sabato 24 giugno 2017

La principessa dei mostri



"Che cos'è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo". 
Ecco, forse William Shakespeare ci avrebbe pensato due volte prima di mettere in bocca  a Giuletta questa romantico-filsofica frase, se avesse conosciuti i mostri di Progetto Quasi, a cominciare da Cessicah (che ritrovate qui, se volete). 
Perché i mostri di Progetto Quasi, come ormai moltissimi sanno, sono cani: ma non quelli carini-bianchi-piccini-pucciosi. 
No: quelli vecchi, malati, moribondi, morituri o appena morti, mezzesalme ancora tiepide, cani orridi e orribili, a cui mancano uno o più pezzi e che per compensare portano in dote varie e svariate patologie, acute e/o croniche, invalidanti sia a livello fisico che mentale (ma cani - va detto - che una volta, tanti anni fa, forse erano anche davvero cani belli; e che solo la maligna ignavia disinteressata o la crudeltà menefreghista di qualche sciagurato umano, hanno saputo portare sull'orlo dell'annullamento).
E che, con altri nomi, forse sarebbero solo stati patetici derelitti destinati a marcire, per quindici anni, senza mai uscire - mai - destinati a morire da soli in un box di canile, dopo che davanti a loro sono passate decine di persone che "oh! poverino, però, ecco non me la sento, non c'e ne è qualcuno più bellino, più giovane, più sano?".
Coi nomi trovati dalle volontarie di PQ, spesso a votazione popolare, invece, di questi veterani di canile, "sfasciati, brutti, disabili, vecchi" tutto il loro puzzoso mostrame, può sfoggiarsi come uno status symbol da accaparrarsi (true story).
E hanno la chance di attraversare l'ultima fase della loro vita curati, amati, considerati, di nuovo dignitosi, con un cuscino, e morire non da soli.
Perché Progetto Quasi è una associazione di volontariato, d'accordo, ma una associazione 'speciale'. Fabiana Rosa e le sue amiche volontarie, hanno il motto "nessuno deve morire solo" - e state tranquilli che se Fabiana scherza e la butta in caciara, sa sempre quel che va fatto e prima o poi ve la fa arrivare la frase che vi trasalisce il cuore e vi svela la verità dell'empatia.

E prima o poi, un film su questa cosa meravigliosa, si doveva fare. 

Ci hanno pensato le ragazze di Cloudy Movies, che hai raggiunto sui social; hai potuto chiacchierare con Chiara Moretti, regista, uno scambio di battute, anche accavallate, per parlare del documentario - lo definiresti un QUASIMENTARIO, la definizione è tutta e solo tua e te ne assumi ogni responsabilità - e poi di cinema, di sogni e di progetti futuri.

Intanto qualche indispensabile istruzione tecnica, per supportare il progetto.

Il documentario è in progress, si è registrato su una piattaforma di crowfunding per autofinanziarsi. E se siete fan di Progetto Quasi, o anche solo se siete convinti del valore delle azioni che ridanno dignità a vite spezzate, sprecate, fate una capatina, sbirciate il trailer, leggete le note, sfogliate i pacchetti per i donatori (si parte da 10 euro del 'Pacchetto Granchio' si può arrivare fino a 1000 e oltre del 'Pacchetto Quasi').
Kickstarter funziona con la logica "all or nothing at all": solo se la cifra stabilita viene raggiunta, avviene la donazione.  Il termine ultimo è il 3 agosto. Un giovedì. Il traguardo è di 7500 euro (ma poi, se si supera e si aumenta, tutto diventa più facile per realizzare un bel film ancora più bello - e tranquillo, con le spese tutte coperte).

Per scoprire e per partecipare, cliccate qui.
E adesso: la chiacchierata - più o meno.

Ciao,  ho scoperto dalle pagine di Fabiana Rosa e di PQ che è stato varato questo progetto: il documentario su PQ. Insomma, un QUASIMENTARIO.
La notizia mi piace e mi interssa: da un certo tempo sto attento a quello che fanno le fantastiche donne di PQ, dai tempi di Cessicah, che mi colpì moltissimo.

Mi colpisce molto il modo di Fabiana di scherzare e di non essere romantica, come lei dice, ma di arrivare dritta al cuore, al nocciolo della cosa: la dignità della vita, nessuno deve morire solo, e merita più attenzione chi ne riceve di meno - perché l'uomo è, di base, egoista.
Come siete entrate in contatto con PQ? Come le avete conosciute?
 
C
Ciao,  siamo entrate in contatto con PQ nel più banale dei modi: da tempo seguivo la pagina e mi aveva portato ad un'analisi molto profonda del mio modo di vedere il rapporto con i cani e le adozioni: ho sempre avuto animali di ogni genere, da quando ero bambina puntualmente tornavo a casa con uccellini con le ali rotte, rane, pipistrelli, serpenti. Ho sempre avuto una certa necessità di aggiustare quello che era rotto, e ho sempre tenuto a casa cani, trovati o adottati, ma avevo un concetto dell'adozione molto comune: cuccioli da crescere, formare, che vivessero il più possibile accanto a me. Con Progetto Quasi mi si è aperto un mondo. Ho capito, approcciandomi alla pagina, che c'era un modo diverso, più "giusto" di scegliere di portare un animale nella propria vita. Che dietro l'apparente generositá del gesto di adottare un cane anziano, malato, deforme, si nasconde la possibilità di un enorme arricchimento personale. Siccome il mio, il nostro lavoro è quello di raccontare storie, ho pensato "che c'è di meglio di raccontare questa storia?" .

Ho parlato con le mie socie e ho contattato Fabiana. Quando ci siamo incontrate per la prima volta mi ha detto una cosa che mi ha molto colpita.

Le ho detto "sembra che tu sia nata per salvare cose, persone, animali" e lei mi ha risposto "io non salvo nessuno, salvo me stessa".

Insomma, quando scegli di girare un documentario o un film, e parlo da regista, è per l'urgenza di raccontare una storia. Perché hai bisogno che le persone la conoscano, hai bisogno, in un certo senso, di liberarla. Ed è quello che stiamo cercando di fare.

G
Sul bisogno di raccontare, di esternare, ti capisco e ti seguo in tutto e per tutto. Potrei dire che succede anche a me con la scrittura, ma di sicuro, raccontare per immagini - e per immagini in movimento - coinvolge dimensioni sensoriali e ritmi di narrazione particolari e molto avvolgenti. Cosa ne pensi? In merito al documentario, cosa si potrebbe dire in questo senso?

C
Sicuramente quando si racconta per immagini in movimento, il ritmo è una delle cose più importanti. A volte, sbagliando il ritmo, si sbaglia un film intero.
Quello che vedo con il documentario è che la sua natura si evolve costantemente.
Specie in questa storia, ogni volontaria e ogni cane danno un sapore diverso e un mood diverso; la parte difficile sarà fare in modo di dare spazio e tempo a ognuno, rispettando la natura di ognuna delle storie.
Intervistare persone che non sono abituate a raccontarsi regala già al documentario dei tempi atipici. 
Essenzialmente si, Progetto Quasi è un coro, c'è sicuramente un direttore del coro, ma sono molte voci e il documentario questa cosa la racconterà.

Mi vuoi raccontare che cosa è Cloudy Movies (tra l'altro, mi piace molto questo rimando alle nuvole)?

C
Per quel che riguarda Cloudy Movies, noi abbiamo sempre vissuto di cinema. Siamo in cinque, tutte donne. io, che sono Chiara Moretti, alla regia, poi Chiara Marchetti, mia migliore amica dai tempi del liceo, come direttore di produzione, mia sorella Daria al montaggio, Federica Batisti, che ha frequentato con Daria l'Accademia delle Belle Arti che ora è effettista e truccatrice,  Nicoletta Bettarelli, altra amica del cuore del liceo, in amministrazione.
Facciamo cinema nella vita, divoriamo film e serie tv da sempre (io e chiara abbiamo anche un blog di recensioni "emotive" - Spoilers&Popcorn,  la trovi qui su fb.

G
La frase di Fabiana - Nessuno deve morire solo - è  quasi un manifesto. Cinque ragazze - cinque donne - incontrano un altro gruppo tutto femminile: dice Fabiana, un gineceo.
Come vi siete trovate?

C
Mah sai, è avvenuto tutto in modo estremamente naturale.
Una sera siamo state a cena io, Fabiana, Alessandra e Chiara e è stato come se ci conoscessimo da sempre.  Abbiamo capito che lavorare insieme sarebbe stato non solo possibile, ma addirittura  naturale. E per me entrare nelle case delle volontarie è stato come essere Alice nel Paese delle Meraviglie.
Perché davvero il loro mondo è incredibilmente vitale, trabocca emotività, hanno tutte storie incredibili alle spalle. Sembra uno dei film più belli di Almodovar, perché è un mondo colorato, vitale, gioioso anche nel dramma, ironico anche di fronte alla morte, ma nello stesso tempo molto rispettoso. Loro non fingono che la morte non esista, hanno trovato un modo onesto e secondo me molto sano di conviverci.

G
Il rispetto per la morte è ciò che mi aveva colpito fin dall'inizio. Oggi la morte la si nega, invece loro la abbracciano e la coinvolgono nella vita.

C
È proprio così. E questa cosa mi ha rapita completamente. Ho sentito la necessità di farne parte in qualche modo. Noi poi siamo cinque donne. Abbiamo Creato una società di produzione perché crediamo fermamente che in Italia ci sia un ingiustificato limite rispetto ai generi proposti.

Quarant'anni fa eravamo i re dell'horror, tutti imparavano da noi, ora non si riesce a trovare produzioni e distribuzioni per prodotti horror locali. Se scrivi un film di fantascienza ambientato a Roma, la gente ti ride in faccia, perché "non è credibile". Come se la fantascienza debba essere credibile, o se la credibilità la facesse il luogo geografico in cui gli alieni decidono di atterrare. E abbiamo scelto di fare da sole quello che gli altri non ci permettono di fare. Certo, non è facile. Il cinema, soprattutto in Italia, è ancora un sistema prettamente maschile. Al momento stiamo girando questo documentario, e una web series comica ispirata a True Detective. Abbiamo in corso la scrittura di una trilogia di corti di fantascienza ambientata a Roma, Poi abbiamo i soggetti di tre lungometraggi molto diversi tra loro. Al momento però abbiamo mollato un po' tutto per concentrarci su La Principessa del mostri. Una volta una fan di Progetto Quasi ha chiamato così Fabiana. E a me è piaciuto tantissimo.

G
Ultima domanda, un po' scherzosa. Scegli gli attori per un remake kolossal del documentario. Se ti va di immaginare chi nella parte di Quasi, chi in quella di Nano, Viny, Granchio, ecc. Ok, è stata una chiacchierata molto interessante e piacevole, si sente tanta energia.

C
ahahah sarebbe molto difficile, sicuramente tantissimi attori sgomiterebbero perché sarebbe il classico ruolo scomodo che ti porta la carriera a livello maturità.

 


E adesso, non vi rimane che linkarvi.









 
 

venerdì 23 giugno 2017

NOmattatoio Frosinone 2 - ASL di Frosinone - 24 giugno 2017





Il secondo presidio NOmattatoio Frosinone è  sabato 24 giugno, dalle 11 alle 13, davanti ala ASL di Frosinone, in viale Giuseppe Mazzini.

Quello che è successo prima...

Il team investigativo John Doe ha fatto delle riprese, in questo macello in un arco di cinque mesi, contelecamere nascoste all’interno di questa struttura di macellazione, che si è poi scoperto, grazie all’intervento del parlamentare Mirko Busto, essere la SIMET, sita sulla via Casilina sud all’altezza del km. 76,900.

Durante l'ultima puntata del programma "Animali come noi" condotto da Giulia Innocenzi sono state mandate in onda le immagini raccapriccianti di quello che avviene in questo macello a Ferentino.

Successivamente al programma, è scattata l'immediata denuncia della LAV ai NAS, che ha di fatto ottenuto la chiusura del macello per una settimana, dal 19 al 26 aprile.
La giornalista Giulia Innocenzi si è poi attivata per proseguire con l'inchiesta e ha rivolto alcune domande alla ASL di Frosinone per avere ulteriori informazioni: siamo così venuti a conoscenza del fatto che, purtroppo, il mattatoio ha attualmente ripreso la sua attività di macellazione, anche se parzialmente. La risposta ASL è considerata inaccettabile.

Il 17 maggio, NOmattatoio ha organizzato una doppia protesta, davanti alla ASL di Frosinone e davanti alla SIMET per chiedere l’immediata chiusura di questa struttura di macellazione;presenti anche la giornalista Giulia Innocenzi e il parlamentare Mirko Busto. 

...
 

"QUESTA VOLTA RITORNEREMO ALLA ASL A FROSINONE
PER CHIEDERE LA CHIUSURA IMMEDIATA DEL MATTATOIO, STRUTTURA DOVE SONO AVVENUTI ILLECITI COSI’ GRAVI.
Nonché, per invitare comunque tutti a riflettere sulla violenza comunque sempre presente, legale o meno, all’interno di questi contenitori lager che sono i mattatoi e gli allevamenti. Oggi sappiamo che non è necessario mangiare animali e derivati per vivere bene e quindi sfruttare e uccidere animali costituisce una forma di crudeltà
".

giovedì 22 giugno 2017

Una chiacchierata per Zoout



Intanto che, a quanto sembra, si riapre la discussione sugli zoo a Torino, in seguito a molte petizioni e alla manifestazione del mese scorso, scrivi a Francesco Cortonesi.

Francesco, lo hai incontrato e conosciuto l'anno scorso a Torino Spiritualità: lui è proprio quel tipo di attivista attivo che decide le situazioni, le vede e cerca le soluzioni, tirandosi mai indietro.

Tra le tante cose che ha fatto, che sta facendo - attualmente è coordinatore regionale di Essere Animali e che farà, avete questa volta chiacchierato del progetto Zoout...



g
non ho ben chiaro tutti i dettagli, e infatti comincerei chiedendoti che cosa è questo progetto e che prospettive ha e come si aggancia a quello che hai già fatto (se si aggancia)
allora... chi ha avuto l'idea per zoout?

f
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L'idea di base è nata durante lo svuotamento dello zoo di Cavriglia. Chiara e Leonora mi hanno contattato perché volevano raccontare la storia della chiusura dello zoo e così le ho invitate a salire su da noi e a fare un po' di riprese. Poi dopo aver montato un trailer che doveva servire da lancio per un cortometraggio che avrebbe raccontato tutto quello che era accaduto, ci siamo consultati e abbiamo capito che potevamo fare molto di più, che potevamo usare la storia di Cavriglia per raccontare la realtà degli zoo italiani. Io d'altra parte avevo da poco pubblicato il mio reportage/mostra fotografica Reclusi, Storie di Persone Innocenti Arrestate che raccontava la storia di alcuni animali che vivono nelle gabbie degli zoo della Toscana, così ho pensato che un documentario sugli zoo potesse essere perfetto per me. E da lì è partita l'idea di Zoout.


g
quanto avete girato, e come avete scelto o trovato gli zoo da filmare? avete trovato difficoltà? ostacoli? aggressività?

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Abbiamo già molte ore di girato, ma naturalmente gli zoo da visitare sono molti e quindi ancora abbiamo molta roba da fare. Abbiamo scelto gli zoo utilizzando vari parametri: tipo di zoo, storie di animali che ci vivono e disponibilità del direttore a rilasciarci un'intervista perché naturalmente la nostra intenzione è quella di dare allo spettatore una visione d'insieme. Ovviamente noi abbiamo la nostra posizione, ma siamo convinti che sia importante ascoltare tutti i pareri. Jane Goodall ad esempio, non è contraria a tutti gli zoo e questo può essere un punto di vista interessante da ascoltare anche se non è poi detto che sia condivisibile. Naturalmente abbiamo trovato difficoltà, non è facile far capire che nonostante la nostra posizione sia chiara, abbiamo intenzione di non essere faziosi, di raccontare storie, poi lo spettatore si farà la sua idea.


g
interessante questo approccio. soprattutto oggi come oggi, in un contesto dove sembra che sei fai parlare o ascolti idee diverse o che non condividi, diventi automaticamente da disprezzare tu stesso. quindi, è in qualche modo un richiamo a pratiche di ascolto, tolleranza, dialogo, - esagero: democrazia - ?

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Diciamo piuttosto che siamo molto convinti delle nostre idee e siamo anche convinti che la faziosità sia negativa. La gente non è stupida e quando la percepisce si sente ingannata, presa in giro. Se hai visto il documentario       Black Fish ad esempio ti sarai accorto come alla fine a essere raccontati sono semplicemente i fatti, le cose come sono andate e come stanno. Eppure il pubblico ha compreso immediatamente da che parte stare, perché la questione era semplicemente oggettiva. E non è certo un caso che due anni dopo Sea World abbia deciso di eliminare gli spettacoli delle orche dal proprio palinsesto.


g
a che punto è il documentario? finora, quante strutture avete visitato? ci sono dei link utili per conoscere il progetto e magari vedere dei trailer?

f
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Attualmente stiamo terminando le interviste, ma ci sono ancora strutture da vedere. Ne abbiamo visitate diverse, ma ovviamente non tutte saranno nel documentario, perché ciò che ci interessa principalmente è dare uno sguardo d'insieme e raccontare alcune storie tipo. A breve faremo uscire un trailer e vedremo se mettere on line una pagina web. Per adesso il punto di riferimento principale è la pagina Facebookdi Zoout.


g
quasi quasi ti chiedo ancora una cosa -per ora -così poi comincio a mettere insieme un po' di pensieri...

in generale, che cosa ti ha fatto riflettere di più, in merito alla condizione degli animali trattenuti negli zoo. esiste un tratto che accomuna queste strutture diverse tra loro? e che differenze? infine, gli animali lì dentro, come appaiono agli occhi di chi li vuole liberare? Ti sembra che siano desiderosi di libertà, oppure che 'a loro vada bene così'?

f
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Naturalmente l'impossibilità di poter vivere liberamente la propria vita è qualcosa che non può non farti riflettere, anche quando al pubblico questa vita appare agiata e priva di pericoli. Tutti gli zoo hanno in comune il contenimento che può sfociare in vera e propria prigionia e ovviamente il business. Partendo da questo presupposto di base ci rendiamo conto come ci sia di fondo un messaggio che ha molto a che vedere con il nostro modo di intendere la vita. Chi come noi si occupa di liberazione animale a vario titolo non può che provare tristezza per questi animali. Del resto un orso ad esempio può percorrere fino a 30 km al giorno in natura e non ci sarà mai uno zoo, per quanto possa essere organizzato, che potrà permettergli di fare questo. Il punto non è quanto loro (nel migliore dei casi) siano realmente desiderosi della libertà, ma perché noi ci arroghiamo il diritto di fare questo. E comunque le barriere ci sono in ogni zoo. E se ci sono barriere qualcosa vorrà pur dire.


g
solo una cosa, una piccola puntualizzazione: per te, secondo te, gli animali sono desiderosi di libertà? e, in generale, cercano o ignorano l'uomo, se possono essere liberi di scegliere? io credo che la pulsione alla libertà, che è sentirsi dentro un corpo che può andare o stare dove preferisce e quando vuole, è forte in qualsiasi essere vivente - mi verrebbe da aggiungerci anche le piante.

f
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si senza dubbio gli animali sono desiderosi di libertà anche se naturalmente questa pulsione tende a diminuire in animali nati in cattività. Ma se anche questa pulsione fosse inesistente, è giusto essere noi a stabilirlo per altro imponendo delle barriere?


g
ovviamente no. non è giusto. non volevo prendere il desiderio di libertà come ennesimo metro di giudizio antropocentrico per concedere diritti e meriti. è solo che vedo il desiderio di poter disporre del proprio tempo e corpo e spazio così ben presente in tutti gli animali che conosco, che non posso pensare che non sia un richiamo innato. perciò è tanto più angosciosa la condizione di cattività. 

f
 
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Si, nessun dubbio su questo.


Grazie, Francesco

mercoledì 21 giugno 2017

Impronte di sangue lasciate da fantasmi

Ieri, 20 giugno 2017, via Traves, Torino, NOmattatoio 8

(ieri)

"Oggi durante il presidio, nessun camion è arrivato, ma un'altra sfumatura si coglie in questo luogo di non ritorno. I mezzi che trasportano i corpi ormai smembrati, mostrano il "sigillo di fabbrica"; due impronte insanguinate. Quasi a voler sancire la legittimità di tanta violenza". ti dice Rossella, lei che tra i presidianti sta organizzando da mesi proprio il NOmattatoio torinese. La sua è una visione, una riflessione suggestiva, che ti fa riflettere.
















E tu pensi - tanti pensieri, ma in cima alla fila, uno - hanno voluto nasconderli, gli hanno sottratto anche l'unica e ultima, estrema visibilità - che in qualche modo si lega al (ri)affermarsi delle individualità, che li riporterebbe al livello della dignità di essere vivente, ciascuno dei quali ama la propria vita e non la vuole perdere.



Tutti gli individui - centinaia e centinaia, almeno - che oggi dovevano morire macellati nei corpi-maiale, corpi-vitello, corpi-mucca, corpi-gallina -  hanno subito in sorte una doppia invisibilità, che li ha resi fantasmi due volte.
La prima volta è quando sono nati - già morti e di fatto mai esistiti, come individui - e tutta la loro esistenza è stata tenuta nascosta alla gente - ed è stata tutta fortemente invasa e manipolata e violentata. Noi, non li abbiamo visti. Né allora, né poi, né oggi.

Ma se pure li avessimo visti, per loro come invididui, nulla sarebbe cambito nel loro destino: la morte per dissanguamento e macellazione. Noi eravamo lì, oggi, per loro -  ma allo stesso tempo, non per loro, cioè proprio loro, cioè proprio oggi. Noi eravamo lì per altri loro, futuri, discendenti ancora per chissà quante generazioni. Fantasmi natimorti, ascendenti e discendenti di altri fantasmi, evocati solo per venire smembrati e distrutti: una colossale ecatombe progettata, programmata, costruita, prevista - stabilita e voluta. Sancita e legalizzata da una intera società.

Era come se noi, oggi, fossimo stati lì... per nessuno. Ed ecco la condanna della seconda invisibilità. (Ma questo essere lì per nessuno, è solo una illusione ottica, fidatevi).



Perché non li hanno portati al macello, quando noi oggi eravamo lì, proprio per loro? Proprio per questo: perché con noi sarebbero stati individui. Non in un senso astratto e ideale, ma assai concreto: occhi e sguardi forse si sarebbero incrociati, occhi stravolti da caldo, fatica, paura, dolore, confusione, disorientamento - con occhi spalancati per cogliere i loro movimenti, il loro muoversi passivo, occhi angustiati. E ancor di più: occhi pronti a diventare obbiettivi sensibili - obbiettivi, cioè capaci di cogliere una realtà negata e di coglierla con partecipzione, cioè sensibili - di macchine fotografiche, ipad, iphone e vari accrocchi tecnologici. Occhi pronti a esorcizzare, in minima parte, la fantasmaticità di corpi che invece esistono / sono esistiti / esistevano. Questo esorcismo si compie con lo scatto di un frame, di un fotogramma (una scrittura di luce: come ti piace il significato letterale!) che immortala - rende immortale.  Morto una volta, ma che poi non muore più e non morirà mai, finché quella immagine sarà osservabile. Ma che forse, se ci pensi meglio, è una diversa e ulteriore fantasmizzazione; e però in questa occasione, per questa volta, efficace a svelare, a mostrare, a pubblicare, a divulgare - un qualcosa che si mantiene nascosto: nelle periferie, nel bel mezzo di lunghi viali a percorrenza (troppo) veloce, tra cantieri e reticolati. Che Cosa vuole nascondersi? L'atto violento e reiterato su migliaia di corpi-a-perdere, una 'cosa' normale, che però non va bene che sia vista, scoperta, osservata, divulgata. Perciò, è prudente non offrirla agli occhi sensibili di persone che si danno appuntamento proprio lì, davanti al piazzale del macello - e lo fanno con costanza e ricorrenza.
O forse no. Forse tutto questo è un castello in aria costruito su fondamenta troppo idealistiche; e il fatto che non sia sia vista l'ombra di un trasporto, è solo coincidenza. In ogni caso... 





In ogni caso noi siamo lì per funzionare come cartelli segnalatori, come frecce indicatrici, come richiami all'attenzione di un posto che invece tutto desidera e auspica per se stesso, tranne che trovarsi al centro dell'attenzione. E questo, ai macellai è molto chiaro!

Noi - hai contato - oggi eravamo di più che le volte precedenti. Per la ottava volta consecutiva. Così, giusto per notarla, questa cosa, e immaginare che potremo aumentare, nelle prossime occasioni. Noi eravamo granelli di sabbia in un meccanismo ingranaggivoro, per rendergli indigesto il triturare, e farglielo ritardare. 
Per tutti i molti oggi di là da venire.






 

lunedì 19 giugno 2017

NOmattatoio - Torino VIII - 20 giugno 2017

il presidio sarà davanti alle porte del Macello, in Via Traves, Torino


"Il contadino schizzò via. Le sue scarpe pesanti rimbombarono sui gradini. La giovenca continuava a muggire. Nella sua voce c'era una furia, una ribellione quasi umana. MI sedetti sul materasso e chinai il capo. Era un po' che facevo una follia dopo l'altra."

dal racconto "La giovenca malata di nostalgia" di Isaac Bashevis Singer, ne 'I Meridiani- Racconti" (pagg. 1097-1132).

Potete trovare la pagina del presidio su Facebook. Iscrivetevi, se desiderate venire a partecipare.  Martedì mattina, dalle 7 alle 10.

venerdì 16 giugno 2017

Amici di Ohana - Siti in Confidenza

Grimilde, Chihuahua salvata da un sequestro


Ohana è una canina anzianina, la prima vecchietta adottata, che ha fatto sedici (16) anni di canile prima di trovare casa e diventare ispirazione per gli Amici.
Ohana è una gioia, è felice per ogni singolo gesto e si comporta e si muove come se avesse sempre vissuto in casa, con le persone che l'hanno adottata.
Così si legge sul vecchio sito: "Ecco come nasce “La casa di Ohana”. Nasce per dare una speranza a tutte le Ohana che aspettano di cambiarvi la vita. Tutte quelle chiuse nello stesso box, legate alla stessa catena, chiuse nello stesso terreno da tutta la vita. Adottare un vecchietto non cambia solo la sua vita, migliora la nostra. 
Ohana significa famiglia.. e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato.”  (da Lilo & Stitch).

Oggi Ohana cambia sito (quello vecchio non era più aggiornabile).
Trovate il nuovo link sotto il nome 'Amici di Ohana - Il Sito", nella colonnina a destra dei 'Siti in confidenza'.
Visitatelo: "Mai troppo vecchi per essere amati".

Scoprite i progetti per recuperare fisicamente e psicologicamente i vecchietti, e abituarli e prepararli a una vita in casa con una famiglia.
Scoprite le adozioni a distanza.
Scoprite le iniziative per aiutare la casa di Ohana
E, soprattutto leggete le news sui vecchietti e andate a scoprire e conoscere i vecchietti in cerca di famiglia.

Tutti i contatti e indirizzi, sono ben chiari, con icone grandi e divertenti, in fondo alla pagina iniziale.

PS
con questa breve news-vetrina, vuoi provare a inaugurare una nuova 'mini rubrica', fatta di post brevi come questo, con lo scopo di presentare, mano a mano, i siti e i blog che appaiono qui a destra, sotto le diciture 'in confidenza'. Così magari siete invogliati a scoprirli.
Sarà comunque una cosa che avrà i suoi tempi. Intanto: che ne pensate?



mercoledì 14 giugno 2017

Angelo e i suoi assassini - parte seconda

Angelo
... e ritorni un attimo su Angelo e sulla sentenza emessa contro i quattro torturatori: sentenza che ha suscitato molti commenti e molta agitazione. Tra l'altro, ci ritorni in questi giorni, dominati dallo scalpore per un'altra sentenza, quella che riguarda Totò Riina - e hai la sensazione che ci sia un che di sotterraneo che in qualche modo collega le due notizie; le due sentenze; i cinque colpevoli; le molte vittime;  l'idea che una società, che una civiltà ha o può avere a proposito del concetto di giustizia. 
E ci ritorni, quindi, forse proprio perché senti - a livello subliminale che proverai a spiegare - che esiste un collegamento tra i due eventi - entrambi incorniciati in contesti giuridici-penali-legali. Materia incandescente, agitatatrice di pensieri: che vengono da lontano, da riflessioni, studi, letture di quando eri universitario. Qualcosa da manovrare con guanti e pinze. Forse, ma non oggi. 
Oggi, ti concentri, per la seconda volta, su Angelo
Come già scritto, avevi chiesto a persone che hai la fortuna di conoscere, un loro parere sulla sentenza verso i quattro aguzzini sanginetesi. Non persone a caso: persone che vivono ogni giorno, tutti i giorni, da anni, la realtà dei cani in canile - e che sono impegnati a pensare e ri-pensare, per trasformarla. 
Sì: perché il canile ha bisogno di venire trasformato, fino al punto di sparire, almeno come concetto concentrazionario di reclusione. Ne hanno bisogno i suoi prigionieri. E - sorpresa! - ne ha bisogno la stessa società dove viviamo - anche se questa società non se ne rende conto; anche se noi non ce ne rendiamo conto. Qui sì: cani, innocenti individui incarcerati per colpe mai commesse o inventate dai dittatori totalitari umani - quì sì che si può parlare di sproporzione della pena. Cesare Beccaria in molti canili - troppi canili lager, luoghi di speculazione - non s'è mai visto neppure in fotografia.

Torniamo a loro - alle persone amiche che hai interpellato. Dicevi: persone che conoscono, con esperienza e cognizione di causa e riflessione, i cani e i pensieri canini e il loro mondo.
Quasi tutti hanno speso qualche parola di riflessione - e di questo parlerai in questo post. Altri di loro ancora non hanno risposto - ma, alcuni di loro è probabile che lo faranno e sarà argomento di futuri post; ché questo argomento non esaurisce mai le sue implicazioni, volendo. Devi dire ancora una cosa: i commenti hanno ciascuno un nome e cognome; dopo varie riflessioni, hai deciso di trascriverli qui, tutti o in parte, sotto forma anonima (anche se chiaramente distinguibili), sia per venire incontro a chi ti ha chiesto espressamente di rimanere anonimo, sia perché ti è sembrato più giusto anche verso quelli che non avrebbero pudore o problema a comparire 'in chiaro': nel senso che ti piace pensare che ci si possa concentrare sui loro pensieri, tessuti insieme con lo scopo di impreziosire le differenze di sfumature dovute ai diversi punti di vista, oltre che di evidenziare i molti spunti unici, personali. Ti piacerebbe che tutti quelli contattati, si sentano liberi di commentare, a lettura terminata, mettendosi con nome e cognome, se lo vorranno, rivendicando la maternità o la paternità dei loro pensieri.

Che - di primo acchito - sono pensieri di rifiuto. Non ha voglia di parlare di questa storia, chi gestisce un giardino per cani anziani: "mi procura troppo dolore. Non vorrei mai vedere quei mostri vicino a un qualsiasi animale". Il discorso riabilitazione può e deve passare in secondo piano, è ancora una volta specista. Ancora non si ha la sentenza, quindi, come scrivevi, le modalità sono sconociute e quindi suscettibili di grandi speculazioni. Di sicuro, è molto facile rendere questa parte di sentenza un nuovo inferno per i cani, senza riabilitare nessuno - "Angelo e tutte le altre vittime come lui non torneranno mai indietro".
Condividi la rabbia, specialmente dopo aver rivisto il filmato, che è sempre troppo doloroso: c'è solo sadismo, prolungato, perpetrato per interi minuti, con metodo e senza che appaiano mai segnali di disagio - anzi!

E quindi? Quindi, se può essere sensato, giusto, smettere di applicare la legge del taglione, è lecito dubitare che riabilitare sia sempre possibile: che, cioè, l'aver subìto una pena, renda il proprio pensiero finalmente permeabile al rifiuto della crudeltà. I quattro aguzzini, infatti, c'è il rischio che vivano la pena come una fastidiosa pratica di cui liberarsi quanto prima. Magari, accumulando rabbia. Che scaricheranno sul prossimo indifeso che gli capiterà a tiro. 

Ne parli con questa donna, che è attiva con grande attenzione e molti dubbi - per così dire, filosofici - in un rifugio dove c'è molta attiva attenzione alle pratiche da svolgere insieme e per i cani:
"Chi è arrivato ad un punto così terribile non imparerà l'empatia in sei mesi di canile nemmeno nel miglior canile con i migliori educatori". Si pensa insieme che questi assassini dovrebbero prima potersi guardare dentro. E allora, il cerchio si allarga: dici che ci vorrebbero percorsi permanenti di supporto, con obiettivo magari preventivo piuttosto che rieducativo. E se alzi un attimo ancora la quota dello sguardo, ecco che trovi la necessità di creare le occasioni e le possibilità per un mutamento più generale delle nostre società, per quel che riguarda il rapporto con gli altri animali. Eccola lì, immobile e totemica: la educazione alla empatia - uno snodo enorme da cui secondo te si dipartono mille sentieri, nella pedagogia, nella filosofia, nella cultura, nella percezione sociale.
Perciò, sempre secondo questa attentissima volontaria: "il punto di svolta è nel fatto che il processo ci sia stato". Un vero precedente, che non potrà essere ignorato: "A un po' di persone, che gli animali li maltrattano, potrebbero fischiare le orecchie".

"Visto il reato, la pena resta decisamente lieve": così pensa un'altra cinofilosofa, che vive con una affiatata società di cani, li conosce, conosce le loro individualità, li rispetta e li ama.
"Bisognerebbe poter applicare pene molto più severe:  ma sono contenta che quanto meno ci sia stata una sentenza in tempi non eterni, e molto chiara dal punto di vista del significato sociale e politico della cosa: è un buon precedente che spero possa mettere delle basi per il futuro".

Ci concentriamo sulle modalità dello svolgimento del lavoro socialmente utile in canile. La cinofilosofa - e tu con lei - si augura che sia un canile dove i volontari possono sempre entrare, per proteggere il benessere dei cani. Poi, che i quattro condannati vengano seguiti all'interno del canile e che ci sia un supporto psicologico che li aiuti a valutare. "Voglio poi sperare che le mansioni che avranno all'interno del canile, non rischieranno di traumatizzare i cani ospiti". Alla fine, siete d'accordo entrambi che ci vorrebbe pure un supporto psicologico anche per i cani, svolto da un valido educatore...

Supporto psicologico fondamentale anche secondo la educatrice che ha costruito anni di metodo di relazione e osservazione verso i cani: "esistono studi sullo sviluppo dell'empatia e sul recupero di chi ha commesso crimini associati a disturbi della personalità che hanno tra i sintomi la mancanza di empatia per la vittima".
L'esistenza di un programma volto a far aumentare l'empatia nei soggetti che hanno commesso questo tipo di crimini violenti, sarebbe secondo te doverosa, un'àncora fondamentale, nell'intero processo di recupero.  
Tu sei convinto che queste misure di supporto verrebbero davvero svolte solo se il canile verrà percepito come risorsa e non come una specie di scadente e meccanico contrappasso: altrimenti, il prossimo pedofilo potrebbe vedersi assegnati lavori socialmente utili in un asilo! Ti spieghi meglio: solo se il canile è percepito come una risorsa di valore etico e pedagogico, prima di tutto dalla società e quindi da quanti hanno il compito di amministrare la legge, allora avverrà spontaneamente e doverosamente la creazione di un cuscinetto di supporto all'intera situazione - nel suo prima, nel suo durante, nel dentro e nel fuori, per i rei e per i cani, e nel suo dopo.
Altrimenti, il canile subirà l'ennesimo sfregio: quello di essere visto come atto punitivo per criminali, uno strumento più economico del carcere, per applicare la legge del taglione: "una follia".

Una scelta folle, una sconfitta per tutti, dove peggiora la situazione di tutti: di Angelo e della sua memoria; dei cani liberi e non tutelati; dei cani nei rifugi, a rischio; delle situazioni di miseria sociale e culturale, come quella dove sono nati e cresciuti i quattro aguzzini, che, secondo questa ragazza che si occupa di accasare cani anziani, "vivono in uno sperduto paesino di montagna, in mezzo al nulla": una mentalità chiusa (anche l'orizzonte sembra chiuso, dall'elevarsi delle montagne) può portare a questo tipo di cose, come i fatti di Sangineto. "Quindi il fatto che loro arrivino a conoscere i cani e abbiano una pena del genere da scontare, è utile a farli rendere conto di ciò che li circonda e di chi sono realmente i cani".

Ipotizziamo che scontino la pena nel suo rifugio: "proverei a fargli  comprendere  realmente il significato grave del loro gesto verso un essere vivente".
Tutto dipende da che visione hai della giustizia: occasione di recupero o condanna sempre punitiva? Attraverso la rieducazione, potrebbero rendersi conto di quel che hanno fatto: forse questo potrebbe per loro diventare condanna? Grande fiducia verso gli esseri umani - altrimenti questa ragazza non farebbe quello che fa - ma anche dispiacere: perché il lavoro potrebbe essere da loro visto solo come punizione "in un canile sovraffollato e dove la cultura cinofila rasenta quasi sicuramente lo zero". Perché non diventi un perverso e dannoso "per sei mesi spalo cacca e poi tutto torna come prima", ecco che si riconferma basilare la cultura - cinofila, ma anche quella generale, anche quella civica e civile.

A quanto pare, insomma, questa è una sentenza esemplare, storica, per l'Italia (non allarghiamoci a presumerla storica anche in un contesto più internazionale). Storicità ed esemplarietà che - già lo sono state - corrono il rischio di venire annacquate e vanificate dal fatto che è stato applicato il rito abbreviato e che la legge comunque non prevede carcere per pene inferiori ai tre anni; e che, infine - purtroppo - le pene previste per chi maltratta gli animali, sono molto basse. In pratica: chi maltratta o uccide un animale - e stai parlando solo di quelli 'fortunati', considerati animali DA affezione (sic) - rischia di farla franca più spesso che no.

Il quadro generale, non è molto incoraggiante. Anche secondo l'educatore che negli anni ha disegnato un concetto di canile futuro, non è positivo che "il canile sia il luogo per scontare una pena"
Che  genere di canile è quello dove dovranno prestare servizio? "Non so in quale canile andranno a scontare la pena. Non sono a conoscenza del nome della struttura. Conoscendo le molte realtà di canili lager del Sud Italia, mi chiedo cosa possano imparare quei quattro sociopatici da un'esperienza del genere?" Una breve notazione, comunque sulle modalità pratiche: "Poi sono convinto che in ogni caso dovrebbero essere divisi e scontare il servizio socialmente utile in luoghi diversi da soli e non in gruppo".


link vari, per riannodare le fila su

ANGELO

la notizia della sentenza su all4animals

il parere di una psicologa specializzata, su all4animals

la notizia della sentenza su quiCosenza

la notizia della sentenza su VelvetPets

il commento di Ermanno Giudici, su Il Patto Tradito


VIDEO Paola, sentenza del processo, su Marsilinotizie


una notizia sugli studi per l'identikit di chi maltratta gli animali, su Gazzetta di Parma


VIDEO - DA VEDERE: In onore di Angelo (il suo calvario), su youreporter

notizia della sentenza, su ilmiocaneèleggenda

la difesa degli imputati, su Marsilinotizie