lunedì 30 dicembre 2013

Mamma, li animalisti!

"l'amore non conosce barriere" (Fonte: Facebook - a disposizione per precisazioni su segnalazione)


Pare che ai tempi della pirateria medievale, ci fosse il detto "Mamma li turchi!". Non me ne vogliano i turchi veri: la parola "turco" , era in realtà una figura retorica. In questi giorni (solo in questi?), la parola "animalista", sta rischiando di fare la stessa fine.

Perciò, scrivo qui una brevissima nota volante, che nasce in coda a commenti a vari post ben altrimenti ponderati e argomentati, della parte di animalisti che provano a usare il cervello (e, strano ma vero, sono la maggior parte!).
A pensarci bene, è meno di una nota: è un promemoria... aspetta solo di venire approfondito ...

Vien da pensare che il 'caso Simonsen' sia stato pensato come un ricatto morale, come un voler mettere gli animalisti di fronte a una parete di sesto grado, fatta di specchi, una sfida sleale (di cui, voglio continuare a pensarlo, la Simonsen - per lei auguro ogni bene e salute -  è strumento non fino in fondo consapevole, forse a causa della malattia... il dolore indebolisce anche la lucidità di pensiero): "adesso, animalisti, vi tocca smarcarvi dalle accuse di violenza e misantropia; provate ORA a convincere la gente comune che VOI siete buoni e bravi e soprattutto che quel che dite è vero; adesso, ce l'avete dura" ... così ci direbbero i pro-test... e intanto, la legge che dovrebbe limitare la vivisezione, è in serio pericolo, rischia di diventare la solita legge-foglia-di-fico all'italiana, un gattopardesco" tutto cambia perché nulla cambi"

domenica 29 dicembre 2013

Il fine non giustifica i mezzi: una risposta a Caterina Simonsen

Caterina Simonsen, riposa insieme al suo cane. Fonte: Gallinae in Fabula
di Veganzetta, Gallinae in Fabula, Manifesto Antispecista, Mappa Vegana Italiana, Forum Etici

Vivere nonostante i problemi di salute che l’affliggono non deve essere facile per Caterina, e a lei, contrariamente a quello che è accaduto sul web, va la nostra solidarietà di antispecisti. Avere 25 anni e non poter godere appieno della vita, e dipendere da macchinari e farmaci è una tragedia personale, alla quale però Caterina Simonsen ha voluto rispondere avallando una tragedia collettiva.
La tragedia collettiva di cui parliamo è la vivisezione o sperimentazione animale, come preferiscono definirla coloro che la difendono, comunque la si voglia chiamare, facciamo riferimento a una vergogna per l’umanità tutta, una pratica a cui soggiace un concetto allucinante: il fine giustifica i mezzi; qualunque scelta o azione è lecita pur di ottenere un risultato utile o positivo per chi la compie.
Caterina dice di amare gli Animali, è vegetariana (cosa lodevole), si fa fotografare abbracciata al suo compagno canino, studia per diventare una veterinaria, insomma la si potrebbe definire una persona a cui stanno a cuore gli Animali, allo stesso tempo per far fronte alla sua situazione difficilissima, e umanamente comprensibile, non esita a utilizzare metodologie derivanti dallo sfruttamento degli Animali. Ma chi non lo farebbe se fosse al suo posto? Ben pochi avrebbero il coraggio di spingere la propria coerenza personale sino a tali limiti. Se quindi di comprensione e di empatia si può parlare in questo caso, non possiamo, in tutta onestà, condividere il suo appello in favore della strage di milioni di Animali in nome di un “bene supremo” che sarebbe la salute umana (e nello specifico la sua).
Non possiamo e non vogliamo condividere un appello che trasforma una persona umana affetta da rare patologie in uno spot vivente pro-vivisezione, divenendo lei stessa strumento propagandistico (si spera del tutto inconsapevolmente, ma dubitare è lecito) nelle mani di chi gli altri è abituato a strumentalizzarli – a usarli – quotidianamente; e ciò perché siamo assolutamente convinte/i che mai i fini possano giustificare i mezzi. Perché se ciò accadesse, se tale paradigma divenisse consuetudine universalmente condivisa (ma forse lo è già), non ci sarebbe limite alla violenza, alla sofferenza e al dominio sull’altro. Molti in ambito animalista hanno accomunato le pratiche mediche naziste inflitte agli ebrei ai protocolli sperimentali con l’utilizzo di Animali, se il paragone può sembrare esagerato o retorico (ma del resto adeguato alla situazione visto e considerato che la stessa Caterina ha usato pubblicamente il termine “nazi-animalisti”), a sgombrare il campo dagli indugi basterebbe elencare le numerose conoscenze mediche, biochimiche e fisiologiche, le sostanze chimiche, che ancora oggi vengono utilizzate per il “bene supremo” umano, e che sono derivanti da torture inflitte agli ebrei nei campi di concentramento e sterminio nazisti: come il comune test di Clauberg sulla fertilità (per maggiori informazioni si legga: http://www.veganzetta.org/?p=3756), o sostanze di derivazione ormonale come il Progynon e il Proluton, largamente impiegate nei casi di sterilità e di rischio di aborto nella donne; sostanze che possono salvare la vita di un nascituro, o dare la gioia a una persona di avere un figlio. Chi siamo noi per giudicare delle persone che ricorrono a queste soluzioni nella speranza di guarire da una patologia che le ha colpite? Ma allo stesso modo chi siamo noi per giustificare i metodi raccapriccianti che hanno portato alla messa a punto di tali sostanze? Per Caterina le medicine che assume significano vivere, per molti altri esseri senzienti hanno significato dolore e morte. Caterina diviene vittima di malattie che possono, a oggi, essere curate solo con sostanze che hanno causato vittime non umane a migliaia: lei non ha colpa di tutto ciò. Ma ne diviene complice nel momento in cui decide di difendere pubblicamente tali metodi: non ne ha alcun diritto né come persona umana, né come malata. E’ questo il suo grande errore, ed è questo che non possiamo e non vogliamo condividere, e che anzi condanniamo fermamente. Nessun fine può giustificare i mezzi, nessuno oserebbe affermare ciò che afferma Caterina se le vittime sacrificali fossero i propri cari, la propria famiglia, o anche il proprio Cane (lo stesso della foto di cui si parlava prima, per esempio), questo perché saremmo colpiti nei nostri sentimenti, nei nostri affetti più profondi: meglio che accada ad altri, lontani, distanti da noi, diversi. In fin dei conti le vittime di Clauberg erano per i nazisti “solo ebrei”, quindi meno che umani, e le vittime dei farmaci che assume Caterina erano “solo animali”, quindi nemmeno umani.
Di sicuro molte persone si sentono più sicure perché protette da eserciti e da servizi segreti pronti a tutto pur di difendere un determinato modello di vita, anche a costo di torturare Umani, di imprigionarli, di ucciderli, di richiuderli ed espellerli come si fa con oggetti non desiderati. Ma ciò può essere sopportato solo da chi da queste vergogne trae giovamento, da chi ha la fortuna di trovarsi dalla parte del più forte. Ma a quale prezzo? Ci sarà mai fine a questo macello quotidiano che smembra Animali, Umani e il Pianeta stesso? E’ questo egoismo assurdo che abbiamo il dovere morale di sconfiggere, partendo da chi è l’ultimo degli ultimi: il non umano, vittima anche delle cure che salvano Caterina e in definitiva tutte/i noi.
Vorremmo vedere il sorriso di Caterina senza una maschera di plastica, ma allo stesso tempo vorremmo che tale sorriso non significasse lo strazio di milioni di altri esseri senzienti che hanno il suo stesso diritto a vivere una vita serena. Affermare che ora non si può fare altrimenti non può essere una giustificazione, sarebbe solo una resa ipocrita e una degradazione morale. Una scienza priva di un’adeguata riflessione etica è solo un’aberrazione della nostra propensione alla conoscenza, e può solo generare mostruosità, ingiustizie e dolore. La fine della sperimentazione sugli Animali non è una questione legata al superamento di necessità contingenti, ma è meramente una questione di volontà.
Per quanto esposto ci dissociamo da chi augura la morte a Caterina Simonsen, ma anche dalla sua presa di posizione a favore della tortura animale.
Saluti antispecisti.

giovedì 26 dicembre 2013

Stati generali dell’antispecismo

Gallinae in Fabula è  un "progetto intellettuale animalista finalizzato alla divulgazione dell’antispecismo, e dei suoi principi, nelle società contemporanee." Organizza "eventi, progetti editoriali, una nuova collana digitale, e molto altro ancora". Tra questo "molto altro", c'è l'iniziativa del filosofo Leonardo Caffo, che volentieri riporto qui.

di Leonardo Caffo

Questo è il mio primo post su Gallinae in Fabula. Chi mi conosce, o ha lavorato con me, sa che, contrariamente a ciò che molti pensano, la maggior parte dei progetti che ho contribuito a fondare, pensare, e via dicendo, non mi ha mai visto troppo protagonista (penso ad Asinus Novus, che ho fondato con Marco Maurizi, e basta vedere quanti articoli miei sono stati pubblicati negli anni). Mi sembra che l'importanza di tutto ciò sia, più che altro, fare emergere nuove voci - diverse prospettive - spesso inascoltate o inadatte ad altri contesti: ed è così che, fortunatamente, il panorama antispecista si è arricchito di autorevoli commentatori prima sconosciuti o quasi: penso a Serena Contardi, Antonio Volpe, Rita Ciatti, Leonora Pigliucci, Alessandra Colla, Andrea Romeo... e anche qui l'elenco è lungo. E piano piano sentiremo parlare sempre più di loro, e di altri che ancora non conosciamo, ma cominciano a problematizzare la questione animale con la loro testa.


Scrivo questo mio post, breve, perché gli ultimi anni hanno condotto a un contrasto, troppo spesso forte, tra diverse posizioni antispeciste: complice anche la mia partecipazione al dibattito, i toni, spesso, sono stati sgradevoli e poco filosofici. Ma in un qualche senso abbiamo dimenticato l'obiettivo comune che è, era e resta, quello della liberazione animale. Credo che ci sia da chiedere scusa a tutti gli attivisti, ma soprattutto a tutti gli animali, per questa perdita di rotta.


Scrivo questa pubblica lettera, umilmente, per chiamare a raccolta per il 2014 "Gli stati generali dell'antispecismo": un cantiere aperto di lavoro comune, tra antispecisti politici, deboli, animalisti, liberazionisti, attivisti e filosofi, volto a costruire insieme un edifico comune, in un territorio sicuro. Credo che i tempi siano maturi per lavorare insieme, rispettosamente, e far sentire la voce degli animali attraverso la nostra - verso un ripensamento complessivo delle categorie politiche attuali.


Dal 2014 mi impegnerò personalmente, attraverso conferenze ed eventi, a promuovere quanto qui ho brevemente abbozzato: chiedo a chiunque volesse partecipare, come associazione o singolo, a questo evento di scrivere a gallinainfabula@gmail.com - per cominciare questo laboratorio dell'antispecismo.

Qui ci sarà la lista aggiornata di attivisti e associazioni, e degli eventi che avranno aderito - basterà poi mettere come banner, o dove si preferisce (locandine, ecc.), il logo semplice con cui è aperta questa lettera.

In questi anni, dalla redazione di Liberazioni alla fondazione di Asinus Novus, fino alla direzione di Animal Studies - la conoscenza di tanti attivisti, in giro per l'Italia e per l'Europa, l'amicizia meravigliosa con le amiche di questo nuovo progetto che è Gallinae in Fabula - mi sono convinto che è possibile, davvero, provare non soltanto a "dire" la liberazione animale ma anche a "farla".

Spero che, anche se per adesso sono stato breve, molti aderiranno a questa iniziativa - l'anno prossimo, quello che sta per iniziare, potrebbe davvero essere diverso - ma dobbiamo essere uniti, e sulla base di un nucleo comune antiautoritario, libertario e antispecista.

Attendo vostre,

buona liberazione a tutte/i.

mercoledì 25 dicembre 2013

ALLA SCOPERTA DEGLI ANIMALI DISABILI Intervista a Valeria Del Carlo

Valeria Del Carlo, con un piccolo cucciolo

Uno scambio con Valeria Del Carlo, testo raccolto via telefono con appunti, successivamente organizzati nel seguente monologo - novembre 2012 (prosegue il tema della disabilità animale, introdotto qui.

Valeria Del Carlo è la presidente dell'associazione di volontariato "Piccole Cucce", attiva nella provincia di Lucca. Tra i vari compiti dell'associazione, c'è la sensibilizzazione verso la disabilità animale e la divulgazione di questo concetto, con iniziative nelle scuole e progetti come l'annuale "raduno AN.DI" , in Toscana. Molto importante anche la partecipazione alla rete di mutuo aiuto del progetto "S.O.S. Carrellini", di cui, in futuro, avremo modo di parlare.

<<Da molti anni mi occupo di animali con lo scopo di aiutarli.
L'esperienza con gli animali disabili, che mi ha coinvolto in prima persona, è avvenuta a contatto col mondo felino, in un approccio coi gatti. Forse, i gatti suscitano una reazione più forte rispetto ai cani – se disabili – perché nell'immaginazione delle persone comuni, i gatti sono associati all'idea di estrema agilità. Parlo di cani e gatti perché, come è ovvio, sono gli animali che più facilmente si incontrano, anche tra quelli bisognosi.
Il primo animale disabile che conobbi in prima persona, e col quale ebbi a che fare, fu infatti proprio un gatto. Fu una svolta nel mio pensiero, che andò ben oltre anche il sentimento di empatia, che fino a quel momento aveva guidato le mie decisioni.
Era un animale disabile, la sua disabilità aveva a che fare con le zampe e l'uso degli arti. Lui, era riuscito a imparare a usare anche la coda, in modo del tutto personale, unico e creativo, per superare le sue difficoltà. Venne in breve adottato, ma aveva cambiato decisamente tutto il mio pensiero nei confronti degli animali, da lì ho iniziato a elaborare considerazioni mie, sui disabili animali.

<<Per cominciare, vedo con occhi diversi anche le reazioni delle persone, poste di fronte all'animale disabile, estranee a questa esperienza. Se all'inizio, c'è da parte loro un automatico sentimento di pietà, si accorgono che le cose non sono quel che sembrano, e avviene quindi una cosa straordinaria, cioè che l'handicap, la disabilità, la malformazione, diventa invisibile, perché così è in partenza per l'animale, cane o gatto, che continua a comportarsi spinto dalle sue esigenze, dai suoi sentimenti e desideri, che lo motivano a superare con tutta la sua energia e inventiva, la difficoltà iniziale. A questo punto, le persone, questi animali umani così suggestionati da tanti pensieri che in realtà non sono i loro, ma che hanno per così dire imparato dalla società, cominciano a sviluppare pensieri collaterali, nuovi e diversi, che illuminano anche la loro sensibilità. Il gatto o il cane, diventa – tra le altre cose – un esempio, un maestro, per comprendere cose sulla diversità, ancor più estremizzata, in partenza, dalla presenza di un problema fisico, che rende l'animale a sua volta 'diverso' tra diversi (almeno ai nostri occhi umani).

<<Il mio coinvolgimento si eleva, si trasforma, si arricchisce, in un continuo scambio con gli animali disabili che incontro e che provo ad aiutare, in modo che a ogni successiva occasione, la qualità e l'intensità e la forza del rapporto che si sviluppa con questi animali, si modificano e si amplificano.
Sul versante pratico e quotidiano, infatti, la nuova luce che c'è al fondo di questi sentimenti nuovi (o forse riscoperti, rivitalizzati dal contatto), infonde nuovo coraggio.

<<Tanti anni fa, quando questo percorso è iniziato, quasi per caso, la disabilità animale era un tabù, che non veniva nemmeno nominato, figuriamoci se riconosciuto o esaminato.
Per gli animali 'con handicap' o con problemi, i veterinari e l'uso diffuso prevedevano una sola soluzione, sempre quella, definitiva. Era un esito doloroso: e all'animale non veniva data nessuna possibilità di una ulteriore e diversa vita, non aveva voce in capitolo, eppure gli umani stavano in quel momento decidendo di una vita che non era la loro. Dimostravano una specie di empatia debole, che però non si metteva davvero nei panni dell'animale, immaginando cosa avrebbero voluto loro se fossero stati al suo posto.

<<Erano situazioni critiche, anche per molti professionisti e veterinari, oltre che per molti volontari, impegnati con la sola risorsa della loro emotività, a fronteggiare situazioni in quei casi davvero al limite. Ci volle – parlo della mia esperienza personale – un aiuto forte, da parte di una veterinaria davvero determinata, per cominciare a dare a queste situazioni una diversa direzione.

<<Tra volontari e veterinari c'è o dovrebbe esserci, una stretta comunicazione, perché gli uni si fermano dove iniziano gli altri. Al centro, sempre questi tanti animaletti, più esposti degli altri alla necessità di una cura umana, alle conseguenze di scelte non loro, anche se fatte per loro, a tutti gli aspetti di un 'poi' che, proseguendo le singole vite, mette in luce nuovi bisogni, nuove necessità, richiede nuove abilità e strategie. Negli anni, si formano delle complementarietà, con fatica, ma anche con gratificazione.

<<Otto anni fa, per Tito, è andata proprio così. Una veterinaria, si è fermata, non si è arresa, e gli ha (ri)dato la vita. Il primo passo l'ha fatto lei.
Da quei passi iniziali e decisivi, l'operare modificato dei volontari, ha a sua volta modificato gli atteggiamenti di altri veterinari, e delle persone che si ritrovano a vivere con un animale disabile in casa.
Dopo veterinari e volontari, il terzo vertice di questo triangolo umano al cui centro c'è l'animale disabile, è proprio dato dalle persone che hanno l'animale disabile nelle loro case e famiglie.
A lungo, queste persone, che si vedevano come 'padroni', si sono fermate sulla soglia estrema della disabilità. Si sono rifiutate di oltrepassarla, sono rimaste al di qua, e hanno scelto l'eutanasia.
Tra i tantissimi elementi che pesavano su questa loro scelta, uno mi ha sempre colpito: la vergogna che provavano nell'avere un animale menomato in casa. Così come si faceva se si aveva un familiare umano con handicap (e come oggi forse per fortuna si tende a non fare più) , si tendeva a nasconderlo, a tenerlo in casa, forse anche con l'intento mal direzionato, di proteggerlo. C'era la vergogna, la non volontà di dover spiegare e raccontare.
Gli sguardi reciproci, tra animale e persone della famiglia, poi coi volontari e i veterinari, poi tra tutti gli umani coinvolti, erano di pietà, compassione, ma poi anche di ostentazione, come se 'mostrare' l'handicap dell'animale fosse paragonabile a un gesto di esibizionismo, a una sollecitazione a velleità voyeuristiche, vagamente morbose.

<<Perché la forza dell'empatia agisca su questi atteggiamenti, occorre, naturalmente, il tempo. Allora, cambiano i modi di pensare e di vedere, tra le persone comuni. Quello che all'inizio era vergognoso, smette di essere improponibile. Il pensiero limitante, che bloccava ogni scelta diversa e alternativa a quella dell'eutanasia, piano piano perde terreno, di fronte a considerazioni di altro livello, di maggiore apertura. Cuore e mente, acquistano la caratteristica di diventare 'diversamente aperti'.

<<Un animale disabile, accolto con nuova consapevolezza, ri-orienta per intero tutta la vita delle persone che vivono vicino a lui, rimette in ordine diverso priorità e valori, in un certo senso obbliga a ripensare tutta la propria vita, a cominciare dalle minime cose quotidiane. E ciò che avviene anche quando si vive con un umano disabile, a ben pensarci, con un doppio impegno di empatia, e di superamento di ostacoli e barriere: quello della disabilità, e quello della specie.

<<Oggi è una situazione più normale e diffusa, e per fortuna le persone trovano più facilmente e velocemente, le motivazioni interiori per imparare a vivere accanto a un altro animale disabile.
Così, scoprono che si possono fare cose insieme, cose diverse da quelle che ci si aspetterebbe di fare con un cane o un gatto 'normodotato'. Ma la diversità di risorse fisiche a disposizione, in modo reciproco e bidirezionale, diventa costruttiva e positiva, scambia informazioni reciproche, porta a mutare se stessi, ad approfondire – se si ha la volontà di farlo – la propria consapevolezza, a focalizzarsi su 'cose' a cui prima forse non si pensava nemmeno. E non tutte hanno a che fare con doveri medici e di cura, con ostacoli da superare. Anzi. Spesso ci mettono di fronte a soluzioni creative, a modi e stili di vita speciali e diversi, perché unici, personali e individuali: dell'animale disabile, di noi stessi, e di noi come insieme, sistema familiare composto da animale umano + animale non umano.

<<Si fanno avanti aspettative nuove, diverse, quasi 'eccezionali', perché tutto quello che viene dal vivere insieme si fa speciale e particolare, ogni volta diverso e da ripensare.
Diversi sono i livelli della disabilità. Diversi i modi degli animali di avere a che fare col mondo reale intorno a loro. Mi capita di pensare che a volte, loro ti stiano prendendo in giro, o ti stiano mettendo alla prova, giocano con gli sguardi, che ti inviano e coi quali comunicano, chiedono, affermano. Coi gatti, coi quali ho un rapporto più frequente e più ricco, per via del lungo tempo di frequentazione, questo è evidentissimo.

<<Loro, gli animali, non si sentono menomati. Ma noi, che li vediamo, modifichiamo più o meno inconsciamente, il nostro atteggiamento e modo di comportarci nei loro confronti, poiché abbiamo davanti un animale che ha subito qualcosa (incidente, nascita con problemi, maltrattamenti, mutilazioni, e altro). Ma per loro, quella è la realtà, quello è il mondo in cui si trovano a vivere e col quale devono e vogliono agire. Ho avuto a che fare con gatti nati senza occhi, che sviluppavano o portavano alla superficie nuove e diverse facoltà, 'un sesto senso' e altri canali di comunicazione, per scambiare informazioni. Creano la misura e il ritmo della nuova relazione, anche con noi, oltre che con gli altri animali che incontrano, magari nelle nostre case. Ci chiamano a un nuovo impegno di relazione, poiché nemmeno per un istante pensano che la loro richiesta di vita sia inferiore o meno valida di quella di altri, considerati 'sani' o 'normali'. Aprono davanti a noi nuove finestre sensoriali, altri livelli di percezione, altrimenti inavvicinabili per un umano. Animali disabili, anche sofferenti, trovano continuamente strategie per compensare, per riempire i vuoti con nuove capacità. Io li aiuto col gioco, e ho l'occasione, che considero preziosa, di scoprire i molteplici lati della inventiva degli animali: un gatto privo delle zampe anteriori, usa le zampe posteriori, e la coda,e la bocca, in modo nuovo. Loro per primi diventano esploratori di nuove vie per avanzare nel mondo reale, e scoprono e mettono in atto strategie e intelligenze.

<<Se tu sei un umano, e ti trovi alle prese con queste situazioni, sei forzato a cambiare, perché la realtà che vedi e vivi non è più quella che pensavi che fosse. Cambi, per non sentirti e intrappolarti tu stesso in una situazione di 'disabilità', che definirei percettiva, emotiva.
Dove noi ci blocchiamo, loro procedono oltre, cambiano la vita stessa, o meglio, è la vita che li dirige verso cambiamenti inaspettati, spinge il limite oltre, fino a creare un vero e proprio mondo diverso.
La domanda, tante volte, mi ha così colto, in modo del tutto spontaneo: chi è, quindi il vero limitato? Chi il vero disabile?>>

martedì 17 dicembre 2013

Il cervo 2 - la Riscossa

Fonte: pagina Facebook de "La Stella Vegana"

Grande sgomento, emozione e commozione per il post che racconta dell'esposizione al ludibrio umano del corpo di un povero cervo ucciso dai cacciatori, che ne riportano la salma legata sul cassone di un pick up, come spoglia o trofeo di guerra: su cui ridere, su cui guadagnare. Un qualcosa di osceno, così come mi sembra venga intesa nelle riflessioni di Elizabeth Costello, personaggio metaletterario dello scrittore J.M. Coetzee - quasi un suo "avatar":<<Osceno perché cose del genere non dovrebbero succedere, e poi ancora osceno perché, una volta successe, non dovrebbero essere rivelate ma piuttosto nascoste, sepolte per sempre nelle viscere della terra, come quello che succede nei mattatoi del mondo, per preservare la sanità mentale di tutti. […] Un passero buttato giù dal ramo da una fionda, una città annientata dal cielo: chi si azzarda a dire cosa sia peggio? È male, tutto, un universo malvagio, inventato da un dio malvagio.>>. L'esposizione, se interpreto bene, anche dal resto della riflessione, che si intitola "Il problema del male" e che si dipana per una quindicina di pagine almeno, è da intendersi in forma dubitativa. Col suo tipico stile, Coetzee affronta un problema che inizialmente e all'apparenza è solamente letterario, da quasi ogni angolazione possibile, accettando le ragioni di ciascuna e presentandole al lettore, con grande rispetto, ma anche sfidandolo, esortandolo a trarre sue proprie conclusioni e decisioni, sapendo però sempre che nessuna potrà mai essere definitiva nel tempo. Mi piacerebbe ritornare a parlare diffusamente di questo libro, consigliabilissimo. Il post è stato ripreso sulla pagina feisbucchiana della Stella Vegana, è stato da molte e da molti ripreso e ricondiviso - secondo quel meccanismo di passaparola del social forum che a mio avviso oltrepassa di gran lunga i famosi "cinque gradi di separazione". Ne riporto qui, perciò, un rilancio esemplare, soprattutto per il piacere di poter avere ancora l'occasione di guardare la bella immagine che l'accompagna - questi giovani cerbiatti nel bosco invernale, che con occhi bambini, guardano l'obbiettivo, totalmente fiduciosi, o forse ignari. Mi fa riflettere l'impatto che questo cervo ha suscitato, nella sua morte.  Coetzee, con Costello, dice che non sempre la gente viene migliorata da quello che legge, né che lo scrittore esca incolume dall'esplorazione di territori oscuri, quelli dove - come nei mattatoi - "Satana imperversa". Dice anche che le ultime ore, quelle della sofferenza e della morte, di ogni vittima - aggiungo io - "appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene. […]" con "arroganza". Non dimenticate che Costello non offre soluzioni ma solo problemi, non risposte, ma altre domande. Perciò io sono convinto che questa volta dovevamo vedere, con tutto quel che ne segue...

giovedì 12 dicembre 2013

Il cervo

fonte della foto: Facebook, da Internet

 Non so da dove né come iniziare.Perché oggi, ho accarezzato e baciato un cervo, davanti ai cacciatori che lo avevano appena ucciso coi loro fucili dotati di telemetro, in Valsesia. Le emozioni sono mille, i pensieri duemila, tutti intrecciati: e così, i dubbi e le domande sono tremila.

Forse se inizio dal principio. La Valsesia è una valle chiusa. I suoi abitanti, nei secoli, hanno acquisito durezza di carattere e di cuore, che nel XXI secolo, non si è mitigata, nemmeno nei più giovani.
Eppure, ho amato e amo questi LUOGHI, anche se faccio grande fatica con le persone che li abitano – e questo è anche un mio punto debole, ne sono cosciente.
Proprio per questo, ho passato molti significativi anni della mia vita tra questi boschi. Anche questa mattina, ero a passeggio con i miei cani. Eravamo vicino alla riva di un fiume: prato innevato sotto il sole lontano del mezzodì di dicembre, grandi sassi della riva, e davanti a noi boschi sulle pendici già in ombra. Si può pensare qualcosa di più rinfrancante?

Di colpo. A distanza non troppo breve,risuonano quattro potenti detonazioni: tutte le rocce delle montagne intorno, coi tronchi dei loro alberi, e i rami suoi tronchi, e gli aghi e il fogliame sui rami, e gli animali tra i tronchi, i rami e le radici, ne risuonano, ogni volta,  a lungo. Tremano, come trema il mio animo, perché capisco al volo che cosa ho udito: spari di fucile. Vorrei che fossero andati a vuoto, ma scoprirò a breve che non è stato così.

Vicino alla bella passeggiata – che tale è per una persona di città, e chissà invece che cosa rappresenta per un montanaro che vive qui tutto l'anno – c'è un accogliente pub – che definire bar è riduttivo, e chiamare locanda è fuorviante. Lasciati i cani in auto, entro per bere un caffè. Di lì a poco, arriva il pick up dei cacciatori. Col cervo disteso e legato con le corde.
Sono quattro, o cinque, li conosco quasi tutti; solo uno, dal modo di muoversi e di parlare, non sembra originario del posto.

Se sul subito mi rifiuto di uscire, quasi da un secondo all'altro, invece, cambio idea: penso che lo devo al cervo, almeno un gesto di rispetto, di saluto. Mi faccio coraggio. Esco. Sono vigile, mi accorgo di notare ogni minimo dettaglio. Mi avvicino al pick up, in fondo al parcheggio della piccola piazza. Mi vedono, sanno chi sono, non mi bloccano, ma nemmeno mi fanno passare. Ridono. Un bambino che di sicuro frequenta già le elementari, è arrampicato sulla sponda, spinge il torace inerte del cervo con la piccola mano. Ride. Guarda suo papà, che è tra i cacciatori. È un bel bambino, e conosco suo padre. Chiedo permesso a uno dei cacciatori, che mi volta le spalle e intanto afferra il palco di corna e muove la testa del cervo, come fosse un pupazzo. Chiedo permesso, si scosta e così posso avvicinarmi al cervo. Noto le ferite, varie, sul corpo non così grande. Sento in lontananza, che parlano di come lo hanno braccato e sparato, di quanto può pesare e valere, di quanta carne, di cosa fare col palco, e altri discorsi (prezzi, leggi, tasse, qui tutto è misurato con questi criteri)... ma le loro parole sono in sottofondo. Guardo solo lui, vorrei che potesse vedermi anche lui. Lo accarezzo, più volte. Poi decido che non basta, e perciò di baciarlo in fronte. Il pick up è molto alto, riesco a baciare la mia mano, e appoggio il bacio sulla sua fronte, gli sussurro parole. Sento uno dei cacciatori, che ben mi conosce, esclamare qualcosa, ma è in dialetto che non comprendo. Alzo gli occhi, mi accorgo che il bambino mi guarda con gli occhi sgranati.

È tutto. Il fatto è tutto qui. Ma mi scardina dentro e pensieri escono a valanga. Come doveva essere bello questo cervo, stamattina, all'alba, col ghiaccio che esce dalle narici nel respiro, gli occhi attenti, le orecchie che si muovono; lui sente il calore del proprio corpo, è giovane, la luce sta tornando nel bosco, perciò è felice. Ha fame e inizia a cercare cibo. Ce n'è poco, forse perciò si avventura vicino ai luoghi che puzzano delle cose dei duegambe-senza-corna, anche se ciò lo agita. (scoprirò che sono due settimane che gli danno la caccia: in 4, o più, coi telemetri, coi mirini, nutriti, loro, e al caldo... vigliacchi: credo che lo abbiano sorpreso tradendo la sua ingenuità della gioventù).
Come si sente vivo! Chissà se c'erano altri cervi con lui, chissà se invece era solo, ma fiducioso nelle sue forze, e sentiva nell'aria messaggi odorosi di compagni della sua specie.

Tutto questo, agli umani col fucile e gli occhi piccoli e le rughe nelle facce tirchie e tirate, specchio di cuori avidi e gelidi, non interessa. Loro lo vedono come un'pezzo' di qualcosa da smembrare, mangiare, vendere, scaricare, gettare.

Ho già detto anche troppo. Mi fermo, non perché non ci siano altri mille pensieri, ma perché di più di così, vorrebbe dire togliere dignità e rispetto a questo cervo, e spazio al mio desiderio di poterlo salutare col mio addio dal profondo della mia anima.

Ricordo solo – per chiudere con l'incanto e la speranza - un altro Grande Cervo che vidi anni fa: io ero in auto, lui era appena fuori da una galleria che sbocca sul tratto finale e rettilineo della valle. Grande al chiaro di luna, davvero maestoso. Senza paura, mi guarda. Si allontana, procede senza fretta, seguito dalla sua compagna e dai loro due figli. Torna nel bosco: una incarnazione magica. 

Postilla: ho scritto questa nota di getto, incerto se pubblicarla, ma incoraggiato a farlo da amiche preziose. Ha suscitato commozione su Facebook, e si è diffusa tantissimo in poche ore. Dico questo, non per vanto, ma perché mi conforta interpretarlo come un segnale di speranza.. Un'amica ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare: che in qualche modo il cervo ha "scelto" questa fine (se loro percepiscono altri mondi e hanno un senso diverso del divenire), per incontrarmi, per incrociare il mio destino e che io vedessi quanto è cruenta la caccia, dopo averne solo e sempre parlato. Così, non devo lasciare tutto ciò come inaccaduto... e sono davvero grato a questo nobile individuo.

mercoledì 11 dicembre 2013

Vale più una immagine (2)


                       fonte: ho scaricato questa bella foto tempo fa, probabilmente viene da questo Santuario


Sono tanti, per fortuna a quanto pare sempre di più, i luoghi dove gli animali negletti a causa della voracità umana, trovano scampo, sollievo e dignità per il resto della loro vita. I tanti, ma sempre pochi: maiali, mucche, capre, galline, topi, cavalli, asini, pecore...
Si chiamano "Santuari": ce ne sono molti anche in Italia, su e giù per la penisola e volendo, non è difficile raggiungerli (quando un giorno lo farò, prometto tante foto da godere e gioire). 

Tra tutti questi altranimali, ho scelto il maiale: perché in questa immagine è bellissimo, nella sua gioia che lo fa sorridere; perché troppo poco tempo fa, invece, mi è capitato di vederne uno appeso al gancio del macellaio; perché il maiale è nell'occhio del ciclone della "satira" (?) italica. Perché a lui ho ripensato, mentre mi addoloravo per le uccisioni dei cacciatori: accomunati nella morte violenta decisa dal dominio umano (morte anche per me, di cui questa violenza uccide ogni volta piccole parti di respiro libero e sereno), vorrei essere un maiale o un cervo? (la domanda non vuol stilare classifiche, è solo un modo per me di cominciare a capire alcune domande, magari strane, magari scomode, ma utili per alimentare quel che deve essere instancabile pensiero a proposito delle possibilità di futuro che possiamo e dobbiamo aprire, se non ci impediamo la compassione e quindi il rispetto verso gli altri animali).



lunedì 9 dicembre 2013

Carrellini e altre disabilità

foto: scattata dal Mago dei Carrellini del Mago
I carrellini parcheggiati al muretto sono stati fotografati a Siracusa dal 'Mago dei Carrellini', che ha il suo spazio su face book, come 'I Carrellini del Mago', from Treviso; ho scoperto l'immagine grazie a Luca Spennacchio.


Questa volta, inizio a scrivere di un argomento che mi sta molto a cuore, e che, negli anni, ha coinvolto sempre più il mio interesse: la disabilità animale (o, se preferite, ALTRANIMALE). Col tempo, spero che questo post diventi solo l'inizio di un discorso articolato, e a più voci, magari...

Uso questa espressione disabilità animale intanto perché in un certo ambito e contesto è nota e riconosciuta, e poi per focalizzare meglio tutta la questione, molto complessa e – a quanto pare – finora poco studiata.
Come gli umani trattano o hanno trattato la “disabilità animale”? Troppo spesso, con ipocrita pietà, che nasconde una non trascurabile misura di violenza, arbitrio e sopraffazione. Tuttavia, esistono delle eccezioni. È quello che ho provato a scoprire, con alcuni primi appunti, che dovevano diventare un articolo per una rivista antispecista.
Anche se alla fine l'articolo non è stato realizzato, questi appunti, però, sia per la loro lunghezza, sia per il contributo di altre persone che hanno espresso dettagliatamente il loro punto di vista e raccontato la loro esperienza, mi sono sembrati ugualmente molto interessanti: e sono un po' il modo per me di iniziare la scoperta della disabilità animale, così vasta e articolata, che di sicuro non si può risolvere con un unico scritto.
Ed è poiché per prima cosa sono racconti di vita, che mi fa piacere (ri)proporli qui, sul blog.
Oggi il blog, domani chissà. Da qui all'eternità. Domani è un altro giorno. Ecc.ecc.

(Avevo anche scritto una prima prova di introduzione, e ne ripropongo qui una parte).

<< Anni fa, in Liguria, incontrai un cane "disabile". Passeggiavo sotto i portici di una bella cittadina della riviera di Ponente, in una luminosa mattinata, a curiosar tra le bancarelle del mercatino che intasavano le vie strette. All'improvviso, la folla venne separata in due per l'arrivo sfrenato di un canetto meticcio di piccola taglia, nocciola-rosso, intrepido e sicurissimo di sé. Lo sentii arrivare, e quando abbassai lo sguardo, lo vidi correre, su e giù per il marciapiede dei portici, solo con le due zampine davanti che trottavano a pieno ritmo, perché quelle dietro stavano inerti sui sostegni di un carrellino metallico. Le ruotine frusciavano e tonfavano tutte le volte che il canetto scendeva o saliva dal marciapiede, del tutto incurante del sia pur minimo dislivello, che per lui sembrava non rappresentare difficoltà né ostacolo. Ci mise meno di un minuto a sparire dall'altra parte della folla, naso a terra sulle uste; appariva senza una preoccupazione al mondo – che non fosse quella di poter continuare a seguire gli odori che più lo interessavano e a godere del sole, del caldo, dei profumi dell'aria salmastra, dell'energia del suo piccolo corpo che slalomava tra le gambe della gente.

Oggi ho lui in mente, intanto che mi accingo a parlare di rifugi o associazioni, inserite spesso in contesti non facili – poiché, se il generico disinteresse nei confronti degli animali è un atteggiamento tuttora anche troppo diffuso, in alcune aree geografiche, in alcuni contesti culturali e antropologici, il disinteresse diventa prestissimo disprezzo e violenza.

Questo articolo è un work in progress aperto. La speranza è che questo testo patchwork, possa funzionare come ulteriore punto di partenza e di rielaborazione per sviluppare e discutere questi racconti e le idee, le visioni, le convinzioni – sugli umanimali e altranimali – che questi mostrano e sviluppano>>.

Il primo racconto – nel prossimo post – sarà quello di Valeria Del Carlo. Emergerà dal suo racconto che gli animali disabili non si percepiscono come menomati, né i loro conspecifici li percepiscono o trattano come tali. Al momento, gli auspicati successivi racconti di altre esperienze, non sono stati scritti né ho potuto raccoglierli.

Buona lettura!
(continua)

giovedì 5 dicembre 2013

Sobrietà per gioco

 fonte della foto: http://www.petsparadise.it/roditori/come-curare-uno-scoiattolo-domestico/


I nostri antenati erano principalmente dei raccoglitori, con la tendenza ad accumulare scorte di tutto quello che trovavano. Probabilmente loro - e noi - ci comportiamo un po' come gli scoiattoli. Non è un caso che ci piacciano tantissimo i centri commerciali, al punto che quasi, quasi, si potrebbe parlare di una qualche "sindrome di Marcovaldo": entriamo col carrello vuoto, per comprare "due cose", ne usciamo col carrello ricolmo all'inverosimile di ogni genere di prodotto. 
Ci riempiamo le case di cose. Ora, poiché questo dovrebbe essere un post minimalista che parla di minimalismo, eviterò qualsiasi tipo di discorso e considerazione -dal turbo-consumismo, all'ascetismo degli eremiti, che magari potranno trovar posto nei commenti- su questa situazione , se non per dire che, presto o tardi, tutti arriviamo alla saturazione: ci manca lo spazio, ci manca l'aria. Le nostre cose ci abitano e ci usano.

Arriva -tardi o presto- l'esigenza di disfarsi di tutte queste cose, che avevamo prima preso con altrettanta urgenza. Tant'è...
Meno male che oggi possiamo farlo per gioco. Io, che in settimane, mesi e anni mi son liberato di tanti di quegli oggetti da riempire una seconda casa, ho scoperto con divertimento il Minimalism Game, ovvero The Minimalist, di cui mi ha parlato Monica, impagabile amica poliglotta, veg, creativa, camaleontica, strega, animalista e gattofila.

Lei, me lo ha spiegato così "Il gioco consiste nel disfarsi (regalando, buttando o vendendo) di "stuff", cose, robe che non servono e sono superflue. Si inizia l'1 del mese disfandosi di 1 cosa, il 2 di 2 cose, il 3 di 3 cose e via dicendo". Se non si inizia il primo del mese, sarebbe bene cominciare "col botto", disfandosi subito di tanti oggetti quanti se ne sarebbero buttati iniziando al giorno uno. "Cmq chi vuole giocare è il benvenuto". Il gioco è ormai internazionale: lui ha partecipato al gioco per 21 giorni, fotografando ogni giorno le cose che ha eliminato. Per cui, non facciamo i Mazzarò!
Io ho iniziato 'liberando' e liberandomi di una vecchia cassetta degli attrezzi, in disuso e semi arrugginita, con quasi tutti gli oggetti che conteneva, rovinati dall'usura del tempo; più uno scatolone di libri. Altri oggetti, molti ancora usabili, aspettano. Mi piace questo gioco...

martedì 3 dicembre 2013

Animali in luce atmosferica, le foto di Marco Colombo



Premessa-lampo: una delle cose più gratificanti cui mi capitò di lavorare come pubblicista, fu la serie di interviste a persone che hanno a che fare con gli altranimali, che scrissi per un mensile locale novarese ormai scomparso dalle edicole. Un modo per unire passione, attenzione per gli altranimali e attività scrittoria. Una esperienza che voglio provare a riptetere qui - se possibile, con un grado di libertà anche maggiore, e con una sempre elevata  attenzione alla qualità delle immagini e al significato emotivo che possono comunicare. Fine della premessa. La parola a Marco Colombo (qui sotto, ritratto in bianco e nero da E.Manca)...


 
Marco Colombo, classe 1988, è un fotografo naturalista, laureato presso l'Università degli Studi di Milano in Scienze Naturali. Al suo attivo ha moltissime pubblicazioni, mostre e proiezioni, grazie alle fotografie di animali e piante italiani ritratti nei loro ambienti naturali (il suo sito: www.calosoma.it). Lo abbiamo "incontrato" attraverso i suoi scatti, esposti in mostra, nell'estate 2013, presso i locali dell'Albergo Rosetta di Scopello. Una delle foto esposte ha vinto un premio prestigioso… 

PARLIAMO DELLA MOSTRA CHE CI HA FATTO METTERE IN CONTATTO.
La mia mostra fotografica “Natura Inaspettata”, realizzata in collaborazione con l’Archivio Fotografico Italiano (AFI), è un tributo alla natura italiana. Una serie di incontri ravvicinati che ho avuto con volpi, testuggini e gabbiani…e tanto altro! Tra le foto esposte alcune hanno vinto premi internazionali e una, in particolare, ritrae una biscia dal collare accanto a una cascatella proprio in Valsesia e ha vinto il primo premio della categoria “Animal Portraits” nel concorso BBC Wildlife Photographer of the Year 2011. Scopello è una località incantevole per villeggiare e i gestori dell’Albergo Rosetta, sono stati molto gentili ed ospitali nel concedermi questa bella location.

ANCHE RECENTEMENTE, COMUNQUE, RIPARTIAMO DA UNA MOSTRA: VUOI RACCONTARE GLI ANTEFATTI E LO SVOLGIMENTO DELLA SERATA E DELLA MOSTRA AL MUSEO MINGUZZI DI MILANO? SI TRATTA DI UNA OCCASIONE PARTICOLARE?
Anche quest’anno, come il precedente, sono stato invitato dall’Associazione Culturale Radicediunopercento a tenere una serata/proiezione nella splendida cornice del Museo Minguzzi di Milano, che ormai da tempo ospita annualmente la mostra del concorso Wildlife Photographer of the Year. È per me sempre un onore e quest’anno l’afflusso è stato notevole durante l’incontro dedicato a me: il pubblico era accalcato su sedie, scale, ringhiere e muri, è stata una piacevole sorpresa…ho proiettato in anteprima assoluta l’audiovisivo “Le stagioni della luce”, realizzato con le mie foto da Edoardo Tettamanzi, per poi lanciarmi in una chiacchierata sugli “Incontri d’acqua”, ovvero aneddoti e storie relativi ad animali incontrati in mare e nei fiumi, nei laghi e nelle paludi.

CHE COSA ATTIRA COSI' TANTE PERSONE A UNA MOSTRA DI FOTOGRAFIE DI ANIMALI?  CHE COSA ATTIRA DI PIU': L'ASPETTO ESTETICO E ANCHE TECNICO DI UNA BELLA IMMAGINE CON UNA SUA STORIA DIETRO, COME UN'OPERA D'ARTE; O ANCHE IL DESIDERIO E LA CURIOSITA' DI CONOSCERE E VEDERE ANIMALI CHE MAGARI NON SI HA L'OCCASIONE DI INCONTRARE MAI, O -CHE E' SINGOLARE - NON SI HA MAI L'OCCASIONE DI VEDERE DAVVERO, CON OCCHI DIVERSI DA QUELLI DISTRATTI E FRETTOLOSI DELLA VITA DI TUTTI I GIORNI?
Questa mostra racchiude ogni anno un centinaio di scatti premiati al concorso più prestigioso del mondo, per cui il livello tecnico ed estetico è molto elevato, inoltre è molto ben pubblicizzata, nonché collocata a Milano, in una zona culturalmente strategica. Da quel poco che ho visto, l’afflusso dei visitatori alla mostra è molto elevato e questo è assolutamente un bene, poiché si tratta di uno dei pochi luoghi in cui è valorizzata come dovuto la fotografia naturalistica in Italia… le persone si recano qui per vedere sì immagini di animali ma anche, a mio parere, per sapere i retroscena degli scatti, indicati nelle precise didascalie, che sono sempre interessanti.

DI COSA TI STAI OCCUPANDO ADESSO? IN CHE CONSISTE IL TUO LAVORO?
Molte delle foto che scatto sono fatte vicino a casa o comunque nella mia regione, perché in Italia abbiamo specie animali e vegetali interessanti e anche rare, basta sapere dove guardare. Attualmente sto lavorando su anfibi e rettili, in particolare sui serpenti, in primavera, mentre durante il periodo invernale mi dedico a mammiferi e volatili.


IN CHE MODO TI APPROCCI AGLI ANIMALI CHE FOTOGRAFI?
Spesso esco da casa e ho già in testa ciò che voglio fare, anche se poi non è facile assecondare queste visioni…normalmente rimangono solo nella mia testa, a volte si realizzano. Certe foto che ho scattato hanno tratto ispirazione, nella tecnica, da spunti di vita quotidiana, scene che vedo in altri contesti e riapplico al mio, o addirittura sogni. La ricerca dei soggetti avviene in maniera diversa a seconda degli stessi, ci sono orari, stagioni, modi di muoversi (o non muoversi!) che cambiano notevolmente; è necessario leggere molto e conoscere alla perfezione, per quanto possibile, le loro abitudini. La motivazione di fondo di queste ricerche è mostrare al pubblico la natura  nostrana e aumentare il rispetto per la stessa.  Nelle mie fotografie non mi interessa avere l’animale il più ingrandito possibile, il primo piano del capriolo o del gufo: a me piacciono le atmosfere, la luce deve essere la vera protagonista della scena, e spesso il soggetto è una piccola sagoma o figura iconica in un angolo.

COME CONSIDERI E CHE IMPORTANZA PUO' AVERE SECONDO TE L'IMMAGINE FOTOGRAFICA SULL'IDEA CHE LE PERSONE COMUNI HANNO DEGLI ANIMALI? POSSONO LE FOTOGRAFIE CONTRIBUIRE AL FORMARSI DI UNA MAGGIOR CONSAPEVOLEZZA DEL VALORE DI BELLEZZA E DI VITA CHE HANNO GLI ANIMALI, E MAGARI AIUTARE A FAR CRESCERE UN RISPETTO MAGGIORE NEI LORO CONFRONTI?
La speranza è che il pubblico prenda confidenza, attraverso le fotografie, con gli animali, anche quelli normalmente più bistrattati e meno apprezzati, come vipere, ragni e pipistrelli. Attraverso immagini di impatto è possibile, in qualche modo, che anche le persone comuni li apprezzino, nonostante sia difficile eradicare falsi miti e leggende. Altro punto chiave secondo me, durante le serate, è divertire le persone, farle ridere. Solo così ricordano meglio, imparano e memorizzano, mentre le noiose lezioni frontali lasciano il tempo che trovano… Quando il pubblico ride durante le mie  presentazioni, io sono contento, e più ride e più lo sono, poiché penso che forse ricorderanno qualcosa. E poi, il pubblico non vuole super eroi invincibili che portano sempre a casa lo scatto della vita senza mai sbagliare: raccontare le proprie sfighe non è mai deleterio.

MARCO COLOMBO, CHE TIPO DI RAPPORTO HAI (E HAI AVUTO) CON GLI ANIMALI?
Ho ritrovato, nei vecchi album di foto ricordo, varie immagini che mi ritraggono mentre cerco granchi, cinghiali e altre bestiole. La mia è una passione che ho fin da piccolo, unita poi a quella della fotografia a partire dal 1999.

QUALI SONO I TUOI PROGETTI FUTURI?
Attualmente sto lavorando come co-responsabile di un centro di Educazione Ambientale all’interno del Parco del Ticino, oltre a continuare la mia ricerca delle luci e delle ombre e a coltivare la mia passione…