domenica 18 dicembre 2016

Il gioco dell'oculista ... Meglio così? O così?

... abbiamo bisogno di un paio di occhiali nuovi...


... Diciamo, un pensierino domenicale, che già si sporge sul lunedì. Che in realtà è un pensiero che abita tra le tue riflessioni già da parecchio, anche qui sul blog. Non è un pensiero particolarmente profondo, né originale. In compenso, è un pensiero capace - almeno potenzialmente - di agganciarsi a tante questioni, che spaziano dalla fotografia all'arte, dall'estetica alla divulgazione di idee, dai meme alla pubblicità - intesa in senso lato, come di forma di comunicazione estrema.

Nell'annosa e collettiva disputa, per così dire, tra parola scritta e immagine - quale è più efficace per comunicare? E per comunicare cosa?  -  facciamo per un attimo il gioco mentale di prendere per assodato e assoluto che l'immagine sia (quasi) sempre più efficace. 

Ci state?
Allora, dici: il gioco lo svolgiamo nell'ambito della "divulgazione della questione animale" (sono tutti termini, è ovvio, presi per comodità di brevità e per quel che valgono, ché già si potrebbe problematizzare, ovvero approfondire nelle sue sfumature e criticità anche la stessa questione animale).  Probabilmente, al netto di ogni considerazione, ha senso - secondo te - dire che la questione animale riguarda, in prima battuta (ed è nata con questi orientamenti), ciò che mette in rapporto, o in relazione, umani e animali. Già qui ci sarebbe il primo problema, ché anche gli umani sono animali e operare una separazione tra loro e 'gli animali' è come quando da bambini ci sediamo al volante della macchina di papà e, facendo "BRUM! BRUUUUUUM!" con la bocca percorriamo migliaia di chilometri a velocità sfrenata su e giù per il mondo e con un solo pieno di magibenzina -  tanto l'auto è spenta: non andiamo da nessuna parte, anche se con la fantasia o - peggio - con l'illusione, abbiamo fatto chissà quali viaggi e cambi di prospettiva e salti di pensiero.
La questione animale, insomma, deve questionare anche su se stessa, già in partenza, per cercare di fare in modo che un certo antropocentrismo deleterio e il suo sodale, l'antispecismo, fatti uscire dalla porta principale, non ci rientrino in casa dalla finestra sul retro.   Diciamo, allora, per brevità, che l'umano è un animale che privilegia lo sguardo come forma di conoscenza della realtà che lo circonda. Tutta la sua attenzione è talmente concentrata sulla fatidicità della vista, dello sguardo, degli occhi, che questi elementi popolano gran parte della sua immaginazione e dei suoi 'pensieri sul mondo'. Homo ha immaginato e poi realizzato macchinari sempre più tecnologici legati alla vista: dagli occhiali fino ai telescopi, dai caleidoscopi agli smartphone (ebbene sì! Sembrano telefoni ma sono tavolette magiche, fatte per essere toccate e trasmettere foto e filmati), dalla pittura al cinema, dalle ombre cinesi agli ologrammi. Per capirla, forse, e sicuramente per padroneggiarla sempre di più.

Facile dedurre, quindi, come le immagini abbiano un potere enorme, cruciale, quando parliamo di animali, di loro e di noi, e di noi verso di loro, e di loro per noi (o di noi per loro, invece; e loro verso di noi). Ci sarebbe - anzi, c'è - materiale per decine di post, a partire, volendo, da domani. E speri molto di poterli scrivere, quei post. Intanto, però, in questo post, vuoi proporre una questione che, appunto, hai in diverse occasioni già sfiorato, per esempio con altri blogger (come Rita Ciatti de Il Dolce Domani). Provi a farlo sotto la forma del gioco che stai spiegando.




Lo chiameresti 'il gioco dell'oculista'. Concettualmente, è semplicissimo.
Sedetevi comodi e fissate la parete di fronte a voi. Fate finta che l'oculista animalista vi metta indosso quel pesante proto-occhiale, che serve per cambiare varie lenti graduate, sia a destra che a sinistra e in modo indipendente, quando state facendo l'esame per trovare in vostro nuovo paio di occhiali. Ignorate il prurito al naso che istantaneamente vi prende, a causa del peso della montatura e preparatevi a dire quello che vedete. Le lenti saranno graduate; immaginate di sentire, se vi fa piacere, lo scivolamento e lo scatto che fanno al momento dell'inserimento nella montatura. Ma saranno lenti soprattutto 'magiche', perché sono lenti concettuali.
Lenti che vi fanno vedere, ora una realtà, ora un'altra.
Sta a voi dire cosa preferite, come vedete meglio (un 'meglio' che - scoprirete -  ha molto di etico, oltre che di estetico).

Primo paio di lenti:


Meglio così? ...

Secondo paio di lenti:

... o meglio così?

 Un altro paio di lenti...

Meglio così? ...

 E il paio subito dopo...

... o così?


E insomma, avete capito. 

Ti riprometti - e persino, prometti - che continuerai il gioco dell'oculista, di tanto in tanto, con coppie di immagini di questo tipo: 'animali felici' vs. 'animali infelici'. O magari una sua variante: la visione di una immagine di 'animali felici' (in questi anni ne hai estratte molte dalle miniere internettiane), per fermarsi un attimo e sentire che effetto ci fa - e accorgersi se fa illuminare i neuroni in modi e lungo percorsi magari anche solo leggermente diversi da quelli abitudinari e talmente interiorizzati da non renderci più conto che sono inculcati da fuori di noi. Se ci fa sorridere, e allo stesso tempo riflettere, collegare cose e situazioni solo in apparenza lontane; se - mentre ci allarga il cuore e il respiro - ci fa valutare modi non usuali di immaginare un diverso rapporto con gli animali; o ancora se, dopo averci lievemente commosso e soavemente addolcito, ci sprona a escogitare un qualche atto pratico e concreto, semplicemente personale e individuale, alla nostra immediata portata, ma di grande effetto sul lungo periodo, per far sì che 'quella' foto diventi reale sotto i nostri occhi, un giorno.

Il gioco, questo gioco dell'oculista, ha uno scopo: serve per farci stare attenti nei confronti degli animali.
Il gioco dell'oculista serve anche a farci riflettere, attraverso il confronto, se - dal punto di vista di un vantaggioso miglioramento della situazione degli altranimali quando ci sono degli umani nei paraggi - sia più efficace una immagine che ci faccia vedere un 'animale felice' invece che un 'animale infelice', o viceversa. 
(Del confronto tra parola e immagine, proverai a scrivere qualcosa in un prossimo post).

Se vi va, dite la vostra nei commenti, per proseguire il discorso...

2 commenti:

  1. Che bel post Giovanni!
    Purtroppo la maggior parte delle persone non riesce nemmeno a vederli gli animali, rimangono referenti assenti. Ci vorrebbe un bel paio di lenti, ma forse anche proprio di occhi nuovi. A me ha colpito molto il discorso che fece la Joy quando disse che uscire dal carnismo è un processo che porta via via a vedere la realtà come se ci fosse tolti un paio di lenti oscuranti. Ed è qualcosa che, credo, abbiamo potuto sperimentare tutti da quando siamo diventati vegani, ossia abbia smesso di percepire i corpi degli animali fatti a pezzi come cibo e li abbiamo visto per quello che sono: pezzi di zampe, pance, spalle, cosce e via dicendo.

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    Risposte
    1. Grazie Rita! Mi pare che Melanie Joy lo abbia scritto snche nel suo libro (dovrei andre a rivedere).
      Verissimo: da quando si prende consapevolezza, c'è come un'angoscia strisciante che ci attanaglia sempre e ci fa sentire come vaganti in un mondo di mostri.
      Io ho voluto fare un poo' un giochino simile. Se vuoi, possiamo pensare che, una volta tolte le lenti carniste, i nostri occhi, ormai affaticati e disabituati, come avvizziti, siano comunque deboli, e perciò gli occhiali ci serviranno sempre, anche se di un altro tipo, rigenerante per occhi affaticati e vista rovinata! :) battute a parte, le lenti, qui sono più che altro un espediente. L'immagine stessa degli animali è la lente: che non dobbiamo indossare, ma metterci davanti. Non mi inoltreo in discorsoni decostruttivisti sulla immagine (non ne ho le capacità), ma mi limito a dire che in archivio, di immagini ne ho tantissime, sia di 'animali felici' (una emplificazione a uso della mia memoria), che di 'animali infelici' (un chiaro eufemismo). Tra quelli infelici, ci sono, purtroppo anche i 'pezzi': sole teste, o zampe, o composizioni necrofile che dobbiamo al gusto sprezzante e osceno di macellai e macellatori. I pezzi possono essere anche quegli animali ridotti ad appendice di qualche macchinario vivisettorio, o a giocattolo ridicolo in un circo o in uno zoo. Come tu sai, l'elenco è infinito.

      Ma, se apri invece le foto degli animali felici, ci sono cose bellissime da ammirare, come mamme coi bambini, e giochi e la bellezza dell'esserci.

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