venerdì 30 gennaio 2015

Do as I do - per fare insieme tra me e i miei cani

Claudia Fugazza


Giusto per rinfrescare la mia consapevolezza sul fatto che coi miei cani intrattrengo una relazione di tipo zooantropologico, domani, saremo a seguire il seminario di Claudia Fugazza 'Do as I do'.

I due giorni sono organizzati da PEC (Progetto Educativo Cinofilo) e Orma di Maya.



la locandina


Lo staff di PEC scrive che

Lo stage, grazie al Comune, si terra' direttamente al Campo Sportivo di GHEMME (NO). (Avremo quindi a disposizione anche un'ampia area coperta in caso di maltempo!).


Il DO AS I DO è una nuova tecnica di addestramento basata sull’apprendimento sociale.
Il cane, in seguito ad uno specifico addestramento, riproduce le azioni del proprietario.

"Grazie a questo metodo di insegnamento, potrai valorizzare la relazione speciale che c’è tra te  ed il tuo cane, consentendogli di
utilizzare le sue capacità cognitive sociali…Do it!"

Le aspettative sono molte, per me, che già vivo 'a misura di cane'.
Immagino che questo metodo sia nato dalla osservazione di comei cani si comportano tra loro e con noi, e quindi sia una pratica che asseconda ed esalta la naturale propensione sociale del cane a seguire l'esempio di un comportamento, mostrato e attuato da un individuo più autorevole, esperto e valido come riferimento educativo. 

Lo scopriremo domani!

Spero di fare tante foto e di raccontarvi.

mercoledì 28 gennaio 2015

In quelle tenebre

Gitta Sereny a colloquio con Franz Stangl - Fonte: Levantium


Mi pare sia stato Umberto Eco a dire una volta - scrivendolo - che "i libri si parlano tra di loro".
Questo sembra essere accaduto veramente, tra i libri - e i loro autori - di cui dico qui sotto.
Tanti anni fa, lo scrittore Isaac Bashevis Singer, scrisse il racconto "L'uomo che scriveva lettere". Il protagonista del racconto è un anziano professore; nel suo appartamento vive una topolina, con la quale il professore stringe amicizia, in un patto di reciproca fiducia e assistenza. Quando il professore si ammala, si preoccupa per la topolina, si chiede se la donna che ha iniziato a prendersi cura di lui, abbia badato anche alla topolina, e arriva a fare questa riflessione: «Si sono convinti che l'uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno.»

La frase mi è tornata in mente grazie al recupero che ne ha fatto il blog Slec.

Per inciso, ci tengo a dire che questo non è l'unico racconto dove Singer - che era anche vegetariano - manifesta grande empatia nei confronti degli altri animali.

Nel 2002, Charles Patterson scrive il saggio "Un'eterna Treblinka", ispirandosi proprio alla frase del racconto di Singer.
Inoltre, Patterson cita anche Theodore Adorno, al quale è attribuita la frase: «Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali. »

Nel saggio di Patterson, che affianca Olocausto e sterminio degli animali, ci sono molte testimonianze di sopravvisuti ai lager. Tra di loro, Edgar Kupfer-Koberwitz, scrittore, memorialista e pacifista tedesco, che in lager riuscì a scrivere di nascosto una notevole quantità di appunti, sotto forma di lettere a un amico, pubblicati al termine della guerra col titolo Animal brothers.
Viene citato anche da Lorenzo Guadagnucci nel suo libro Una voce da Dachau in Restiamo animali, (Milano, Terre di mezzo, 2012).
Kupfer Koberwitz, scrisse tra l'altro (riportato da Patterson): « Penso che finché l'uomo torturerà e ucciderà gli animali, torturerà e ucciderà anche gli esseri umani – e vi saranno le guerre – perché uccidere viene praticato e appreso poco a poco. Dovremmo cercare di superare le nostre piccole insensibili crudeltà, cercare di evitarle e cercare di bandirle. Ma siamo ancora troppo osservanti delle nostre tradizioni. E le tradizioni sono come una salsa grassa e saporita, che ci fa ingoiare la nostra insensibilità egoista senza farci accorgere di quanto questa sia amara».

Sempre in Patterson, si parla anche di Gitta Sereny, che  scrisse il libro In quelle tenebre, psicobiografia frutto di più di 60 ore di colloqui con Franz Stangl, il comandante dei campi di sterminio a Treblinka e Sobibor,  detenuto allora nella prigione di Dusseldorf, dove stava scontando l'ergastolo. Per il libro, Sereny intervistò molte persone che fanno da corollario al racconto, spesso opaco, molto reticente e vittimizzante di Stangl. Nell'ultimo incontro con la Sereny, Stangl ammise finalmente di condividere la propria colpa per l'Olocausto. Morì meno di 24 ore dopo.

Nel 2005, ho letto per la prima volta il libro di Patterson - è stato anche l'anno in cui ho letto "Liberazione animale", di Peter Singer e tutti i racconti di Isaac Bashevis S., in una splendida edizione dei Meridiani - una bella annata libraria personale, quella del 2005!
Nel 2009 ho finalmente trovato e letto il libro di Gitta Sereny, con un atteggiamento quasi incredulo di fronte al 'personaggio' Stangl, e alla eventualità che potesse aver davvero raccontato quello che ho riportato qui sotto. Buona lettura.

IN QUELLE TENEBRE
GITTA SERENY
(le sottolineature sono mie)

“Visto che li avreste uccisi tutti”, dissi a Stangl “che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?”.
“Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni” disse. “Per rendergli possibile fare ciò che facevano”. E questo credo sia vero.
Con lo sterminio di questi milioni di uomini, donne e bambini, i nazisti commisero un assassinio non soltanto fisico ma spirituale: su quelli che uccisero, su quelli che eseguirono le uccisioni, su quelli che sapevano che venivano eseguite le uccisioni, e anche, in certa misura, su molti altri, su tutti noi che a quell’epoca eravamo esseri vivi e pensanti.
[p.135-136]

Richard Glazar, come avevo ormai capito, ha una straordinaria capacità di rievocazione, e di relativo distacco – cose d’importanza essenziale affinché questa particolare storia possa essere sopportale – e, in senso più lato, abbia valore.
[p.242]

Le centinaia di migliaia di ebrei orientali [Polonia orientale, Russia] … erano sempre vissuti – sia per scelta, sia per necessità – separati dal grosso della popolazione … si riassumevano in quest'unica identità. … al di fuori di questo non c'era altro che paura: la tradizionale e innata paura dei pogrom che pesavano sui loro destini da secoli. […] paura … fatalismo. […] gli ebrei occidentali [Cecoslovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Francia, Germania] … sapevano, in teoria, dei crudeli pogrom, ma non li avevano mai subiti. È stata una distorta interpretazione di questo fatalismo – visto come una sorta di mistico desiderio di morte – che permise ad alcuni di considerare le vittime della 'Soluzione Finale' come un branco di 'pecore che si lasciarono condurre al macello'.

Il fatto è che a quel tempo, né gli ebrei orientali né quelli occidentali potevano concepire che ciò che si trovavano ad affrontare fosse vero, e i nazisti dimostrarono una spaventosa scaltrezza nell'avertire le essenziali differenze tra la personalità dei due gruppi [Heydrich, i dirigenti 'scientifici' del T4, gli psichiatri professor Heyde e Nitsche]. Costoro riconobbero agli ebrei occidentali la capacità di afferrare individualmente la mostruosa verità, e individualmente di resistervi, e pertanto ordinarono di prendere le massime precauzioni per ingannarli e tenerli buoni finché, nudi, in file di cinque, correndo sotto le sferzate, non fossero resi del tutto incapaci di resistenza. E con la stessa acutezza si resero conto che queste precauzioni non erano necessarie con gli ebrei orientali, i quali, in certa misura, erano preparati al terrore. Qui, tutto ciò che occorreva era di creare isterismo di massa. “Arrivavano, ed erano morti nel giro di due ore” disse Stangl. E queste due ore erano riempite da una tale quantità di violenza di massa sottilmente organizzata, che privava quelle centinaia di migliaia di persone di qualsiasi possibilità di sostare e di riflettere. [p.267,268]

“Sarebbe giusto dire che alla fine sentisse che in realtà quella gente non erano esseri umani?”.
“Una volta, anni dopo, in Brasile, ero in viaggio,” disse, con un’espressione profondamente concentrata e rivivendo evidentemente quell’esperienza “il mio treno si fermò accanto a un mattatoio. Il bestiame nei recinti, all’udire il rumore del treno, trottò avvicinandosi alla barriera per guardare il treno. Erano vicinissimi al mio finestrino, si spingevano l’un l’altro e mi guardavano attraverso la barriera. In quel punto pensai: ‘Guarda,, mi ricorda la Polonia; era proprio così che appariva, la gente, piena di fiducia, un momento prima che finisse nelle scatole…’”.
“Nelle ‘scatole’, ha detto?” lo interruppi. “Che cosa intende dire?”. Ma lui proseguì senza rispondermi, come se non mi avesse udito.
“… dopo d’allora, non riuscii più a mangiar carne in scatola. Quei grossi occhi … che mi guardavano … senza sapere che di lì a poco sarebbero stati tutti morti”. Fece una pausa. Aveva il volto tirato. In quel momento sembrò vecchio, esausto, vero.
“E così, sentiva che non erano esseri umani?”.
“Bestiame” disse con voce atona. “Semplicemente del bestiame” alzò una mano e poi la lasciò ricadere in un gesto di disperazione. Le nostre voci erano cadute a un tono basso. Fu una delle poche volte, in quelle settimane di conversazioni, che non fece alcuno sforzo per mascherare la sua disperazione, e questo suo dolore disperato mi suscitò un attimo di simpatia.
Quando pensa che cominciò a sentirli come bestiame? […]” […]
“Credo che cominciò il giorno in cui vidi per la prima volta il Totenlager di Treblinka.  […] quelle fosse piene di cadaveri lividi, nerastri. Non avevano più nulla a che fare con l’umanità … era una massa … una massa di carne che imputridiva […]”.
[…] “raramente li vedevo come individui. Per me era sempre soltanto un’enorme massa. A volte stavo in piedi sopra il muro, e li vedevo nel tubo. Ma  - come posso spiegarlo – erano nudi, assiepati, e correvano sotto le sferzate…” non finì la frase. […]
“E non avrebbe potuto cambiar nulla di questo?” domandai. “Nella sua posizione, non avrebbe potuto far smettere la vestizione, le frustate, l’orrore di quei recinti?”.
“No, no, no. Era quello il sistema. L’aveva inventato Wirth. Funzionava. E dato che funzionava, era irreversibile”.
[p.270,271,272]

“Che differenza c’era, per lei, tra l’odio e il disprezzo implicito nel fatto di considerare della gente come ‘bestiame’?”.
“Non ha niente a che fare con l’odio. Erano così deboli. Si lasciavano fare qualunque cosa. Era gente con la quale non c’era alcun terreno comune, nessuna possibilità di comunicazione – è di qui che sorge il disprezzo, non potevo capire come potessero arrendersi in quel modo. Molto di recente ho letto un libro sui conigli delle nevi, che ogni cinque o sei anni si gettano in mare per morire; mi ha fatto ripensare a Treblinka”.
[p.313]

[Richard Glazar]: “[…] Ma ogni traccia di sangue sugli indumenti significava morte; era una cosa antiestetica, e le SS erano molto esigenti in fatto di estetica ]p.320]

[Il libro di Janusz Korczak] “Io l’ho studiato […]. E so perché [in Germania] non vogliono comprare questo libro. Senta qui…” e mi lesse un pezzo della fiaba che c’è nel libro. “...Quando un soldato riceve un ordine, deve obbedire. Non deve far domande, non deve esitare, e non deve pensare: deve obbedire'. […] . è esattamente il genere di cose che non devono leggere mai più”.[p.350,351]

Questa allusione ai viaggi di Stangl in Brasile mi ricordò l'episodio che lui mi aveva raccontato, a proposito del bestiame che aveva visto accanto a una stazione, in attesa di essere macellato, e aveva pensato: “Questo mi ricorda la Polonia; anche là la gente aveva quest'aria fiduciosa – un momento prima di finire nelle scatole...” e domandai a sua moglie se le aveva parlato di quest'episodio. Lei disse che non gliene aveva mai parlato. “Ma, sa, d'un tratto smise di mangiar carne; non riesco a ricordare esattamente quando successe, ma fu poco dopo il nostro arrivo”.
" nel libro. n pezzo della fiaba che c'mprare questo libro. a, e le SS erano molto esigenti in fatto di estetica ]p.320]......   sv opèSKVèK...
o ripen


EPILOGO
Io non credo che tutti gli uomini siano uguali, poiché la nostra caratteristica essenziale è proprio di essere individuali e diversi. Ma l'individualità e la differenza non sono dovute soltanto alle qualità che ci capita di avere alla nascita. Dipendono altrettanto dalla misura nella quale abbiamo potuto liberamente svilupparci. V'è un nucleo essenziale del nostro essere, ancora mal definito e mal compreso, che, godendo di questa libertà, sorge e si sviluppa, quasi come il nascere, e che ci libera e ci separa da influenze intrinseche e, in seguito determina la nostra condotta e il nostro sviluppo morale. Io credo che un mostro morale non sia tale dalla nascita, ma sia prodotto da interferenze nel suo sviluppo. Io non so che cosa sia questo nucleo. Mente, spirito, o forse una forza morale finora innominata.  Ma io credo che, nel senso più profondo, la personalità individuale esista soltanto, sia valida soltanto, dal momento in cui essa emerge; quando, a qualunque età (se abbiamo fortuna, nell'infanzia) cominciamo a essere padroni e progressivamente responsabili delle nostre azioni. La moralità sociale dipende dalla capacità dell'individuo di prendere decisioni responsabili, di fare la scelta fondamentale tra il giusto e l'ingiusto; questa capacità deriva da questo misterioso nucleo – che è l'essenza stessa della persona umana.
Quest'essenza, tuttavia, non può sorgere né esistere in un vuoto. È profondamente vulnerabile e profondamente dipendente dal clima di vita; dalla libertà nel senso più profondo: non licenza, ma libertà di svilupparsi: nell'ambito della famiglia, nell'ambito della comunità, nell'ambito delle nazioni, e nell'ambito della società umana nel suo complesso. Il fatto che essa esista, pertanto – il fatto che noi esistiamo come individui validi – è prova della nostra interdipendenza e della nostra responsabilità reciproca.

[ed.Adelphi]
[ed.Ferni]

domenica 25 gennaio 2015

Che bello, vado al macello! la "carne felice" vs la "domanda prepotente"



" (...)  ora che ho conosciuto cosa si prova a tenere in braccio un agnellino come farò a tornare davanti al mattatoio?" è la "domanda prepotente" che Rita Ciatti si è posta, raccontando della sua visita a The Green Place, (qui la pagina facebookiana di questo rifugio).

Ma Rita conclude anche dicendo: "In qualche modo dovrò pur farcela perché noi il 31 gennaio si ritorna lì, davanti al mattatoio di Roma per dare visibilità all'olocausto animale che si consuma all'interno".

La domanda prepotente è esattamente quella per cui è stata creata la strategia dal nome "la carne felice" - un ossimoro di cui stupirsi, se non fosse che nasconde quantità smisurate di sangue e dolore e morte. In realtà, a me personalmente, fa rabbrividire, per il contenuto di violenza che riesce a veicolare senza parere.
La strategia della carne felice, infatti, è strumentale all'occultamento di quello che capita realmente agli 'animali da reddito', sulla loro pelle, sulle loro piume, sul loro vello, tutti i giorni, ogni giorno, moltiplicato per migliaia, pe millioni di volte - in una scala statistica di mero calcolo, che azzera, annienta - ignora ancora prima - le vite di individui nati con una forma diversa da quella animalumana, ma che non per questo non desiderano scampare al dolore, sfuggire alla morte, evadere dalla prigionia.

Come agisce, in breve, questa strategia?
Per esempio, facendo leva sulla compassione delle persone che vanno al supermercato, rassicurandole che 'la loro carne' proviene da "animali rispettati nelle loro esigenze e nutriti in modo sano e biologico, secondo le regole della filiera corta e della tracciabilità"; per cui, a questi animali, non è riservato il destino cruento che comunque i filmati animalisti hanno portato allo scoperto (e col quale, dunque, ormai, piaccia o meno all'allevatore, occorre fare i conti). Con la coscienza a posto, si immagina allora, il compratore, non smetterà di acquistare dalle lunghe file del bancone della macelleria, i suoi vassoietti polistirolosi di pezzi di animali uccisi e incellofanati. Sul 'senso di colpa' e sul modo di disinnescarlo, è illuminante quanto viene attuato da CIWF (Compassion in Word Farming) : "CIWF rappresenta una di quelle iniziative, oggi sempre più alla moda, che rientrano in quella che viene chiamata “produzione di carne felice”. In altri termini, l’allevamento rispettoso dell’Animale e delle sue esigenze etologiche finché non viene mandato al macello"  - così scrive Aldo Sottofattori, riflettendo sulle insidie della strumentalizzazione della compassione

Molti che mangiano carne, non hanno difficoltà ad ammettere che non sopporterebbero di vedere persino filmati dove si documenta quel che accade agli animali - negli allevamenti prima, nei lunghi viaggi durante, e al mattatoio poi, infine.
Da contro-esperienza, altrettanto potente, quindi molto fa la possibilità di conoscere alcuni di questi animali di persona, vivi e liberi, in quelli che sono i santuari per animali liberi - sul modello degli 'animal sanctuaries' di impronta anglosassone. (C'è una lista, speriamo parziale, e in crescita, dei santuari nel mondo, su Wikipedia). Chissà: se molte più persone avessero la possibilità di conoscere più da vicino 'chi' normalmente incontrano solo nel piatto, magari ci sarebbero maggiori conseguenze positive per questi individui altranimali. Scoprire che una mucca è capace di fare le fusa quando la gratti, e che è felice e tenerissima quando è insieme al suo bambino; scoprire che a una scrofa piace stendersi al sole e quando le fai i grattini muove la gamba posteriore esattamente come fanno i nostri cani; scoprire che le galline ti riconoscono e ti danno il benvenuto quando ritorni a trovarle e amano sedertisi sulle gambe per farsi accarezzare (e si potrebbe continuare con tanti aneddoti), non può non lasciare indifferenti - qualunque sia l'entità del pensiero provocato da questo incontro inaspettato. A patto che l'incontro sia un incontro e non qualcosa d'altro: la 'fattoria didattica', dove i bambini possono accarezzare gli agnellini o salire sul cavallo, o dar l'erba alla capretta, sono a forte rischio di rinnovata e ulteriore 'falsa narrazione', proprio quandio ci sembrava di essercela lasciata alle spalle. Una narrazione dove, comunque, l'uomo è il protagonista, questa volta buono e generoso, mentre gli altri animali non hanno mai l'occasione di esprimere / esprimerci i loro punti di vista, fatti di pensieri, di richieste, di speranze, di sogni, di progetti e di paure, tanto quanto sono caratterizzati dagli stessi elementi anche i nostri punti di vista sulla vita e sul mondo.
Una narrazione - quella dell'uomo comunque centrale, ma dalla faccia buona - che ha gioco facile e che le nostre orecchie accolgono quasi spontaneamente, perché i dubbi che la strategia della 'carne felice' intende silenziare, ormai, si sono affacciati: ma davvero agli animali succede quello che ho visto nei filmati? Perché, in effetti, la differenza tra gli allevamenti intensivi e quelli 'rispettosi del benessere degli animali', non sembra poi così decisiva e netta.
E la 'carne felice' è un abominio (innanzitutto, linguistico, degno della neolingua della distopia orwelliana) dal punto di vista di chi si impegna perché la vita e la libertà - invece della prigionia e la morte - siano il destino per milioni di animali; e per chi sa ma non vuole vedere, e volta la testa, la 'carne felice' è una ipocrisia

La 'carne felice è un mito' (ma non nel senso degli 883!), di quella che con paroloni difficili possiamo chiamare 'mitopoiesi antropocentrica specista'.

venerdì 23 gennaio 2015

Green Hill condannato

Una foto storica, bellissima: il momento della prima liberazione dei Beagle da Green Hill

La settimana mondiale per l'abolizione della carne è al via. (Tornerò più tardi a scriverne). Non poteva iniziare in un modo migliore, con un evento che non è esagerato definire storico.

Oggi, infatti, sono state rese note le sentenze relative al processo Green Hill.
Riportiamo dalla fonte LAV.

" Oggi 23 gennaio l’allevamento Green Hill è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Brescia."
"Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 60 giorni.

1)    è stato condannato dal Tribunale di Brescia per il reato di maltrattamento e di uccisione di animali (articoli 544bis e 544ter del Codice penale): una sentenza memorabile, destinata a fare giurisprudenza, capace di fare emergere l’amara realtà delle sofferenze inflitte ai cani allevati a fini sperimentali dalla succursale della multinazionale Marshall. 

2)    Sconfitto con il sequestro probatorio di tutti i beagle (luglio 2012), ora confiscati dal Giudice. Una vicenda senza precedenti in Italia e nel mondo per numero di animali “da esperimento”, circa 3000 definitivamente salvi, e per i suoi risvolti giudiziari: la legalità e il rispetto del benessere animale sono principi vincolanti, per legge, anche in settori come la sperimentazione. 

3)    Per legge, inoltre, Green Hill non potrà comunque riaprire perché il Decreto Legislativo 26/2014, approvato alcuni mesi fa, vieta l’allevamento di cani, gatti e primati destinati ad esperimenti, a seguito di un’altra battaglia della LAV (www.lav.it) ."

Questo risultato è la dimostrazione "di come si possono raggiungere risultati concreti partendo da un sogno, da un'idea - se le motivazioni sono forti e lo scopo è chiaro" - così scrive Rita Ciatti sul suo blog, parlando del libro intitolato "Fermare Green Hill" che di recente è stato pubblicato per riassumere l'intera vicenda - a cura del coordinamento "Fermare Green Hill".

La sentenza è stata riportata dai media:
il video su Teletutto; l'articolo su La Stampa, nella sua pagina La Zampa; l'articolo sul Fatto Quotidiano (che titola: "nell'allevamento morirono 6023 beagle").

Tutto era nato in sordina e via via era cresciuto, in termini di organizzazione e di attenzione suscitata nei media: fino a quel giorno, il giorno del coraggio degli attivisti, che hanno superato i confini esterni di quel luogo angosciante e angoscioso per i suoi prigionieri, e che li hanno liberati, portandoli per la prima volta alla luce del sole, a respirare l'aria libera. Era il 2012. L'anno successivo, come in un virtuoso effetto domino, c'era stata l'azione di disobbedienza civile dell'occupazione dello stabulario della facoltà di farmacologia di Milano - ne parla sempre Rita Ciatti.

Questi gesti, dalla fortissima carica simbolica, oltre che dalla rilevante efficacia in termini pratici e concreti, hanno portato le azioni animaliste su nuovi livelli, aggiungendo strumenti e opzioni alle esistenti e già variegate possibilità di impegno per la liberazione degli altri animali dai luoghi di soggezione, prigionia, tortura e morte escogitati e organizzati dagli umani.
Hanno fatto conoscere l'esistenza di questi non-luoghi oscuri, refrattari agli sguardi - seppure sotto gli occhi di tutti, ogni giorno, sotto forma di capannoni anonimi nelle periferie delle città. Hanno portato alla consapevolezza di un numero forse prima insperabile di cittadini, dell'esistenza della vivisezione, nodo cruento e altamente problematico e drammatico dell'uso innescato contro gli altri animali. Tutti i praticanti e i sostenitori della vivisezione, si sono trovati quasi dall'oggi al domani, nella necessità di dover spiegare e giustificare il loro operato, non più ammantato da un malinteso senso di ineluttibilità e intoccabilità pressoché sacra con alibi scientifico. Sono aumentate le occasioni di dibattito e di divulgazione dei numerosi, acclarati ed efficaci metodi sperimentali animal free - e dunque cruelty free.

Pratica e azione di liberazione e riflessione teorica e filosofica pro animali, si sono date slancio reciproco, aprendo strade per nuove proposte etiche e nuove riflessioni sulle buone prariche da mettere in campo e attivare per non far mai ammutolire e rimpicciolire l'attenzione nei confronti degli altrianimali.

(e... sì... ci saranno altri post su questi argomenti.




giovedì 22 gennaio 2015

Haiku

Fonte: Pinterest, from DeviantArt

Scrivo haiku da molti, molti anni... 


Ho incontrato questa poesia molti anni fa, a sorpresa, in un romanzo di fantascienza molto particolare. Era "Le maree di Kithrup" , scritto da David Brin. Me lo ricordo come una specie di Impero colpisce ancora versione cartacea e molto più estremo e avveniristico. Se mai lo rileggerò (perché si trova ancora tra i miei libri), chissà quali impressio ne ricaverò. 
Per il momento, mi basta ricordarlo perché tra i suoi protagonisti c'erano i delfini, diventati piloti interstellari che insieme agli umani esplorano gli spazi galattici. Ebbene, questi delfini, parlavamo tra loro. E con gli umani, usando una lingua che nel libro viene chiamata delfinese trinario, ovvero, haiku. Trilli haiku per dichiarare le proprie emozioni, ma anche per comunicare veloci e scarni dati tecnici di astronavigazione. A bordo di una astronave che, me lo ricorderò sempre, "zoppica come un cane a tre zampe" (!) - vuoi dire che ho incontrato qui per la prima volta anche la disabilità animale?

Come poteva non essere affascinante l'haiku, che con così poche parole ha la forza profonda di esprimere così tanto? Il seme poetico era gettato e ben presto, sarebbe germinato. Non in primavera, ma in inverno - inverno di neve e della stagione, ma anche inverno del mio vivere.
Una cosa che fiorisce sotto la neve sia per lo meno da notare e considerare. Perché è la risposta impossibile a una domanda esigente: che cosa sono le cose che sto provando, qui è ora? Come posso tenerle con me?

Soltanto parecchio tempo dopo, e dopo moltissimi haiku, ho scoperto - leggendo la storia di questo stile poetico e dei poeti giapponesi che secoli fa lo elaborarono - che haiku è poesia leggera di viaggiatore, di mendicante, interiore se non anche esteriore. La biografia di poeti come Basho è scritta nei chilometri di strade polverose, di sandali consumati, di tettoie sotto la pioggia.
Queste poesie si distillano dalle moltitudini  di impressioni minimali minime di cose incontrare nelle stagioni di un circolo annuale. Haiku si folgora in istante e di un istante, per renderlo profondo nel ricordo di chi lo ha intuito immaginato e pensato.
Diciassette sillabe e tre versi, lungi da essere contenitore troppo stretto, sono base sicura e nitida per dare le ali alla creatività , una sfida alla propria poesia, che così deve sapere bene che cosa vuole dire, cosa intende significare, cosa desidera portare.  Ma si tratta di una sfida non violenta: è come una meditazione, il pensiero sgombro (mi piace una immagine: la tua mente sia attraversata dai pensieri come il cielo dalle nuvole ) che vede arrivare la forma della emozione giusta per potere desiderare di scriverla e regalarla al ricordo. Non siamo noi che cerchiamo la parola giusta, il ritmo giusto; sono il ritmo è la parola che ci trovano, ci muovono e ci parlano attraverso. Non è quasi come incontrare un altro individuo? Un altro da noi che però siamo noi. Dentro di noi, solo che non lo sappiamo, a meno che non ci concediamo il tempo e la pazienza per creare occasione di incontro.

E qui, allora, mi viene da pensare alla possibilità di haiku animali, di poesia per incontrare, per dar udibilità agli altri animali. Provo a spiegarmi.
Gli animali altri, sono già di per se stessi haijin (cioè poeti di haiku, in giapponese) perché ogni loro pensiero, azione, intenzione è diretta e immediata resa di uno stato intuito con tutti i propri sensi e coscienza. Noi, per contro, dobbiamo sforzarci per raggiungere questo tipo di stato esistenziale. E questo è un primo modo di pensare la poesia haiku animale.
In secondo luogo, molti poeti si pongono o si sono posti la questione di scrivere poesia come se la scrivessero gli animali, cercando di entrare nei loro modi di vedere il mondo, cercando, insomma, in auliche modo, di sbirciare il mondo affacciandosi dalla loro finestra invece che dalla nostra. Compito difficilissimo, che rasenta l'impossibile, prima di tutto perché il nostro corpo non è il loro è quindi certe sensazioni ci sono fisiologicamente precluse. Una ovvietà, si direbbe. Ma anche una barriera indiscutibile, che si può superare solamente gettando ponti verso gli altri animali (diciamo subito che 'loro', gli altri animali, i ponti ce li gettano in continuazione verso di noi, che ci atteggiamo a cittadella assediata invece che porto accogliente). La poesia (e l'arte) come ulteriore azione di presa di coscienza, di presa in carico e di presa in cura, di liberazione degli con gli è per gli altri animali? Anche questo, può essere un secondo modo di pensare la poesia haiku animale.
Il terzo modo, che avrebbe a che fare direi con l'aspetto compositivo, parte dagli strumenti degli haiku, di cui avrò modo di tornare a scrivere: i riferimenti alle stagioni, le parole segnale delle emozioni, le parole di sospensione e di cambio di prospettiva del punto di vista (il kigo, il kireji);  è ancora, i modi per conteggiare le sillabe, le regole poetiche per far incontrare vocali, consonanti.
Con questi strumenti, cosa racconto? Gli uccelli intravisti tra le foglie? Il gatto mimetizzato nella porta? Posso provare a raccontare le stesse cose con le parole che userebbero loro, altrimenti, con i loro suoni, i loro versi? E come? Usando onomatopee? Inventando parole apparentemente insensate? Mi piacerebbe, mi piacerà provarci. Forse, con l'aiuto dei delfini piloti stellari...

Tok!to.to.trrr.t.t.t.
Corteccia smorzata dal
Picchio pomeriggio
 
-1- continua?

Haiku verdi di molti pensieri



 
-->
 panchine verdi

sedute nella terra

di un parco vuoto



le curve erbose

profilo di collina e

vaghezza di occhi



erba dilegua

memorie degli inverni

al primo taglio



pioggia trafigge

rocce piangenti l'acqua

il cielo grigio



il gatto osserva

cani si appisolano

la pipa adagio



languore ambrato

all'ombra l'abbandono

è un sogno bianco



ricordi a pioggia

che percolano in gocce

dai sottovasi



torna la nebbia

pomeriggio ghiacciato e

suggerimenti



silenzio tondo

la città dorme inquieta

sotto la neve



cince e passeri

frullar d'ali al balcone

pane  farina





sbocconcellare
riccioli rossi tra l'erba
un anno in più

martedì 20 gennaio 2015

James Herriot

Il veterinario e scrittore Alf Wight, conosciuto come James Herriot. Fonte: The Press

Il primo libro di James Herriot che tenni fra le mani, odorava di carta buona - e la mia immaginazione di ragazzino, ci sentiva anche il profumo del fieno delle stalle dello Yorkshire, che lo scrittore raccontava e descriveva con tanta passione.
Si trattava del suoi secondo libro, "Beato fra le bestie". Poiché è datato 1977, posso presumere che si trattasse, se non proprio di una novità, per lo meno di un libro uscito di recente - potrei pensare anche che in quegli anni, i libri non sparissero così velocemente dagli scaffali illuminati e dalle vetrine delle librerie, come accade oggi; ma potrei anche sbagliarmi, con ciò colorando con colori più belli i ricordi di gioventù, come ciascun è portato a fare.
Fu un regalo, che ricevetti da una cara persona, perché potessi non annoiarmi, convalescente, e perché, già allora, si sapeva che a me gli animali piacevano - così come possono piacere a un ragazzino, con tutto trasporto e senza riflessioni. Attrazione pura, già molto chiara; questo, lo posso scrivere con sicurezza: era cosa certa già allora.




Il libro, però, sul subito, mi suscitò una diffidenza: forse dipese dalla parola 'bestie' - credo che già allora non mi piacesse molto, mi sembrava priva di amore verso gli animali.
Di certo, però, mi piacque la copertina (che è quella che vedete qui sopra): c'erano tutti gli elementi per affascinarmi: questi animali 'strani' (la mucca, le galline, altri uccelli), una graziosa figura femminile, e poi il veterinario, che  - poiché era di spalle, poteva avere qualsiasi viso, compreso il mio - e dunque il veterinario diventavo io, e quindi le storie  raccontate, le potevo quasi vivere in prima persona. Queste cose, sulla mente di un ragazzino, fanno una presa pazzesca!
Infatti, fu proprio così. Anche perché lo scrittore aveva la dote splendida e affascinante di raccontare sempre in modo da far risplendere della luce migliore gli altri personaggi - compresi i personaggi non umani - anche a costo di ritrarre se stesso in modi non sempreedificanti o dignitosi - con grande dose di gentilezza, autoironia e molto sense of humor.  Mi ritrovavo nella sua gentilezza, mi confortava, mi rallegrava, mi faceva parteggiare per lui e mi faceva amare o rendere simpatici anche i personaggi più incredibili.
Oltre a lui, c'erano gli altri due veterinari, i fratelli Sigfried e Tristan Farnon - l'uno affermato ma umorale veterinario, appassioanto per i cavalli, l'altro, studente geniale ma svogliato, laureabondo in veterinaria. Poi, c'era Helen, la bella ragazza che sarebbe diventata sua moglie, nonostante episodi di corteggiamento davvero comicamente catastrofici. Attorno a loro, un microcosmo di persone: i fattori, tutti stoldiamente gentili e sereni, imperturbabili di fronte a qualsiasi evento; gli altri veterinari di città; le persone del paese. C'è la signora Donovan, c'è Sister Rose, c'è la signora Pumphrey, c'è il dottore veterinario Granville Bennett.
Insieme a loro, tutti gli animali, sia nelle fattorie che nelle case della piccola cittadina. E di loro voglio parlare, perché non sono mai soltanto 'comparse di scena', o espedienti narrativi; ma sono personaggi dai tratti notevoli e decisi, individui con le loro caratteristiche uniche e indimenticabili - per come ce le racconta Herriot.





Gli animali dei libri di Herriot sono tantissimi: cani e gatti, ma anche mucche, pecore, scrofe, capre, cavalli.
Herriot si accorge di loro, molto spesso come individui, e ne racconta i comportamenti, ne intuisce le personalità.

Gli estratti provengono sparsi da tutti i libri scritti da James Herriot.

"[Misses Dunn] ... (Le due signore Dunn) avevano fattoria di alcuni acri proprio fuori il villaggio di Dollingsford. Erano oggetto di intersse perché facevano la maggior parte dei lavori da sole e durante l'attività davano così tanto grande affetto ai loro animali da fattoria, che questi erano diventati come animali domestici. La piccola vaccheria ospitava quattro mucche e ogniqualvota dovevo esaminarne una, potrvo sentire la ruvida lingua della sua vicina leccarmi la schiena; le loro poche pecore correvano incontro alla gente nei campi e annusavano intorno alle loro gambe come cani; i vitelli vi succhiavano le dita, un vecchio pony girovagava in giro, con una benigna espressione in viso e ti spingeva col naso. L'unica eccezione nella amichevole coonia era la scrofa, Prudence, che era grandemente prevenuta", nei confronti del veterinario. Le attenzioni mediche di Herriot non le piacciono e lo fa capire in tanti modi: grida, strilla, scappa, si nasconde, si sposta e si sottrsae alle mani, s allontana; oppure, rifiuta di muoversi: le due donne che gestiscono la fattoria, però, non la maltrattano, anzi, hanno trovato con lei un accordo: per convincerla, le danno i biscotti, quelli che anche da noi sono conosciuti come i 'digestive', fragranti e leggeri e - ho scoperto - praticamente vegani. Prudence adora i biscotti, e li chiede in grande quantità, per fare quello che altrimenti non vorrebbe fare: ma non li divora con voracità: li sa centellinare, sa misurare lo spazio tra un biscotto e l'altro, sa valutare in che direzione la stanno portando e perciò decide se chiedere più o meno altri biscotti.

"Le mucche erano state per mesi entro gli stessi pochi metri quadrati della stalla e avevano un acuto bisogno di erba verde e del sole sulle loro schiene, mentre i vitelli avevano davvero poca resistenza alle malattie".

"Tutti i giovani animali sono attraenti, ma un agnellino è dotato di un indecente quantità di fascino".

"(...) benché molti della sua specie abbiano una insospettabile capacità di amcizia, questa era sviliuppata (nel maiale) Nugent a un livello straordinario. Lui semplicemente amava le persone e nei seguenti mesi, il suo carattere fiorì, col costante contatto personale con gli umani".

"La capa mise la sua testa all'interno (della stalla) per unmomento, poi si voltò all'improvviso e fece una corsa sfrenata giù lungo la collina. Le altre la seguirono immediatamente e benché noi saltassimo intorno come ballerini e agitassimo le nostre braccia, loro correvano oltre di noi come se non fossimo lì. Guardai pensoso ai giovani animali, galoppare lungo la discesa, le loro code alte e che scalciavano al cielo, come mustang; si stavano godendo questo nuovo gioco".

"Mi voltai e potei vedere i due (anziani) cavalli; erano tornati nella conca e stavcano giocano insieme, inseguendosi e rincorrendosi l'un l'altro, i loro piedi che spruzzavano l'acqua".
Sigfried e James leggono sul giornale un articolo dove si afferma che i fattori non provano sentimenti per i loro animali, perché sono solo bestiame che dvee dare profitto; quindi, non ci sono sentimenti nel loro lavoro." "La domanda è: è possibile per questi uomini farsi coinvolgere emotivamente? Gli allevatori con magari cinquanta vacche da mungere possono davvero affezionarsi a qualcuna di loro, o le vedono solo come unità produttrici di latte?". Per Herriot, il punto è nel numero: i fattori con pochi animali danno loro un nome, provano affetto; i grandi allevatori non sono nelle condizioni di poterlo fare. Il sottinteso è - credo - il rapporto che si può stringere personalmente con i singoli individui, quando sono pochi, perché se ne ha il tempo. Ma - e questo non c'è nel libro - alla fine, sia le vacche con un nome che quelle con un numero, vivono perché devono produrre.

Un anziano allevatore, con molti animali,  decide di dare rifugio per la vecchiaia a questo due suoi cavalli, che hanno trascorso la loro vita lavorando duramente per lui. "Tuttavia, che cosa lo obbligava a fare il sentiero lungo la collina ogni giorno con ogni tempo? Perché ha riempito gli ultimi anni di quei due cavalli anziani con pace e bellezza? Perché ha dato loro un sollievo finale e sicurezza, agio che proibiva a se stesso? Poteva essere soltanto amore". 
Herriot è un buon osservatore - come tutti i buoni scrittori - e infatti si può essre d'accordo con queste parole; che tuttavia, secondo me, non arrivano fino in fondo - e se non lo fanno, ci sono probabilmente molti motivi. I due cavalli che vivono felici gli ultimi anni della loro vita, sono schiavi liberati, da un padrone severo e intransigente, perfino con se stesso, ma che se non avesse avuto convinzioni di etica e di lavoro ineccepibili come le sue, non si sarebbe curato di questi animali, per lui diventati costo economico. Sì, c'è l'affetto, e magari è sincero, le fatiche sono state condivise: ma è come se i due cavalli si fossero guadagnati questo affetto e la vita, con la loro fatica, con la loro libertà.



 E poi: la mucca Blossom, anziana, che viene venduta per il mercato dove verrà macellata; che ritorna alla fattoria che per lei è casa e riesce a convincere il fattore a tenerla con sé. "Da qualche  parte sulla collina, potevo sentire il clip-clop dei piedi di una mucca. (...) Era Blossom, che si muoveva a rapido trotto, le gramndi mammelle che dondolavano, gli occhi fissi con intenzione alla porta aperta davanti a lei. (...) la vecchia mucca ci superò e marciò senza esitazione nella stalla che aveva occupato per tutti quegli anni. Annusò interrogativamente al sacco vuoto del fieno e guardò il suo propietario. (...) C'era una patetica dignità nel vecchio animale, mentre stava appoggiata contro la partizione di legno, i suoi occhi pazienti non domandavano. Era una dignità che trionfava sul" suo corpo coi segni della vecchiaia visibili e poco belli da guardare.



Più oltre Herriot scrive che molte persone pensano che i suoi pazienti siano tutti uguali. ma mucche, maiali, pecore e cavalli possono essere imprevedibili, placidi, aggressivi, docili, maliziosi, adorabili. Come la scrofa Gertrude.
"Gli animali (...) hanno bisogno di amici. Avete mai visto due animali in un campo? Possono essere di diverse specie - un pony e una pecora- ma stanno vicini, insieme. Questo cameratismo tra animali mi ha sempre affascinato (...)".  Come i due cani Jingo e Slipper.

Un capitolo che mi ha molto colpito già quando lo lessi per la prima volta - ci porta all'interno di uno stabilimento moderno, dove sono stallate le vacche da latte. Ne riporto degli stralci.
Herriot, viene chiamato alle sei del mattino, un giorno d'inverno, perché c'è una vacca che sta per partorire. Questa per lui è l'abitudine di molti anni di lavoro. "(...) ma c'era una differenza. In effetti, molte differenze. Per prima cosa, di solito c'è sempre un fattore dall'espressione ansiosa che mi accoglie con le novità su come il vitello si sta presentando, quando le doglie sono iniziate, ma oggi io ero come uno straniero non benvenuto. Secondo, io ero abituato alla vista di poche mucche legate in una stalla con divisioni in legno e una lampada a olio, e ora stavo guardando a un lungo corridoio di cemento, sotto forti luci elettriche, con una successione apparentemente infinita di posteriori bovini che sporgevano da strutture sponde tubolari in  metallo. Terzo, al posto della quiete della mattina presto, qui c'era uno sbattere di secchi, il ritmico pulsare della mungitrice e il clamore dell'altoparlante di una radio a tutto volume. c'era anche un frenetico andirivieni di uomini con camici bianchi e cuffie, ma nessuno di loro mi prestò attenzione. Questa era una delle nuove fattorie di mucche da latte, per i prodotti caseari. Al posto del solitario sgabello del mungitore, la testa sotto il fianco della mucca, che tirava il latte con un gentile 'hiss-jhiss' del latte nel secchio, qui c'era questo impersonale trambusto.
Entra la neve dalle porte aperte, tutti sono di fretta, anche il fsttore ha timore degli autisti che guidano i camion container del latte, che hanno una tabella di marcia stretta e la fanno rispettare con grande arroganza. Nessuno ha dato una occhiata alla mucca partoriente, nessuno sa quale sia la sua situazione ed è persino difficile trovarla in mezzo alle altre. Herriot, deve artrangiarsi. Lui e la mucca sono da soli, circondati da un ambiente del tutto impersonale, per nulla accogliente. "(...) non c'erano Marigold, Alice o Snowdrop, qui, solo numeri" La partoriente è la numero Ottantasette e ha gravi problemi. Nessuno la assiste, solo il verterinario. Sono soli. alla fine, il, piccolo bambino della mucca viene al mondo. "Un'altra cosa mi mancava: il senso dell'evento. C'era una ricompensa in molti parti difficili, nel sentire che un piccolo dramma si era risolto." Qui, invece, il disinteresse è totale: dominano la fretta e la paura, e il piccolo di Ottantasaette - un maschio! - viene al mondo in una ben fredda ostile realtà, per lui.



Herriot prova empatia per gli animali maltrattati (cani, gatti, ma anche cavalli, da quel che mi ricordo). Uno dei più begli episodi è quello legato alla signora Donovan, che cura i suoi cani con gli shampoo. Dopo la morte improvvisa del suo vecchio cane, Rex, la donna si sente smarrita, sola, non ha più nulla da fare. Finché, un giorno, non viene ritrovato un cane, recluso in un buio e umido capanno nel giardino sul retro di una casa semi-abbandonata, dimenticato dal suo padrone.
"(...) e sul fondo, era seduto un cane, quieto. Non lo avevo notato subito per via dell'oscurità e perché l'odore nel capanno mi aveva fastto tossire immediatamente, ma, come mi avvicinai, mi accorsi che era un grande animale, seduto molto composto, il suo collare assicurato da una catena a un anello nel muro.  Avevo visto cani magri qualche volta, ma questo avanzato stato di emaciamento mi ricordò il mio testo di anatomia; da nessun altrta parte le ossa del bacino, della faccia e delle costole spuntavano con tale orripilante chiarezza. Un profondo, soffice buco nel terreno smosso, mostrava dove lui aveva dormito e dove si era mosso, in effetti, dove aveva vissuto per un tempo molto lungo. La vista dell'animale ebbe un effetto sorprendente su di me, mi accorsi a malapena del resto della scena - le strisce marce di tessuto sparse in giro, la ciotola piena di acqua putrida." Il cane è denutrito, disidratato ha vaste piaghe da decubito sulla parte posteriore del corpo, inoltre ci sono mucchi di feci ovunque. Il cane è giovane, ma molto probabilmente, non è mai uscito dal capanno.
"Sentii un nodo in gola e (...) improvvisa nausea (...). Era il pensiero del paziente animale che stava l', affamato e dimenticato, nelle tenebre e nel marcio per un anno. Guardai ancora il cane e vidi nei suoi occhi solo una calma fiducia. Altri cani avrebbero abbaiato e sarebbero stati presto scoperti, qualcun altro sarebbe diventato terrorizzato e violento, ma questo era di quelli che non domandano mai, di quelli che hanno completa fiducia nelle persone e accettano tutte le loro azioni senza un lamento. Solo un occasionale guaito, forse, mentre stava seduto interminabilmente nella vuota oscurità che era stato il suo mondo e ogni tanto si chiedeva se era tutto qui". Prassi 'umanitaria', vorrebbe che il csane venisse subito soppresso: troppo costose le cure, nessuno che se ne occuperebbe, e , forse, troppo avanzato lo stato debilitato. Ma Herriot si ribella a questo destino, non sopporta l'idea che questo giovane cane abbia conosciuto solo oscurità, solitudine, fame, dolore e che - proprio nel momento in cui vede la luce - debba essere soppresso. Meno male che c'è la signora Donovan, che naturalmente era lì intorno, come calamitata: con i suoi shanmpoo, per il giovane cane Roy...

Sono molti i passaggi dove ci si interroga sulla crudeltà umana, nei confronti degli animali. E non poche volte sorgono riflessioni, o persino dubbi, sul tipo di rapporto che noi abbiamo con loro. Il opunto di vista di un veterinario di campagna, come Herriot si definisce, negli anni '30 e '40 del ventesimo secolo, è a volte sorprendentemente attuale; ma in molti casi, anche, si ferma prima di arrivare a elaborare tutte le conseguenze del suo pensiero, perché - comunque - gli animali 'da fattoria', sono lì per rendere, e sono suoi pazienti perché la loro salute significa guadagno per il fattore, per l'agricoltore, per l'allevatore. Intorno agli animali ruotano tanti interessi: da quello degli allevatori, che fanno nascere esemplari con lo scopo di selezionare la razza; agli agricoltori, che su questi animali traggono il loro profitto in denaro; al veterinario medesimo, che tra tutti è quello che la possibilità di osservare l'intero ciclo di vita e tutti gli aspetti legati a queste attività; per finire - col macellaio, e lo spolpatore delle carcasse.

perché James Herriot è affascinante


James Herriot è animalista?  Sì e no: perché il suo sguardo verso gli animali è aperto e sincero, perché coglie aspetti che nessun altro coglie, e non li nasconde né a se stesso né ai suoi lettori. sa immedesimarsi negli animali, e deplora la crudeltà 'inutile', e si pone sovente domande che potremmo definire etiche, e fa considerazioni. Però, fuori dalla fattoria, continua a bere latte, mangiare formaggio e panna, e uova, e salsicce e bistecche.
Insomma, ferma il suo pensiero al di qua della soglia dell'empatia. Probabilmente, sarebbe stato troppo difficile per lui, poiché era quel che era - un sensibile veterinario di campagnia nella Scozia prima sella Seconda Guerra Mondiale.
James Herriot è specista? Sì, in certo modo; perché appunto, gli animali hanno diritto a una morale e a una considerazione diversa da quella che si deve agli umani; e ne hanno diritto - molto spesso - se e quando le loro vite hanno a che fare con i sentimenti e le fortune dei loro padroni umani - questo vale per tutti, anche per i cosiddetti pet, come molti racconti di Herriot narrarci.
James Herriot è antropocentrico? Probabilmente, in buona parte, no. 

Non siamo qui a misurare la bellezza di questi libri con questi parametri - anacronistici perché retroattivamente futuribili, e perché di letteratura non specista, al momeno ce n'è poca; e molta letteratura - come in questo caso - può rivestire una grande importanza comunque propedeutica all'orientamento nei confronti degli altri animali. Ma per prima cosa, questi libri sono dei bei libri. Ciò che più conta.

Queste considerazioni al volo non tolgono un grammo alla bellezza dei cinque libri di Herriot, che ho letto e riletto, anche in inglese, che conservo tra i più cari nella libreria. E che rileggerò in italiano, dopo averli letti in inglese.
Dai brani che ho riportato - pochi, davvero, è stato uno sforzo non metterli tutti! - è evidente la magia di queste storie: il fascino, il richiamo che possono esercitare sulla mente di un ragazzino - e su di me così è successo - è davvero potente e duraturo. Non arrivo a dire che questi libri mi hanno cambiato la vita solo perché suona troppo melodrammatico. Ma che (mi) abbiano aperto una finestra su un certo tipo di mondo - un mondo pieno di altri animali, intorno a noi tutti i giorni - questo è un dato di fatto. Herriot mi ha indicato una direzione, ha animato i miei sogni, e alla fine ho scelto io alcune delle cose che mi ha suggerito, e di quelle - prima o poi - ho colorato la mia vita e riempito i miei giorni. E spero di poter continuare su questa strada.


"If having a soul means being able to feel love and loyalty and gratitude, then animals are better off than a lot of humans."

PS
Se volessi fare un viaggio a Darrowby... 

Di Camusfearna invece ho raccontato qui...