non però lo ritengo opportuno: sia perché alcuni paragrafi non mi sembrano così superiori alla scrittura aneddotica, che pure ha un suo valore, sia perché Grenier divaga, a lungo, si allontana dall'epicentro cocente della morte - che è quella che ho invece voluto parafrasare fino a qui, intrecciandola, di nuovo col mio vissuto.
Ci sono però tanti spunti notevoli. Grenier , a un certo punto, scrive che gli animali non hanno il  rifugio dei retro-mondo come abbiamo noi. Cosa siano questi retro-mondi non lo dice, li mette solo tra virgolette. Sono le astrazioni? Sono un modo per introdurre la metafora del teatro della vita, come farebbe Shakespeare o persino Woody Allen? Metafora un poco scolorita, direi, o no?  Non vorrei però che il fatto che gli animali affrontano la scena a viso aperto, senza infingimenti, come noi umani invece facciamo, non fosse una specie di vulgata vagamente antropocentrica, sia pure ammirativa, o così sembra. Ma ci si può attorcigliare: il nostro rifugio retro mondano, di per se stesso, non è che sia sempre e sicuramente vantaggio o facoltà esclusiva; quanto, piuttosto, una perdita di orizzonti e una confusione di vitalità.

Si parla anche dell'essere padroni (scelta linguistica orientata specisticamente, lo fa anche Thomas Mann quando racconta del suo cane); della fedeltà , concetto ambiguo, che però Grenier risolve in modo lieve: il cane esplora, si allontana per andare a salutare, non per scappare da altri, infatti torna sempre. Perciò, un cane merita fiducia e rispetto, in quanto è capace di autodeterminazione, di scelte, di progetti, di pianificazioni dei suoi movimenti e di preferenze.

Pian piano, Grenier si mette a ricordare la vita del suo Taiaut. Posso fare così con Stella. Anche lei amava anche allontanarsi, ma poi amava ritrovarmi. Cercava e chiedeva spazi e tempi suoi solo suoi, ma voleva anche fare esperienze tutte sue. Ricordo  una volta al mare, era giovane. Abitavamo in una casa in affitto per le vacanze; una magione grande e fresca, che si affacciava su una collina di uliveti, ai quali si arrivara camminando su un sentiero. Lei decise di intraprendere quel sentiero. Voleva vedere fin dove arrivava, e non tornava indietro se la chiamavo. Dovetti seguirla, insieme percorremmo tutto il sentiero fino in cima, a dispetto del dislivello e del sole. Trascinati tutti e due dagli odori delle dure erbe aromatiche liguri e dal sentore del mare lontano, laggiù. Tenace era Stella, determinata. L'ombra era la ricompensa di quella avventura. Alla fine fu bellissimo per tutti e due.
Io, non sempre, poi, son stato così capace di darle la libertà che chiedeva. Non che le impedissi, ma a volte non creavo le occasioni. Non per lei e nemmeno per me. Altre cose si erano intrufolate nelle nostre vite. Mie insicurezze.
Però, Stella rimaneva paziente, non ha vissuto - per riprendere ancora Grenier, a grandi linee -  solo attendendo la prospettiva di un avvenire che sfugge sempre, se non diventa progetto. Il suo presente era il suo progetto, un presente cosciente. Cosa significa? A volte, lo so, provava noia, un'altra di quelle cose che credevamo esclusiva umana. Però, non perdeva tempo: c'era, se serviva, il tempo altro dei sogni. Mai, dunque impazienza, e sempre una certa forma di libertà in se stessa e per se stessa - magari, meglio se insieme a me, per sua gioia personale; o insieme ai suoi amici, Lisa e Oscar. Mi rimprovero anche io, però, come Grenier, di averle spesso non dato la possibilità di seguire i suoi desideri.

Scrivere, per Grenier, è sua opinione, deve aver complicità con la morte. Si scrive di Taiaut, o di Stella, perché e dopo che non ci sono più. Quando erano vivi, non si scriveva di loro, ma si stava con loro. Come se la scrittura fosse un surrogato esanime della vita, che ci si presenta a ogni istante in attesa di essere vissuta. Che contraddizione: la vita in attesa. Ma la vita non attende: se le rispondi, si trova lì per te ; se non le rispondi, se ne va per non tornare.
Se Stella fosse qui, starei felicemente insieme a lei; non c'è e mi manca. Come Grenier, tendo a pensare che questo scriverne sia a un tempo balsamo per il dolore e un modo per ridarle vita.

Stella per prima, ha viaggiato tanto con me. Grazie a lei e per lei ho scoperto nuovi modi di girare, come i bed and breakfast; a volte, ho dovuto rinunciare a certe mete. Grazie a lei, però, sono di più i viaggi e quindi i ricordi fatti; da quei viaggi mi sono riportato esperienze e idee e sogni e progetti, che oggi forse potrebbero traformare cose nella mia vita. Ne avranno beneficio altri cani, quelli di adesso e magari cani futuri. A Stella in questo modo faccio un torto? Le ho tolto, le tolgo qualcosa? Lei ha avuto  la sorte di scoprire per prima queste cose, insieme a me. 
Lei ha anche scoperto le ostilità verso gli animali in viaggio, una cosa che sta orientando le mie decisioni. Stella non ha potuto anche mettere mai radici a lungo, a causa mia, dei miei frequenti spostamenti non sempre desiderati, per sfuggire a divieti e animosità umane. 
Gli umani danno a volte più conto per le loro macchine e la tecnica, che per gli altri viventi. E così la distanza tra gli umanimali e gli altrianimali, si accentua, si allarga. Uno iato senza spazio e senza tempo, perché sembra dato normale, quando invece è la quintessenza della anormalità, della eccezionalità intesa come perenne emergenza. Durante la quale non è permessa sosta e quindi nemmeno riflessione.

Scrive ancora Grenier che (forse per questo moto perpetuo e autoimmune) noi siamo impazienti di essere liberi e non sappiamo cosa fare della nostra libertà. Una contraddizione simile a quella del contemporaneo senso di costrizione e senso di appagamento nel nostro essere vicini o lontani dal nostro cane. 
Come Grenier, ho pensato a volte a  come sarebbe comoda e facile la vita senza cani; ma mentre lo pensavo, sapevo che mi sarebbe dispiaciuto quando non ci fosse più stata, anticipavo quel momento per assaggiarne il dolore. Esprimevo quel  vagheggiare nell'unico modo possibile: un pensiero smentito mentre viene formulato. Più semplice, forse, ma di sicuro, almeno per me, più noiosa.

La sofferenza degli animali. Anche per Grenier  è qualcosa allo stesso tempo di cruciale e decisivo, ma anche di così evidente senza bisogno di dimostrazione. Bambini e poeti, colgono all'istante questa evidenza, così ovvia e lampante nel suo manifestarsi, quando c'è,  da avere bisogno di essere ammantata di criticità e soffocata da dubbi mascherati da dati oggettivi o elaborazioni filosofiche, se si vuole proseguire a far del male agli altri animali, per i nostri scopi. Grenier scrive che Taiaut soffriva come lui quando era malato; e che a volte, le cure erano le medesime.

Quando poi la sofferenza diventa quella che per ultima ci accompagna al limitare della vita, nel mentre che cerchiamo di alleviarla, con cure palliative; per noi come per loro, questa sofferenza ci titilla col mondo del dopo invisibile. L'oltre il ponte: quel luogo dove tutto ciò che è meritevole di essere amato, è ancora vivo. Io, come Grenier, ci credo. Una convinzione, più che una fede, tuttavia. Che rimane possibilista e curiosa e pure fatalista.
Comunque, se qualcosa di me continua a rimanere dopo la mia fine, perché non di Stella, non degli altri animali?

È un fatto che questa grande sofferenza sia immensa per tutti quegli animali che non sono il nostro cane. Per loro non viene immaginato alcun ponte di luce. Grenier scrive dell'uomo ipocrita, che dice di amare chi sfrutta, sottomette e uccide, se ne nutre. Il forte dice di proteggere il debole, il debole è obbligato a mostrare amore al forte.

Taiaut o Stella sono sassi nello stagno, riverberano onde crescenti e concentriche di pensieri come questi e in questo modo rischiano di perdere la loro individualità, che la loro sorte divenga mero spunto filosofico.
Invece: possono tornare i rimorsi, umani, di tutti, del filosofo come della persona comune. Se la diagnosi fosse stata diversa o più tempestiva, Stella sarebbe ancora viva? Perché certe scelte di cura fatte da me, invece che altre? Perché vivere in certi luoghi o fare detti ultimi viaggi, invece di scegliere altrove e altre cose? 
Grenier ha optato per l'eutanasia. Stella ha affrontato ricoveri e cure.  Alla fine, lontananza o vicinanza dal veterinario, non ha fatto alcuna differenza. Differenza la faceva la mia presenza. Stella voleva di sicuro vivere, e vivere insieme a me.
Come Taiaut, ha avuto fiducia: lui durante la puntura, lei durante le attese in clinica. Il dilemma della buona morte arriva sconvolgente. Grenier: Se procurate una morte rapida a chi amate è per abbreviare le sue sofferenze o per alleviare le vostre? Lo spettacolo di una agonia  è insopportabile. Ma si più agire per amore. L'amore ha tanti aspetti, e così anche l'egocentrismo. Varrà la pena tornare a scrivere di questo.

In ogni caso i molti concatenati ultimi istanti che precedono la morte, suscitano agitazione dell'animo. Grenier scrive bianco e subito dopo nero e se ne rende conto, e perciò è lenitivo per chi come lui ha attraversato questi dolori e ha dovuto convivere con intimi pensieri contradditori e opposti. Le pene evaporano come la rugiada quando trovano un linguaggio. Che la parola dia spazio alla esclamazione sulla ripugnanza del trapasso? La morte si compone di istanti fisici, di rese del corpo, di rilasci e, superata la boa, di false crescite inerti, di umori fuoriusciti e che usciranno. A Grenier questo sa di beffa e di ignominia; per me, al contrario, non suscita ribrezzo. In effetti, suscita solo una constatazione fattuale.
Gli stessi pensieri sono in bilico sulla disperazione, l'incredulità e la ribellione al fatto ineluttabile . Ma non indiscutibile: se ne può parlare e scrivere e pensare, in insonne soliloquio che tortura, o scrivendone, o se qualcuno ci ascolta con amorevole pazienza.

La piena del dolore ci attraversa e se ne va, ci lascia paradossalmente prosciugati. Anche il filosofo. Fatti salvi i ricordi che giungono a tradimento, quando la nuova realtà fa lo sgambetto alle abitudine di una vita insieme, che sono come fossili e relitti per qualcosa che non si verifica oltre, per qualcuno che non è più qui. 
Però Grenier riflette anche sulla libertà dei cani, divisi tra legami con gli umani e loro desideri vitali; scrive dell'ambiguità umana nei confronti di chi ci è affezionato ( ci approfittiamo di questo amante). Infine, il cane ritorna in sogno. Anche Stella ha fatto ritorno. In due occasioni almeno, non erano "solo" sogni. Qui entra in gioco la mia convinzione: era Stella dall'oltre il ponte, che veniva a vedere come stavo, che passeggiava un poco con me, che una volta quasi ho toccato- per risvegliarmi e subito scoppiare in un pianto.

Scrivo, scriviamo, queste righe, che lasciano appena trasparire l'ombra di un essere che ho amato.
Un ombra? Eppure, una grande ombra, fresca e liquida e frondosa. L'ombra di un vivente tutto vita come un cane , tutto Natura (Grenier torna spesso e volentieri su queste immagini) non può che essere duratura e profonda. Da essa fuoriescono ricordi che ci sorprendono nei momenti meno probabili, coinvolgendo sensi, ricordi, lacrime, ma poi per fortuna anche sorrisi o risate; oppure cautele, oppure trasporto, oppure desiderio di abbracciare - di riabbracciare - sensazioni estetiche e poi molto altro.
Alla fine, proprio Grenier parla del bisogno di fare del bene, come l'albero ha il bisogno di fare ombra. Questo prestare intenzionalità a un evento apparentemente solo ambientale, mi sembra un bel modo per arrivare al punto definitivo. Se Stella (e Taiaut ) ora gettano ombra, non sono come alberi, come gli alberi che desiderano dare ombra? Magari anche nel senso fisico e concreto: sepolte le loro ceneri o i loro resti, possono rifluire in un albero. Se loro sono alberi, non ci hanno lasciato, e noi non lasceremo loro. Come cantava il poeta, Taliesin, nelle nostre innumerevoli vite (anche se vissute solo in questa, è proprio perché vissute tutte in questa soltanto ) siamo stai e saremo: goccia di acqua, corda di arpa, filo di vestito, ala nel vento, stelo di prato, ombra di foglia, linfa del ramo, lanterna nella notte, naso contro la pelle, unghie sulla pietra, pinna nella corrente...













  • Copertina flessibile: 80 pagine
  • Editore: Mesogea (16 marzo 2011)
  • Collana: Micro
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8846920821
  • ISBN-13: 978-8846920829

grazie, Rita

giovedì 11 giugno 2015

Chi sorride e chi gioca?

Dal settimo presidio di NOMattatoio a Roma

Jeffrey Massoon e - seguendo altre strade di discussione - Bernard Rollin, lo scrivono diffusamente (e perciò, ci torneremo): gli animali hanno sentimenti, provano emozioni, pensano, progettano, sperano, sognano, hanno aspettative.
Gli animali sorridono - a noi, tra di loro. Nei rifugi, che si chiamano anche santuari, degli animali liberati, tutto questo si vede tutti i giorni.
Gli animali giocano tra loro e con noi, hanno senso dell'umorismo e delicatezze incredibili. Per noi umani e con noi, se non ci chiudiamo, e tra di loro, che invece sono sempre, serenamente, aperti.

Perciò, la domanda che sventola in questo cartello, un cartello vegano, è abbastanza sensata.

Soprattutto, dopo aver visto il video, si dovrebbe pensare a quante possibilità di gioia, espressività, emozione, vengono impediti, censurati, tagliati (metaforicamente ma anche soprattutto concretamente e fisicamente, nelle loro carni). 
Ogni animale fotografato negli allevamernti tecnoindustriali, appare avvilito, sporco, stupido, apatico, inerte, cattivo, puzzolente, antipatico. 
Ma la vita vera, per lui, come per noi umani, non è quella, e non dovrebbe esserlo.

Buona visione...









(appena riuscirò a vincere la mia discussione con le interfacce, pubblicherò altri video, che ho salvato sulla mia pagina fb de LA CONFIDENZA LENTA)

mercoledì 10 giugno 2015

Haiku estemporaneo notturno



panchine verdi
sedute nella terra
di un parco vuoto

Haiku estemporaneo, scritto come notturno tentativo al parco, di notte, sull'ipad ...

martedì 2 giugno 2015

Stella Cadente







Un anno senza Stella, sta per trascorrere. Il dolore non si molto mitigato, anche perché non è stato un anno facile.  Forse scriverò ancora qualcosa su di lei, nei prossimi giorni, perché i suoi anni insieme a me sono stati un dono profondo, e perché se molte cose sono cambiate e altre cambieranno - ma lei non potrò goderne - lo devo a lei. 

Qui sotto, riporto pari pari alcune delle pagine della Stellanovela, concepita come piccoli raccontini su un blog che parla di animali - e che è tuttora attivo, e molto utile - Felicità a portata di zampa, amici di Greta.  
Le ripropongono perché sono la fotografia in movimento dei miei primi anni con Stella, quelli passati insieme solo io e lei, a scoprire che cosa èl'epilessia, che cosa è la 'disabilità animale', e a volerci (con)vivere , e poi studiarci su, ragionarci, scriverci, magari, poco per volta.
Le ripropongo perché c'è una Stella giovane, piena di vita e dolcezza, che forse, con gli anni, la stanchezza, l'incompletezza mia, avevo smarrito, scolorendola un poco. Una mancanza verso di lei, che non potrà più trovare rimedio...


L’epilessia ti travolge il cervello e dimentichi chi sei e dove sei.
Forse, senti solo dolore e angoscia e non trovi parole abbastanza incisive per esprimere queste emozioni così sconvolgenti.
Stella è una cagnolina epilettica, ed è per questo che è stata lasciata sola, a cavarsela, ad arrangiarsi.
Stella e io ci conosciamo da solo poche settimane, non so ancora cosa significhi vederla alle prese con una crisi. Tutti mi dicono che è qualcosa che ti turba molto, perché puoi fare proprio molto poco per alleviare e aiutare. Non so come reagirò, ma di sicuro un cosa la so già, e me l’ha raccontata proprio Stella. La cosa che so è che è ingiusto e superficiale descrivere Stella con quell’unica parola, che in realtà dà solo il nome al suo problema.
Stella è tantissime altre cose, perché è un cane a tutto tondo, con un intero universo di emozioni, di pensieri, di curiosità, di atteggiamenti.
Per esempio, Stella è socievolissima con tutti – ma proprio tutti -  i cani che incontra, ed è affascinante e molto divertente vederla giocare con tanti compagni a quattro zampe, che lei coinvolge e affascina. È nata senza coda – ho imparato una nuova parola: anura, cioè, senza coda; come le rane e … come noi! – ma supplisce alla grande a questa ‘mancanza’, con tantissimi modi di comunicare.
Stella è serena e rasserenante, è molto attenta e fiduciosa, cerca subito di capire che cosa si chiede da lei, e una volta capito, ti accontenta subito!
Stella adora rotolarsi a pancia in su nell’erba, dove si strofina la schiena e si crogiola tra odori e calori di pura caninità.
Stella è rotondetta e golosissima, e piano piano stiamo imparando a mangiare meglio: il cibo come orologio della giornata e non solo come momento per riempire lo stomaco, quindi!
Stella ha un grande equilibrio, è bravissima ad adattarsi e a trovare il lato buono di ogni situazione, spero e faccio di tutto perché questa disponibilità e fiducia crescano in lei sempre più forti.
Insieme, scopriamo e riscopriamo tante cose: i parchi, gli altri cani, i gatti, le automobili, i negozi, i balconi, e proviamo a rendere piacevoli anche certe situazioni che magari possono creare preoccupazione, come il veterinario o il box di un rifugio canile.
Finora, devo dire, Stella se l’è cavata alla grande! Per il momento, nel suo cielo di pensieri, non ci sono nuvole – se non pensiamo all’unico nuvolone temporalesco che potrebbe tornare a farla stare male, con crisi improvvise. Si vede molto chiaramente questo, quando ti guarda: ha occhi calmi, sereni, fiduciosi, pazienti.
E allora, mi viene da pensare che forse potrà non avere mai più crisi. È una bella speranza da avere, per Stella, che si sta rivelando come un concentrato piccino, color meringa e rosso, di un’infinità di meravigliosi tratti di carattere e comportamenti  incantevoli. Stella ha due anni, ha un’intera vita canina da potersi godere e credo che sia sua intenzione approfittarne in pieno!




LA … STELLANOVELA
PROSEGUE LA CRONACHINA DELLA VITA CON STELLA ‘CADENTE’

Stella è una piccola bretonina di 2 anni. Anzi, ormai sono due anni e 8 mesi, ma delle signore non si dice mai la verà eta!
La dolcissima ‘Stella Cadente’ vive con  me ormai da 8 mesi, dal mese di maggio 2007, quando mi venne affidata dalla Lega del Cane di Vercelli. Stella soffre di epilessia, e la sua precedente famiglia non era più in grado di prendersene cura. Ma Stella, non doveva tornare più in canile! E così…
All’inizio, Stella doveva rimanere con me solo finché non si fosse trovata una famiglia nuova per lei. Ma questa famiglia non arrivava mai, mentre il tempo passava. Finché piano piano la bilancia ha smesso di pendere dall’incertezza di essere in grado di farcela, per cominciare a pendere dalla parte della sollecitudine e della cura. Senza voler fare del qualunquismo, e senza nulla togliere alle tante persone che amano sinceramente gli animali, è purtroppo vero che ci sono anche troppe persone che non sanno fare altro che procurare sofferenza a chi è indifeso e si fida: è il loro unico modo di sentirsi importanti, mentre sono solo meschini meritevoli di disprezzo. La mia paura era che Stella, per qualche caso imperscrutabile, potesse finire nelle mani di persone simili. E allora, ho cominciato a sentirmi all’altezza. Da quanto ho deciso di tenere Stella con me, tutti gli aspetti della mia vita hanno cominciato a illuminarsi.
Stella, dunque. Ci siamo scoperti a poco a poco nel corso dei mesi.
È molto dolce e affettuosissima. È paziente e serena e la sua fiducia negli esseri umani è totale.
Con gli altri cani e coi gatti è socievole, invita al gioco e gioca volentieri con tutti.
È molto tranquilla e sa adattarsi ad aspettare, l’importante è che ci sia un bastoncino da sgranocchiare per passare il tempo.
Solo con la sua presenza, Stella regala serenità.

Non bisogna perdersi d’animo di fronte al ‘problema’ di Stella, che soffre di crisi epilettiche e che, a causa delle sue confuse esperienze passate e frettolosi rapporti con esseri umani distratti, non sa ancora bene del tutto la differenza tra “dentro” e “fuori” per quel che riguarda il fare i propri bisogni.

Stella deve seguire fedelmente la terapia che la preserva dalle crisi. Stella rimane tranquilla a casa da sola anche per tanto tempo, ma è tanto più felice se c’è qualcuno a tenerle compagnia.

Non va mai sgridata, né bisogna farle fretta: Stella è disponibile e ascolta sempre, cerca sempre di capire quel che si chiede a lei e quando non capisce, sembra chiedere scusa, perché si siede, guardandoci coi suoi aperti, leali occhi color ambra.
Come tutti i bretoni, si intimidisce se viene affrontata con modi rudi, se si alza la voce e a causa della paura va in confusione.

Invece, ama tantissimo correre per i prati e strofinare la schiena sui cespugli di menta selvatica e tra l’erba e i fiori di campo. Quest’estate siamo stati fortunati, abbiamo potuto frequentare i parchetti per cani di Novara, ma soprattutto i prati di Scopello, dove ci aspettava una bellissima casa in montagna.
Come procedendo in punta … di zampa, Stella ha preso pian piano confidenza con tante cose, e si è affezionata e legata a me. Non è che le siano passate paure e insicurezze, spesso Stella va in un mondo tutto suo, anche quando non ha le crisi epilettiche.
A volte, si mette a seguire le persone, come se all’improvviso vedesse solo loro. Tuttavia, questa sua capacità di estraniarsi a volte la considero una fortuna: le permette di essere molto paziente e di ‘sopportare’ le situazioni che magari di primo acchito non capisce, per prenderne le misure e ‘scattare’ ricaricata di fiducia all’occasione successiva!

Sta anche affinando lati del carattere più intraprendenti … e questa per me è una soddisfazione piena di gioia. Per esempio: prende l’iniziativa e invita altri cani nuovi al gioco, saltandogli intorno: quando lo fa, si mette ad abbaiare in un modo molto insolito, ‘a mezza bocca’; i suoi sono abbai sottovoce! Oppure: zompa sul letto a farsi fare le coccole, pancia all’aria, zampe tese e dentini mordicchianti! Solo su invito, salta di slancio sul copriletto, rimane per qualche minuto, poi si alza, si scrolla e si ricapitombola sul pavimento. Dopo le prime volte, quando era timidissima ed emozionantissima, direi che ci ha preso gusto e adesso sembra che se lo aspetti.

Stella, poi, ha molti amici, sia cani che umani, e sta volentieri con tutti loro. A quanto pare, non si sente perduta se io sono assente, purché sia nelle buone mani di questi amici fidati.
E grazie a loro, gli episodi epilettici, appaiono meno terribili…



LA … STELLANOVELA - Da quando ho deciso di tenere Stella con me, tutti gli aspetti della mia vita hanno cominciato a illuminar

copertina Amicizei speciali 2LA … STELLANOVELA
PROSEGUE LA CRONACHINA
DELLA VITA CON STELLA ‘CADENTE’
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Da quando ho deciso di tenere Stella con me,
tutti gli aspetti della mia vita hanno cominciato a illuminarsi...
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Stella è una piccola bretonina di 2 anni. Anzi, ormai sono due anni e 8 mesi, ma delle signore non si dice mai la verà eta!
La dolcissima ‘Stella Cadente’ vive con  me ormai da 8 mesi, dal mese di maggio 2007, quando mi venne affidata dalla Lega del Cane di Vercelli. Stella soffre di epilessia, e la sua precedente famiglia non era più in grado di prendersene cura. Ma Stella, non doveva tornare più in canile! E così…
All’inizio, Stella doveva rimanere con me solo finché non si fosse trovata una famiglia nuova per lei. Ma questa famiglia non arrivava mai, mentre il tempo passava. Finché piano piano la bilancia ha smesso di pendere dall’incertezza di essere in grado di farcela, per cominciare a pendere dalla parte della sollecitudine e della cura. Senza voler fare del qualunquismo, e senza nulla togliere alle tante persone che amano sinceramente gli animali, è purtroppo vero che ci sono anche troppe persone che non sanno fare altro che procurare sofferenza a chi è indifeso e si fida: è il loro unico modo di sentirsi importanti, mentre sono solo meschini meritevoli di disprezzo. La mia paura era che Stella, per qualche caso imperscrutabile, potesse finire nelle mani di persone simili. E allora, ho cominciato a sentirmi all’altezza. Da quando ho deciso di tenere Stella con me, tutti gli aspetti della mia vita hanno cominciato a illuminarsi.
Stella, dunque. Ci siamo scoperti a poco a poco nel corso dei mesi.
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È molto dolce e affettuosissima. È paziente e serena e la sua fiducia negli esseri umani è totale.
Con gli altri cani e coi gatti è socievole, invita al gioco e gioca volentieri con tutti.
È molto tranquilla e sa adattarsi ad aspettare, l’importante è che ci sia un bastoncino da sgranocchiare per passare il tempo.
Solo con la sua presenza, Stella regala serenità.
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Non bisogna perdersi d’animo di fronte al ‘problema’ di Stella, che soffre di crisi epilettiche e che, a causa delle sue confuse esperienze passate e frettolosi rapporti con esseri umani distratti, non sa ancora bene del tutto la differenza tra “dentro” e “fuori” per quel che riguarda il fare i propri bisogni.
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Stella deve seguire fedelmente la terapia che la preserva dalle crisi. Stella rimane tranquilla a casa da sola anche per tanto tempo, ma è tanto più felice se c’è qualcuno a tenerle compagnia.
Non va mai sgridata, né bisogna farle fretta: Stella è disponibile e ascolta sempre, cerca sempre di capire quel che si chiede a lei e quando non capisce, sembra chiedere scusa, perché si siede, guardandoci coi suoi aperti, leali occhi color ambra.
Come tutti i bretoni, si intimidisce se viene affrontata con modi rudi, se si alza la voce e a causa della paura va in confusione.
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Invece, ama tantissimo correre per i prati e strofinare la schiena sui cespugli di menta selvatica e tra l’erba e i fiori di campo. Quest’estate siamo stati fortunati, abbiamo potuto frequentare i parchetti per cani di Novara, ma soprattutto i prati di Scopello, dove ci aspettava una bellissima casa in montagna.
Come procedendo in punta … di zampa, Stella ha preso pian piano confidenza con tante cose, e si è affezionata e legata a me. Non è che le siano passate paure e insicurezze, spesso Stella va in un mondo tutto suo, anche quando non ha le crisi epilettiche.
A volte, si mette a seguire le persone, come se all’improvviso vedesse solo loro. Tuttavia, questa sua capacità di estraniarsi a volte la considero una fortuna: le permette di essere molto paziente e di ‘sopportare’ le situazioni che magari di primo acchito non capisce, per prenderne le misure e ‘scattare’ ricaricata di fiducia all’occasione successiva!
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Sta anche affinando lati del carattere più intraprendenti … e questa per me è una soddisfazione piena di gioia. Per esempio: prende l’iniziativa e invita altri cani nuovi al gioco, saltandogli intorno: quando lo fa, si mette ad abbaiare in un modo molto insolito, ‘a mezza bocca’; i suoi sono abbai sottovoce! Oppure: zompa sul letto a farsi fare le coccole, pancia all’aria, zampe tese e dentini mordicchianti! Solo su invito, salta di slancio sul copriletto, rimane per qualche minuto, poi si alza, si scrolla e si ricapitombola sul pavimento. Dopo le prime volte, quando era timidissima ed emozionantissima, direi che ci ha preso gusto e adesso sembra che se lo aspetti.
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Stella, poi, ha molti amici, sia cani che umani, e sta volentieri con tutti loro. A quanto pare, non si sente perduta se io sono assente, purché sia nelle buone mani di questi amici fidati.
E grazie a loro, gli episodi epilettici, appaiono meno terribili…

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stella e penny
Stella e Penny







Le liste, che passione



Fonte: Gaywave
Nel racconto "La velocità dell'angelo", Gianrico Carofiglio, ci parla delle liste, del loro valore, della loro potenza. Un racconto in parte metaletterario, per certe espressioni o pensieri dei personaggi, come se sapessero di essere, appunto, invenzioni letterrarie. Ancher le liste di Georges Perec, sulla memoria.vengono usate da Carofiglio, e non potrebbe esserci maggior segnale metaletteario chequesto: due personaggi in un libro, che parlano di un altro libro,di un altro autore, nel quale libro si toccano argomenti importanti per la loro storia. 
<<... volevo scrivere i miei ricordi ... >> dice Sara al suo nuovo amico ai confini del mare, lo Scrittore. << ... le memorie, i diari sono faticosi da scrivere e penosi da rileggere. ... Però ... il modo migliore per raccogliere i ricordi, per non disperderli, sono le liste. Ogni lista deve avere un titolo.  ... Ogni voce della lista deve essere di pochissime parole. Se è una sola, è meglio>>.
<< ... All'inizio, quando ho cominciato, seguivo qualche criterio, tutto aveva a che fare perlopiù con il passato.  ... Poi ho cominciato a muovermi con più libertà, mi lascio ispirare da quello che mi capita ... >>

Le liste sono terapeutiche, secondo Sara, sono esorcismi contro il panico dell'oblio e la sensazione di perdita di memoria, di se stessi e di vita che fluisce senza forma. Forse, capita a molti -  tutti, prima o poi? - di trascorrere una fase della vita sottoposti a un panico permanente, un panico "a bassa intensità".
Quando si finisce una lista - cosa da fare, credo, sull'onda emotiva, e velocemente, quasi come un gioco di associazioni subliminali a catena, libere - il panico, come ci dice Scrittore "era scomparso, sostituito da una quiete che non provavo da tempo. O che forse, in quella forma, semplicemente non conoscevo. Possibile che fosse così semplice? Voglio dire: recuperare il controllo di un pezzo di passato che sembrava perdutonel gorgo della memoria? Con una semplice lista, unelenco. Tutto questo è assurdo, pensai, senza convinzione".
 Di sicuro, si capisce leggendo, le liste sono state il salvagente di Sara, naufragata nel suo passato - chi conosce o chi leggerà il racconto sa o capirà che l'immagine qui sopra, è un disvelamento della trama stessa di questo delicato racconto. Dico solo che la sua chiusa, fatta di mani che si prendono e una frase-ponte verso il futuro da riaprire, mi ha lasciato il segno.

Un blog assomiglia a una lista? I suoi post, sono le voci della lista? Ma se cvosì fosse, sarebbe una lista potenzialmente infinita, che sovverte tuttele regole-delle-liste-così-come-le-leggiamo nel racconto. In questa vertigine vagamente wittengsteiniana o russelliana, non c'è una riposta unica - magari una lista di risposte.
Ci possono essere liste di liste? 
Le liste, che si radicano nel passato per far emergere frutti nel presente, possono anche essere specchio-ponte per il futuro? In questo senso: una mia ipotetica lista di cose dal/del/nel passato, è in continuità col me presente, magari solo in forma minima; ma allora, alcune delle voci delle lista, non possono essere come ipoteche sulle voci delle liste future ancora da scrivere? Allora, non è vero che le liste devono vertere solo sul passato, ma possono anche guardare il futuro: e l'inventario del bric-a-brac emotivo passato, si trasforma in progetto futuro e magari spicca il volo sul serio.


Per esempio:
"In questa società in cui tutti noi viviamo, esistono pratiche di violenza terribili, e che non è possibile accettarle. Una società sana non può accettare questa violenza su altri individui".

"Noi non siamo i soli a voler godere delle bellezze della vita. E così, come gli altri animali non ci negano l'accesso al mondo, altrettanto dobbiamo fare noi con loro, smettendola per sempre con questa pretesa di essere i più degni di tutti"

Sono parole pronunciate durante il sesto presidio di NoMattatoio a Roma. 
Si può fare una lista delle violenze fatte subire - che possiamo pensare intuitivamente.

Si può fare una lista delle bellezze del mondo, provando a immaginare tutte quelle che condividiamo con gli altri viventi sul pianeta, e ci accorgeremo che sono quelle più belle, importanti e forti.

un bel prato di trifogli un pomeriggio di giugno
l'acqua gelata del torrente sotto al ghiacciaio
il sale delle onde sulla battigia
il profondo fresco delle acque del lago - o del mare
il primo morso a un frutto maturo
il primo strappo di un'erba tenera
il bacio del mio amore più grande
stare vicini, abbracciati
sentire il respiro dei miei compagni mentre riposiamo sotto le stelle
la protezione della mamma
il gioco con gli amici
il sapore del fango
il vibrare vivo dell'aria e del vento
il buio nascosto della tana

(si potrebbe continuare)
(e chissà come sarebbe la lista di un ragno, di un grillo, di una raganella, di una lumaca...)
 

Ohara Koson, gli umani sullo sfondo - Vale più una immagine (9)

Pipistrelli. Fonte: The Gorgeous Daily


Gli animali dipinti di Ohara Koson, artista giapponese - li avevo forse già intravisti, senza sapere che fossero suoi ritratti; ma mai li avveo visti così bene come nel libro "Il Mondo Animale"
Sfogliare piano piano queste grandi pagine, che sono tutte da guardare, meglio se su un prato, all'ombra di un albero, sembra portare chi guarda in un mondo sospeso e a volte sommerso, abitato da soli animali, quelli non umani.
Un mondo rarefatto, stilizzato, quasi - un mondo molto haiku - dove umani non ce ne sono, a parte il nostro occhio che si spinge a scrutare le sfumature e i dettagli delle stampe e dei dipinti, eseguiti, tanto tempo fa, da un altro umano. eseguiti a memoria? Oppure osservando?Oppure seguendo i canoni e i dettami della sua scuola estetica, la via artistica da lui seguita?
Nelly Delay, appella Ohara Koson come "l'ultimo dei naturalisti giapponesi",ispirato dalla Natura in un mondo (dal 1877 al 1945) alle prese con aperture a nuovi orizzonti e sconvolto da due guerre mondiali - dove la natura stessa e la sensibilitò che occorre per  passare il tempo a osservarla, trovano sempre meno spazio e considerazione.
Paziente, costante, attento studioso, maestro sia nella pittura che nella stampa, Koson 'congela' piante e animali in una perfezione che vive di istante rappreso e di emozione raffreddata - ma di emozione, in ogni caso, che trapela dalle sfumature, dai dettagli, dai fiati sospesi e sorpresi mentre l'occhio osserva  e ricorda.  Il Giappone millenario è semopre stato devoto alla natura, il sole è ancora oggi la divinità suprema, gli alberi secolari sono venersti come templi, e nei templi ci sono statue per le volpi o i gatti - ogni animale è sacro, per la sua natura.
Koson rientra nell'alveo di questa devozione, in un'epoca in cui però è più importante "catturare la vitas nel cuore e nella mente, e trasmetterla per mezzo del pennello" - diceva Sekien, e Koson adempie a questo obiettivo: nitore e dettagli al limite del subliminale - le sfumature del cielo, i riflessi degli stagni, i chiaridiluna su penne e manti, le ombre tra le ali, l'espressioni degli occhi. Pochissime le figure umane, sagome nere sperdute nella notte, comparse casuali e irrilevanti. Koson sceglie di sentirsi maggiormente se stesso in un mondo spoglio di umani, relegati via lontano. Che lasciano spazio nel mondo anche agli altri suoi abitanti, e si limitano a osservarli, magari con devozione.
Potrebbe quasi essere un ideale etico-estetico, una ipotesi di arte di un mondo futuro di animali liberati da- - e un mondo per fortuna pensabile, concepibile e proponibile, anche con le inaspettate e belle sorprese visive della pittura giapponese dell'ultimo naturalista.

Fonte: Wikiart





Fonte: Wikiart

Fonte: Rebeldog


Fonte: Wikiart