lunedì 31 marzo 2014

Fotofinish: zoomafia

Fonte: Internet, a disposizione per segnalazione credits

Sulle pagine di VEGAGENDA 2014, scrive Ciro Troiano (responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV) che "è paradossale come questo mutamento [quello introdotto dalla  L.189/2004, N.d.B.] sia stato colto prima negli ambienti criminali che in quelli animalisti [...]".
Racconta, poco sotto, il caso di una intercettazione telefonica  della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (di cui Troiano era consulente), nell'ambito dell'operazione 'Fox', nella quale due pregiudicati coinvolti nei combattimenti tra cani e scommesse clandestine, successivamente arrestati, "manifestavano una sentita preoccupazione per l'entrata in vigore della nuova normativa".
Continua più avanti, Troiano, scrivendo che "da quel giorno la fenomenologia dei combattimenti è cambiata, è iniziata la strategia dell'immersione, si è affinato il modus operandi, sono mutati gli scenari". Poche righe dopo: "Il fenomeno zoomafioso è multiforme, si innesta in ambiti diversi e coinvolge animali di tutte le specie, e per contrastarlo occorrono strategie investigative innovative".

Alla zoomafia si ispira questo libriccino, intitolato "Fotofinish", scritto a sei mani da tre giornalisti che vivono e lavorano a Palermo.
Il libro è piccolo nelle dimensioni, ma ancor più intenso nei contenuti. Si legge d'un fiato, con sentimenti contrastanti ed emozioni che si alternano: adotta infatti i ritmi e gli stili di molti 'gialli' e thriller contemporanei, che immergono il lettore nella realtà criminale, col suo gergo, le sue usanze, le sue ferocie. Per inciso, quando Troiano, sempre in VEGAGENDA, riporta le battute dei due pregiudicati, si ritaglia, quasi, e ci concede, un frammento di simil-thriller: "Ora dobbiamo stare attenti, stanno facendo sul serio" (sembra di sentirli, io me li immagino in qualche stanza clandestina dei combattimenti, in un pulviscolo sospeso di polveri calcinate dal sole).
A proposito delle strategie investigative innovative, Troiano non può scrivere nulla (lo spazio in una agenda è ridottissimo, permette solo l'accenno all'esistenza di un problema). Alcune organizzazioni antimafia, effettivamente, hanno messo in essere delle strategie innovative di lotta alla mafia, mi viene quindi la curiosità di scoprire se possono essere adottate anche per contrastare la zoomafia, e se di questo problema, le organizzazioni antimafia, si occupano o lo lasciano ai margini.

Queste considerazioni, che magari meritano approfondimenti, sfociano dalla lettura dei tre racconti nel libro.
Tre 'prese dirette' di crimini in svolgimento, dove le vittime sono specialmente i cavalli, coinvolti e sfruttati nelle corse clandestine, legate alle scommesse. E sono anche alcuni umani, a riprova che la logica oppressiva e violenta a suo modo non fa distinzioni tra diverse debolezze o marginalità: gli individui marginali e fatti oggetto di violenza, sono indifferentemente cavalli, ragazzi, minorati, derelitti. Ogni volta che, per qualsiasi motivo, diventano di ostacolo al tranquillo proseguire del business imperniato sullo sfruttamento spietato, vengono uccisi.

Nel primo racconto di Giacomo Cacciatore, ci sono una cavalla, chiamata Passione, un fantino tredicenne, un cavallaro fallito soprannominato Scaduto, e Lo Nigro, il padrone mafioso.
Se il ragazzino è ancora coraggioso di ideali e di passioni e quasi non si rende conto di dove si trova, Scaduto è invece all'ultimo stadio di un'abiezione di una vita fallita e spesa in mezzo all'ambiente delle corse clandestine, dove i cavalli si devono 'stancare', dove si usano le medicine e le droghe, dove ai cavalli lenti e non redditizi, i cavalli troppo deboli o debilitati o vecchi, che 'fanno i capricci' perché hanno paura e si ribellano alla violenza, si spara un colpo di fucile quando passa 'il camion grosso' che copre il rumore. Lo Nigro esordisce gridando "Saluti appassionati ai cavaddi mosci e ai cavaddi sbrugghiadi", sembra gioviale, conosce solo quello che gli serve sapere per il suo business, distribuisce droghe, ordini e punizioni con un unico scopo, sembra buffo e invece è violento, crudele e spietato. Solo Passione rimane pura dall'inizio alla fine, vittima annunciata in una situazione che non ha nessuna via di uscita. Passione ama il ragazzo, perché "profuma di dolcezza che svapora", ma nel suo mondo che si è ridotto a un cerchio di fango e a fieno vecchio e puzzolente, non c'è spazio per la dolcezza di viversi insieme perché ci si è incontrati e scelti. Alla fine, dopo che il mondo ti si è rovesciato addosso, non ti rimane che un fotofinish stampato al contrario.

Nel racconto di Gery Palazzotto, ancora un triangolo umano, ancora un cavallo al suo centro, incolpevole causa di ogni successivo drammatico sviluppo, fino alla tragedia, ancora un giovane che brama la fine della violenza vile e mafiosa e si ribella, con coraggio, persino al padre, il quale sembra capace di nascondere addirittura a se stesso l'ipocrisia viscida e avida dei suoi comportamenti. Tradimenti, bugie, maschilismo, sotterfugi, vendette, e una presa di coscienza sull'onda dell'amore: "le corse clandestine di cavalli sono contro la legge, papà. La violenza sugli animali è contro la legge, papà. La mafia, che gestisce queste scommesse, è contro la legge, papà. Tu sei contro la legge, io sono contro di te, papà".

Il terzo racconto, di Valentina Gebbia, sembra parafrasare nel titolo il romanzo di Philip Dick che ispirò Blade Runner ("Gli androidi sognano pecore elettriche?"), ma in questo caso la domanda: "Anche i cavalli sognano?", non è un nonsense, una discontinuità linguistica pensata per disorientare e riorientare l'attenzione del lettore. Si tratta infatti del pensiero del primo dei due protagonisti, il giovane umano di nome Angelo, la cui capacità di comprendere la realtà è limitata, la sua mente è quella di un bambino. Angelo non è capace di vedere le brutture di quelli che si chiamano adulti, ma sa sognare e credere in un mondo privo di ogni cattiveria, anche se non è capace di agire per farlo diventare realtà.  L'altro protagonista è il cavallo, il bellissimo Re Ruggero, che viene rapito per gareggiare nei circuiti clandestini controllati dalla mafia. Come in un racconto di London, entriamo nei pensieri e nel cuore di Re Ruggero, in alcuni dei passaggi più belli di tutto il libro, dove finalmente si intravede un consapevole tentativo di empatizzare col punto di vista del cavallo. Re Ruggero affronta con coraggio le gare, le ferite, il dolore, la fatica, in cuor suo non dimentica mai il suo Angelo, al quale è legato da grande profondo affetto. Angelo gli manca, ne ha nostalgia, gli mancano le sue carezze: "Se si concentrava sulla brezza leggera e guardava i ritagli di cielo da sotto le fronde, poteva credere di essere ancora tra gli alberi del giardino di Angelo". E poi: "Angelo non gli pesava mai sulla schiena. Nelle lunghe passeggiate insieme, loro erano un corpo solo che si muoveva in armonia. E come erano delicate le carezze di Angelo... Immaginò che le sua mani passassero come un balsamo sulle bruciature che sentiva, sul muso che gli doleva tanto da togliergli la fame, sul fianco, sul collo che doveva muovere piano per non sentire troppo dolore. Chissà se Angelo sapeva di lui, chissà perché quegli individui lo avevano portato via da casa sua. Uno di loro lo conosceva già. Lo conosceva bene. Era l'uomo che portava la paglia, che si occupava di lui e puliva la stalla. Sembrava un amico del suo cavaliere. Forse per questa ragione Angelo non era accorso al nitrito, a quel richiamo che gli aveva lanciato mentre lo portavano via. Ma forse questa era la sorte di tutte le bestie: crescere e poi correre e poi morire, un giorno". La morte aleggia ovunque, davanti agli occhi di Angelo, che non la riconosce e la scambia per qualche cosa di altro di gentile e premuroso verso i cavalli vecchietti che non corrono più; aleggia al naso e alla memoria di Re Ruggero, che va incontro al suo destino col cuore che gli scoppia di gioia. Il destino dei due innocenti scorre adesso parallelo, e si riunifica solo alla fine. Un finale 'bello', in un certo senso (se bellezza a volte può far rima con amarezza), ma non lieto, né giusto.

Nei racconti, l'invenzione getta luce su realtà crude e crudeli, su droghe e fruste e scommesse e ricatti e violenze; su corpi feriti e violentati, su esecuzioni. Lo fa meglio di ogni statistica.
Dopo i racconti, tuttavia, vengono esposti anche i fatti, con una breve postfazione di Antonio Pergolizzi, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. "Le corse clandestine di cavalli sono l'ultima frontiera dell'ecomafia". Un affare dai fatturati impressionanti, gestito dalle organizzazioni criminali più efferate, e condotto sulla pelle dei cavalli, con continue sevizie e maltrattamenti di ogni genere. Scommesse, doping, macellazioni clandestine, "un vero e proprio 'ciclo illegale del cavallo'", così lo definisce Pergolizzi, che più oltre scrive che "sull'affare dei cavalli si stringono alleanze strategiche fra organizzazioni criminali normalmente in conflitto tra loro".
 


Copertina del libro "Fotofinish", Einaudi

FOTOFINSH
GIACOMO CACCIATORE
VALENTINA GEBBIA
GERY PALAZZOTTO
2011, GIULIO EINAUDI EDITORE, TORINO
PAG.135, € 10.00

giovedì 27 marzo 2014

Caro Amico ti scrivo - Intervista a Valentina Maselli

Fonte: http://altretracce.com/unopiuunougualeinfinito/




Questa è stata una intervista molto rapida - e molto bella -  da immaginare, preparare e infine raccogliere. Con grande soddisfazione. Le risposte di Valentina Maselli sono così belle che, mentre le leggevo, mi è venuta l'idea di tentare un modo diverso di presentare l'intervista... cioè, tralasciando di scrivere le domande! Che in questo modo rimangono solanto nella mente di Valentina e mia, per poi lasciare - così mi piace immaginare -  lo spazio - in parte - anche alle domande interiori di Valentina mentre risponde alle mie. Perciò, questa volta mi metto più che mai sullo sfondo - o ancora meglio, visto il contesto, in fondo al teatro, in platea, ad assistere al racconto di Valentina e del suo mondo, il Teatro.


(Intervista raccolta tramite domande e risposte via email)

Valeria Maselli

Da bambina volevo fare la ballerina. Poi è successo che un ortopedico mi vietò la danza per via di una presunta scoliosi che di fatto non ho mai avuto. Successe così che non potendo frequentare scuole di danza giocavo a “fare la ballerina” e scoprì un gusto tutto particolare nell’inventarsi mondi (cosa che fanno costantemente i bambini) e nel “fare finta che”. Così è venuto tutto in maniera molto naturale, recitavo senza saperlo. Spesso creavo piccoli spettacolini per la famiglia e quando alle superiori ci fu la possibilità di frequentare un corso di teatro mi ci buttai a capofitto. Dalla prima lezione sapevo che avrei voluto far l’attrice. E poi ho continuato gli studi di recitazione seguendo strade canoniche e non. La regia è venuta col tempo, quando ho capito che mi interessava di più dare voce e corpo ad un mio immaginario che non prestarmi a quello altrui. 

 
AltreTracce nasce nel 2011 quando la necessità di cui sopra si è fatta prepotente. Avevo bisogno di uno “spazio” che fosse mio e nel quale potessi liberare l’immaginazione. In quest’avventura si sono imbarcati con me Luigi Caramia, organizzatore teatrale e della mia mente confusionaria (supporto senza il quale questa compagnia non vivrebbe un secondo) e Daniele Vigor Bianchi in arte Dj Vigor, che si è sempre occupato della parte musicale dei miei spettacoli. La musica è fondamentale nelle mie regie, è parte integrante della drammaturgia e non solo commento all’azione o di atmosfera. Ho scoperto che un dj, e in particolare Vigor, può fare molto in questo senso. Il nome sta ad indicare la voglia di percorrere percorsi altri, alternativi e, se possibile, di lasciare una traccia.

Teatro sperimentale è una definizione sulla quale mi interrogo continuamente. Se devo dirla tutta non vuol dire molto. Il teatro è sempre sperimentale, è sempre di ricerca. È sempre un’indagine, una sperimentazione appunto, di qualcosa di nuovo, quanto meno per gli individui che la mettono in atto. Abbiamo deciso di accostare questa parolina “sperimentazione” a “compagnia teatrale” perché purtroppo oggi c’è ancora un equivoco intorno al teatro. Poca gente ci va e noi crediamo molto sia dovuto ad un immaginario falsato dello stesso. Ancora si pensa al teatro come ad una cosa noiosa, con signori declamanti con un teschio in mano. Ma molto è successo e, come tutte le forme d’arte, anche il teatro si è evoluto, è contemporaneo.


Un momento dello spettacolo"L'uomo è un'occasione mancata - bisogna recuperarla in giornata"


Ne “l’uomo è un’occasione mancata – bisogna recuperarla in giornata” (questo il titolo per esteso) affronto uno dei temi a me più cari, ossia il sogno. Il sogno inteso sia come quell’esperienza che la nostra mente (e il nostro corpo?) fanno di notte che quello da raggiungere nella vita, quello ad occhi aperti. Il protagonista è un uomo che non si è dato di diventare ciò che voleva da bambino, che non ci ha neppure provato, e che nella gabbia della quotidianità a poco a poco muore, perdendo speranza e fiducia. Vive un giorno dopo l’altro sempre nello stesso modo, in maniera sempre più frenetica. L’unico spazio di fuga è il sogno notturno dove incontra un angelo. Angelo che di fatto gli sta accanto anche nel giorno, ma che lui non è in grado di vedere. Nei sogni i due si incontrano e si innamorano e per amore l’angelo decide di “cadere”, di farsi umano. Si tratta di una scelta. La scelta implica sempre una perdita. È una perdita per entrambi. 

Un momento dello spettacolo "L'uomo è un'occasione mancata - bisogna recuperarla in giornata"

Nello spettacolo non si dirà se i due si incontreranno o meno, ma quello che possiamo vedere negli ultimi minuti è come il loro incontro abbia cambiato entrambi, portandoli a scoprire o a ri-scoprire la vita e la sua bellezza.


Un momento dello spettacolo "Montedidio"


Montedidio è stato un viaggio bellissimo. Le parole di Erri De Luca hanno un fortissimo potere evocativo. Ed è esattamente quello di cui ha bisogno il teatro. La riduzione teatrale è stata tutt’altro che semplice, i temi trattati sono molto forti e difficili da rendere sulla scena. È un testo che parla di crescita, di separazione, di metamorfosi . Ma è stata una sfida interessante, ci siamo fatti trasportare dalle immagini e abbiamo scoperto possibilità che non sospettavamo.


"Come bambini"


1+1=infinito sicuramente trova un collegamento in "...come bambini", l'altro progetto di Altre Tracce che chiede al pubblico di diventare in qualche modo autore dello spettacolo. In questo senso possiamo parlare di drammaturgia popolare. In "...come bambini", che ha appena concluso la terza edizione, chiediamo agli adulti (non ai bambini!) di tornare un po' indietro nel tempo, a quando credevano in Babbo Natale e pensavano che tutto fosse possibile.

"Come bambini"


Chiediamo di provare a ritrovare quell'antica fiducia e di scrivergli una lettera e, in qualche modo, ricontattare i loro sogni e desideri. Siamo stati destinatari di centinaia di lettere, ognuna diversa, molte toccanti, spesso molto personali. Abbiamo scoperto che le persone ricercano quella magia di bambini e hanno ancora voglia di sognare nonostante tutto.  E' stata un'esperienza così forte in questi tre anni che abbiamo deciso di ripetere l'esperimento.

Un momento dello spettacolo "Come bammbini"


Questa volta il tema è completamente diverso, ma la formula non cambia. Chiediamo che sia il pubblico ad indicarci la strada della messa in scena, a suggerirci immmagini, suggestioni e temi.

Logo di !1+1=infinito"


Ho due splendidi cani, che mi hanno cambiata moltissimo nel tempo e che mi hanno mostrato angolature nuove da cui osservare il mondo e le persone, da questa mi esperienza è nata l'idea di affrontare un tema apparentemente così lontano dal teatro. L'incontro con Luca Spennacchio è avvenuto come tutte le cose importanti della vita: per caso. Convinta dal fidanzato, sono andata ad una sua conferenza. Le sue parole mi hanno aperto mondi e prospettive nuove. Per giorni ho riflettuto su quanto ci aveva raccontato durante la conferenza.  Per fortuna, nell'era di internet non è troppo difficile contattarsi. Gli raccontai la mia intenzione, semplicemente chiedendogli spunti o materiale. Dopo pochissime ore mi ricontattò dicendomi che era interessato a collaborare. A dirla tutta, è stata un'idea di Luca, venendo a conoscenza del progetto "...come bambini", di rilanciare la sfida per questo progetto.
Siamo molto fiduciosi, non sappiamo ancora dove ci porterà tutto ciò, ma siamo già destinatari di molte lettere e speriamo che molte altre ne arrivino. Sarà un viaggio avventuroso e sorprendente, lo è già.








martedì 25 marzo 2014

Mondi infiniti intorno al Cane - Intervista a Luca Spennacchio



  
Luca al lavoro - foto di Samantha Danieli, courtesy from Luca Spennacchio
Non vedevo l'ora di intervistare Luca Spennacchio, che incontrai per la prima volta mi pare intorno al 2008, in occasione di una conferenza, esperienza che poi ho ripetuto in tutte le occasioni che son riuscito a cogliere, con grande piacere.Sentire parlare Luca Spennacchio di cani e di umani è infatti un 'qualcosa' che vale sempre la pena, è emozionante e istruttiva al tempo stesso: dopo,  non potrete pensare ai cani nello stesso modo di prima. Anche leggere le sue parole fa lo stesso effetto! (Luca è anche autore di uno splendido libro di racconti che narrano storie di uomini e di cani insieme). Buona lettura! (PS, le sottolineature all'interno delle risposte, sono mie).

LUCA, TU SEI FOTOGRAFO, SCRITTORE, EDUCATORE, DIVULGATORE. CHI E' VENUTO PRIMA DI QUESTI LUCA COSI' CREATIVI E COMUNQUE SEMPRE ORIENTATI ALL'ANIMALE, SPECIALMENTE AL CANE?

Prima di tutto è arrivata la passione per i cani, e devo ringraziare mio padre per questo, non tanto perché lui sia mai stato un esperto, nel senso stretto della parola, ma perché fin da quando ero piccolo mi raccontava con grande affetto dei cani di cui si era occupato nella sua infanzia. Sono cresciuto con questi cani “mitici” negli occhi. In realtà la mia passione per gli animali più in generale risale ad un tempo di cui io  stesso non ho memoria. Mia madre mi racconta di quando all’età di due o tre anni, e non sapevo ancora parlare molto bene, mi misi ad inveire furioso contro un cacciatore dopo aver sentito uno sparo in lontananza nelle campagne. Farfugliavo con rabbia qualcosa sul fatto che uccideva gli uccellini.
Comunque, all’età di tredici anni, grazie all’incontro con un cane, io venni a conoscenza dell’esistenza dei canili. Abitavo allora nella bassa  bergamasca e a pochi chilometri da casa mia ve ne era uno. Inizia così la mia storia con i cani. Il giorno che vi entrai per la prima volta, si può dire, ha segnato tutta la mia vita futura, sia come persona che come professionista.
La scrittura e la fotografia sono altri canali di comunicazione verso i quali mi sento attratto e mi consentono di portare avanti un certo discorso. Completano il mio bisogno di condivisione e comunicazione in forme differenti dal fare una lezione ad un corso o tenere una conferenza, che sono il mio principale lavoro da quindici anni a questa parte.


CANI E UMANI, SI PUO' DIRE CHE SI SIANO FORMATI INSIEME, IN UN MUTUO RAPPORTO DI SIMBIOSI CHE RISALE AI PERIODI DEL NEOLITICO (CORREGGIMI SE SBAGLIO). NELLA NOSTRA SOCIETA', TUTTAVIA, QUESTA SIMBIOSI SEMBRA PERDUTA, DIMENTICATA. FACCIO ANCHE L'IPOTESI CHE DA PARTE DEGLI UMANI CI SIA UNA VOLONTARIA RIMOZIONE DI QUESTA STRETTA VICINANZA, PERCHE' PONE DI FRONTE A DOVERI  E A MODI DI RELAZIONARSI CON L'INTERA ANIMALITA', A PARTIRE DAL CANE, CHE FORSE AI PIU' FA PAURA, PER QUEL CHE IMPLICA. COSA NE PENSI? 

Questa domanda richiederebbe una risposta molto lunga. Cominciamo col dire che la strada che vede uomo e cane affiancati inizia molte migliaia di anni prima del neolitico, 10, 12mila anni fa. Da studi di comparazione del mtDNA (mt sta per mitocondriale) di cani moderni e lupi grigi (i progenitori unici del cane domestico) le equipe del dott. Vilà e del dott. Wayne, genetisti statunitensi, hanno rilevato che la separazione tra questi due animali risale a ben 100/130mila anni fa, praticamente all’alba della nostra stessa specie.Ora, se il cane è il frutto dell’incontro tra lupo e uomo - e dico ‘se’ perché per quanto ne sappiamo l’uomo potrebbe aver incontrato già il cane e non domesticato il lupo -, ciò significa che non è mai esistita umanità così come la conosciamo che abbia vissuto senza il cane.
Ma veniamo alla seconda parte della domanda relativa alla società odierna e al rapporto con il cane. Posso azzardare che i motivi per cui all’apparenza la società abbia preso una deriva zoointollerante e/o zoofobica siano molto recenti e originino dalla scarsa consuetudine alla vita con gli animali stessi. Ciò che non è consueto è sconosciuto; ciò che è sconosciuto rende nervosi, preoccupati e ci può spaventare. Inoltre, una scarsa socializzazione con gli animali altri da noi ci rende per lo più impacciati negli approcci, rigidi e poco disponibili al ‘dialogo’ con l’altro.
Però c’è da dire che nella storia dell’umanità non ci sono mai stati così tanti cani come ce ne sono oggi. Ovviamente questo ha dei pro e dei contro, ma guardando con l’occhio di un etologo non si può dire altro che la specie Canis familiaris sia una specie di grande successo, per esempio rispetto al Canis lupus, suo progenitore, che invece è sempre sull’orlo dell’estinzione, principalmente a causa dell’uomo, ovviamente. Se ora volessimo affrontare invece la questione lasciata in sospeso, e cioè il perché di questa scarsa consuetudine con gli animali, dovremmo affrontare un ambito culturale molto vasto e riflettere sui drastici e rapidissimi cambiamenti avvenuti nella nostra società occidentale negli ultimi anni: parlo di economia, industrializzazione, consumismo e frenesia del quotidiano che, in modo molto allarmante, hanno reso, al giorno d’oggi, complicato persino crescere un figlio. Non abbiamo il tempo nemmeno per noi stessi, figuriamoci per un cane.


PARLIAMO DEL TUO PROGETTO DEI RITRATTI ITALIANI: CANI E I LORO UMANI INSIEME. INNANZITUTTO, QUALI LE SUE FINALITA' IMMEDIATE? E GLI SCOPI OPERATIVI? CI SONO DEI COLLABORATORI? CI SARANNO DEI BENEFICIARI? 

Il mio è un progetto che ha avuto inizio l’anno scorso e probabilmente durerà per molto tempo ancora. Nelle mie intenzione infatti c’è di continuare a fotografare persone e cani, compagni di specie differenti, per testimoniare e documentare la relazione che, iniziata molte migliaia di anni fa, esiste e persiste tutt’oggi.
Il primo beneficiario di questo progetto sono io stesso. Con il mio lavoro sono spesso a contatto con ambienti molto provanti dal punto di vista emotivo, sopratutto quando ci si scontra con rigidità culturali che sono spesso fonte di sofferenza per i cani. Le persone che vogliono essere ritratte da me con il loro compagno canino testimoniano  l’importanza della loro relazione. Sono orgogliosi di mostrarsi al fianco dei loro beniamini ed è palpabile, almeno per me, l’energia positiva che c’è tra loro, per lo meno in quel momento. Momento che io voglio congelare nel tempo con uno scatto fotografico. Cerco di rendere una testimonianza di questa storia magnifica che lega in quel preciso istante due individui di specie così diversa i cui antenati hanno camminato per secoli e secoli nel mondo. Io ho bisogno di quella energia positiva e così, di fatto, colleziono questi istanti. Chiedo alle persone davanti all’obbiettivo di non sorridere, di essere seri o quantomeno avere un’espressione neutra, e lo faccio perché la relazione con il tuo cane è qualcosa di veramente importante e serio e perché il progetto, in qualche modo, vuole anche essere una denuncia contro il maltrattamento e l’abbandono.
Obbiettivo del progetto è creare interesse verso i cani in generale ma ancor più verso quelli che aspettano nei canili una nuova famiglia, infatti la maggior parte delle sessioni di shooting organizzate fino ad ora si sono svolte  all’interno di canili o centri affiliati ad essi. Ciò ha consentito di raccogliere offerte per la struttura che di volta in volta mi ha ospitato in cambio di stampe fotografiche, ma non solo. L’evento è in sé un potenziale catalizzatore di attenzione in favore dei canili, sia nella giornata stessa di scatti fotografici, che in seguito, attraverso i social network dove pubblico le foto scattate (per es su Facebook.).
La mia intenzione è anche di riuscire a fare di tutto ciò un libro fotografico messo in vendita per poi finanziare progetti nei canili e altre iniziative culturali, ma per ora questo passo non è molto vicino né di facile realizzazione.

Attualmente per questo progetto non ho collaboratori fissi. Mi avvalgo di colleghi educatori cinofili, oppure di assistenti improvvisati che si rendono disponibili con entusiasmo in loco per darmi una mano nel gestire la sessione fotografica, che sovente si rivela essere molto faticosa ed impegnativa un po’ per tutti. Quindi approfitto qui per ringraziare tutti quelli che mi hanno sostenuto, e mi sosterranno, nel progetto.


DA QUALI INTERROGATIVI O OSSERVAZIONI E' NATO IL PROGETTO? NOI GUARDIAMO GLI ANIMALI, I CANI. MA I CANI GUARDANO NOI, RISPONDONO AI NOSTRI SGUARDI, MA FANNO ANCHE DI PIU': CI PONGONO DOMANDE, FANNO RICHIESTE, TENTANO UN DIALOGO, UN RAPPORTO. COME APPARE TUTTO CIO' SUL SET FOTOGRAFICO E PIU' IN GENERALE CHE COSA NE PENSI?

LA TUA CREATIVITA' TROVA UNA ISPIRAZIONE PORTENTOSA DALLA VICINANZA COI CANI. PENSO INNANZITUTTO AI TUOI POETICI RACCONTI, MOLTO EVOCATIVI. TU SPESSO DICI CHE VIVERE CON UNO O PIU' CANI, CAMBIA LA VITA, IN MEGLIO. CI SPIEGHI COME? 

Spesso dico che vivere con un cane, o più, cambia la vita… non necessariamente in meglio. Mi spiego. Se una persona intende adottare/comprare un cane deve essere anche disposta a cambiare qualcosa nella sua vita. Deve sapere che la sua vita non potrà più essere come prima. Si cambia in meglio quando si accetta la nuova sfida che la vita con il cane ci pone davanti. Cambia in peggio quando non vi è alcuna disposizione a cambiare qualcosa nella propria esistenza. Ciò si traduce in problemi che presto divengono insormontabili - almeno per colui che li vive direttamente - e l’epilogo è spesso tragico, sopratutto per il cane. Questo accade a circa trecentocinquantamila cani l’anno. E’ una considerazione lapalissiana, ma: vivere con un cane non è come vivere senza un cane.
Quando invece ci si apre e si accetta l’avventura le possibilità di sviluppo sono realmente infinite, ecco perché il mio libro si intitola “Uno+uno=infinito”. Potrei raccontare migliaia di storie di persone che hanno stravolto la loro vita seguendo le sfide proposte loro dai loro compagni a quattro zampe. Per esempio, la maggior parte delle persone che decidono di affrontare un percorso formativo come una scuola per educatori cinofili prima di avere un cane non sapevano nemmeno che esistesse un mondo di conoscenze, di studio, di divertimento intorno al cane stesso. Non pensavano mai che un giorno sarebbero diventati dei professionisti della relazione con il cane. Tutto è iniziato con un cane, magari trovato per strada durante una vacanza all’estero. Ma, veramente, gli esempi potrebbero essere infiniti.
Il bello è che non si può affatto sapere prima dove ti porterà una nuova relazione. L’esito non è affatto prevedibile. Moltissime persone commettono l’errore di prendere un cane decisi a fare un certo percorso a tutti costi, un po’ come prendere una moto per andare a fare le gare nel Moto GP. Ma il cane è un individuo, non una cosa, non è un modello di macchina al quale puoi a-priori assegnare un destino. Molti però lo fanno. La maggior parte di coloro che commettono questo errore non entrano mai in relazione con il cane. La relazione è di fatto un dialogo, cioè uno scambio tra due individui a livello profondo, quello che fanno queste persone è, essenzialmente, un monologo. Non ascoltano. Non vedono. Sanno solo quello che vogliono loro stessi. L’illusione che tutto vada veramente bene può durare anche per tutta la vita del cane. Quando invece non dura - l’illusione, intendo - c’è la delusione. E allora ecco lo scaricare le colpe sul cane, magari perché si pensa essere un ‘modello’ sbagliato di cane per fare quello che si voleva fare; oppure che sia il ‘modello’ giusto che però funziona male. Ha qualche ‘difetto di fabbrica’ e non ci consente di raggiungere la vetta delle nostre aspirazioni. In tal caso non vi è nessun cambiamento, ma solo una tragica convivenza che porta ad una tragica fine.
L’uomo ha il dono di avere una grande intelligenza che lo rende capace di fare infinite scoperte imparando dal mondo che lo circonda. Ha la possibilità di scoprire aspetti del mondo guardando attraverso i sensi di un compagno diverso da sé, che altrimenti non potrebbe mai scorgere. Tutto ciò sta alla base della grande creatività dell’uomo, e il cane è uno sprone continuo a tutto questo.
Quando entriamo veramente in relazione con i cani comprendiamo che hanno più cose loro da dire a noi riguardo al mondo di quante noi si possa dirne loro. Ci basta solo ascoltarli e vedere dove ci possono portare, ma tutto ciò richiede di mettersi in gioco, di sforzarsi un po’, per uscire da una naturale visione antropocentrica del mondo.


PER FINIRE, HAI PROGETTI FUTURI? TI VA DI ACCENNARLI?  
Progetti ne ho molti. In questo momento sto scrivendo due libri, di cui però per ora non voglio parlarne molto. Mi limito a dire che uno è un testo tendenzialmente ‘tecnico’, diciamo pure un manuale relativo al mio lavoro con i cani. L’altro è invece un progetto più ambizioso. E’ un libro che racconta una storia vera, la storia di una fantastica relazione di una persona con un cane che la cambiò profondamente, senza dubbio salvandole la vita in molteplici modi. Il primo libro sarà terminato tra non molto, l’altro è un discorso diverso. Scrivere un romanzo è scalare una montagna ripida e bisognerà vedere se ne avrò il fiato.
Poi c’è Cinantropia®. Questa più che un progetto è ormai una realtà nata dall’incontro con Alessandro Preti e, di fatto, è un altro modo per comunicare,  questa volta attraverso immagini in movimento, sopratutto. Ovviamente non ci si occupa solo di produzione video strettamente legate ai cani o altri animali: Cinantropia® è progettazione, produzione e post-produzione di video, commerciali e non, ad alto livello. Il sito  www.cinantropia.it è di prossima pubblicazione insieme con una pagina facebook ad esso collegata.
Poi, naturalmente, c’è la Scuola C.Re.A., di cui sono uno dei fondatori nonché docente, che è un costante impegno costellato di iniziative formative in continuo divenire.

CONOSCI PER ESEMPIO L'INIZIATIVA DEL YELLOW DOG PROJECT?

LA LOCANDINA IN ITALIANO del progetto Internazionale 'YellowDog'


Sì. Credo che sia molto importante che le persone si rendano conto che i cani non sono tutti uguali e che ognuno ha il suo carattere, la sua storia e le sue opinioni sulle cose del mondo. Mettere un fiocco giallo per chiedere cortesemente di rispettare tutto ciò mi sembra un’ottima idea: semplice, efficace e di facile realizzazione.


COSA NE PENSI DELL'INIZIATIVA DEI CANI DI CANILE CHE VANNO A PASSEGGIO COL GUINZAGLIO CHE SIMULA UN 'PADRONE INVISIBILE' ['Invisible Owner' N.d.B.], REALIZZATO DI RECENTE IN MESSICO?

Ho visto quel video e anche quello in cui a dei cani randagi veniva legato un palloncino colorato al collare [titolo: 'Soy Aqui', in Cile, N.d.B.] e li ho trovati veramente commoventi. Un’idea molto efficace per portare l’attenzione su quei cani che da ‘invisibili’ sono diventati il focus dell’attenzione di tutti i passanti. Ad un tratto - si vede nel video -  una persona si è chinata vicino ad uno di quei cani scodinzolanti con il palloncino per farsi fotografare. La cosa mi ha toccato molto. Credo che iniziative come queste, che suscitino emozioni positive, siano geniali. E’ questa la strada da percorrere, non il grigio pietismo che ha caratterizzato l’approccio zoofilo degli ultimi anni. Vivere con un cane è un’esperienza magnifica, questo dovrebbe essere il movente che spinge le persone ad andare in un canile per adottare un cane. Essenzialmente per fare del bene a sé stessi attraverso la relazione con il cane.


  


 


lunedì 24 marzo 2014

L'Animale che non ti dico

  • debeccare
  • in estro
  • in calore
  • monta
  • modello animale
  • tappeto, inserto
  • coprire
  • cucciolata
  • salame
  • cane 'da' guardia
  • topo 'da' esperimento
  • oca 'da' ingrasso
  • sagra della costina
  • spiedo gigante
  • pesciolata
  • trasporto bestiame vivo
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Foto: blogger


Il concetto di 'referente assente' è stata una scoperta entusiasmante: non perché ci sia da essere contenti che certi individui vengano sistematicamente cancellati, annullati e trasformati persino nelle parole - che sono il veicolo delle idee e dei pensieri - tutt'altro! L'entusiasmo aveva a che fare con la sensazione di aver finalmente scoperto un (primo) nuovo attrezzo teorico utile a comprendere tanti 'perché' e 'come' che mi facevano e fanno tuttora soffrire, sui modi in cui troppe persone - così tante da costituire una civiltà intera! con la sua cultura specista - si comportano in modo automatico e irriflessivo, ma prepotente e indifferente, rispetto agli altri animali. Mentre leggevo, mi dicevo che ecco finalmente potevo apprezzare una spiegazione, che è sia psicologica, che sociale, di un perché e di un come  si fa a maltrattare gli altri animali.
Scrive Carol J Adams (sul primo numero di 'Liberazioni', estate 2010): "Ci sono tre modi per mezzo dei quali gli animali diventano referenti assenti. Uno è letterale: come ho già detto, nell’alimentazione carnea, essi sono letteralmente assenti in quanto morti. Un altro attiene alla sfera della definizione: quando mangiamo animali, cambiamo il modo di parlarne; ad esempio, non
parliamo di cuccioli, ma di vitello e di agnello. Il terzo modo è metaforico: gli animali diventano metafore per descrivere esperienze umane. In questo senso metaforico, il significato del referente assente deriva dalla sua applicazione o dal suo far riferimento a qualcos’altro
".



Mi pare senz'altro che nella sfilza (un altro referente assente?) di parole all'inizio, ci siano tutti e tre i modi. Una lista comunque incompleta, compilata quasi per gioco, per così dire "all'impronta" (un altro referente assente?).
Il referente assente è come una costruzione di mattoncini. Le singole parole (per esempio: 'tappeto', o 'inserto', oppure 'filetto') sono i mattoncini-base, che poi si possono attaccare l'uno all'altro, per formare delle vere e proprie locuzioni: 'trasporto bestiame vivo' (qui ci vedo addirittura un referente a 'matrioska', ben due al prezzo di uno, cioè nemmeno animali, un sostantivo collettivo, ma bestiame, un sostantivo reificante); oppure ancora: 'test in vivo'. Queste frasi sono come i piccoli elementi compositi che nelle costruzioni possono comporre le pareti o i comignoli, gli archi dei ponti  e i merli del castello. Fuori di metafora, la costruzione vera e propria, il castello, è data da interi discorsi, ragionamenti, nascondimenti e negazioni, dove gli animali spariscono, per diventare qualcosa d'altro, oppure appaiono, ma ne viene negata la vitalità; per esempio quando si racconta di qualcuno "ammazzato come un cane" o dei pendolari stipati sui treni "come bestie": dando per normale e accettato che i cani si possano 'ammazzare' con la violenza di un bastone, di un'auto che ti investe;  o che le 'bestie' subiscano viaggi estenuanti su camion riempiti di corpi da macellare. Il referente assente, poi,  capovolge addirittura le prospettive e i rapporti di causa-effetto: non sono gli umani, per esempio, che invadon boschi e montagne, perseguitando da vicino cervi, marmotte, volpi, aquile e ogni altro abitante di quei luoghi, ma sono gli animali che 'invadono' le città, quando vengono a cercare il cibo che nei loro luoghi depredati dagli umani non trovano più, o quando, perduti i riferimenti familiari, si ritrovano a vagare negli incomprensibili luoghi umani. Come una solitaria capretta nella Metropolitana di Roma .
Nulla di nuovo, purtroppo, sotto questo sole che illumina tutti noi animali terrestri. Il referente assente è il dispositivo efficace che prende a braccetto e aiuta quell'altra strategia umana di "nascondere la testa sotto la sabbia" (un altro referente assente?!), cioè minimizzare, evitare e rifiutare, eventi e fenomeni troppo insopportabili da conoscere e scoprire, perché troppo alto sarebbe il prezzo della consapevolezza (ri)trovata, la richiesta e la necessità di un cambiamento di comportamento. Questo dispositivo azzera ogni dignità, cancella ogni bellezza, svilisce tutti i concetti e degrada le realtà che vuole definire e ingabbiare.  I figli di una mucca non sono 'bambini', ma 'cuccioli'; gli animali non 'fanno l'amore', ma subiscono una 'monta', vanno in 'calore', si 'coprono'; infine, non 'partoriscono', ma 'sgravano'. E si potrebbe continuare, ce ne sono per ogni aspetto della vita di tutti gli individui altranimali (vi dicono qualcosa le parole 'salma' e 'carcassa'?).
Allora, una cosa che si può fare - che già molti praticano e hanno studiato, e io vi arrivo buon ultimo - è quella di scovare e annotare tutte le parole, tutti i concetti, tutti i proverbi, tutti i modi di dire, tutte le situazioni narrative, che sono referenti assenti, efficaci nel raccontarci un'altra storia edificante e rassicurante, ma falsa. I referenti assenti sono oggetti privi di fantasia, automatici e comodi da usare, sono clichés stanchi su cui ci si appoggia pigramente e ottusamente, senza pensare che così facendo rendiamo noi stessi oscuri mezzi di perpetuazione di questi atti violenti ("getta la pistola, figlio d'un cane"!); li si trova in canzoni, blog, fumetti e film, sotto forma di esemplificazioni o aneddoti goliardici (La bontà di Bambi). Non è difficile scoprire le loro carte e vedere il loro bluff, e provare a tornare a far lavorare il pensiero e l'immaginazione, per ripensare una nuova (anche nostra) vita, un nuovo modo di stare vicino agli altri animali, a cominciare dal modo in cui (ce) li vogliamo raccontare.


domenica 23 marzo 2014

Vale più una immagine (5) - Cani!

Stella, 2013

Mi sono divertito molto a sfogliare le foto ai cani di Elke Vogelsang, che ha un portfolio assai 'affollato' di loro ritratti, e ha creato situazioni e ritratti teneri e buffi, oppure suggestivi e misteriosi. C'è il gioco e si vede, a cui questi cani partecipano sempre volentieri. Il loro fascino è tutto nel loro proporsi senza filtri e senza finte. L'occhio umano, invece si 'nasconde' dietro l'oggetto macchina fotografica (e chiunque abbia provato a fotografare un cane, sa quanto loro si emozionino posti davanti a questo oggetto distante e scrutatore allo stesso tempo, indecifrabile e inspiegabilmente nelle mani degli umani!): però, almeno questa volta, non mi pare di scorgere una prevaricazione visuale, tutt'altro. Anche se si emozionano, nessuno dei cani fotografati, vorrebbe essere altrove.
Perciò, ci si può divertire, davanti alle foto delle 'boccacce' canine, e si può capire quanto siano belli, quanta bellezza sappiano vivere e comunicare, semplicemente 'essendoci': i ritratti, o i paesaggi canini, sono lì a darne prova.
Spesso, i 'modelli' di Elke sono i suoi cani (Noodles, Scout e Ioli): e per 'ripagarli' della loro presenza, la fotografa si impegna anche ad aiutare, a modo suo, cioè con le fotografie, i rifugi per cani.
Perciò, gli altri album, scropriteveli!




PS: La Bretonina Stella, che oggi ha 9 anni - quasi 10 - è la 'mia' modella; mi affascina ogni volta e sempre, con la sua presenza dolce, aperta, leale, sincera, diretta. Molti dei sentimenti che sa suscitarmi, li riconosco in queste foto. Ogni volta è una sorpresa nuova, per me, il mio sguardo - ricambiato - verso di lei.

venerdì 21 marzo 2014

Haiku per la Pasqua

Una pace autentica. Fonte Internet - Linda Lester

legumi in brodo
soffi di nasi umidi
la pasqua azzima

Pecora e agnello (Internet)
LEGUMI IN BRODO
PASQUA AZZIMA CON ERBE
QUEI NASI UMIDI

Agnellino (Internet)
SANGUE AL MACELLO
CRUDO ROSSO CHE GRIDA
PASQUA BLASFEMA

Valsesia, ottobre 2013
 
GREMBIALE BIANCO

TORCE IL CAPRETTO ZOPPO

ROSSO SCIVOLA

Agnellino molto piccolo (Internet)

bere belare
agnello bianco latte
senza la mamma

 
Gli agnellini sono curiosi (Valsesia, ottobre 2013)






 

sabato 15 marzo 2014

Amaro come il miele



Una celebre affermazione di Albert Einstein è: «Se l'ape scomparisse dalla faccia della Terra, all'uomo non resterebbero più di quattro anni di vita».

In Dvd ho visto l'altra sera, questo film, intitolato "Un mondo in pericolo", che è senz'altro ispirato da questa frase: una frase che rischia di diventare realmente profetica.

locandina italiana del film

 Il regista svizzero Markus Imhoof ci guida in un viaggio intorno al mondo, dal quale emerge l'importanza di quest'insetto che impollina fiori e piante. Dalla visita ad un apicultore delle Alpi svizzere alla Cina - dove le api sono scomparse in una vasta regione del nord del Paese; dall'America delle "Killer Bees" (che killer non sono, ma anzi potrebbero essere lo spiraglio di futuro per questo insetto),  ad una minuscola isola al largo dell'Australia, in cui si spera che una nuova razza metta fine alla loro lenta agonia.



Significative le scene che non sono state inserite nella versione finale, ma che sono visibili negli extra del Dvd: per esempio, il vivaio di fragole, nel quale le api lavorano senza sosta, in un ambiente dal quale periodicamente devono necessariamente venire sottratte, pena la loro morte a causa di stress e malnutrizione (il nettare dei fragoli è poco nutriente per loro); oppure, le api che trovano nelle rocce inaccessibili di un deserto, il luogo per un nuovo nido; o ancora, il truck driver di api itineranti sulle highways statunitensi, inseguendo le stagioni delle impollinazioni, che racconta i suoi incubi notturni di ritrovarsi intrappolato nell'abitacolo insieme a milioni di api liberatesi.

Veniamo messi di fronte a una spaventosa emergenza ambientale: sono gli stessi apicoltori - o per lo meno un paio di questi, che vivono e lavorano in USA, e che dicono apertamente che "siamo a tanto così dal disastro epocale" - a parlarne e a preoccuparsene.

I sistemi industriali  hanno inesorabilmente cambiato il modo di allevarle. Mentre guardo il film, non posso non pensare che l'ape sia l'animale-schiavo-strumento al servizio umano, per antonomasia. Di loro si parla in termini di 'peso', non esistono come singoli insetti, ma come massa corporea fisica. Sono manipolate, spostate, sterminate, evacuate, strumentalizzate, sfruttate, inseminate, distrutte, a livelli che sembrano persino peggiori di quelli a cui sono sottoposti i milioni di altri animali assoggettati all'uomo. E' la loro dimensione che permette questo abuso così profondamente invasivo, eppure il loro dolore, il loro disagio, il loro stress, raggiunge livelli insopportabili. Un apicoltore degli inizi del XX secolo, rimarrebbe sconcertato dal modo in cui noi oggi trattiamo le api - parola di apicoltore del XXI secolo!

Emergono qua e la nel film, le spie dell'allarmante situazione, delle loro innaturali condizioni di esistenza, e del disagio morale che tutto ciò causa in almeno alcuni degli addetti ai lavori.

Ecco alcuni momenti:
- l'apicoltore John Miller che fa considerazioni su "avidità e paura" a monte della crescita capitalistica, improntata alla "dominazione globale e totale";
- l'apicoltore che afferma che suo nonno "rubava il miele alle api, in cambio di semplice acqua zuccherata per l'inverno";
- lo scienziato tedesco che studia le api, il quale si dice sicuro che le api provano emozioni; e che spiega come i pesticidi siano neurotissici anche a basse dosi (c'è una scena di un'ape su un fiore di mandorlo, in USA, avvolta da particelle di fungicida, che sta visibilmente male, e infine cade dal fiore; gli operai dovrebbero rilasciare il fungicida di notte, dopo aver lasciato il tempo alle api di sciamare di ritorno al sicuro negli alveari; ma non lo fanno, per pigrizia, per imperizia, per disinteresse);
-l'apicoltore che ha scoperto come le cosiddette "api killer", africane e brasiliane, non siano neanche lontanamente pericolose come è credenza comune, al punto da creare sproporzionate isterie di massa -  e che anzi, queste api potrebbero essere la speranza per il futuro delle api stesse.

L'agitazione delle persone che vivono tutti i giorni a contatto con questo insetto, è palpabile nel documentario - almeno in alcuni di essi, forse quelli più consapevoli. In loro, a momenti, pare di scorgere un'ombra di disagio nei confronti della spinta capitalistica al 'sempre di più', al 'sempre più veloce' . Sui corpi delle api, il biocontrollo è totale a livelli faticosi da constatare - operativamente e visivamente: e questo biocontrollo appare anche più inflessibile e spietato nei contesti di ridotte dimensioni, come ad esempio quelli degli apicoltori della Svizzera tedesca, che sfruttano le api nere (si veda la decapitazione che l'apicoltore esegue con l'unghia, su un'ape regina 'colpevole' di aver 'volato' con 'fuchi stranieri', che hanno inquinato la genetica della sua razza).

L'incipit del regista:
"procacciandosi il cibo, l'ape impollina una pianta dopo l'altra, e ogni pianta produce un frutto"; "oggi purtroppo, le api non stanno molto bene, da qualche anno stanno morendo. non solo da noi, ma in tutto il mondo... un male misterioso"; "senza api, un terzo di tutto ciò che mangiamo, non ci sarebbe"; "tutte le piante colorate e profumate, vengono impollinate dagli insetti; quelle poco appariscenti e aride, invece, dal vento".

Le sequenze degli impollinatori umani in Cina, dove le api sono state sterminate in epoca maoista, prefigurano un futuro davvero impossibile da accettare: un'epoca senza api, dove il polline vale più dell'oro (e già si possono immaginare speculazioni criminali e mafiose, guerre del polline e via così); e dove operai umani devono sostituirsi alle api, passando di fiore in fiore con piccoli bastoncini intrisi di polline. Non a caso, il cielo è grigio e il terreno è scuro, in queste sequenze.

En passant: a un certo punto, qualcuno dice: "anche i vegetariani dipendono dallo sfruttamento industriale di animali". Se è vero che la frutta è figlia dell'impollinazione che le api agiscono volando sui fiori (come ci cantava Sergio Endrigo), è altresì vero che lo sfruttamento delle api - e delle piante che fanno fiori da impollinare per ottenere frutti da vendere e far mangiare -  in special modo lo sfruttamento sistematizzato, è un paradigma dell'economia incentrata sull'accumulo e sulla crescita senza limiti tipica dell'idea di civiltà che - invece - proprio vegetariani - o meglio, vegani, per lo meno quelli che fanno del veganismo un modo di vivere animalismo e antispecismo - contestano e mirano a cambiare e trasformare. La frase può dunque avere un valore al massimo di constatazione documentaristica.

Tanto più belle, allora, le scene che avvicinano lo spettatore al mondo delle api visto al suo interno, e dal loro punto di vista, nel quale il regista si immedesima con palese partecipazione. In questi momenti, la visione e le considerazioni utilitaristiche antropocentriche, lasciano spazio alla meraviglia naturale di una collaborazione tra animali e piante che durava da periodi lunghissimi - prima che si intromettesse, al solito, la scriteriata attività umana. 
Facciamo in modo di non entra in una "era del vento".

Un Mondo in Pericolo
di Markus Imhoof 
Titolo originale More Than Honey 
Documentario durata 90 min. - Svizzera, Germania, Austria 2012. - Officine Ubu


mercoledì 5 marzo 2014

Oscar tra le nuvole

Oscar in Toscana nel aprile 2012, alle prese con le tartarughe.  (Oscar vola sul Ponte il 7 marzo 2013)




Lo spensierato
Dinoccolare zampe
Naso per naso


Con che passione
Dinoccolare zampe
Naso su naso


il ricordo di
una passeggiata mai
avuta al fiume


avuta sul fiume
una passeggiata mai
il ricordo di


refolo caro
m'accarezza orecchio
e poi non c'è più
 
Appassionato
dinoccolare zampe
naso con naso

Un anno passa e se ne va, e quando lo ripensi, ti riporta i ricordi dei momenti vissuti. Un anno fa, Oscar,  dolcissimo tenero spaesato vecchino, volavi sul Ponte. Hai vissuto insieme a me esattamente un anno e tre mesi, ma ti avevo conosciuto già nel luglio 2011, quando, anziano, eri stato finalmente portato via dal garage dove il tuo ex padrone ti deteneva da anni. 2012, dunque, l'anno di Oscar. Tu mi manchi ancora: mi mancano i tuoi grandissimi occhi un poco velati, il tuo trotterellare intrepido e svagato tra l'erba alta, il tuo bere avventuroso e selvaggio dalle pozzanghere o dai canali, il tuo acciambellarti vicinissimo alle 'tue' due cagnoline, per offrire e ricevere calore,  il tuo socchiudere gli occhi sotto le coperte mentre ti accarezzavo - e di questo gesto mi sembravi allo stesso tempo grato e sorpreso.  Mi manca il tuo alzarti dal letto per venire a cercarmi davanti al computer, assicurarti che io fossi sempre lì, per poi tornare più tranquillo a nanna insieme a Stella e Lisa: il mondo aveva finalmente preso forma e stabilità, e la notte e il buio erano finalmente popolati da presenze buone. A volte penso che sarebbe meraviglioso poter scoprire com'eri da giovane: cioè, il com'era di un cane anziano che vive con noi l'autunno o forse già l'inverno della sua vita. La delizia delicata dei tuoi atteggiamenti raccontava molto delle tue esperienze - e se ci si permette il tempo che occorre per osservarsi, queste vengono comunque a galla; ma chissà quando è comparso quel modo personalissimo di guardare, con la testa che fa quella piega così particolare...Queste sono le considerazioni degli umani, fatte così, a girar su se stesse, Oscar!
Ricordo il passeggio sulle mura di Lucca, dove ti sei rotolato trionfante in una puzzolentissima cacca; ricordo come abbaiavi ai cuccioli e poi traballavi; ricordo le tue orecchie attentissime quando - sempre in Toscana - scopristi l'esistenza delle tartarughe, dalle quali ti tenevi alla larga con prudenza, ma che osservavi con curiosità. Ricordo i primi tempi, quando girellavi in compagnia del tuo naso al parco, poi non mi trovavi e correvi alla rete ad abbaiare a intervalli, per chiamarmi, senza accorgerti che ero sempre con te, che non mi ero allontanato. I ricordi potrebbero andare avanti ancora tantissmo: per esempio, ecco che mi ricordo le gite, due, o forse tre, brevi, sul Lago Maggiore: adoravi l'acqua, e su una spiaggetta corresti giocoso verso l'acqua, entravi sempre fino alle ginocchia e mai oltre, e poi bevevi. Che sapore aveva l'acqua del lago? Poi, corresti tutto scomposto verso di noi, felice di vivere, felice di sentirti finalmente sicuro. Quel giorno, mancava molto meno di un mese alla tua Partenza, ma né tu né io lo sapevamo.



Oscar, a volte eri leggermente 'tra le nuvole', un poco svagato e brontolone verso gli altri cani; vivevi così ogni secondo della tua nuova vita. Non stavi a recriminare per il tuo passato di prigionia, non ti autocommiseravi, ma accoglievi con generosa ilarità tutte le cose nuove che la sorte ti aveva regalato: la famiglia, l'amore, la cura. Vivevi in pieno, ti tuffavi nell'acqua dei torrentelli per bere e rinfrescarti, oppure dormivi sdraiato naso contro naso, insieme alle tue due anziane amiche - una volta per ciascuna. Forse eri diventato freddoloso, così adoravi quando giocavo a farti su tutto intero in una copertina morbida: ci stavi rannicchiato a russare per ore, forse notti o pomeriggi interi! 

Sapevi che il tempo del rimpianto e del lamento sarebbe stato tempo sprecato, che era preferibile trascorrere le ore e i giorni assaporando ogni istante di occasione di vita. 


Che fortuna incontrarti e viverti, Oscar caro! Non poche volte i ricordi e le immagini di te mi hanno sorpreso nei momenti più inattesi, in questo anno. Ti ho promesso una cosa: " Che il dolore trascolori in nostalgia, che l'assenza ritorni presenza, in nuovi giorni, da vivere in nuovi modi, secondo una direzione che il cuore mi urge per ricordarti sempre, e che sto tentando anche nei gesti di tutti i giorni. Ogni giorno un po' di più".