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martedì 3 febbraio 2015

I nostri due giorni di Do as I do

Maika e Chicco - Foto Lorenzo LoFoto In Collina

Siamo tornati dal fine settimana intenso del seminario di "Do as I do".
Lisa, Maika e Chicco sono molto stanchi, molto più di me, hanno trascorso una notte di completo riposo.

I miei tre cani non conoscono nessun 'comando' sotto controllo vocale (i classici 'seduto', 'resta', 'terra', più altri ulteriori addestramenti). Perciò,  ci mancavano delle precondizioni per assistere al corso come allievi. Abbiamo assistito come semplici osservatori, ma questo non ha reso le due giornate meno interessanti, anzi!

al campo con Cristiana e Elena di PEC




Claudia Fugazza


La dottoressa Claudia Fugazza, è una scienziata, etologa, che ha elaborato questo protocollo dopo anni di studi e di osservazioni.
Dal momento che ho potuto assistere alle lezioni e alle pratiche, ma non ho partecipato in qualità di vero e proprio allievo, posso però raccontare le mie impressioni, come se ve le stessi raccontando - per esempio -  al telefono, mentre passeggio. Mi sono accorto che in questo modo riesco a chiarire meglio i concetti a me per primo - visto che ve li voglio raccontare, devo almeno provare a farlo in modo comprensibile! - e che, per così dire, le idee vengon parlando - e molte considerazioni son spuntate propri così, mentre provo a far ordine nell'esposizione. Si tratta di considerazioni 'a memoria' su quanto ascoltato, si tratta anche di domande che potrebbero far diventare questo post una specie di lettera aperta che mi piacerebbe che Claudia Fugazza leggesse, per rispondermi alle domande e curiosità, sollecitate dall'esperienza molto ricca ed elaborata di questi due giorni.

Perciò, è chiaro come tutti gli errori, i fraintendimenti e le banalizzazioni che potranno di sicuro essere presenti, sono del tutto 'merito' mio e non della relatrice. Questo vale anche per gli appunti, pubblicati nero su bianco più sotto, sempre in questo post.

A lezione


La lezione di sabato ha affrontato le questioni teoriche che stanno all'origine del metodo pratico del 'do as I do' (traducibile, direi, come un fai come faccio io - copiami).
Le questioni e i concetti scientifici che sostengono il tutto sono tra i più cruciali e anche controversi persino tra gli scienziati, perché hanno a che fare direttamente con 'cose' come intelligenza e - addirittura! - intelligenza animale (!), e dunque non di rado entrano in territori più spesso esplorati dalla filosofia, per non dire dalla religione.

Va da sé che questa parte mi ha appassionato moltissimo.

La prima cosa che mi piace dire e che è secondo me tra le più importanti è che gli (altri) animali - i cani nello specifico - sono intelligenti. Lo sono, al di là di ogni dubbio che non sia specista e specioso e antropocentrico - sono intelligenti e lo sono in molti modi differenti e le prove sono molte e differenti anche queste, raccolte in anni e anni di ricerche, test, prove, aneddoti, secondo la prassi metodologica scientifica, che si sente sicura solo dopo aver ripetuto n-volte la stessa prova.

Quando però la prova provata riguarda l'intelligenza degli animali, quando si scopre che un animale è capace di fare un qualcosa che era stato classificato tra le caratteristiche dell'intelligenza - così come viene intesa, una peculiarità solo umana - qualcuno decide di cambiare l'elenco delle caratteristiche, di mutare le regole e i criteri di classificazione, in modo che proprio quel nuovo 'qualcosa', scoperto peculiare anche per altri animali, viene a ritrovarsi escluso dai criteri per detrerminare l'intelligenza - e si ricomincia da capo, con gli animali sempre esclusi dal club degli intelligenti, un club fondato dall'uomo e che ammette un solo e unico socio, l'uomo stesso - e a volte nemmeno quello...
Questo modo di fare - che di scientifico ha poco e molto ha di ideologico - che sovverte e le regole - a beneficio solo umano  - è stato discorsivamente e criticamente esposto da Claudia Fugazza, quando ha parlato della 'scala naturae', che pone al vertice l'umano e giù giù tutti gli altri animali - dallo scimpanze, via via fino a insetti e l'oltre quasi invisibile verso il microscopico, in un crescendo di indistinzioni.

La 'scala naturae', però, è un malinteso per niente innocente o inesperto del concetto darwiniano dell'evoluzione - che andrebbe meglio intendere come adattamento alla pressione dell'ambiente sugli organismi viventi. Alla fine, ciascuno di noi si trova alle prese sia con la filogenesi - il percorso di antenati che arriva fino a noi, a cominciare dalla comparsa della vita sul pianeta - che  con l'ontogenesi - il suo percorso individuale, da embrione a organismo adulto. Sono i frutti della pressione ambientali, alla quale gli organismi rispondono con varie strategie - in questo consiste, più o meno, il cosiddetto adattamento.
Così è che, ciascun individuo, per quanto fa parte di un certo gruppo più o meno ampio di individui che condividono molte peculiarità fisiologiche, e che vengono concettualizzati come specie, porta con sé uno specifico bagaglio di caratteristiche - appunto - di specie, specifiche.

Cani e umani hanno ciascuno il proprio bagaglio specie-specifico, e molte delle cose sono comuni.

Uomo e cane nascono insieme, dall'incontro con lupi individualmente più propensi all'interazione sociale con individui di altra specie - il che li ha portati a inserirsi vantaggiosamente nella nicchia umana, proponendo a loro volta vantaggi in dote dalla nicchia lupina da cui provenivano.

L'imitazione - che presuppone empatia e capacità di mettersi dal punto di vista dell'altro - è molto presente nei cani discendenti di quei lupi - che hanno quindi una intelligenza sociale collaborativa spiccatissima. Imparano imitando grazie all'osservazione, e su questo si basa il protocollo 'Do as i do'.

Si tratta di addestramento, e pertanto ho la sensazione che sia soggetto alla propensione al controllo, da parte degli umani, i quali infatti del tutto automaticamente stabiliscono una soglia di accettazione per i comportamenti sociali dei cani - alcuni comportamenti sono al di sotto della soglia e non sono graditi (vanno minimizzati); altri sono al di sopra della soglia, quindi sono graditi e vanno incoraggiati. La comunicazione rischia di rimanere a senso unico, perché ci si aspetta sempre che sia il cane ad accogliere le richieste umane e difficilmente si ha il caso che gli umani comincino a prestare attenzione alle proposte canine, tanto meno assecondarle - o quanto meno, questo è il rischio maggiore, influenzato da ideologie e teologie antropocentriche. Le proposte canine rischiano l'invisibilità, o la sottovalutazione - anche se il cane ne fa moltissime. Insomma, l'umano non si chiede, tende a non chiedersi: che cosa è gradito al cane? Non si prova a immaginare una soglia di comportamenti socialmente graditi dal lato canino. Se ci fosse questa soglia, ho l'impressione che almeno della metà dei comportamenti che l'umano fa in presenza del cane, rimarrebbero molto al di sotto della soglia. In un rapporto di relazione, tutti e due possono proporre alternativamente, ma non vedo molti uomini seguire l'esempio di azioni proposte dai loro cani.

Vero è che comunque l'ambiente antropico è per definizione misurato sull'umano - che poi le misure stiano strette, questo è un altro discorso - e che il cane che ci vive ha necessità e utilità a conoscere certe regole umane - comunque un poco idiosincratiche - per la sua stessa sicurezza (per esempio, per evitare di essere investito da un'auto); poi, probabilmente, il cane con maggior serenità e più volentieri che se fosse un umano, si lascia guidare. ma tuttavia anche lui ha dei desideri, delle richieste, che sono sue e solo sue e che passano misconosciute - poiché accennate - nella cacofonia umansferica. Proprio l'antroposfera, concretizzata dalle nostre città, si sta rivelando paradossalmente invivibile e pericolosa per gli umani stessi. C'è chi pensa (per esempio, Luca Spennacchio)  che l'indicatore di questa accresciuta invivibilità sia proprio la diminuita presenza e frequentazione del cane, e i molti divieti, obblighi e recinti che il cane - e gli umani che ci convivono - devono sopportare. Nelle nostre città viviamo male, e non è un caso che questo malessere lo vediamo nei nostri cani, in modo evidente: siamo due specie 'cresciute' insieme, non potrebbe essere diversamente. E si potrebbe iniziare anche un discorso sul maltrattamento - altro concetto sfaccettato, perché al giorno d'oggi comprende anche maltrattamenti apparentemente mascherati da cura, ma che sono invece abuso o incuria: di tipo sociale (isolamento), alimentare, fisico, sessuale (zooerastia), genetico (malattie e deformazioni ereditarie) (mi sono ispirato a idee e concetti di Cristiana di PEC e al libro di Barbara Gallicchio).

Vero è che nel do as I do, l'ordine - la richiesta, la proposta, l'esempio - non va dato con un comando vocale, ma va mostrato eseguendolo in prima persona, col proprio corpo. Questo potrebbe incoraggiarci ad auspicare una maggior consapevolezza da parte degli umani - circa quel che stanno chiedendo, circa le sensazioni che suscita e le capacità fisiche e sensoriali che richiama in gioco e in uso. Potrebbe succedere - se l'umano non fosse univocamente orientato al risultato performante, invece che alla relazione. E se succedesse, allora, magari l'umano ci penserebbe due volte a ordinare al cane una cosa che constata che suscita disagio o difficoltà a lui per primo - fatto salvo il fatto che comunque affrontare e superare le sfide, aumenta 'cose' come autostima, autopercezione, ecc.
La zoonatropologia, arrivata in Italia con Roberto Marchesini, ha messo a frutto proprio le istanze della relazione.

GLI APPUNTI
L'apprendimento sociale ha dei vantaggi peculiari molto interessanti. Intanto, vediamo gli altri tipi di risposta alla pressione ambientale.  

C'è il comportamento specie specifico, adl alto determinismo genetico; i suoi vantaggi sono l'alta affidabilità, la risposta rapida e irriflessiva, sempre ripetuta. La sua efficacia è pressoché totale in un ambiente  che non ha grossi cambiamenti e risulta quindi essere un contesto prevedibile. Come grosso modo è accaduto per centinaia di milioni di anni sulla Terra.
C'è l'apprendimento individuale, che è molto flessibile, avviene per prove ed errori e quindi puà avere conseguenze negative per l'individuo, può anzi rivelarsi come letale, o fatale, se il tentativo è clamorosamente sbagliato o inadeguato alla situazione. Funziona in un ambiente in trasformazione o mutamento.

Infine, l'apprendimento sociale, che qui ci interessa, ha una alta flessibilità e non comporta conseguenze pericolose o letali per l'individuo, che impara osservando le esperienze altrui, ripetendole e ricordandole. Anche questo è molto utile in ambienti che si stanno trasformando.
L'ambiente antropico è tipicamente un ambiente in rapida e costante trasformazione.

Claudia Fugazza precisa che questo è comunque uno schema didattico: in realtà, i tre tipi di comportamento convivono all'interno di un medesimo individuo, e sono correlati, ogni volta entrano in gioco simultaneamente, anche se con 'pesi' differenti a seconda del contesto. Perché ci possono essere casi in cui il comportamento migliore, addirittura 'salva vita', sia quello del repertorio specie-specifico; e sono casi numerosissimi, solo che non ce ne accorgiamo, proprio perché ... lo facciamo senza pensarci!

In passato, questa situazione ha portato a polemiche tra varie e diverse scuole di ricercatori. Gli psicologi deterministi in USA hannio affermato che il condizionamento è tutto. Valga per tutti Burrhus Skinner, l'inventore della 'skinner box', paladino del condizionamento operante e dei processi di apprendimento individuale.  Che poi avesse fatto affermazioni tipo: datemi un neonato e io col mio metodo lo farò diventare indifferentemente un avvocato o un ladro, un medico o un killer (sembra di stare nella Brave New World, distopia di Aldous Huxley); e che la sua scatola con scosse elettriche non fosse esattamente confortevole per i poveri individui (animali) sottoposti ai suoi test, forse, fa un poco riflette. Per lo meno meno, io non posso fare a meno di pensare a questioni etiche legate al nostro rapporto con gli altri animali.

Gli psicologi europei, tra cui Konrad Lorenz, invece sostenevano il valore e la basilarità degli istinti, con concetti come l'imprinting. Per cui se un bambino umano verrà cresciuto 'in compagnia dei lupi', o dalle scimmie, da adulto vedrà il mondo come i suoi genitori adottivi e si comporterà come un gorilla o come un lupo.
Non mancano le storie riportate di casi simili realmente accaduti.

Queste alcune premesse.
Nell'ambito dell'apprendimento sociale, rientra l'imitazione, che è quindi uno dei processi di apprendimento sociale. L'imitazione, in etologia, non è quell'atto banale e considerato inferiore che viene inteso nel senso comune. Imitazione è invece un comportamento complesso, che richiede un grado di empatia, il sapersi mettere nei panni dell'altro, la capacità di adottarne il punto di vista.
Dunque, è sicuramente una manifestazione di intelligenza. Per inciso, anche l'intelligenza è un concetto tutt'altro che univoco: di intelligenze ne esistono di vari tipi, che il metodo scientifico ha cercato di rendere misurabile. Non esiste - per la scienza - una 'intelligenza' unica e astratta. Quest'ultima, piuttosto rientrerebbe nell'ambito filosofico umanista, che usa strumenti come la 'scala naturae', chiaramente antropocentrica e scientificamente priva di un senso.

La scienza che si occupa dellE intelligenzE è l'etologia cognitiva.
A partire dal famoso studio sui macachi giapponesi che sulle isole lavano le patate dolci nell'acqua del mare, per pulirle dalla sabbia, l'etologia cognitiva ha raccolto tantissimi dati sull'apprendimento sociale, che tra le sue caratteristiche ha anche quella di essere estremamente rapido nel diffondere la conoscenza acquisita.

L'apprendimento sociale trova cause favorevoli quando il livello di socialità generale tra i gruppi è alto; quando si ha la presenza di importanti cure parentali; quando c'è forte tendenza al gioco e all'esplorazione. La specie umana condivide queste tre caratteristiche con il cane, e sono questi molto probabilmente i motivi del legame che si è creato.
Pur essendo un legame antichissimo - si potrebbe dire addirittura causativo dell'evoluzione di homo così come è diventato - fino a pochi anni fa è stato poco studiato. L'etologia studia il comportamento degli animali nel loro ambiente; ma, qual'è l'ambiente del camne^ Il medesimo di quello umano va da sé che studiare il comportamento del cane nel suo ambiente naturale significa studiarlo nelle città, negli agglomerati di umani, perché ovunque ci siano umani ci sono anche cani. Non si pensa più che l'ambiente domestico umano sia un ambiente artificiale, ma un espressione del comportamento specie specifico umano, un contesto all'interno del quale il cane si è inserito fin dagli inizi. Il cane - i suoi antenati lupini - si è (auto)domesticato.
Alcuni lupi, ai primordi di homo, usarono la nicchia umana, vi si inserirono, cogliendone i vantaggi collaborativi. Si è creata una relazione naturale, giocata tra filogenesi e ontogenesi, tra caratteristiche specie specifiche e la loro interpretazione individuale. Non tutti i lupi sono socievoli verso gli umani, pur essendo socievoli con gli altri lupi. Solo i lupi prosociali anche nei confronti degli umani, li hanno avvicinandosi, scegliendoli come compagni co-evolutivi. La relazione cinantropica è un evento unico in etologia: umani e cani condividono lo stesso ambiente.

Il cane, quindi deriva da un lupo con maggiori propensioni verso un certo tipo di comportamento. Si è ipotizzato che il cane, rispetto al lupo, sia andato a perdere la capacità di problem solving. In realtà, le motivazioni comportamentali sono differenti in cani e lupi: i secondi sono più indipendenti, non cercano collaborazione con individui di altre specie, mentre i cani privilegiano proprio i comportamenti relazionali e collaborativi, specialmente con individui umani.

Con dei test molto lunghi, che hanno coinvolto nell'arco di molti anni due gruppi - uno di cani e uno di lupi, si è potuto fare delle distinzioni concrete, operative documentate sui diversi tipi di intelligenza canina o lupina. Emerge che il cane, nelle soluzioni per lui insolubili, guarda l'umano, fa riferimento a lui, il lupo invece no; questa differenza è retaggio genetico e non è legata alle esperienze individuali.

Il cane, cioè, ha un'altissima predisposizione allo sguardo, che è il segnale tipico di ingaggio di relazione; proprio la relazione speciale che esiste tra cani e umani, fin da quando gli umani son diventati tali. Si parla di evoluzione convergente, che ha reso simili due specie (homo e canis), filogeneticamente lontane, ma cresciute nel medesimo ambiente, e dunque sottoposte alle stesse sfide e pressioni. Il cane è altamente predisposto a seguire l'indicazione sociale, sia che i membri del gruppo siano cani o umani.
Gli individui che sono messi nelle condizioni di osservare una dimostrazione pratica svolta da un esecutore abile, imparano più velocemente. Possono abituarsi a diversi contesti e in questo modo migliora la loro abilità.

Il detour, o deviazione, riguarda una serie di test che hanno reso ecvidente un fatto che rafforza la validità dell'affermazione circa il particolare tipo di intelligenza sociale dei cani. Si è visto che il cane arriva a privilegiare una strategia meno efficiente e più lunga - se indicata e proposta dal partner umano - piuttosto che una strategia più efficiente per lui stesso, ma che non viene indicata dal partner umano.

Il Do as I do si basa sull'imitazione e sulla predisposizione sociale e collaborativa del cane. Come protocollo è nato negli anni '50, con Hayes e i suoi studi con gli scimpanzè. Del 2006 è il primo studio col cane 

Nel do asi i do, il cane prima apprende la regola, poi la generalizza. Il concetto di 'copia' si generalizza a diversi contesti e situazioni. 



venerdì 30 gennaio 2015

Do as I do - per fare insieme tra me e i miei cani

Claudia Fugazza


Giusto per rinfrescare la mia consapevolezza sul fatto che coi miei cani intrattrengo una relazione di tipo zooantropologico, domani, saremo a seguire il seminario di Claudia Fugazza 'Do as I do'.

I due giorni sono organizzati da PEC (Progetto Educativo Cinofilo) e Orma di Maya.



la locandina


Lo staff di PEC scrive che

Lo stage, grazie al Comune, si terra' direttamente al Campo Sportivo di GHEMME (NO). (Avremo quindi a disposizione anche un'ampia area coperta in caso di maltempo!).


Il DO AS I DO è una nuova tecnica di addestramento basata sull’apprendimento sociale.
Il cane, in seguito ad uno specifico addestramento, riproduce le azioni del proprietario.

"Grazie a questo metodo di insegnamento, potrai valorizzare la relazione speciale che c’è tra te  ed il tuo cane, consentendogli di
utilizzare le sue capacità cognitive sociali…Do it!"

Le aspettative sono molte, per me, che già vivo 'a misura di cane'.
Immagino che questo metodo sia nato dalla osservazione di comei cani si comportano tra loro e con noi, e quindi sia una pratica che asseconda ed esalta la naturale propensione sociale del cane a seguire l'esempio di un comportamento, mostrato e attuato da un individuo più autorevole, esperto e valido come riferimento educativo. 

Lo scopriremo domani!

Spero di fare tante foto e di raccontarvi.

lunedì 24 febbraio 2014

Tra Cuccioli ci si intende. Chiacchierando con Annamaria Manzoni

Annamaria Manzoni e Pablo

Esce il 26 febbraio prossimo “Tra Cuccioli ci si intende”, di Annamaria Manzoni, edito da Graphe.it Edizioni. Il libro si interroga sul rapporto tra animali e bambini, mettendo in risalto l'antispecismo innato dei più piccoli e l’educazione fortemente antropocentrica che interrompe questa predisposizione all’empatia e al rispetto verso le altre specie.


La copertina


Ho raggiunto via mail Annamaria Manzoni, per quattro chiacchiere: siamo partiti dal libro, e abbiamo toccato tantissimi argomenti.



GIOVANNI

Ciao Annamaria, ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi dedichi. Le riflessioni che scrivi sono sempre sensibili e profonde, e allo stesso tempo, solide e documentate. Ti chiedo: cosa viene prima, in te? la psicologia o l'amore e l'attenzione per gli animali (e tutti i cuccioli in generale)?



ANNAMARIA

L'attenzione per gli animali mi accompagna da molto prima che riuscissi persino ad averne la consapevolezza. I miei ricordi, fino a dove riesco a risalire nel tempo, sono puntellati da gatti randagi a cui portavo da mangiare, da immagini lancinanti quali quelle di animali che vedevo condotti al macello, dal ricordo dello sconvolgimento dei tir che mi capitava di vedere carichi di maiali o di vitelli sull'autostrada e nelle stazioni di servizio. Empatia, condivisione, senso dell'ingiustizia molto prima che ogni riflessione, psicologica o meno, cominciasse ad accompagnarle. Tutto questo mi aiuta anche a capire profondamente come nei bambini alcune dinamiche possano entrare in gioco in automatico: come quando è possibile alla scuola materna, ma addirittura all'asilo nido, osservare un bambinetto che guarda attonito e dispiaciuto un suo piccolo compagno che piange o che viene sgridato. Non saprà razionalizzare, o almeno verbalizzare, la situazione, ma è perfettamente in grado di cogliere la sofferenza di un altro.



GIOVANNI

In pratica, sarebbe connaturata alla nostra specie, l'empatia nei confronti degli altri esseri viventi. Ho letto che sarebbe una caratteristica ereditata dagli animali, e che nel mondo animale, empatia e collaborazione sono molto più presenti di quel che si creda, addirittura di più dell'aggressività (mi pare Konrad Lorenz abbia teorizzato qualcosa di simile).

In effetti, i bambini, posti di fronte ai cosiddetti quesiti etici che paralizzano gli adulti, non esitano a dare la risposta logica e conseguente, e riescono a smettere comportamenti che nuocciono agli animali in modo netto e istantaneo!

Lo fanno anche tra loro cuccioli umani? E come mai, invece, gli adulti perdono questa preziosa caratteristica?



ANNAMARIA

L'esperienza e l'osservazione spesso precedono gli studi, studi che si susseguono e tra i quali è interessante ricordare, tra le tante, una recentissima ricerca giapponese che dimostra che i bambini sono in grado di provare empatia già all'età di 10 mesi. Ciò significa che la capacità di "mettersi nei panni degli altri", di sentire quello che l'altro prova e sente è una disposizione di certo precocissima, presumibilmente innata. Come tale, ci parla di possibilità in fieri, che poi compiono un percorso diversificato a seconda delle esperienze. Se vogliamo esemplificare in modo che il discorso risulti perfettamente comprensibile, basta riferirsi per esempio alla predisposizione allo sviluppo del linguaggio che possediamo alla nascita: siamo programmati a poter parlare, ma quale lingua poi impareremo è in funzione delle nostre esperienze, che possono portarci a parlare il cinese o il dialetto napoletano, a seconda di dove vivremo, ma anche a non sviluppare lingua alcuna, se ci succede di vivere, come capitò al "ragazzo selvaggio", lontano da un contesto umano.
Sapere che l'empatia è una predisposizione innata è un'informazione che consente di recuperare un minimo di ottimismo sulla nostra specie, che tanto spesso è autrice di performances davvero inaccettabili in tante diverse situazioni. Forse per convinzione profonda, forse per un bisogno fondamentale di imprimere cambiamenti allo stato delle cose, gli studi sull'empatia si vanno moltiplicando, sostenuti non solo da psicologi e filosofi, ma persino da economisti. Un nome per tutti è quello di Jeremy Rifkin, grande autore di “Ecocidio”, che ci parla in un suo fondamentale saggio di Civiltà dell'Empatia.
Come giustamente ricordi, si tratta di una disposizione che appartiene anche al mondo degli altri animali, e non solo di quelli più evoluti che sentiamo a noi vicini, come è il caso delle grandi scimmie, ma anche di animali, quali i topi, che siamo soliti denigrare e lasciare nelle fogne metaforiche della nostra ideale struttura abitativa. E le conoscenze al proposito sono frutto di ricerche di laboratorio ad opera di umani che tutto possono essere tranne che empatici, a differenza dei topi che tormentano per scoprire per l’appunto che, loro sì, sono empatici.
Il percorso di crescita è quanto di più complesso si possa immaginare: i modelli che ci circondano sono quelli che vanno a plasmare i tratti costitutivi della nostra personalità, sempre in movimento e in evoluzione: ad influenzarci è il nostro piccolo mondo, con la famiglia nella quale cresciamo, ma anche il contesto culturale allargato intorno e, negli ultimi decenni, la possibilità di contatto facile e immediato con il mondo intero grazie alla rete: tutti questi input vanno a connettersi e ad interagire con le nostre individuali predisposizioni. I risultati sono quelli incredibilmente complicati che vediamo, dove esistono modelli imperanti a cui tendiamo inevitabilmente ad adattarci, ma fortunatamente anche modelli che vanno in direzione opposta.



GIOVANNI

In direzione contraria era non a caso il titolo di un tuo libro molto interessante. Se non ricordo male, parlavi proprio della possibilità di tener presente e di sviluppare l'empatia. Sono d'accordo con te, quando dici che quel che saranno le nostre potenzialità, dipende tantissimo dalle chance messe a disposizione dal contesto; da un contesto empatico, armonioso, comprensivo (quella che in letteratura zooantropologica si definisce 'base sicura'), si svilupperanno grandi doti di intelligenza emotiva, prosociale, empatica; da contesti violenti, oppressivi e aggressivi, fatti di paura e divieto, avranno forza le reazioni di aggressione, violenza e insensibilità. In un certo senso è anche contro corrente la tua fiducia nelle potenzialità umana, stando a quel che vediamo intorno a noi, il contesto dominante e prevalente, sembrerebbe quello della sopraffazione violenta. Come se avessimo autorealizzato le nostre peggiori profezie e teorie sul mondo, che così si autodimostrano.

Tuttavia, trovo molto giusto non smettere di avere fiducia negli umani; credo anzi che questa fiducia dovrebbe essere - insieme all'empatia verso gli animali torturati - l'altra grande colonna portante delle motivazioni degli animalisti Altrimenti, ho l'impressione che le prospettive sarebbero troppo limitate e il respiro troppo corto.

A volte è compito arduo, specialmente di fronte all'arida arroganza di quegli umani che compiono esperimenti sui topi e che oltretutto compiono un errore grandissimo, di estrapolare comportamenti dati per 'normali' da animali costretti a stress inimmaginabili di un ambiente artificiale e ostile, senza scampo.



Mi ricordo un tuo concetto: che le immagini di animali felici e i racconti che mettono in luce le loro caratteristiche positive (intelligenza, empatia ecc.) toccano di più il cuore.



Annamaria tu scrivi 'performance' e a me viene in mente Roberto Marchesini (su fallacie logiche ho trovato un suo contributo, che ti propongo)



Per finire questa domanda a ruota libera: parli di 'fogne metaforiche' e a me viene in mente il grattacielo di Horkheimer. Ecco, in questo grattacielo (dato per scontato che sarebbe da smantellare), a che piano si trovano i cuccioli?



ANNAMARIA

Giovanni, sottolinei la mia fiducia nelle potenzialità umane: in realtà io mi sento estremamente pessimista, perché la realtà intorno non concede altro. Ma è comunque doveroso prendere atto anche dell'esistenza di parti buone che esistono in noi. È indubbia, per esempio, la grandissima diffusione che, negli ultimi anni, è andata acquisendo una diversa sensibilità nei confronti del mondo degli altri animali. È altresì vero che contestualmente al diffondersi di un'etica del rispetto interspecifico,le cifre del mattatoio quotidiano sono cresciute esponenzialmente. Sappiamo bene che il discorso è complessissimo: volendo farne un'estrema sintesi, credo che l'antropocentrismo (che è alla base di tutto il male che facciamo agli animali) è imperante perché collude con l'egocentrismo imperante; è facile ritenersi la specie depositaria di ogni diritto perché è facile che ognuno consideri se stesso meritevole del meglio. I propri diritti, i propri bisogni, i propri desideri sempre sopra a quelli degli altri. Nonostante tutto questo, per molti di noi l'impegno in favore degli altri animali è ragione di vita: se riuscissimo davvero a renderci conto della portata grandiosa di un movimento di liberazione, e lavorassimo per la costruzione di un fronte comune, che trovasse anche nel senso dell'appartenenza una forza propulsiva, molti risultati potrebbero essere raggiunti. La realtà è comunque sempre in movimento: l'unica chance che mi pare di intravedere è che ognuno di noi sia consapevole del ruolo che, se vuole, può rivestire, determinando un peso diverso in favore degli animali. Personalmente penso che sia importante sostenere gli sforzi di chiunque: di chi va a manifestare, di chi raccoglie cani randagi, di chi libera un singolo animale, di chi fa denunce, di chi cerca di fare educazione nelle scuole, di chi scrive, di chi parla. Sono frammenti di un grande lavoro che ha bisogno delle competenze di ognuno di noi. E sarebbe fondamentale che ognuno di noi sentisse intorno il sostegno degli altri. Per altro se l'egocentrismo non ci abbandona, anche questo può essere trasformato in spinta: ognuno di noi deve almeno cercare di dare un senso alla propria vita. Fosse solo per questo, c'è così tanto da fare intorno che il modo per darlo, questo senso, ce l'abbiamo a portata di mano.
Ritornando al discorso da cui siamo partiti, vale a dire che ...tra cuccioli ci si intende, osservare il rapporto tra i bambini e gli animali è esperienza davvero arricchente: sì, le immagini felici sono l'altra parte della realtà, quella a cui diamo poco peso, che sembra sempre scontata, ma che va recuperata. Vedere la gioia reciproca di cuccioli umani e non umani nel giocare tra di loro ci porta alle origini, della nostra specie e della nostra vita individuale, che non è persa, ma è dentro di noi. In rete è facile trovare filmati di questo genere, che non a caso sono supercliccati: la reazione speculare alla visione è quella del sorriso: si movimentano alcune parti nostre, quelle sensibili, vengono toccati i tasti della tenerezza e della semplicità. Sta a noi poi decidere che si tratta solo di momenti privi di importanza o invece di possibilità da espandere. Sta a noi decidere quale è il mondo che vogliamo. Citi il grattacielo di Horkeimer; che la sua fine dovrebbe essere l’abbattimento, lo dici tu stesso. Per successive associazioni, mi compare alla mente l'immagine finale di “Lebanon”, film claustrofobico girato all'interno di un carro armato in cui succede il peggio e da cui la visuale è tutta sull'orrore della violenza bellica. Alla fine, quando i sopravvissuti escono da quello che è al tempo stesso rifugio e luogo di distruzione, quello che vedono fuori è un campo di girasoli, sotto un sole estivo. La bellezza e l'esplosione della natura sopravvivono e a volte se ne fregano del disastro che fanno gli uomini. Se gli uomini dovessero per caso capire che con quella natura e per quella natura è possibile vivere in pace...



GIOVANNI

Metti sul tavolo moltissimi argomenti e riflessioni importanti, e non si poteva non sfiorare il nodo cruciale di 'che cosa è' l'animalismo, dal momento che la costellazione animalista è quanto di più variegato e anche internamente diversificato. Se queste diversità diventeranno risorsa oppure ostacolo, dipenderà da chi agisce - e da quali spinte lo muovono. Ma qui mi fermo, altrimenti andiamo davvero troppo lontano dall'obiettivo di questa nostra chiacchierata. Ho però una sensazione: che quel che dovrebbe sostenerci, sia un certo qual senso di 'leggerezza' (l'insostenibile leggerezza dell'essere?), cioè la capacità, non di tutti, di saper fare le cose-per-loro in modo comunque pur sempre sereno, equilibrato, accogliente, anche nei confronti di chi è estraneo a questi pensieri (perché, non si sa mai, potrebbe cambiare idea...).



Molto intenso“Lebanon”, ricordo la scena in cui uno dei capi descrive al prigioniero il destino di torture e umiliazioni che lo aspetterà di lì a breve, ed è una scena agghiacciante, che espone la forza delle parole - anche se qui usate per far del male.



Vengo dunque alle parole del tuo libro, che sta per uscire. Mi farebbe piacere se tu volessi anticipare qualcosa in proposito. Perché è nato questo libro? E come si pone in relazione ai tuoi precedenti libri?



ANNAMARIA

È un piccolo libro che vorrebbe essere l'inizio di qualche riflessione più profonda e che mi piacerebbe tanto potesse arrivare al di fuori del mondo di chi di animali si occupa tanto. Sono pensieri che sottolineano come la naturale predisposizione dei bambini nei confronti degli animali sia una condizione da tenere presente nel suo significato più profondo: gli adulti lo fanno in qualche modo inconsapevolmente perché circondano il mondo dell'infanzia di immagini del mondo animale: sanno per certo che i bambini lo apprezzeranno e incentivano questa loro disposizione. 
È però come se le riflessioni del mondo adulto si fermassero lì, non scalfissero la superficie di ciò che è carino notare e bello assecondare, ma solo e soltanto fino al punto in cui nessuna modificazione di abitudini, alimentari e non, venisse richiesta. Non posso scordare una festa organizzata dal WWF in campagna, con una mucca e il suo vitellino nel prato, oggetto del desiderio dei tanti bambini intorno e dei gridolini entusiastici dei genitori: guarda, guarda come sono belli! Di fianco... il posto di ristoro con ragù di carne. Per non parlare di tutti gli accessori da cameretta con immagini di variegatissimi tipi di animali, tra cui l'elefantino da circo seduto sullo sgabello. Che ci si ponga una domanda del tipo: "ma che ci fa lì?" è davvero troppo pretenzioso aspettarselo?
Non solo: sono ancora gli adulti a usare i bambini nelle pubblicità di prodotti animali: operazione davvero inaccettabile perché i bambini, se sapessero come quei prodotti vengono ottenuti, sarebbero presumibilmente preda di disperazione.
Si tratta di tanti meccanismi che nel loro insieme, passo dopo passo, strutturano nei bambini un'idea del nostro rapporto con gli animali che è quella vigente ed imperante: mi piaci da morire, non ti farei mai del male, ma è "normale" che io ti mangi. È insomma l'ingresso guidato dagli adulti nella cultura "carnista" tipica di questo mondo. Sono per altro convinta che molti degli adulti non siano neppure consapevoli delle dinamiche che sostengono con i loro comportamenti, tanto spesso automatici, privi di un pensiero strutturato. Ecco: mi piacerebbe che queste riflessioni servissero almeno a rendere più agevole la decodificazione di tanti comportamenti e delle loro implicazioni. È vero che gran parte della violenza di questo mondo non è frutto di cattiveria, ma solo di abitudini, di superficialità, di conformismo: magari, chissà, pensarci un po' sopra può aiutare a decidere che l'unico dei mondi possibili non è quello in corso d'opera, non è quello che viviamo, ma è quello che possiamo aiutare a nascere. Evitando la grande colpa di trasformare l'atteggiamento amicale dei bambini nei confronti degli animali in indifferenza prima e complicità nel male poi.
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