lunedì 21 agosto 2017

Envirude, Storia di un cane speciale: la favola


Il nome si potrebbe  leggere anche Evinrude. Hai provato a cercare su internet: è tutto un tripudio di motori fuoribordo per barche.
Ma (1) c'è un perché: E(n)(v)irude si chiama così perché così si chiama la libellula amica di Bianca e Bernie, che, durante le loro avventure, funge da "motore" per una barca costituita da una foglia" come si legge qui). (Envirude, nella realtà, somiglia a quella libellula).


Ma (2), per un nome così, di nuovo, c'è un perché: la cagnolina che lo porta e che vive le sua avventure alla ricerca della libertà, di amici e di una famiglia, è proprio come un piccolo motore fuoribordo, piena di energia, capace di spingere se stessa e chi la incontra tra le onde della vita, che a volte fanno un po' maretta e burrasca.

Ma (3) non c'è bisogno di addentrarsi in complessi paragoni, né di fare i pignoli delle spiegazioni.
In fondo, nemmeno la microscopica Envirude è così: lei è viva, sa di esserlo, è felice di esserlo, è determinata a vivere questa gioia, costi quel che costi. Per raggiungere il suo scopo, affronterà le difficoltà della vita sempre con la curiosità e l'ottimismo di chi è convinto che tutti si meriti un raggio di sole e un gelato di felicità. Perché - lo sapevamo fin dall'inzio - Envirude è una canina speciale.

Piccole lacrime di commozione che evapora al sole dei sorrisi, leggendo dei semplici e freschi slanci di generosità che porteranno la piccola e i suoi amici a trovare, finalmente la famiglia: "avere una famiglia è meglio che avere un Padrone e tutti i cani meritano di essere amati e rispettati".

La breve favola è stata scritta da Valeria Cucchi e illustrata da Manuela Maietti.
Chi la prenderà, aiuterà il suo rifugio a rendere felice e speranzosa la vita di tanti cani, specialmente se vecchietti.
Valeria stessa ce ne parla in questo video, girato da Luca Spennacchio, per un importante progetto alla scoperta dei canili 3.0 in Italia.

Tu ti sei divertito tanto tanto a leggerla, come un bambino di sei anni hai detestato il cattivo padrone della cagnolina, hai riso alle gesta del goffo amico di Envirude, ti sei commosso per la generosità della Fatina che... ma no, non lo dici: è una sorpresa!

martedì 15 agosto 2017

La guerra sulla pietà

... e se io incontrassi un'orsa...


Le immagini di KJ2 uccisa, ti hanno catapultato coi ricordi al passato. 
Hai provato l'irresitibile necessità di scrivere queste righe, che avrebbero voluto esser brevi ma che rischiano di essere lunghe - e molto probabilmente esorbitanti, inconcludenti: siete avvisati!
2013. Abitavi in montagna. Per una serie di sfortunati eventi, ti ritrovasti faccia a faccia con la salma di un cervo. Lo hai raccontato, con tutti i dettagli, qui
Oggi forse non lo scriveresti così, ma molti dei pensieri lì esposti, non sono cambiati  - e forse, quello che allora era un bambino (e che allora ti impressionò proprio perché si trovava tra gli adulti spettatori di quel ludibrio, scempio di cadavere), oggi sarà un giovane e implacabile cacciatore, sicuro della giustezza delle sue azioni di 'contenimento' degli animali. Più nessuna sorpresa nei suoi sguardi, solo crudezza piatta.
Però, del cervo quel viso, quegli occhi ormai muti, accecati della loro brillante luce vitale dalle pallottole dei cacciatori, non te li dimentichi più. Anche quel bellissimo cervo come l'orsa era adagiato - le membra scomposte e rigide, il pelo sporcato dalla caduta nella morte, per via della spinta potente e irresistibile del proiettile dentro nel corpo - sul pianale semi arrugginito e scolorito di un furgoncino - quelli azzurro-verdi, dozzinali, non belli, solamente utili e poco costosi.  Attorno a lui, come orchi, i cacciatori che lo avevano scovato, perseguitato, sfinito, inseguito e ucciso, quella mattina. Ora che il sole stava calando, proiettavano le loro piccole ombre deformi sulla bellezza di quel corpo - che loro non avrebbero mai compreso, anzi nemmeno vista. Parlavano, a borborigmi crudi e stridenti: di cartucce, di cani, di bastoni, di catene, del bosco (il 'busc'); del peso della 'bestia', di quanto si tira su con la sua carne, con la sua pelle per il tappeto, con la sua testa, con le sue corna.

Una violenza fine a se stessa, che si perpetua anche in migliaia di piccoli grandi gesti prepotenti degradanti.

qui siamo a Pinzolo: notate i fiori sul capo della mucca?

Fu allora che lo baciasti, in un impeto - una provocazione? una sfida? Una opposizione, un rifiuto verso la loro esistenza umana, i loro pensieri grondanti violenza perenne (!). Un saluto, una richiesta di perdono, un omaggio alla bellezza (!). Baciasti il viso del cervo, sulla sua guancia. Un bacio veloce, rapito, rubato. Sporgendoti sul pianale, che fu come sporgersi sull'abisso: della morte, della violenza - forse l'abisso di Nietzsche. Ma un abisso voraginato dagli umani, una trincea scavata nella guerra sulla pietà - ché di questo stiamo provando a pensare.
Non hai immagini del cervo, solo ricordi...

... ricordi identici a questo, in ogni dettaglio squallido e doloroso...

... e perciò, ben comprendi che quello che a prima vista potrebbe sembrare un gesto unico - il mostrare il risultato di una caccia agli amici in paese - è in realtà un singolo episodio di una sequenza molto, troppo lunga, che i cacciatori imbastiscono ormai senza soste; e che questa sequenza è una delle battaglie di questa guerra: una battaglia campale, che inanella vittime, cadaveri, in continuazione, tra gli altri animali. Ci sarebbe anche da accennare al discorso delle immissioni di animali in boschi e ambienti ormai svuotati, le cosiddette ripopolazioni: boschi assediati da città e ambienti antropizzati, nei quali è facilissimo per qualsiasi animale incappare. Troppo-pericolosamente-facile. E allora, si parla di sovrappopolazione, di invasione, di pericolo. E allora, la parola passa ai fucili, come se avessero bisogno di una ulteriore copertura -oltre alle innumerevoli deroghe, licenze, eccezioni di cui già godono.
 (Nota: una delle immagini circolanti, descritta come l'immagine del cadavere dell'orsa, in realtà la ritraggono anestetizzata, quando, mesi fa, venne catturata per metterle il radiocollare; ma poco importa: siamo nella logica del discorso del pathos - anche caotico, quindi -  delle immagini.)


Perché hai baciato il cervo? Ricordi benissimo che avevi, netta in mente, questa immagine:

...solo di recente hai scoperto la probabile vera origine di questa foto, che dunque è un fake!

Solo di recente hai scoperto i retroscena più probabili di questa foto. Ma allora era decontestualizzata - o meglio, ri-contestualizzata (ma, obietti: le mani sulle spalle che sembrano trattenerlo?).
La potenza astratta della immagine - fu quello che ti rimase impresso. Al netto. Non sai, ora, dire se ricavare ispirazione irresistibile da una immagine che è bugiarda - se ricavare un bene da un male - sia qualcosa che (ci) si possa permettere o auspicare sempre, o per sempre (forse no).  Però, quando baciasti il cervo, tu ti sentivi come pensavi si sentisse il ragazzo nella foto. E, di sicuro, il tuo gesto fu sincero; di sicuro, suscitò sorpresa. Siamo in guerra, giusto? Allora: la propaganda, la disinformazione, la strumentalizzazione, possono, potrebbero, prendere strade inaspettate, indesiderate dagli stessi autori della propaganda. Ci si può appropriare del messaggio dell'avversario, piegarlo, depotenziarlo, rendendolo innocuo o addirittura rivolgendolo capovolto e trasformato, da punto debole a punto di forza (stai pensando a un film come 'Pride'). 


Mentre stai scrivendo a getto continuo, insegui i pensieri prima che scappino, ma in questa maniera altri ricordi arrivano a farsi ricordare: ricordi dove gli animali nei boschi sono protagonisti. 

Ricordi la corsa a precipizio di due camosci: stavi salendo un sentiero estivo in un bosco - all'improvviso, a monte, alla tua destra, un fragoroso frusciare di foglie e rami, che si spalanca in un lampo verde e nocciola di corpi, zampe, ciottoli, erbe, terra, sole sul tratto di sentiero a due metri davanti a te: due giovani camosci correvano a precipizio, verso valle. Lungo una discesa ripidissima, velocissimi. Non hai avuto paura, ma solo meravigliata sorpresa - sentivi con certezza che loro ti avevano individuato, tu, lentissimo arrancante in salita semipianeggiante, ben prima che tu potessi anche solo iniziare a sentire il loro avanzare, per cui erano certi che ti avrebbero evitato con  estrema facilità, con noncuranza. 

Oppure: ricordi te che guidi, tra i tornanti montani, in una sera di luna piena, stai salendo verso la  fine della valle. All'uscita dalla galleria: un cervo sovrumanamente gigantesco, sta dritto in mezzo alla strada. fermo, calmo, si guarda attorno, muovendo piano la testa -le sue corna sono immense. Vicino a lui, più piccoli, due individui: hai subito pensato a una femmina e a un giovane, forse il loro figlio. Hai frenato, ti sei fermato, guardandoli riguardato, dal finestrino. Pochi istanti, eterni. L'immbilità del pensiero, dell'attenzione. Del rispetto - reciproco. Della prudenza - reciproca. E tuttavia, non percepisti dal cervo paura, né ostilità. Solo, una attenta osservazione, benché rapida, veloce. Uno scambio impercettibile di sguardi, tra due coscienze. Poi, loro tre scomparvero dall'altro lato della strada - diretti da un prato a un bosco, tagliati in due dall'asfalto umano. 

Non sono gli unici ricordi che tesaurizzi nella tua memoria, di animali non umani. Proprio questi due, però, sono emersi adesso. Perché il pensare alla guerra sulla pietà, come si e ci  raccomanda di fare Derrida, è un pensiero lungo, annoso e probabilmente sfrangiato, ramificato, sfaccettato, poliedrico.
Sono emersi perché possono raccontarci sia la splendida epifania animale, sia il fatto - assodato - della loro effettiva non-belligeranza. Se volessi usare parole altisonanti, scriveresti che se anche loro non ci hanno dichiarato guerra, sono gli animalisti che si sono posti loro alleati a guerreggiare contro la strapotenza bellica umana. Ma, appunto sono straparlare, per una infinità di motivi.

Il fatto è che, più che di guerra, verrebbe da parlare di sterminio (nei termini in cui se ne parla nella Guerra dei Mondi wellsiana): perché la disparità delle forze in campo è troppo estrema, troppo assurda, a tutto svantaggio degli altrianimali.
Gli animali vengono "sterminati nella loro sopravvivenza o addirittura nella loro moltiplicazione", scrive Derrida. Le dimensioni della guerra sulla pietà sono talmente immense che gli stessi umani la negano, la disconoscono, rifiutano di vederla  - o forse, il che è terribile, in molti casi nemmeno la vedono, pensando che non esista, che non sia in corso.  Eppure, le prove ci sono: dati, racconti - immagini.  Derrida le chiama immagini 'patetiche', cioè in grado di generare pathos. Ma in questa guerra, molto c'è di patologico, molto c'è che si allaccia alla sofferenza, alla pietà, alla compassione (scrive sempre Derrida). 

Oliver: anche questa è una immagine 'patetica'...
Ora, tu pensi che a disposizione degli umani che si sono presi l'impegno di pensare la guerra, la pietà, la compassione, non ci sono molte risorse, e allo stesso tempo ce ne sono a sufficienza. Ci sono consapevolezze nuove, in grado - forse, tu lo speri - di affrontare queste nuove prove derridiane che la compassione deve affrontare, dal XIX in qua. Ci sono nuovi pensieri. Ci sono politiche e strategie collaudate in vecchie battaglie, che possono tornare utili nelle battaglie nuove e urgenti. Gli esempi, per dir così, 'vittoriosi' - o 'di successo' - non mancano.

Nel caso di KJ2 s'è parlato e scritto di boicottaggio. Si sta parlando anche di consumo consapevole, che ne è un po' l'altra faccia. Si potrebbe chiamare anche 'consumo propositivo'. Non solo il non comprare ciò che propone la parte a cui far arrivare un messaggio di protesta; ma anche, magari contemporaneamente, il comprare di più da parti che invece seguono pratiche diverse, più rispettose. Ti pare che si possa far riferimento ai cosddetti gruppi di pressione (in inglese: le lobbies). Uno strumento che potrebbe essere sorprendentemente potente, a tutti i livelli. 

Nel caso del povero cavallo Oliver- misero schiavo sfruttato fino alla sua morte-  il discorso di protesta contro botticelle, carrozze turistiche diffuse tra Roma, Torino, Messina, Cagliari, tocca molte corde patetiche. Vedere il suo viso stravolto è uno strazio personale, e - per te, almeno - vedere gli umani scialbi, sciatti, scazzati tutt'intorno a lui, le mani in tasca, sotto il sole rovente, suscita vero, insopprimibile ribrezzo.


...vorreste davvero che qualcuno vi soccorresse così?! Fonte


Ti affacci alla marea costantemente e quotidianamente montante di ogni tipo di crudeltà, sciatteria, incuria, disinteresse, disattenzione, ignoranza, menefreghismo, prepotenza, arroganza, supponenza mossa da umani del tutto inconsapevoli contro gli altranimali. Rischi di soffocare. Rischi di bruciarti. Rischi di ammalarti. 
Hai (avuto) la fortuna di aver incontrato e di continuare a incontrare e di conoscere persone determinate, forti, propositive, consapevoli, tenaci, che sono capaci di fare cose 'belle' tutti i giorni verso gli altranimali - e il pensare di aver imparato da loro e di essere anche tu almeno un pochino come loro, ti permette di fronteggiare gli sgomenti. Infatti, quello che queste persone sanno fare, fa la differenza concreta.




Per chiudere il post. E contro la patologica follia antropocentrica.
Provi a trovar rinsaldezza nelle parole di Derrida: la guerra sulla pietà "attraversa una fase critica. Noi l'attraversiamo e ne siamo attraversati". Perciò, abbiamo il dovere di pensarla, questa guerra. Per Derrida, proprio il "pensare" è in questione, è in gioco. Forse è in pericolo. Il pensare come abbiamo pensato finora, non va bene.  Allora: potrebbe aiutarci un pensare-sentire? Potrebbe aiutarci sdraiarci sulla terra, camminare a carponi? Potrebbe aiutarci stare in mezzo agli animali - almeno, quelli che accettano di stare in mezzo a noi (tu, stai pensando ai tuoi cani) - ?
Non c'è una unica, né breve, né univoca - risposta. Il che, forse, può spingerci a trovare sempre nuove, creative, innovative, strade e strategie. 

domenica 13 agosto 2017

Orsa KJ2

le spoglie dell'orsa KJ2, uccisa in Trentino


Per sapere certe notizie, ormai, occorre stare su internet, che sia FB, che siano altri siti o social. Sulla carta di giornale, difficile trovar certe notizie, ormai.
Notizie come questa: che l'orsa KJ2, è stata uccisa. A bruciapelo.
Vedi le foto e ti viene in mente la pratica antica ma non troppo di far vedere le spoglie del nemico ucciso - specialmente se su questo nemico si era costruita una narrazione che lo ha reso enorme, mostruoso, potente, temibile, pericoloso. Che fosse vera, questa narrazione, poco importa(va). Tanto più pericoloso è il nemico, tanto maggiore il coraggio dei suoi sgominatori e i meriti che riceveranno, la gloria, l'onore, la gratitudine.  Questo accade in un mondo rovesciato, dove c'è chi se le canta e se le suona in totale autonomia: fa le regole a sua misura, sulla pelle di altri viventi; poi le viola, le trasgredisce, le ignora, per arrivare a compiere gesti che rispondono solo a tornaconti e profitti del tutto avulsi da una qualsiasi capacità di lungimiranza - se proprio ci si ostina a rifiutare atteggiamenti come 'empatia' o 'rispetto'. 
L'uccisione - anzi: l'assassinio - dell'orsa KJ2 - nemmeno un nome, solo una sigla, come quella che si imprime sugli oggetti serializzati e sostituibili -  rientra in queste logiche.

"Abbattuta l'orsa KJ2", titola ilDolomiti
La scelta, l'uso delle parole, non sono casuali, né neutrali. Così come non lo sono le motivazioni, le spiegazioni, le descrizioni, che si avvolgono di tecnicismi e proceduralismi:
" Il documentato indice di pericolosità dell’esemplare, culminato nel ferimento di due persone, ha richiesto l’attuazione dell’ordinanza nel più breve tempo possibile".
Un fumoso indice di pericolosità, la creazione dello stato di emergenza, che mette fretta, che impedisce di pensare, di ragionare, ma libera solamente spiriti di rappresaglia e vendetta, fanno il resto.
Chi può verificare questo indice di pericolosità? Da quando esiste? Perché non sono stati chiamati etologi? 

il corpo del nemico ucciso viene esposto al pubblico, per appagarne la sete di vendetta...


Gli animali non umani sono per davvero perennemente inseriti, immersi in un gigantesco 'zoo panopticon', dove sono sempre osservati, a distanza, dove possono sempre venire catturati per essere esaminati geneticamente e 'radiocollarizzati'. Per controllare che obbediscano sempre alle regole - in realtà, sono strettissimi, angusti binari decisi unilateralmente dagli umani e che gli altranimali non possono conoscere, di cui nemmeno sospettano l'esistenza. Ogni loro disobbedienza, d'altro canto, ha una sola soluzione, un'unica punizione: la pena capitale. Questa è l'impressione che se ne ricava: solo la morte, l'esecuzione, l'uccisione, permette agli umani di sentirsi risarciti e concede agli altranimali una effimera, illusoria tregua.

Ora, tutto questo è molto chiaro.
Come si può rispondere? (e da questa risposta, hai tratto motivo e ispirazione, a tua volta, per questo istant-post).

...la mela non mi piace più...


Se non ricordi male, lo avevi studiato all'Università, o comunque ne avevi letto, come studio di caso di successo, o esempio concreto e molto efficace di pressione politica: il boicottaggio etico. Forse, tra i primi ad applicarlo ci fu Amnesty International.
Consiste nel non comprare più alcun prodotto, o servizio, o merce, proveniente da un luogo dove si ritenga siano (stati) commessi atti eticamente discutibili. Toccare il portafoglio, si sa, è la via più breve per arrivare al comprendonio delle persone (è la logica delle multe, che sono punizioni, sanzioni economiche; importa meno dove vadano a finire i soldi raccolti attraverso esse). Chiudere i propri cordoni della borsa - ad esempio - davanti a tutto ciò che in etichetta reca il nome della regione dove l'orsa è stata uccisa, può risultare assai efficace. Una chiusura, che andrebbe contestualizzata, organizzata e comunicata agli interessati.  Altrimenti potrebbe passare inosservata.

Il primo boicottaggio della storia, dimostra già tutta la forza di questo concreto strumento politico.
Ma se Ugo Rossi potrebbe vestire i panni di Charles Cunningham Boycott, saranno gli attivisti uniti e tosti come la Irish Land League del 1880? (leggere per saperlo).

mercoledì 9 agosto 2017

Emeroteca: Centri commerciali nel deserto (le nuove cattedrali)

La Lettura del Corriere della Sera, domenica 24 gennaio 2016, pag 5


Di sicuro sapete di che cosa stai parlando: della gente che va a fare la passeggiata pomeridiana al centro commerciale. Padre, madre, figli, a volte persino uno sciagurato cane che patisce questo 'passatempo' in modo assoluto.
Una volta, quando eri un ragazzo, le 'vasche', o 'struscio', si facevano in centro, o al massimo al parco cittadino - era sia un modo per stabilire un confine tra lo studio e la distrazione, sia un modo per incontrare, vedere, conoscere, gente - ragazze, amici, altri. Il sole, il vento, persino la pioggia o le nuvole, non impensierivano. Erano inverni con la neve - e nemmeno quella era un ostacolo serio, a ben volere. 
Oggi, le vasche ci sono 24/7, e sono tutte indoor. Non importa il clima del pianeta all'esterno, che risulta comunque fastidioso e molesto. In ogni caso, viene annullato dalle porte girevoli: e all'interno del centro commerciale, giorno, notte, estate, inverno, freddo, caldo, sole, pioggia, vento, neve -  è come se non esistessero (più). (Se poi il parcheggio è sotterraneo, se poi è vicino a scale mobili oppure ascensori...).

In estate, come adesso, ci si va per l'aria condizionata. Lo scopo triviale dell'acquisto diventa quasi un pretesto funzionale. Più importante è essere dentro, essere ammessi all'interno del centro commerciale. Come in chiesa: a cercare (trovare, chissà?) sollievo emotivo prima che materiale; fisico prima che economico. Ci sono persino gli altari, sotto forma di maxi schermi; ma non mancano i totem, né le cappelle votive (i negozi, gli store).

Prosegue la rubrichina della emeroteca, che sarebbe una raccolta ordinata di giornali e periodici - o, per quel che ti riguarda, almeno dei ritagli che hai più o meno conservato, dopo averli letti e trovati interessanti, o addirittura in previsione di leggerli, in quanto promettenti. 

Oggi, ci rileggiamo Walter Benjamin, così come ne ha scritto Donatella Di Cesare  ...

... qui, a pagina 4


Walter Benjamin è tra i filosofi continentali, quello che nell'articolo viene definito "figlio ribelle, lucido sognatore, malinconico, critico spietato della modernità, profeta rivoluzionario": dopo setanta anni, la sua filosofia ottiene riscatto e attenzione.
"La sua immagine è assurta a simbolo di un pensiero che... non si adatta a diventare normativo, né... si peiga a elogiare le fantomatiche libertà del progresso".
La sua filosofia è capace sia di rigore che di ampiezza di visioni.
"Che cosa rende Benjamin così attuale nella sua dirompente inattualità? Perché i suoi scritti, talvolta brevi frammenti, aneddoti autobiografici, lettere, serbano un potenziale esplosivo?"
Benjamin ha dischiuso alla filosofia gli ambiti della fotografia, del cinema, dei movimenti d'avanguardia, delle nevrosi metropolitane, della esistenza degli esclusi (tra i quali, tu  - e non solo tu - metti anche tutti gli altri animali, seguendo volentieri un pensiero che conta già a sua volta centinaia di pagine di contributi di pensiero); per non parlare della letteratura per l'infanzia, dei giocattoli, del gioco d'azzardo, del hashish, del viaggio.
"Benjamin, molto presto, ha presagito gli esiti del capitalismo".
"Che un giorno la politica, scaduta a mera amministrazione, esercizio di governance, si sarebbe dissolta nell'economia, è un pensiero che Benjamin condivide con altri filosofi. Ma lui osa un passo ulteriore: quella forma economica, divenuta globale, si sarebbe rivelata per quello che è: una religione. Non è forse il capitalismo una religione del debito?"

Pensate un attimo alle rate dei prestiti per pagare l'auto, il televisore digitale, le vacanze, il calcio in Tv...

"Benjamin", prosegue Di Cesare, "è stato il primo grande teologo dell'economia nella modernità. Non ha colto solo i legami strutturali tra teologia e politica, indagati negli stessi anni anche da Carl Schmitt. Né si è limitato a ricostruire la provenienza religiosa del capitalismo". (Ricordate Weber con la sua "etica protestante e lo spirito del capitalismo"? All'università ti sembrarono due manifestazioni umane che era inevitabile procedessero unite. 
"Qui si misura, anzi, la sua distanza da Max Weber, che nel capitalismo aveva indicato l'esito dell'etica protestante. Per Benjamin, le cose stanno diversamente: il capitalismo non è una religione secolarizzata, bensì una religione in senso stretto. Perciò non se ne comprenderebbe la portata, il ruolo e il funzionamento, se non lo si considerasse come un fenomeno religioso."

Nell'articolo si citano filosofi che, dalla riscoperta del frammento del 1921 'Capitalismo come religione', hanno avviato molte riflessioni sulla teologia economica: Peter Sloterdijk, Giorgio Agamben, Slavoj Zizek, Thomas Macho, Norbert Bolz, Robert Esposito.

Oggi il capitalismo appare ovunque si giri lo sguardo: occupa l'intero orizzonte, non lascia alternative. "Questa società crede nel capitalismo, lo accetta come proprio ineluttabile destino". Nel passato si pregavano gli dei e si facevano sacrifici - sacrifici che oggi si fanno al mercato - anzi, il Mercato: una personalizzazione dell'impersonale, una individualizzazione del collettivo.

Scrive Benjamin - come riportato nell'articolo: "Il capitalismo è una pura religione di culto, forse la più estrema che sia mai stata data".  Il culto dura in modo permanente. "Non c'è tregua, né perdono. La pompa sacrale del marketing, il rito del guadagno, il fasto del consumo, sono inarrestabili. Non si distingue più tra il giorno e la notte, là dove il tempo è sempre e solo denaro. Il capitalismo... ha annullato persino la settimana". Una ossessione di massa, alla base di una civiltà intera: "Apparentemente è sempre festa - e invece non lo è mai. Se il culto è ininterrotto, è grazie alla apoteosi del debito." In tedesco, debito si dice Schuld, "che nella sua 'demoniaca ambiguità' significa anche 'colpa'."
"Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non lascia espiare, ma colpevolizza indebitando", scrive Benjamin.
"Benjamin presagisce l'indebitamento plantario. Non potrebbe essere diversamente per una religione, come il capitalismo, che non permette salvezza né redenzione. Sotto il cielo del capitalismo resta solo 'disperazione cosmica'."

Ecco, tra queste righe e poco oltre si trova la parte che più ti è rimasta impressa, motivo di riflessioni, di confronti, dopo la lettura dell'articolo. Che prosegue.

"Benjamin punta l'indice contro il cristianesimo, che si è mutato nei secoli, convertendosi in capitalismo. Ha ceduto cioè al paganesimo, quella tentazione che da sempre lo affligge": Benjamin mette a confronto le icone delle banconote alle immagini sacre (!). Il nuovo paganesimo che si chiama capitalismo, "è l'ordine in cui si stagliano fato e sventura nella circolarità violenta e ripetitiva del mito". 
Per Benjamin, Nietzsche, Feud e Marx, in realtà non 'rompono' versus il capitalismo, ma ne sono 'gran sacerdoti'.
Nelle loro teorie, non esiste "inversione", né di rivolta, né di rivoluzione. Benjamin usa il termine tedesco Umkehr, traduzione dell'ebraico 'teshuvà', ritorno. "Un tornare indietro per andare avanti, una conversione, una inversione di rotta, una interruzione".
benjamin guarda a Gustav Landauer, "l'ebreo anarchico, protagonista della Repubblica dei Consigli di Monaco, che aveva scritto 'Sozialismus ist Umkher', Socialismo è inversione, è cambiamento che spezza il 'sempreuguale'della storia.

"La polemica di Benjamin investe la socialdemocrazia, questa idolatria della modernizzazione, questa cattiva politica incapace di darsi delle scadenze (scrive in 'Strada a senso unico'). 
"Nel suo afflato escatologico, Benjamin guarda lì dove si consumerà l'apocalisse ultima del capitalismo". La rivoluzione va ripensata: o sul modello dello sciopero generale di Sorel, oppure sulla interruzione anarchica che si impone nel Giubileo ebraico. Purchessia.
Scrive Benjamin, nelle sue 'Tesi sul concetto di storia' (1940): "Forse le rivoluzioni sono il freno di emergenza azionato dal genere umano che viaggia sul treno". E non le marxiane 'locomotive della storia.
Leggiamo l'articolo. "La rivoluzione è una fenditura nella storia, è arresto, cesura, interruzione nel permanere dell'insopportabile, nell'eterno ritorno della catastrofe". 
"Come per Landauer, anche per Benjamin 'la rivoluzione non è solo un concetto politico'. "La rivoluzione riguarda la liberazione nella giustizia sociale adesso, jetzt.  "Quando verrà il Messia, cambierà nello stado del mondo solo qualcosa di impercettibile, non lo trasformerà con la violenza, ma lo aggiusterà solo di pochissimo", dice un antico detto rabbinico, che Benjamin ha ben presente.
"Il capitalismo, nella sua sacralità, appare non profanabile (...) L'ateismo di massa si riduce per Benjamin alla ripetizione del culto capitalista, agevolato dalla perdita di ogni contenuto utopico. (...) Il progresso è vuoto, non distingue tra una migliore riproduzione della vita e una vita realizzata. Il capitalismo è il culto di una emancipazione infelice".
Così, accanto al benessere e alla libertà, Benjamin rivendica la felicità.
"


E qui termina l'articolo. Mentre lo leggevi e ancor di più mentre ne facevi qui la parafrasi, ti sono brillate nei pensieri le parole che hai sottolineato.  IL SEMPREUGUALE PERMANERE DELL'INSOPPORTABILE. 
La quintessenza della macchina capitalista, la macchina antropomorfizzante, che è ormai più che problematizzata.
Il sempreuguale più spinto è quello che sta alle fondamenta dell'intera costruzione, che - se rovesciamo a testa in giù il grattacielo di Horkheimer - vengono alla luce : il brutale consumo onnipresente contro ogni animale non umano. Un consumo che permane, perché si auto-riproduce, con gli artifici della tecnologia. Un consumo che scarica tutto l'insopportabile alle sue fondamenta, nella illusione che questo non ricomini, prima o poi, a risalire lungo i muri portanti, per arrivare fino in cima.

mercoledì 2 agosto 2017

Ciotole d'acqua




I miei primi 40... gradi. Ecco come è la lunga estate calda datata 2017. La memoria della pelle ansima e soffoca, e - ricoperta com'è dal lucore del sudore - non ha la lucidità di andare troppo oltre nel passato; tuttavia, uno stordimento così, negli anni passati, non ricordi di averlo mai provato. Ma può darsi che ti sbagli. Dovresti cercare le statistiche meteo, le serie storiche. Come questa, che - complice l'animazione - sembra il fornello della cucina con la fiamma che pian piano viene alzata... e nel pentolino sopra, a bollire, ci siamo noi. (L'animazione è del metereologo Antti Lipponen, ricercatore in Finlandia. A te, per assurdo, ha fatto venire i brividi. Sì, ma di paura).






Qualcuno, come accade in inverno per il cibo, ha pensato all'acqua per gli animali che vivono in condizione selvatica.

"Mettiamo contenitori con l'acqua ovunque. Terrazzi condominiali, balconi, giardini privati, per strada a bordo marciapiede.

OVUNQUE. Per gli uccellini, i topicchi,  i piccioni e tutti gli altri animali selvatici! "







Queste, sono alcune delle ciotole che hai messo tu, in risposta all'appello,  cercando di variare posti e posizioni, nel pur piccolo giadino che ti ritrovi fuori casa. 

E dopo che le hai messe, ti sei fermato a riprender fiato (le hai posate, giustamente, durante le ore della canicola, periodo che inizia il 24 luglio e termina il 26 agosto - più o meno). E mentre riprendevi fiato, riprendevi pure, con fatica, a pensare.
A pensare di come l'appello a mettere acqua a disposizione ti avesse, in qualche modo, commosso. Un appello che nella sua brevità scarna, nella sua elencazione di posti prima e poi di animali, risuona di urgenza. Perché questa urgenza? Se nelle città grandi o medie, a quanto pare, ci sono ordinanze che vietano o multano questa pratica, oppure che vietano di bagnarsi nelle fontane, oppure che vanno a chiudere queste fontane, che finora hanno fatto scorrere acqua libera, come se fossero sorgenti artificiali - un grande sollievo per animali che vivono in città, tra le case ma di certo non amati dagli umani; un gran sollievo anche per molti umani, che affrontano asfalti e marciapiedi sotto il sole a martello. Che siano nasoni, o torelli o chissà che altro nome da personaggio favoloso. Se accade questo - o potrebbe accadere, o si racconta-si teme-si prevede  che possa accadere, che stia per accadere, che accadrà di sicuro, che sta già accadendo - allora l'appello all'acqua è non solo tutto individuale, ma si aggrappa a una specie di solidarietà basilare, si ribella per prima cosa alla paura della possibilità di non avere l'acqua. Paura a cui si reagisce prima raccontando(si) la assenza dell'acqua e poi cercando soluzioni per poterla avere - per poterne avere così tanta che sia sufficiente per condividerla.
Ci si ribella allo spettro della sofferenza della sete, e della morte per siccità. L'umano - che si è voluto separare dagli altri animali e dai luoghi di vita condivisa, che si è rinchiuso nelle super-città - ritorna a sentire il fluire dell'acqua, sente, intuisce, percepisce che la necessità di acqua e la esigenza di vita è ciò che condivide - come prima cosa -  con gli altri viventi. Gli succede - ci succede - come a quelle persone che sono convinte di essere seguite da chi era insieme a loro fino a poco prima, ma poi si voltano e non vedono più nessuno. 
Gli altranimali - che siano selvatici, che siano sinantropi - spariti dall'orizzonte della consapevolezza umana, si riaffacciano all'orizzonte seguendo la strada dell'empatia, della idea che sia giusto condividere, anzi restituire, ciò di cui ci siamo appropriati - in modi così radicali e invasivi.
Il gesto è semplice, ma idealmente significa un salto amplissimo, il varcare di una soglia che era sempre stata lì - solo che noi l'avevamo nascosta dietro ostacoli, barriere, confini, muri. 
La goccia buca la roccia, è vero davvero: la piccola acqua - per la quale impieghiamo alcuni minuti al giorno, oltre a piccoli recipienti - renderà più aperti e accoglienti i nostri spazi, tornerà a renderli permeabili - in tutti i sensi - al via vai dei sentieri e dei percorsi delle altre vite di individui altranimali.
Farà breccia nel guscio antroposferico, che ha reso ostili e inospitali tutti gli ambienti per gli altri animali. Sarà - potrà essere - un piccolissimo gesto di liberazione animale. La liberazione dall'angoscia della sete, dalla debolezza del bisogno fisico. E per noi umani, una piccola liberazione dalla cella di isolamento nella quale ci siamo auto-reclusi. Se riceveremo visite di altri animali - anche solo sotto forma di tracce differite - avremo toccato con mano la possibilità di nuove possibilità di mondi condivisi.

Intanto, però, ricordati, ricordatevi, di cambiarla ogni giorno, l'acqua!

domenica 30 luglio 2017

Scimpanzè, bevanda, banana






il link al video

Questo pomeriggio, sul social, ti è capitato di vedere un video proveniente dalla pagina 'storyful'.  

Il link della url di questo video, lo hai messo in didascalia: la foto, che proviene dall'internet, assomiglia molto alla situazione ripresa nel breve video, potrebbe anche esserne un fotogramma.
In breve: siamo in uno zoo. Una comitiva di visitatori, con l'ormai immancabile onnipresente telefonino, filma la 'allegra gita', la visita agli scimpanzè. Umani e Scimpanzè sono separati da una paratia trasparente. Si nota come la passerella degli umani sia leggermente sopraelevata rispetto al prato dove vivono le scimmie. Tutti elementi che, a parer tuo, non fanno altro che rafforzare e confermare il bias antropocentrico, puntellato da convinzioni di superiorità ontologica, intellettuale, fisica, esistenziale, persino  - appunto - spaziale. 
Lo scimpanzè al di là del vetro, è curioso e sicuramente esperto - ormai - di come 'trattare' con gli umani, questi animali sempre presenti e mai raggiungibili. Lo scimpanzè, che ha notato la borsa con cibo e bevande posata ai piedi di una donna, indica il contenuto. La donna tira fuori prima una bottiglia di succo, e lo scimpanzè le propone di versarne un po' in un punto dove forse lui pensa di poterlo bere. Lei lo fa, ne versa qualche goccia, ma ti sembra che comunque il liquido non sia raggiungibile dalle labbra dello scimpanzè. Poi, la donna tira fuori dal sacchetto una banana: allora, lo scimpanzè indica il frutto e propone alla donna di lanciarlo oltre la paratia di vetro (o così ti sembra di capire, il video non si alza mai dalla prospettiva iniziale). 
Il video è stato postato come esempio di comportamento intelligente da parte dello scimpanzè, che sa distinguere due diversi cibi e sa proporre di conseguenza due diverse strategie per effettuare uno scambio.  Tutto vero: e diresti, perché mai dovrebbe essere necessaria una dimostrazione?
Tu hai notato anche le risate degli umani (le onnipresenti risate degli umani, quando assistono a un comportamento di altri animali che a loro sembra troppo 'esagerato', troppo 'intelligente'. Che cosa significano risate di questo tipo?). Tu hai notato che lo scimpanzè, ha imparato col tempo a relazionarsi in modo efficace con questi umani così elusivi, propone scambi e doni, fa richieste, cerca una relazione, comunica la sua presenza, le sue esigenze, i suoi desideri. Cosa ottiene? In buona sostanza, nulla.

Ti stupisce sempre come le ormai innumerevoli prove di consapevolezza, empatia e capacità di comunicare e districarsi che gli altri animali ci danno, non riescano ad accendere negli umani nemmeno un briciolo di empatia o rispetto. La situazione qui a un certo punto ti ha suscitato irritazione, fastidio: lo scimpanzè è impossibilitato dall'avere liberamente ciò che desidera, si trova costretto in una situazione di inferiorità, di incapacità, di messa in scacco; mentre gli umani non perdono occasione di dimostrare la loro stupida arroganza, condita con un pizzico di sottile malignità (ti faccio vedere quello  che ho capito che ti interessa, ma poi non te lo dò).

Dice:  non so quanto la signora sia consapevole, non voglio credere che lo faccia apposta. 
Diamole pure il beneficio del dubbio: che non "veda" quello che succede, che non lo faccia malignamente, che sia frutto della non empatia, ma non in modo volontario.

E allora, però,  la sua malignità è secondo te automatica, il che la rende ancor più grave: scatta per il solo fatto che lei è umana e l'altra è un animale (non umano); che il posto dove sono è costruito da umani per contenere animali e che quindi la mette in situazione di superiorità. Tutto il contesto - tutta la cultura che sta dietro a quel contesto - impedisce alla donna di poter essere empatica e gentile e rispettosa verso la scimmia. Altrimenti, non ci sarebbero le risate. La donna sta giocando con la scimmia, ma non è un gioco alla pari, assomiglia di più a un dispetto. Allo stesso modo, quindi, il contesto troppo dispari, troppo sbilanciato, impedisce una vera comunicazione paritaria, annulla e nasconde, attraverso filtri fisici, spaziali, culturali, la capacità comunicativa, l'intelligenza relazionale e la stessa identità individuale dello scimpanzè.

Questo breve video è solo uno tra tanti: non solo con gli scimpanzè vediamo solo quello che ci fa comodo, non solo a spese loro livelliamo la comunicazione, la stereotipizziamo. Lo facciamo - per esempio - con i cani, ma anche con tantissimi - tutti?! -  gli altri animali, e per gli scopi e con i motivi più disparati - sempre, però, svantaggiosi, o pericolosi, o adirittura letali per gli altri animali. 
Ogni volta, una occasione perduta - per sempre - di poter cambiare noi stessi, il nostro stare al mondo, il loro insegnarci, il nostro imparare.