domenica 28 maggio 2017

Nozoo(m), corteo 27 maggio 2017 - un foto-racconto

Pronti?




al punto di partenza, piazza XVIII dicembre


pronti a partire...


inizia il corteo...

foto di Francesco Cortonesi

foto di Francesco Cortonesi


in piazza Castello...
panoramica: circa 2000 persone... Fonte

Fonte

foto di Francesco Cortonesi

all'arrivo, di fronte ai cancelli del parco


grazie a Genny e a Cristina, per avermi opermesso di scattare le foto

seguirà a breve un post con qualche dettaglio, grazie alle notizie sulle pagine ufficiali

sabato 27 maggio 2017

Una rieducazione di merda - Angelo, parte prima

una statua a Roma, inaugurata nel Parco Ravizza del quartiere Monteverde. Fonte: Cosenzainforma


Angelo come Hachiko. Dove Hachiko è diventato simbolo della dedizione lunga una vita, ma anche del rispetto e della riconoscenza di individui e di una intera cittadinanza, di un popolo - quello giapponese - che fonda la sua civiltà su concetti molto simili a questi.
Dove Angelo è diventato simbolo della ennesima irrilevanza e povertà etica ed empatica di individui e di una intera cittadinanza, di un popolo  - quello italiano - per i quali un animale è oggetto di noncuranza, superficialità, impazienza, prepotenza, oppressione, crudeltà inflitta, tortura, sadismo; ma anche della grande fiducia che ogni cane è potenzialmente capace di regalare a ogni umano, anche quello meno degno - quello degno di essere appellato solo come 'tizio', o 'mostro'.

Ieri, la sentenza del processo di Angelo ti / ci è esplosa tra le mani, e i social forum sono diventati ridondanti di essa e per essa. Parole e idee, indignazione insieme a riflessioni. Conti di ritornarci, prestissimo, grazie all'idea che hai avuto - di chiedere ad alcuni tuoi amici e contatti davvero esperti, attenti, nei confronti dell'universo canino, un loro parere, specialmente sui risvolti della sentenza.
Sul fatto che i quattro assassini sconteranno la pena svolgendo lavoro socialmente utile presso una struttura canile o rifugio. Presumi, della loro zona.

Una decisione controversa, dibattuta, sulla quale tornerai. Adesso, in questo post, vuoi fare una cosa sola: immaginare questa sentenza nella sua attuazione, nel suo svolgimento. 
Infatti, ti sei chiesto: se tu avessi un rifugio, cosa penseresti se ti chiedessero di farci svolgere la riabilitazione lunga sei mesi, dei quattro 'tizi'?

Intanto, immaginiamo una cornice: poiché esistono, e se ne parla, e vengono divulgati e fatti conoscere, i canili e i rifugi cosiddetti 3.0 (quelli zooantropologici, di Luca Spennacchio, di Roberto Marchesini, di Simone dalla Valle, per intenderci; e, certo, anche di altri, che tuttavia non conosci, per tuoi limiti), ritieni che potrebbero essere solamente queste, le strutture adatte a sopportare una responsabilità così grave. Non le strutture coraggiose e generose, che rischierebbero di cedere e soffrire per il carico di male e crudeltà che i quattro assassini si portano appiccicato alla pelle, sotto i loro vestiti. Tanto meno i canili privati, dove è sempre possibile 'truccare' e barare, a spese dei cani: qui dentro, i quattro potrebbero addirittura essere liberi di spadroneggiare, ma di sicuro - senza arrivare a tanto - potrebbero non dover affrontare nemmeno un'ora di lavoro. E dunque la 'pena' sarebbe inutile, andando sprecata.

No. 
I canili come presidio zooantropologico ci sono, esistono. Facciamo finta che - anche a uso giudiziario - ne esista un elenco certificato: sarebbero i luoghi unici dove far scontare questo tipo di sentenze a questo tipo di criminali (e qui, ne sei cosciente, si apre un punto vulnerabile assai, sui diversi pesi e misure, sui doppi criteri di giudizio, quando la vittima è un umano o quando invece è un altro animale; ma ne riparleremo).

Queste strutture, già adesso, hanno un organigramma: esiste una divisione dei compiti, una distribuzione delle mansioni e delle responsabilità, certo sulla base delle attitudini e delle abilità di ciascuno. Ma non succede che tutti facciano tutto - né che lo vogliano fare: perché non ne sono capaci. Il motivo di questa organizzazione è per dare ai cani ogni tipo di vantaggio, tutela, benessere, cura e occasione di ritorno tra umani disposti ad accudirli, a esserne famiglia per la vita.
In queste strutture, i volontari hanno fatto e fanno corsi per apprendere come svolgere i loro compiti, assimilano le 'buone pratiche', affrontano almeno una esplorazione della zooantropologia, della cinofilosofia, dell'etologia canina. Questo, di base, imprescindibile:  si possono aggiungere altre capacità e abilità, altre competenze, negli anni, sul campo. Ma sempre con la supervisione di chi è più presente e più a lungo, più capace o esperto. Perché, sempre non si perde di vista l'obiettivo: il cane, nella sua completezza e dignità di essere individuale, unico, consapevole, che merita rispetto e dignità.

Dici sempre che hai avuto la fortuna di avere un simile primo incontro con i canili: il primo amore non si scorda mai, e non se ne dimenticano nemmeno le asperità.
Perciò oggi ricordi con gratitudine e con consapevole prospettiva di lungo termine, le tue prime esperienze con la raccolta delle cacche.
I rifugi hanno aree di sgambamento: dove i cani possono correre, annusare, sdraiarsi, giocare o conoscersi tra loro, se lo desiderano, oppure isolarsi e dormire se lo preferiscono. Queste zone, verdi e alberate, devono essere libere dalle cacche. E perciò vanno costantemente rastrellate, attraversate, con paletta e secchiello, come se si fosse sminatori. Come prima cosa a inizio della giornata, poi in vari momenti della giornata in rifugio; e tra le ultime cose della sera. Dalla cacca dei cani si impara molto, oltre al loro stato di salute psicofisico. Poi. Si impara su se stessi: la propria capacità di concentrazione, di adattamento, la prova e lo stress delle proprie soglie di stress e di tolleranza alle situazioni di scacco e di obbligo. La cacca può essere zen: una pratica utile a centrare se stessi, utile a ripensare il cane, a rivederlo e riviverlo, a riconsiderarlo. Sollevi lo sguardo dal prato e incroci gli occhi di un cane al di là del cancello, che magari ti osserva ed è interessato a te. Questo tutti i giorni, giorno dopo giorno, per settimane.

Quindi, ecco cosa faresti fare tu, nel 'tuo' rifugio', ai quattro: raccogliere merda, fin da subito. Non come umiliazione, ma perché raccogliere merda serve - alcuni dei modi hai provato a raccontarli proprio adesso.
Naturalmente, pensi, i quattro non starebbero MAI soli con i cani: a fianco a loro ci sarebbe SEMPRE almeno uno o due supervisori. E, poiché si tratterebbe di volontari che in questo modo verrebbero sottratti a compiti più utili per l'andamento del rifugio e il benessere dei cani - oltre che di sicuro più gratificanti sotto il profilo delle relazioni umane: sei abbastanza sicuro che stare a contatto con uno qualsiasi di questi quattro sia ben più schifoso e rivoltante che raccogliere una qualsiasi caccona - credi che dovrebbe essere previsto un gettone di risarcimento. Una cifra di rimborso per il rifugio, che si vedrebbe obbligato a sottrarre risorse umane a compiti di cura, per svolgere compiti di controllo e sorveglianza. Una cifra forfettaria, a fondo perduto - ché ci sarebbe a monte la garanzia che in questi rifugi quella risorsa economica extra verrebbe impiegata esclusivamente in obiettivi cinofili.
(Ecco, magari, se esistesse questo albo dei rifugi 'giudiziari', il meccanismo per coinvolgerli volta per volta potrebbe essere quello del sorteggio, o magari della rotazione; ma questi sono dettagli che non vale tempo studiare qui, in questo pur sempre immaginifico scenario).
Raccogliere merda per sei mesi, però, non sarebbe produttivo né forse coerente con lo spirito della sentenza - per come lo hai capito tu, ma su questo ci torniamo; qui stiamo scrivendo altre cose. Non è il caso di scomodare Cesare Beccaria, per dire che in questi sei mesi ci sarebbe tutto il tempo per far fare ai quattro, corsi di etologia, di zooantropologia e di tutto quello che potrebbe sembrare utile a tentare di cambiare la loro mente. Nella prospettiva della riformazione e rieducazione.
Gli faresti persino leggere dei libri, e prendere appunti e alla fine scrivere un tema!
 Che tu abbia robuste riserve sulla realistica capacità di maturare in quella direzione, da parte dei quattro torturatori, per il momento non è importante.

Ultima domanda: faresti avvicinare i quattro ai cani?
Premessa: i cani in un rifugio, ci sono arrivati sempre dopo esperienze negative. Senza eccezione: anche il 'semplice' abbandono di punto in bianco, viene vissuto da ogni cane come una angosciosa tragedia, un evento catastrofico capace di gettare il cane nella depressione, nella tristezza, nel malumore, nella non voglia di vivere, nella paura, nella insicurezza, nella fobia, nell'ansia. Un vero e proprio shock post-traumatico. 
Quindi, chi più chi meno, tutti i cani ospiti di un rifugio  - ricordate sempre di che tipo di rifugio stai parlando - sono individui fragili dal punto di vista emotivo. Basta un nulla - davvero un nulla: uno sguardo superficiale, un gesto casuale, uno stato d'animo carico di sensazioni negative da parte dell'umano - per aggravare quella fragilità, col rischio di spezzare ancora la loro faticosamente ricostruita, timida fiducia.
Perciò? Perciò - pur facendo fare ai quattro tutta una serie di attività che hanno a che fare intorno al cane - fino ad arrivare a occasioni davvero stimolanti di apprendimento, di esperienza, di osservazione - non li farei interagire MAI con nessuno degli ospiti del rifugio. 
Magari, forse, con un supporto robusto di educatori - altre risorse per il rifugio dirottate! - li farei entrare in contatto con cani che non vivono nel rifugio, ma sono individui forti, sani, sicuri, equilibrati, alleati di uno o più umani con le medesime caratteristiche caratteriali - e che sono capaci di scegliere come, dove, quando e quanta relazione iniziare o interrompere con qualsivoglia umano. 
I Cani Maestri. Questo perché, se il fine è riabilitativo, alla fine - ma solo alla fine - dovrebbe essere creata l'occasione per i quattro tizi, di vedere davvero chi è un cane - e comprendere l'enorme mostruosità che hanno compiuto.

Se poi lo capiranno, questo - per ora - rimane un mistero.
- 1. continua

domenica 21 maggio 2017

Alcune foto in un parco (come l'Uomo che cammina)

... verso il fioraio...
Ci sei tornato scoprendotene nostalgico, l'altro giorno, questo parco inondato dalla luce di maggio. Luce con la quale hai voluto giocare, camminando, mentre aspettavi una persona.
E intanto, da fuori, guardavi un'area del parco dove avevi vissuto tanto tempo, tanti giorni, insieme ai tuoi cani. Poi, passeggiando, eccoti su uno dei suoi viali interni. Che sono molto lunghi e molto diritti, fiancheggiati da alti alberi. C'è un fioraio, e ti sei fermato lì. Ma ci sono anche tante altre cose, che ricordi ma che questa volta non hai visto.
Invece, hai giocato con la luce e le ombre dei fogliami altissimi, e i raggi del sole che provano a raggiungere il terreno battuto dei vialetti. una passeggiata come l'Uomo che cammina. Quello del fumetto di Jiro Taniguchi.
























Ah, il parco è il Ruffini a Torino.






giovedì 18 maggio 2017

Presidiando si impara (NOmattatoio torinese numero 7)

Torino, 17 maggio 2017 - Via Treves, davanti ai cencelli del macello



Questa volta, hai rimediato alla distanza con una levata assai mattutina e una bella guida in autostrada, con un sole ancora mite. 
Arrivi e non vedi molta gente, tuttavia sono tutte conferme e ritorni. Che si stia aggregando un piccolo nucleo di persone che intendono presidiare con grande costanza, mese dopo mese? Un bel pensiero da avere, mentre le raggiungi.  Tanti cartelli si sostengono da soli, appoggiati ai pali o agli alberi e basta un'auto che passa veloce  - quasi tutte, lungo il rettilineo privo di semafori - che questi cartelli leggeri cadono di piatto sul marciapiedi.
Scopri che davanti alle porte di un luogo così immenso e così carico di morte non si può fare a meno di sostenersi a vicenda, di parlare, di scambiare pensieri, idee, opinioni, visioni anche, per un futuro della campagna. Forse è un modo in più per sentirsi vivi, per attutire i brividi di orrore. C'è poco da fare: quei cancelli fanno paura, la suggestione di morte e violenza rischia di inghiottirci, di inghiottirti, l'immaginazione ha briglia sciolta, a proposito di quel che accade lì dentro, spazio vastissimo, spazio nero ad altezza uomo, oppure spazio bianco se visto dall'alto, spazio cancellato alla vista e alla vita. In quello spazio, tutti gli individui che entrano perdono se stessi, perdono i loro corpi, infine perdono la vita.
Perciò, tanti più individui saranno tante più voci, idee, visioni, sostegni reciproci, presenze segnalanti - e un boccone troppo grande perché i cancelli del macello riescano a ingoiarlo.
Presidio dopo presidio, si impara: a cominciare dai dettagli pratici, logistici, tattici, per condurre nel miglior modo possibile ciascun singolo presidio. Stai imparando come e dove metterti a fare le foto quando arrivano i camion pieni dei loro prigionieri condannati a morte - quasi sempre vitelli. Per esempio.
Ieri è capitato, poi, che alcuni di quegli individui umani che trafficano lì dentro, si rivolgessero a noi con urla - rimprovero o minaccia - con gesti di offesa e di presa in giro.  In realtà, a te, quelle voci rimbalzano su un orecchio che è sordo alla prepotenza umana, per meglio sentire i pianti di smarrimento dei vitelli; non rispondi e non dai la ricompensa di una tua agitazione a chi agisce con l'intento di insultare. Abbiamo deciso che i gesti del medio alzato, sono i nostri 'like'. Sono una reazione alla nostra presenza, che probabilmente risulta come un affronto, una sfida, un ostacolo allo svolgersi di una attività intrinsecamente crudele - e non può non esserci il sospetto, una vocina che grida contro questa efferata crudeltà, persino in fondo all'animo del più feroce dei macellai, anche se questa voce viene negata, misconosciuta, maltrattata e oltraggiata dalla stessa persona che altrimenti la sentirebbe e ne rimarrebbe sconvolto, forse paralizzato.
La nostra presenza, che forse, quindi è anche uno specchio, raddrizzante: restituisce ai macellanti, una immagine reale di quello che in quel momento sono e fanno - e perciò devono girare la testa, chiudere gli occhi, per non rischiare di venire sommersi dalla quantità di male che si sta eseguendo in quel lungo momento attraverso una giornata di lavoro entro i confini del mattatoio, o al volante di un autosnodato. Si sta torturando e togliendo libertà, gioia e vita a individui desiderosi e consapevoli, solo perché non hanno un corpo fatto a forma di umano.
La nostra presenza che, persino, può anche essere voce di Sirena, appiglio, salvagente, per qualcuno che magari cerca di tirarsene fuori - sarebbe possibile che persino lì dentro, ci sia qualcuno che non vorrebbe esserci, tra gli umani.
La nostra presenza, che qualche volta è stata barlume occasionale per tirar fuori un pensiero di incoraggiamento, un pensiero pensato agli animali in quel momento ammazzati - è capitato con qualche automobilista, che ha suonato il clacson, o ci ha detto 'bravi!' dal finestrino abbassato.
La nostra presenza, per ultimo, che è faro, che è messaggero, che è segnale, fatto coi nostri corpi lì fisicamente presenti: a portare finalmente in primo piano un luogo come un macello, che invece brama rimanere sullo sfondo, nell'ombra, non visto, non notato, anonimo, ignorato persino da chi ci passa di fronte tutti i giorni o abita nelle vicinanze e magari si lamenta degli strani odori di brodaglia, o di marcio, o di gabinetto.




Perciò sei convintissimo che sia essenziale, letteralmente vitale che, a ogni prossimo nuovo presidio, le persone aumentino di numero, che ci si possa contare sempre di più, che si possa riempire tutto lo spiazzo di manovra davanti ai cancelli. Non è inutile, come qualcuno scrive nei commenti, non è una perdita di tempo. La prova, sono le reazioni che poche persone sono capaci di suscitare.
Inutilità è un pensiero paralizzante. Invece, voglia e sogno sono la spinta a venire la prossima volta. Ognuno presente fa fare il salto a tutti i presidianti, mentre ciascuno assente causa un enorme vuoto che è ben più grande dello spazio fisico occupato da un singolo corpo umano. Tutti quei cartelli appoggiati ai pali, la prossima volta che staranno per cadere, dovranno essere presi e tenuti sollevati da nuove mani. Il motivo per farlo, sta tutto nelle foto...

 
foto di Rossella B



foto di Rossella B



foto di Rossella B



foto di Rossella B



foto di Rossella B















mercoledì 17 maggio 2017

Tempo Profondo - Stromatoliti affioranti e alghe azzurre (cianobatteri) - Archeano, tra 3.2 e 2.8 Ga (miliardi di anni fa)







Le stromatoliti (dal greco στρώμα, strōma, tappeto, coperta e λὶθος, lìthos, pietra) sono strutture sedimentarie, appartenenti al gruppo dei calcari non particellari biocostruiti, finemente laminate, dovute all'attività di microrganismi bentonici fotosintetici, specialmente cianobatteri (alghe azzurre).




Le prime tracce di vita risalgono a 3,2 - 2,8 Ga, si tratta di Stromatoliti e cioè strutture costruite da cianobatteri (procarioti che compiono la fotosintesi). La loro comparsa ci dice che la fotosintesi ossigenica, quella cioè che usando l’acqua origina energia e ossigeno, comincia a diffondersi per il mondo e che il numero di questo tipo di organismi fotosintetici ha già superato quello dei fotosintetici che usano l’acido solfidrico. - See more at: http://www.iltermopolio.com/scienza/la-comparsa-delle-prime-forme-di-vita#sthash.mqihi418.dpuf

Una delle più importanti trasformazioni nella storia del nostro pianeta avvenne quando un'enorme quantità di ossigeno fu immessa nell'atmosfera: il grande evento di ossidazione, avvenuto circa 2,4 miliardi di anni fa, aprì la strada allo sviluppo di forme di vita complesse.

La causa dell'ossigenazione dell'atmosfera terrestre fu molto probabilmente la comparsa e la proliferazione di organismi che svolgono la fotosintesi clorofilliana: i cianobatteri.

lunedì 15 maggio 2017

NOmattatoio a Frosinone - 17 maggio 2017

un fotogramma del filmato del macello di bufalini


Campo fisso: gli umani si muovono tra i bufalini paralizzati dal terrore e dalla confusione; lo fanno con calma e noncuranza, li spostano, li sparano e li scalciano con scazzo, con menefgrehismo. Non sono cuccioli spaventati, non soffrono, sono cose, oggetti. Ma, anche se soffrissero, chissenefrega, sofforno loro, mica io. Io sto facendo solo il mio lavoro.

A Frosinone, nel macello che doveva essere chiuso, ma forse no...

Il link per il presidio NOmattatoio a Frosinone

NOmattatoio Torino VII - 17 maggio 2017

il presidio sarà davanti alle porte del Macello, in Via Traves, Torino


"[...] A questa gente spiegherai che può ancora salvarsi, benché avanzi in bilico sul confine della perdizione, se riconoscerà appieno il diritto alla vita di ciascun essere che abiti la terra, i mari, il cielo."
"Pare facile."
"Dovrai convincerla ad allontanarsi dalle sabbie incerte su cui ha poggiato il suo edificio; solo così potrai contrastare la violenza, l'orrore, la distruzione di cui è artefice, che torneno indietro come un'onda sempre più furiosa."

da un dialogo tra il toro Socrate 2896 e la bambina Lucilla, in "Socrate 2896", di Margherita D'Amico, 2016 - Bompiani

trovate la pagina del presidio su Facebook. Da lì, potrete raggiungerci, mercoledì mattina, dalle 7 alle 10.

sabato 13 maggio 2017

Lupi e Helene Grimaud


... e se Homo avesse cercato il legame con Lupo perché ne era rimasto affascinato? Perché era stato Ammaliato?

Ci sono molti pensieri e tante teorie sul quando, il come e il perché questi due animali si sono incontrati, conosciuti e affiancati - ma in un rapporto con luci e tenebre. Molte di queste teorie, le trovi sorprendentemente capaci di dare ragione di tanti aspetti di questo reciproco legame - che si è risolto nel legame col Cane. Sono teorie e pensieri potenti, capaci di illuminarci sul nostro essere qui, come siamo - come siamo stati, come dovremmo e come potremmo dover essere sulla terra.
Probabilmente, ne scriverai ancora - un po' ne hai scritto, in alcuni vecchi post, quasi tutti quelli focalizzati su cinofilosofia o zooantropologia. Poiché si tratta di due visioni molto complesse, ricche e articolate, sarò molto probabile, infatti, tornare a parlarne - parlarne, scriverne, ti piace e ti coinvolge.
Adesso, però, quello che stai per scrivere è un pensiero epifanico, ai limiti della folgorazione e della provocazione.

Il lupo vive i momenti uno dopo l'altro, immergendosene; noi - la scimmia - viviamo i momenti saltandoli, come se fossero trampolini per arrivare al momento successivo. Solo che così, ogni istante è allo stesso tempo sempre e solo traguardo dell'istante-trampolino precedente e trampolino per l'istante-traguardo successivo... senza mai essere vero momento-momento. Così potrebbe sembrare.
Viviamo in un anelito costante, e non è che sia una condizione di vita che porta alla felicità - diresti, una felicità intesa come consapevolezza, equilibrio. Il lupo, con tutta evidenza, ci sembra invece sempre pienamente equilibrato, presente - dunque felice.
E quindi: se avessimo cercato, allora, il Lupo come maestro di vita? Per capire e scoprire il modo per essere nell'istante -  e quindi felici - ? (O, forse, ri-scoprire). Se gli avessimo proposto di camminare insieme perché ci eravamo innamorati della sua capacità di vivere gli istanti del tempo- ci eravamo innamorati di lui - ?
E questa è la tua epifania, questa intuizione - insight -  spuntata tra le righe scritte dal filosofo Mark Rowlands, nel suo libro che ha per protagonista proprio il lupo.

A ben vedere, una suggestione poetica - ma perché non potrebbe essere vera? Nessuno di noi era lì, tanti milioni di anni fa, a vedere e a vivere i moltissimi ripetuti incontri e scontri tra umani e lupi, sgranati nel corso di innumervoli rivoluzioni solari;  mentre ci sono molte ipotesi sul valore magico, simbolico, intangibile, delle pitture rupestri, a segnare e testimoniare che l'uomo aveva  vivida impressione di tutti gli altri viventi.

Questo innamoramento, è vivo anche oggi - eppure è mescolato a meschinità, crudeli efferatezze e odiosi egoismi umani. Siamo attratti, ma ci sentiamo anche sopraffatti.

Siamo innamorati- stregati dei-dai lupi. La loro voce, il loro canto - che forse per loro e tra loro è canto di festa, di gioia, è richiamo, è invito - a noi appare rabbrividente, ma ci ipnotizza.  E in qualche modo, lo cerchiamo.
Senti la voce del lupo e non la dimenticherai mai più.  Forse è quello che in gioventù è capitato a Helene Grimaud. Che è musicista, pianista, ma forse per prima cosa è umana innamorata dei lupi.
Hai scoperto le cose che lei fa - il pianoforte, la scrittura, le scene di film - e desideri approfondire. Non puoi pensare che una artista che si ricorda degli animali, li ascolta, forse anche li protegge e di sicuro li racconta - sei sicuro che sarai felice di scoprirla. Già adesso, in effetti, ti sei messo ad ascoltarla. Ma non è che l'inizio.



Per un certo periodo della sua vita, Helene Grimaud ha lasciato le sale dei concerti per i boschi, a contatto con la ancestralità dei lupi. 
Credi che quando è tornata nei teatri, in qualche modo i lupi siano andati con lei. 














PS
PROSSIMAMENTE 

questo post è quasi come un trailer

un post sui lupi di Jim e Jamie Dutcher, 
un post sui lupi travestiti di Barbara Gallicchio
un post sul lupo filosofo di Mark Rowlands