domenica 26 febbraio 2017

NOmattatoio Roma 27 , sabato 25 febbraio 2017




"Entrare nel mattatoio era come varcare un muro invisibile e penetrare nell'inferno. La vista, l'udito, l'olfatto - il mattatoio mi privò di tutti i sensi che pensavo di possedere e me li sottrasse, li azzerò subissandoli di stimoli".

foto di Marco Cioffi



sibili di vapore
metallo contro metallo
urla senza sosta

catene, pulegge, uncini metallici, nastri trasportatori, rotaie sul soffitto

cumuli di teste scorticate e cuori fumanti

sangue dappertutto, rosso brillante, rosso mattone, marrone, nero

marciume dove pullulano le mosche


foto di Marco Cioffi



"alla fine mi riaddormentai e sognai la vacca macellata, appesa a testa in giù, la vita l'abbandonava mentre ruotava lentamente su se stessa. Nel sogno muoveva le quattro zampe tutte insieme, come se corresse, e capivo che stava sognando anche lei, sull'orlo della morte sognava immensi pascoli verdi dove galoppare e pascolare per sempre".


foto di Marco Cioffi


I brani e le parole libere, dal romanzo "Carne", di Ruth Ozeki - 2001 Einaudi, Torino

Altre foto si trovano QUI

Rita Ciatti scrive a proposito della rimozione come difesa, QUI

venerdì 24 febbraio 2017

Jiro Taniguchi, l'Uomo che Cammina

...come un suo disegno...



Jiro Taniguchi è entrato nei suoi disegni, ormai - pochi giorni fa.

Il suo sguardo nei confronti degli animali - spesso protagonisti delle sue storie - è la ragione per cui hai cercato i suoi manga; e soprattutto perché ne hai cercati prima di tutto alcuni, invece che altri.

In queste storie c'è il mono no aware giapponese: il senso di stupore e comprensione per le cose nel mondo. Il tempo scorre, lascia i suoi segni, ma non fa più paura. I soffusi movimenti tra di loro delle emozioni che tessono congiunzioni tra i viventi, umani e non umani, creano l'ineffabile atmosfera delle sue storie. Giorni di vita che, semplicemente, accadono.  Sempre serenità e pace sono presenti: ciò non nega il dolore di certe contingenze - si tratta comunque di emozioni - ma le riaccoglie nel fluire, donando loro una specie di prospettiva della fugacità. In questo modo, anche la morte smette di fare paura - a differenza della sofferenza - perché si sa che il mondo continuerà a esistere. Sul tronco spaccato crescono nuovi arbusti, tutto ciò che di vivo è invecchiato, diventa sorgentre per qualcosa di vivo che sarà nuovo. Come se il tempo potesse scorrere nei due sensi, i gesti, le parole, del passato, cambiano sfumatura, illuminate dalle parole e dai gesti che - magari molti anni dopo - emergono da quel passato.
In questo eterno presente, sono le minuscole cose che possiamo apprezzare camminando, o vivendo all'ombra di un grande albero, o accompagnando un amico cane nell'ultimo viaggio, che danno valore al nostro vivere.  Sono i gesti che compiamo, perché comprendiamo che vanno fatti - e li esguiamo nel momento in cui c'è la richiesta e la necessità che vengano eseguiti - a dare vigore allo scorrere della vita. Una estetica etica molto orientale: la potenza dei piccoli gesti, fatti con tutti noi stessi, al massimo della nostra consapevolezza; la focalizzazione che ci richiedono e che fa di noi il gesto che facciamo.



Nato nell’agosto del 1947 e appassionato di manga fin da giovanissino, inizia la sua carriera dopo il liceo, debuttando poi nel 1970. Lettore onnivoro, Taniguchi si è lasciato influenzare dal fumetto europeo, mischiando stili e suggestioni in un gusto che ha trovato forte riscontro anche in occidente, in Francia in particolare.



... il 'tuo' Taniguchi ...

La tartaruga rossa



una tempesta

un naufrago

un'isola

bambù

incontri

una tartaruga rossa

un assassinio

una metamorfosi

nascite

vite

crescite

coraggio

una catastrofe

viaggi

quell'istante dell'estremo passaggio

ritorno 




la nostra vita potrebbe essere un'isola, dove facciamo esperienze e commettiamo cose orribili, dove sogniamo; solo quando smettiamo di cercare di abbandonare l'isola, per raggiungere chissà cosa, chissa dove; solo quando iniziamo a esplorare l'isola, a vivere (sul)l'isola, viviamo davvero e da quell'istante, tutto si srotola, per poi riarrotolarsi





umani naturali, umanimali: la loro vita è piena e intensa in ogni istante, e la fine non è dolorosa
raccogliere il cibo
dormire sulla terra
stare nei ritmi del vivere
e del morire

senza parole

musica aggiunta:




mercoledì 22 febbraio 2017

La fattoria degli animali






Celestino e Celestina sono i due contadini di questa fattoria in 70 uscite, fresca fresca di edicola - anzi: appena munta! - dove i pupazzi degli animali son tutti belli tondi e curvy e dove tutto è finto, nel racconto di una fanta-fattoria dove gli animali vivono felici, sono protetti dal fattore, questo contadino con la salopette che si preoccupa se sono tristi - fanta fattoria che al più potrebbe ricordare una 'villa' di campagna - di quelle descritte da Benedetta Piazzesi - quando la zootecnia era sconosciuta o al massimo vedeva le sue prime albe, su stalle e campi che non sarebbero mai più stati gli stessi, dopo la sua irruzione - della zootecnia -  nel mondo dei contadini, degli allevatori e dei fattori (ce ne è traccia nei bei libri di James Herriot).

'A grande richiesta' (così dice lo strillo pubblicitario sul cartone del primo numero) quindi, tornano in edicola. 
Tu non ricordi di averli mai visti in edicola, tuttavia. Perciò, diamo una occhiata alle date nel colophon: il primo copyright è del 2010, una produzione francese, coi testi di una scrittrice per bambini: il target di questa società sono sempre i bambini, le storielle di animali saltano agli occhi, sembrerebbero la maggioranza. Il loro intento - se sono tutte come quelle nel primo fascicolo di questa fattoria (che scopri essere stata tradotta quindi dal francese, dove è uscita per la prima volta) - è quello di far 'conoscere' gli animali ai bambini. 
Ma: che idea ci facciamo degli animali, attraverso questi libri e questi disegni?

Perché la verità dei fatti è che questa fattoria è del tutto finta: una gigantesca post-verità, un dettagliato racconto controfattuale che cancella, nega e smentisce la fabbrica animale zootecnica. Di più, chiede, dandola per scontata, una prolungata sospensione dell'incredulità e una completa rinuncia al pensiero curioso e critico.

Ci sono due movimenti paralleli, che avvengono contemporaneamente e seguono due direzioni opposte di marcia: da una parte, l'allevamento zootecnico si allontana sempre più dalla vista degli umani, che così arrivano a dimenticarselo e si ritrovano i pezzi di animale de-animalizzati belli serviti nel bancone frigo del supermarket, a centinaia, anzi a migliaia - e questo per ognuno dei molti supermercati di ogni città o paese, piccolo, medio e grande -  spuntati come per magia, provenienti da un nonluogo che potrebbe anche non esistere; dall'altra, la trasformazione della narrazione degli animali 'da allevamento', che si delinea sempre più con figurazioni gradevoli, ammiccanti, fumettose, pupazzistiche, e il destinatario di questo sono i bambini. Bambini che hanno una naturale curiosità verso tutti gli animali, e che quindi  potrebbero restare spaventati dal collegamento reale tra mucca e bistecca - con tutto quello che c'è nel mezzo, un universo intero di mostruosa, insopportabile (s)oppressione e crudeltà. 
Barbara Balsamo scrive: "Il grande rimosso del nostro tempo. Gli allevamenti intensivi – i capannoni dove gli animali sono rinchiusi, fatti ingrassare, trattati con antibiotici per evitare che si ammalino, infine inviati alla macellazione – sono qualcosa che nessuno vuole vedere. Paradossalmente, mentre cresce il consumo di carne al livello globale, aumenta la distanza fisica e anche cognitiva tra noi esseri umani e gli animali di cui ci nutriamo".

Secondo Maria V. Anderson e Antonia J. Henderson, c'è una "sacralità" intorno alle narrazioni per bambini, dove gli animali sono quasi onnipresenti (cfr "La separazione concettuale di cibo e animali nell'infanzia", di Kate Stewart e Matthew Cole, su Liberazioni n°13, estate 2013) . Che cosa intendono con questa parola così particolare? Secondo te, la possibile risposta è poche righe più avanti, e ha a che fare col punto di vista del bambino. Cioè, i bambini sono in grado di capire che quel che avviene nel racconto - film, favola, libro -  è finzione, ma tuttavia non rinunciano volentieri alla fantasia: per loro è 'sacro', vitale, importantissimo, che questa emozione fondata sulla fantasia possa avere libertà di esprimersi, di essere vissuta, accolta e ascoltata. 
Il loro 'stupore curioso' verso gli altri animali è molto vulnerabile e di fatto viene vulnerato, nel momento in cui nelle storie che gli vengono raccontate, gli animali assumono caratteri umani e i soli animali coi quali vale la pena instaurare una relazione sono quelli da affezione, che sono 'umanizzati' e - nella realtà dei fatti - continuano a venire snaturalizzati e usati, sfruttati, sia pure a un livello più difficile da cogliere, perché appare come l'opposto dello sfruttamento, appare infatti come cura e affetto.
Il loro stupore viene vulnerato perché di fronte alla leggerezza obliante degli adulti, smarrisce la sua curiosità empatica e non riesce più a ritrovarla, sommersa, oppressa da tutte le narrazioni che raccontano una verità opposta, dove vige il dominio della insensibilità normale.
Qualunque altra storia che riguardi animali che non siano 'pet' deve passare per il setaccio di questa antropomorfizzazione, che avviene col passaggio intermedio per l'animale (per esempio il maialino Babe) da animale anonimo e da reddito ad animale affettivo, con un nome, un animale che tiene compagnia  - e che perciò diviene importante. Si tace e si nasconde del tutto la realtà crudele che vivono questi animali.

Digressione: in una intervista, la scrittrice Amelie Nothomb racconta di avere memoria di una "percezione folgorante del mondo a quell'età", cioè a due o tre anni. Per lei, la condizione dell'infanzia è fatta di libertà, forza e crudeltà. (cfr "Ma che noia il lieto fine", intervista fatta da Anais Ginori per Robinson ne La Repubblica, 19 febbraio 2017).  Che sono tre pilastri di ogni favola. Insomma, sempre secondo Nothomb, le favole di Perrault, Grimm, Andersen e Madame d'Aulnoy sono il "mezzo più diretto e indolore per la conoscenza del Male". "Non è mai troppo presto per scoprire quanto sia terribile la realtà intorno a noi. Leggere una favola è una delle rare occasioni di esplorare il male in prima persona".
Le favole si possono leggere anche da adulti, perché non hanno età e perché fanno vedere  "l'esistenza per come è, senza pietà, rendendo però questa verità accettabile. Nelle favole c'è sempre una distanza, una leggerezza".

Ecco, allora: secondo te, i raccontini nei volumetti di questa 'fattoria', NON sono favole: non lo sono, perché gli animali che vi sono presenti, non 'passano di grado', non diventano importanti e potenzialmente amici (anche se il linguaggio farebbe credere il contrario); e - soprattutto - non lo sono perché non raccontano la verità, non sono spietate, ma solo ipocrite - nel senso letterale: sono al di sotto delle spiegazioni autentiche, recitano - male -un copione di bugie.

Va da sé - uno -  che, pure quando dovesse passare il messaggio che l'animale è mio amico perché ha qualità che lo fanno sembrare simile a me e che me lo rendono avvicinabile e oggetto di cure e attenzioni, ti trovi di fronte a un messaggio del tutto antropocentrato, specista in maniera evidente.

Va da sé - due - che una favola vera sul destino degli animali da reddito, dovrebbe e potrebbe rendere accettabile la loro realtà nel senso non di darla per giusta o giustificabile, ma di metterla nella giusta prospettiva che dia gli strumenti all'ascoltatore bambino sia di rimanere fedele al proprio stupore favoloso - empatico verso gli animali, sia - allo stesso tempo e per conseguenza - di capire che quel che accade a questi maiali, mucche, agnelli, galline è sbagliato in maniera totale - e quindi di trarre delle proprie conclusioni, esattamente come lo spingono a fare tutte le altre favole.

Va da sé - tre - che, al momento, di favole così, non ne vedi tante in giro .

E allora, che tipo di mucca scopriamo in questo primo volumetto colorato? Una mucca che ci si presenta raccontandoci come è fatta: delle sue corna, che "non cadono mai" (e che perciò nella realtà vengono tagliate); delle orecchie grandi, degli occhi tondi, del 'muso' (non faccia, né viso: è pur sempre un animale, mantenga le distanze, lei non sa chi sono io), del mantello di pelo morbido, della coda mobile per scacciare gli insetti, degli zoccoli resistenti e - infine - delle mammelle, che sono 4 e sono piene di latte - che il contadino munge due volte al giorno "per raccogliere il mio latte prelibato". La mucca si chiama Emilia e con lei ci sono il 'forte e potente' toro e il vitello: il 'cucciolo' di toro e mucca, che beve il latte della mamma per diventare grande. Tutta questa catalogazione per dire al bambino 'chi è' la mucca, ci dice in realtà 'cosa è', dal punto di vista di un allevatore zootecnico del mondo reale. 

Come è la giornata di Emilia? Il contadino la porta sul prato a pascolare, insieme al vitellino, che appena nato beve il latte ma - dopo pochi giorni - 'recupera' le forze e riesce a stare in piedi da solo e senza aiuto (ed  è il momento quando, nella realtà, viene separato dalla mamma); infatti, il latte, che il fattore 'spreme' dalle mammelle, viene raccolto nel secchio, ed Emilia è tutta felice per questo. La stalla pare essere la casa del vitellino e della mucca, ed è piena di fragrante paglia.
Durante l'anno, ci dice Emilia, "il contadino si prende molta cura di me", in estate e in inverno.

Ad ascoltare Emilia, sembra che per lei e suo figlio la vita sia protetta, lei se ne può prendere cura, nutrirlo e coccolarlo. Ma... "non appena si mette in forza, il contadino gli fa bere il latte dal biberon perché vuole mungermi".  Per fortuna che ci sono i prati dove divertirsi in libertà con gli altri vitelli! (ma da dove viene il latte nel biberon? che bisogno c'è di dargli quello, se la mucca ha ancora tanto latte? e poi: sarà davvero latte?).

Ma ecco che - un po' come nella presentazione delle proprie 'parti' che la mucca ha fatto all'inizio - la realtà ci prova a farsi notare: la mucca ci dice che lei può 'produrre' dai 20 ai 30 litri di latte al giorno. Il contadino la munge mattino e sera, col secchiello sotto le sue mammelle. Si apre un box in azzurro, che ci avverte: quando le mucche da mungere sono tante, viene utilizzata una mungitrice elettrica, una macchina che aspira il latte dalle quattro mammelle contemporaneamente: "è un metodo molto rapido!" Tutto per il benessere delle mucche!
Ma non finisce qui: "ogni giorno un camion-cisterna viene alla fattoria a prendere il latte", che verrà raccolto, trattato e imbottigliato per essere venduto nei negozi. Una parte del latte va nei caseifici per produrre formaggi, yogurt, panna e burro.

Il toro, il 'papà' del vitello è forte e 'arrabbiato': allora il contadino lo porta in un campo dove può stare da solo e tranquillizzarsi.
Il bue è un maschio 'che non farà mai i piccoli', e aiuta il contadino nei lavori dei campi.

C'è la mandria, dove ogni mucca porta al collo una campana.
Ci sono le razze: il librettino ne mostra ben otto, con sufficienti dettagli per un bambino. Perché così tanta attenzione alle 'razze', è dovuto alla realtà zootecnica che ci fa 'bubu settete!'.

Il fascicolo si conclude con due storielle:
Emilia è triste e non ha più latte perché non può più vedere i fiori nel prato falciato. Allora il contadino gliene porta un 'bouquet'. Emilia ringrazia, perché è ghiotta e vanitosa e sa che il segreto della bontà del suo latte è nel profumo dei fiori di campo. Per ringraziare il galante contadino, quel giorno il latte è più bianco e vellutato del solito.

Lo zio Edoardo regala a suo nipote Luca una bella tazza che quando viene capovolta fa 'muuuuu'. Per fare una sorpresa alla sua amica Lea, che ha un gioco per pescare le rane, Luca capovolge la tazza all'improvviso, e tutti e due i bambini scoppiano a ridere. Continuano a giocare mentre fanno merenda col latte, allora la mamma, sentendo il sonoro 'muuuuu' che si ripete per scherzo chiede chi di loro due abbia mangiato una mucca.

In questo testo, il lapsus freudiano  ti sembra chiaro. Eppure, è tutto leggero, colorato, galante, frivolo, ludico: la pervasività della oggettificazione di ogni vita animale è di fronte a noi, ma è invisibile, è mimetizzata da queste parole superficiali.

PS
Oltre a questa fanta-fattoria, pensi che sia opportuno dire che sul sito della società editoriale francese. viene pubblicizzata anche un'altra pubblicazione, identica nella grafica e nell'aspetto dei disegni, che parla degli animali della foresta. In uno dei fascicoli (questi tradotti anche in tedesco), uno dei protagonisti è der jager = il cacciatore, che ci appare disegnato carino, sorridente, mentre mette il fieno nella mangiatoia posta in mezzo alla neve dei boschi, mentre il suo cane, un simil beagle, lo guarda felice; è una brava persona che si preoccupa dei poveri animali del bosco, che in inverno non troverebbero da mangiare se non provvedesse lui ricordandosi di portar loro fieno, sistemato sotto i tettucci di legno di queste graziose mangiatoie nel folto del bosco. Solo il fucilino, appeso alla spalla, ma che quasi non si nota, ci fa intuire quale sia la sua vera attività...







sabato 18 febbraio 2017

Empty Cages - Tom Regan

...aprire e vuotare le gabbie...


Gabbie Vuote, di Tom Regan, nato il 28 novembre 1938, e morto il 17 febbraio 2017.

GABBIE VUOTE

Non c'è frase iconica più eloquente e potente di questa, pensi.
Perché è esplicita, circa l'obiettivo ultimo, unico, reale, sensato, finale, logico e obbligatorio, da raggiungere. Se le gabbie verranno svuotate - e ce ne sono di molti tipi, di gabbie; anzi - QUANDO le gabbie saranno vuote - solo allora potremo essere capaci di aprire per la prima volta vere relazioni con gli altri animali, ciascuno di loro.
'Relazioni' vs 'Gabbie. E anche: 'Sguardo' vs 'Movimento'.
Una relazione è autentica solo se è libera da vincoli - compresa la libertà di interromperla o di non iniziarla. Lo sguardo autentico, pure, si basa sulla reciprocità sullo scambio e deve essere mobile: la vita animale è soprattutto movimento. 
Poi, da queste quattro parole, il discorso si proietta vertiginoso in un flusso di prospettive e punti di vista articolati e complessi, almeno tanto quanto la questione dell'esistenza delle gabbie, che Tom Regan ha affrontato e argomentato.

Tu in questo post, vorresti limitarti a riferire una breve esperienza personale, a proposito delle gabbie.
Eri a un corso di educazione cinofila, tra volontari (eravate al Giardino di Quark). L'approccio zooantropologico, imperniato e focalizzato sulla relazione, si potrebbe dire quasi imponga, a chi lo segue, di mettersi letteralmente nei panni, nei corpi, degli individui che vuole conoscere: è un imperativo teorico e metodologico, un indispensabile e imprescindibile appello all'intelligenza empatica che ha il compito di far emergere, esaltandola e allenandola. Anche nella zooantropologia applicata si parla di libertà di relazione e libertà di espressione, perché si sa molto bene che spesso molte gabbie - e forse quelle più resistenti - sono invisibili: sono fatte di stereotipi mentali, di adesione irriflessiva a schemi, regole, divieti diktat. Coi cani questo avviene ogni giorno, tutti i giorni, un'azione coercitiva mascherata da affetto e cura, che rimane invisibile ai più.
I cani subiscono per primi la nostra sindrome di Stoccolma.

Perciò quel giorno, la zoomaestra ci mise in gabbia: saremmo entrati, come i cani quando arrivano al rifugio, al canile, in una gabbia. Una stanza sconosciuta, con odori sconosciuti, fatta di cose sconosciute, con viste sconosciute, magari con compagni di gabbia - anche loro sconosciuti.
Senza sapere perché ci dovessimo entrare, o perché ci trovassimo lì. Senza sapere quanto ci saremmo rimasti - forse per sempre. Senza sapere perché non potevamo andare liberamente nel prato che proprio di fronte a noi vedevamo, ma lontanissimo, perché separato dalle sbarre del cancello del box - una gabbia.

Da quel momento, appena si chiude il cancello dietro di te, tutto cambia: il tempo; le tue percezioni; i tuoi pensieri.
Il tempo si dilata e assottiglia fino a sparire, poiché il suo scorrere non ha quasi più senso né significato, se non per gli aspetti fisiologici, unico metro di paragone del fluire temporale. In questo tempo, sei solo tu col tuo corpo; o meglio: infine non hai altro che ascoltare e ascoltarti, osservare e osservarti che ti muovi, tu, corpo rinchiuso. Ti ascolti, ascolti il tuo respiro, annusi i tuoi odori. Registri ciò che gli occhi vedono e ciò che le orecchie sentono. Avverti il formicolio della pelle e il rizzarsi dei capelli in testa. Senti la consistenza delle superfici dove ti siedi o ti sdrai o cammini. Arrivi a dimenticarti chi eri,  come eri al di là del cancello, che per te, infatti, nemmeno esisteva, nemmeno era concepibile. I tuoi pensieri bagnano tutto il tuo corpo con idee di (in)sofferenza, desiderio di uscire, di tornare indietro. E anche: di poter mangiare, di poter dormire tranquillo, di poter pisciare e cacare non vicino al cibo e al letto e all'acqua. I tuoi pensieri scacciano i ricordi del prima e ti riplasmano - se la gabbia dura abbastanza a lungo.
Pensi: chi mi ha messo qui dentro? e quando? e perché? mi faranno uscire? tornerò libero? e cosa mi faranno? e questi qui dentro con me, chi sono? sono cattivi? o sono bravi? ... da quanto sono qui dentro? 
La gabbia sminuzza i tuoi pensieri e li reimpasta in una poltiglia fatta di frustrazione, incertezza, paura e una lunga noia insensata che sbadiglia dall'alba al tramonto, o che freme all'arrivo del cibo, o che preannuncia l'apertura del cancello in quel dato momento della giornata.
La gabbia diventa te, e tu ti uniformi ai suoi dettami.

Noi uscimmo, naturalmente: ma ormai avevamo potuto almeno sfiorare il punto di vista degli animali in gabbia. Adesso, quando incrociavo lo sguardo dei cani chiusi nei box, oltre all'affetto che cercavo di comunicargli, c'era anche la percezione forse più attenta alla loro ansia - sempre sottotraccia - di voler uscire e non vedere più quella gabbia 
(Per chiarire: il Giardino di Quark NON è un canile di gabbie sempre chiuse, anzi. Ne ho parlato, l'ho citato, perché quella preziosissima esperienza venne fatta lì).

Ecco, tutto questo Tom Regan lo ha reso eloquente per tutti, nel suo testo basilare, per la liberazione totale degli animali, per l'abolizione totale delle gabbie - tutte. Ci ha fatto capire perché è imperativo che le gabbie vengano svuotate e poi distrutte.

Molti non ci pensano, ed è paradossale: quando avremo finalmente il coraggio e l'empatia di liberare gli altri animali nostri prigionieri, saremo di nuovo liberi anche noi.
Perché? Leggete il libro...

mercoledì 15 febbraio 2017

NOmattatoio: il 27mo presidio romano - Sabato 25 febbraio dalle ore 10:00 alle ore 13:00

foto di JoAnne McArthur

Ventisette mesi di fila, uno dopo l'altro: ventisette sassolini lanciati nello stagno della indifferenza, ventisette gocce che foreranno la roccia della insensibilità.
Ventisette presidi delle donne e degli uomini di NOmattatoio, che coi loro corpi rendono evidenti i corpi dei migliaia al giorno di dimenticati: viventi che si chiamano mucca, agnello, maiale, gallina. Mandati al macello per venire smembrati e diventare irriconoscibili come viventi appassionati e sensuali, negati e sofferenti negli ingranaggi della zootecnia.

"Il sistema di dominio in cui siamo immersi e la conseguente cultura carnista che ne deriva agiscono sinergicamente per occultare, mistificare, edulcorare, negare il terrificante sfruttamento degli animali.
NOmattatoio torna in strada per raccontare questa ingiustizia e dare visibilità a tutti quegli individui che vanno a morire dopo una brevissima vita trascorsa nella deprivazione pressoché totale di ogni esigenza etologica.
Unitevi a noi per prendere posizione. Non si può restare neutrali, bisogna agire e attivarsi.
"

Il sito e la pagina FB di NOmattatoio la trovate nella banda laterale qui sul blog. Per quanto è nelle tue possibilità, hai deciso che tornerai a partecipare, almeno virtualmente, scrivendo ogni mese qualcosa sui presidi, prima e dopo. Fino a che non andrai a Roma, o finché non riprenderanno i presidi torinesi o piemontesi (per esempio).

martedì 14 febbraio 2017

Fitotecnia: la gestione del 'verde'




Mentre ti trovavi a camminare insieme ai tuoi cani, vicino a questi filari di alberi cittadini (cammini spesso coi tuoi cani, seppure in paragone, cammini assai meno di tanti altri cino-camminatori non urbani), cercavi di far quadrare il cerchio della tua sorda sdegnata rabbia di fronte a questo spettacolo - gli alberi capitozzati mutilati decapitati, il rumotore della sega circolare, le grida degli operai - con l'ipotesi di un post che avesse un qualche senso e orizzonte più esteso della mera cronaca di un fatto che a te appare come una routine stagionale di aberrante 'normalità' - e che non apparisse come uno sciocco sfogo per una questione del tutto irrilevante.


Poteva anche essere anche un post solo fotografico - del resto, se le guardi, queste foto, sembrano cartoline da Mordor e hanno di per sé abbastanza eloquenza. Poi, però altri media, pensa che ti ripensa, sono sbocciati alla mente, per tentare di imbastire un discorso più costruttivo.



Il sollievo di non essere tu da solo solamente fissato con questioni che non interessano a nessuno, ti è arrivato da un articolo di giornale (ultimamente, stai anche leggendo o rileggendo o riodinando giornali, ritagli, libri, pubblicazioni, che sommergono le stanze di casa), dove si parla proprio della 'stagione delle potature selvagge' (il titolo). Si inizia col parlare  del fatto che finalmente la caccia è chiusa: "ogni volta che ho sentito riecheggiare uno sparo, mi sono chiesto chi mai lassù (nei boschi di Revello) avrebbe controllare cosa capitava per davvero: divieti, regole di condotta e contingentamenti sono forse una garanzia sufficiente quando tutto avviene in spazi liberi e senza confini?" Tanto più dopo la abolizione delle Guardie Forestali.  Tra l'altro, qui si palesa la caccia come un beffardo modo di capovolgere l'estrema rilevanza - in termini sia etici che estetici -  di spazi liberi e senza confini: da luoghi di vita vera e piena a spazi senza legge, farwestini da ludibrio a uso e consumo vergognoso per il totale prepotente spadroneggiare di esseri che tutto sanno fare fuorché amare o rispettare boschi, campi, erba, e gli abitanti animali che ci vivono (i cacciatori).
L'Italia - si legge nell'articolo - ha amministrazioni che non sanno cogliere né apprezzare la salienza e il valore del paesaggio (sic) e della natura (sic sic) come risorsa (sic sic sic !).  Queste definizioni sono per te abbondantemente discutibili, in quanto essenzialmente antropocentriche e consumistiche; sono tuttavia il mezzo per il giornalista di criticare il taglio economico all'amministrazione che si occupa di animali e piante. Nell'ottica antropocentrata - protezionista - amministrativa, l'unica a venire usata nell'articolo, le potature selvagge dei viali urbani sono il segno più diretto e visibile di questa politica amministrativa. Sempre che ci sia qualcuno che abbia la volontà di vedere queste aberrazioni, del tutto non regolamentate: "le regole non esistono ... quelle sanzionate dalla legge ... e ... neanche ... quelle professionali e tanto meno etiche ... e tutto diventa lecito e incontrollabile, anche veri e propri massacri, anche capitozzature violente, crudeli e quasi sempre ingiustificate". "Forse sono in pochi a rendersene conto, ma camminiamo avvolti da tristezze, strazi e ferite". Le ferite degli alberi, sconfitti in questa battaglia, intrapresa dall'umano contro di loro (non vi suona familiare? la battaglia della pietà derridiana?), anzi, sembrano ai più normali o, peggio, cose di cui andar fieri e dichiarar soddisfazione per l'ordine e l'efficienza: basta con la 'sporcizia' dei rami secchi e delle foglie secche, pulizia!
Gli alberi sono ridotti a moncherini, e chi li volesse difendere è un egoista che non pensa alla sicurezza delle strade percorse da umani in auto o a piedi. Gli alberi soffrono per questi gesti di estrema violenza: vengono mutilati di rami e foglie, di ramificazioni e biforcazioni, tutta la loro forza vitale sarà obbligata a farli ricrescere, in tempo perché alla primavera possa spuntare germogli, fiori e giovani foglie. Una costante pena di sisifo per ricresce ciò che già c'era e che è stato distrutto con un unico colpo di motosega.

Perché Perché un albero capitozzato è così diverso da un albero libero nel bosco o in un campo, dove è oggetto di potature fatte per lo meno con un criterio? Perché la capitozzatura è un gesto di controllo, un atto di pura fito-tecnia (sul termine ci torni dopo), che mira - come la zootecnia - al massimo della performance e al minimo della resistenza o improduttività o spesa economica. Arduo trovare traccia di preparazione in conoscenza di giardinaggio, nel lavoro di questi operai, che sembrano quasi scatenarsi con ferocia sugli alberi. Che sono un fastidio, un intralcio, una voce di spesa. 
Un albero lasciato libero, cresce, si sviluppa si ramifica, spande le sue radici, moltiplica le sue foglie, respira nel vento, è un essere vivente longevo e grande, ospitale e ospitante anche animali, fino a diventare un organismo multiplo e complesso. Forse, questo non è ammissibile, nelle nostre città: "evidentemente nella civilissima Italia tagliare, decapitare e sradicare, sotto le finte spoglie del dovere, procurano ancora un sottile ed appagante piacere". (l'articolo è "Salviamo i nostri alberi martoriati dalla stagione delle potature selvagge", di Paolo Peroni, su La Stampa, venerdì 10 febbraio 2017.





Per te, il respiro degli alberi, nel vento, è il respiro della profonda vitalità che interessa noi tutti, qualunque sia la nostra forma. Lo ascolti, chiudi gli occhi e dopo poco ascolti sensazioni sonore e vibratili tattili che avanzano a onde colorate verso la spiaggia dei tuoi sensi. 
Scrive Stefano Mancuso che possiamo guardare alle piante come se fossero "delle vere e proprie specie aliene, in quanto straordinariamente diverse dagli animali in quasi tutte le loro caratteristiche fondamentali".
Le piante sono "organismi sessili, ossia non possonio spostarsi dal luogo in cui sono nate". Le piante misero radici tra i 400 e i 1000 (!) milioni di anni fa, decidendo di trarre il loro nutrimento dalla luce del sole. Oggi il 99,5% della biomassa, ossia del peso di tutto ciò che è vivo sul pianeta, è composto da vegetali.  Le piante sono come colonie modulari, il loro corpo è una reiterazione di moduli, una costruzione ridondante di moduli ripetuti che interagiscono tra loro. (i corsivi sono estrazioni dal saggio di Stefano Mancuso dal titolo 'Vegetale', in "A come Animale", edito da Bompiani nel 2015). Le funzioni vitali sono diffuse nell'intero corpo. In più: le piante respirano, si nutrono, vedono, sentono, calcolano e prendono decisioni; anche se non hanno gli organi che negli animali compiono queste funzioni! Le piante sono sensibilissime all'ambiente, comunicano e trasmettono informazioni su di esso, tra di loro e con gli animali che le abitano. Infine, le piante sono intelligenti, intendendo l'intelligenza come la abilità di risolvere problemi (una cosa che viene richiesta a tutti gli esseri viventi, in un immane gioco di feed-back che si auto rigenera).



Tutto considerato, insomma, lo scempio che viene inflitto a queste piante, in quasi tutte le città italiane, periodicamente in questa stagione, ogni anno, a metà strada dell'inverno e con timidissimi spiragli di segnali che annunciano la primavera pur ancora lontana, ha tutto per venire criticato e niente perché non gli si preferiscano prassi amministrative con una impostazione diversa nei confronti delle piante - e quindi degli animali che le abitano.  Non viene fatto: a nessuno sembra importante, agli occhi distratti dei cittadini frettolosi, le piante sembrano sempre uguali, sempre le stesse e soprattutto sempre lì. Per le amministrazioni e per i cittadini estraniati, le piante - esse - sono ciò che rientra nella accezione collettiva onnicomprensiva de 'il verde': "adoperato da chi non ha idea di cosa sia esattamente una pianta, se non come elemento produttivo-paesaggistico" (il Verde: un po' come l'Animale). In realtà, il trauma che subiscono è davvero profondo, e solo la loro forza, la loro caratteristica struttura fisica, permette di sopravvivere per poter arrivare alla primavera in una condizione abbastanza vitale da poter germogliare. Ma a prezzo di quali fatiche, non possiamo saperlo né immaginarlo.

Umani che lo hanno immaginato, e hanno escogitato il sistema della Guerrilla Gardening. Giardinaggio libero d'assalto, per trasformare e riappropriarsi degli sterili e impersonali spazi comuni cittadini.


Ultima nota, sul termine, fitotecnia. Il tuo greco del liceo ti è venuto in aiutio, quando hai pensato a quale potesse essere un termine che stesse alle piante come il termine zootecnia sta agli animali - e con le stesse valenze discutibili. Cercando poi in internet, hai visto che il termine esiste sul serio, ma chissà perché, hai trovato solo siti di lingua spagnola, poortoghese o brasiliana, che lo usano.

C'è la Enciclopedia Libre, e poi testi, pubblicazioni e riviste portoghesi, o spagnole, o messicane o brasiliane.









sabato 11 febbraio 2017

Ombre arabiche...

Questa è una foto scattata direttamente sulla verticale die cammelli, nel deserto dell'Arabia Saudita, all'alba. Considerata una delle più belle foto dell'anno dal National Geographic. Guardate più da vicino e scoprite quali sono i 'veri' cammelli ... ;)

giovedì 2 febbraio 2017

Se un pomeriggio d'inverno passeggiando coi cani...


questa NON è una cartuccia (Magritte, aiutami tu)...

il prezzo per i sogni e la vita di un altro individuo ignaro?


Qui attorno è tutta campagna. Solo che la 'campagna' è la cosa più artificialmente naturale che si possa immaginare: giri lo sguardo ruotando su te stesso, come un pigro derviscio, e non puoi scorgere nemmeno un fazzoletto di natura naturale - qualunque cosa questo significhi - cioè di natura dove l'umano non abbia messo mano, dove non sia intervenuto in qualsivoglia modo.
Facendo quel che fa perché si reputa e si definisce come 'altro' dalla natura e dai suoi abitanti - gli animali: l'altro più altro che c'è. Vero: ci sono pertugi interstiziali, come le tane delle talpe, come i sassi in fondo ai canali, come le crepe nei muri del cimitero, dove l'uomo non arriva - perché non se ne accorge, perché non li vede, perché se ne disinteressa.
Ma sostanzialmente, la fantasmagoria antropica è pervasiva fino all'orizzonte e oltre. 

Tutte queste considerazioni, naturalmente, sono solo una piccola cornice, una introduzione, per provare ad attutire lo  - SCHIFO - che hai provato quando hai trovato questa 'cosa'. Quando stavi passeggiando per le strade sterrate e i terrapieni dei campi, insieme ai tuoi cani, felici di toccare, pestare e annusare e mangiare fango, erba, sassi, odori, sentori, umidori.

Poiché questa 'cosa' non è piccola e ha colori accesi, ti è letteralmente saltati agli occhi, subito. Così come subito hai intuito-capito di che cosa si tratta - anche se hai provato a negarne la realtà, "magari è un raudo di capodanno" ti sei detto, ingenuamente. L'hai raccolta e messa nella tasca del giubbotto, e intanto rimembravi gli echi delle detonazioni che potevi sentire fino a non pochi giorni fa, in gennaio, nei fine settimana: gli spari fragorosi dei cacciatori, invisibili nelle brume delle piatte campagne, eppure presenti e letali. Letali perché ossessionati, perché ciechi, perché affamati di morte, perché orgogliosi di distribuire terrore e scompiglio nei cuori di animali che già devono vivere letteralmente circondati da prodotti umani, umani che hanno rimodellato interi territori, paesaggi.  Quando sentivi quegli spari, qualche settimana fa,  ti sembrava come se stessi vivendo una storia alternativa (o magari un assaggio del futuro di odio reciproco?), una storia fatta di guerra civile, di spari, di imboscate, di invasioni, di nemici, di improvvise sparatorie; dove tu sei disarmato e ti senti a tradimento del tutto vulnerabile, inerme, indifeso. Vittima potenziale e destinata. E cosciente della sostanziale inutilità dei tuoi vestiti - per non parlare della fragilità del tuo corpo.
Non sarebbe la prima volta che i cacciatori - che sparano senza riflettere appena gli sembra di scorgere la parvenza di un accenno di una figura indistinta che inizia a interrompere la propria immobilità - fanno fuoco, sfogano la loro canna e ammazzano qualcuno che non c'entra niente. (Sì: è un punto di vista antropocentrico e, tutt'al più giornalistico nel senso automatico della cronaca, spesso scritta per riflesso condizionato e con cliché assortiti; lo sai benissimo che anche gli animali non umani, così tenacemente e crudelmente perseguitati dai cacciatori, non c'entrano niente). Perché sparano vicino alle abitazioni: la 'cosa' l'hai trovata a meno di un chilometro dalle prime case, semi nascosta dalle erbe delle rive del canale,  sul fondo del quale ancora resiste una lastra di ghiaccio sottile. Perché le loro munizioni - degli uomini armati -  sono studiate per coprire ampie distanze, per essere ad 'elevata penetrazione' (uno stupro mortifero).

Una volta  a casa: hai fotografato da tutte le angolazioni questa cosa, l'hai cercata -  e trovata, subito! - su Internet. Hai trovato il sito dove la vendono, ché il nome della ditta è impresso chiaramente sulla 'cosa' - la quale è, per la cronaca, un 'bossolo innescato'.
Il sito, come è? Un normale, banale, tranquillo sito di vendita, una vetrina commerciale, di una ditta che espone in catalogo i suoi prodotti, ne dettaglia le qualità tecniche e ne descrive i parametri. Arrivando persino a suggerire per quali 'prede' (è scritto proprio così: gli animali non hanno vita propria e significativa, se non in quanto prede-oggetti premio) questa o quella cartuccia è consigliata.

" Con la sua vasta gamma di cartucce da caccia e con la ricerca di nuove soluzioni tecnologiche, Xxxxxxxxx  risponde, sin dalla sua fondazione, alle esigenze di una grande condivisa passione, che ha saputo costantemente evolversi per restare sempre all’avanguardia.
La caccia moderna, infatti, è una disciplina che non dimentica le sue tradizioni e che consolida i suoi irrinunciabili valori etici e di amore per la natura, con un approccio scientifico e biologico, nel quale notevole importanza riveste la specializzazione delle cartucce, cheXxxxxxxx  diversifica per tipologia di fauna, distanza di tiro e condizioni ambientali."

Questo l'esordio della parte del sito dedicata alla caccia. Le parole usate sono tutte salienti. I prodotti sono diversificati, pur avendo, a tuo parere, un tratto comune: la gestione della paura (inflitta o subita e quindi da controbattere) e l'eccellenza della performance (con alcuni subliminali suggerimenti sessualizzati-sessisti, che sono facili da scoprire, navigando tra le varie sezioni; nulla di nuovo, ché il paradigma è quello consueto: maschio, eterosessuale, bianco, ricco).