domenica 14 giugno 2015

In morte di un cane, pensarci...


Stella e Lisa

In morte di un cane. In morte del "tuo" cane. A volte, più di una morte, a volte, più di un cane. Questo libro mi è stato consigliato alla morte di Stella, da Rita Ciatti. Mi disse che questo libro mi avrebbe aiutato a guardare in viso il dolore del lutto, a dargli forma e parola, sia per non perderlo, sia per non farsene sopraffare. Mi gettai a capofitto tra le pagine di questo libriccino, le lessi come in preda alla febbre, presi appunti, scrissi tantissimo su molti dei suoi paragrafi, riprendendo e imitando la forma da diario, da raccolta di frammenti. Avevo scritto delle specie di glosse, che erano il mio dolore, erano la mia personale edizione "in morte di un cane". Tutti quei fogli, oggi non li trovo più. Mentre un anno fa li scrivevo, piangendo molto, mi dicevo che presto o tardi li avrei inseriti Qui sul blog. Non ho ancora fatto questa operazione, ma le parole gettate sui fogli un anno fa, hanno bruciato la parte più cocente del dolore e del rimorso. Il dolore, però non è scomparso, ha solo cambiato aspetto. Infatti, Stella mi manca se possibile anche più di un anno fa. Un anno di vita difficile, una discesa verso situazioni poco gradevoli, dalle quali sembra difficile affrancarsi. Come se lei fosse un focus di equilibrio, scomparso il quale, fatico a ritrovare chiarezza, e allo stesso tempo e per via della memoria di lei che sto cercando di ritornare su un percorso che avevo pur pensato di proseguire anche insieme a lei e in ragione di lei e della sua dolce presenza, delle sue richieste. 





Questo libro è un salvagente. Questo libro è la prova che anche i filosofi, anche i pensatori, di fronte alla morte ineluttabile, che cancella anni di affettività e di relazione e di amore, possono rimanere privati di ogni distanza del pensiero, per ritrovarsi spogliati di ogni sapere e rivestiti solo dello smarrimento dato dal dolore dell'assenza che si è creata al posto di chi c'era fino a un secondo fa. 
Anche il filosofo infatti trova rimorsi nel ricordo della vita conclusa del suo cane, perché quando era vivo - dice, scrive, confessa - se ne era disinteressato. Lo lasciava solo nella sua stanza di malattia e sofferenza, se ne a va a passeggiare o a mangiare e solo dopo un po', ritornava. In quel breve lasso di tempo, dice che poteva dedicarsi completamente a se stesso. Il ritorno in superficie del nuotatore in apnea, per inspirare aria necessaria a ritornare a immergersi nelle profondità. Faccia a faccia con un dolore costante, ineludibile, definitivo, non sembra esserci umano che non senta il bisogno impellente di allontanarsi, di separarsi da chi sta soffrendo, È questo bisogno tanto più irresistibile, quanto più chi soffre e qualcuno che amiamo. Qualunque specie di animale sia, compresa la specie homo.
Ci ricordiamo dei suoi gesti e dei suoi sguardi, di quando era in piena forza e vita, con le sue abitudini e le sue sfumature di personalità che la rendevano irresistibile; mentre adesso, il corpo debole e malato, adesso quasi non lo riconosciamo. Quasi diventa estraneo, lo sentiamo lontano; e quando la nostra cura non sortisce effetti, dobbiamo reprimere un moto di fastidio e di insofferenza. Ci consumiamo psicologicamente, mentre assistiamo al suo corpo che si consuma fisicamente, che si prepara a sparire.
Ma il cammino della consunzione ha tempi suoi, che a noi appaiono lenti, vanno oltre il tempo di sofferenza che noi siamo capaci di sopportare, ogni umano non è mai così forte, a sostenere il dolore di chi ama, arriva a ripudiarlo psicologicamente, proprio perché lo ama. O, per lo meno, deve combattere con se stesso per non cedere  e per non compiere questo ripudio.
Per rimanere, ci sono gli sguardi, che sono le ancore del cuore. Lo sguardo del cane fisso nel mio, il mio che risponde al suo.
Stella aveva occhi fiduciosi e chiari, gli stessi occhi che diresse su di me la prima volta che le parlai, durante la nostra prima passeggiata serale - eravamo insieme da poche trafelate ore. Sono gli occhi che mi hanno fatto innamorare, gli stessi che ora, stanchi, non si staccano da me: la mia vista per lei significa cura, sollievo. Il vedermi, inonda di luce calda il suo cuore, una luce che arriva fino agli occhi che tornano a brillare, pur se opachi. Così, e questo pensiero torna a tormentarmi a tradimento in tutto questo anno, deve essersi sentita perduta nelle sue ultime quarantotto ore in clinica, dove i suoi sguardi continuavano a cadere e a girare senza potersi posare mai su di me, che non c' ero, se non per poche manciate di minuti. L'ultima luce dei suoi occhi non mi ha visto più. Poco importa, che stessi andando da lei, che sarebbero bastati pochi minuti. Quei pochi minuti son diventati eternità irredimibile. 

Stella aveva bisogno di me e il mio sostegno ha mancato proprio all'orlo estremo di questa sponda della vita.
Mi sarebbe mancata definitivamente, come scrive Grenier per il suo Taiaut. Stella era per me fonte di equilibrio e gioia. Quando eravamo lontani, non vedevo l'ora di tornare da lei. Come scrive il filosofo, lei era il mio ponte verso la Natura, me ne ha fatto  conoscere la dimensione serena e rasserenante, i silenzi, i torpori, gli appagamenti mai inquieti e sempre privi di rimpianti. Stella godeva delle distese di sole dispiegate davanti agli occhi e  dei baci dell'ombra, le sorgenti scoperte sotto i passi e le avventure dei sentieri di sabbia.
Alla fine, questo sarebbe potuto essere il posto migliore dove chiudere gli occhi. Invece, il suo calvario ha avuto luogo in un box metallico, luce finta, odori strani e facce straniere. Non volevo che finisse così. Forse, però, ciascuno, posto all'estremo limite, alla estremità del respiro, non ci fa, non ci farà alcuna differenza. Anche li, come nel resto della vita, se sapremo essere come cani, saremo presenti a noi stessi, pieni di mondo. E non vuoti, come certi filosofi avrebbero voluto e come farebbe comodo che così fosse per placare i ri-morsi di coscienza di molti che sugli animali compiono cose crudeli e opprimenti. Ma questo è un altro discorso.
Conta ora sapere e scrivere che saremo pieni del mondo che avremo vissuto e che anche in quell'istante vivremo, pronti a un passaggio ineffabile.

La cura fa parte degli obblighi che ci sentiamo in dovere di contrarre nei loro confronti? Ci sono questi obblighi? E perché ? Cura e obblighi suscitano sentimenti contraddittori, di insofferenza ma anche di ricompensa, di appagamento. La forza di quegli obblighi che diventano responsabilità , risiede in un legame radicato in profondità . Se rimaniamo sintonizzati su quel legame, se non lo perdiamo di vista, se non lo dimentichiamo, possiamo lasciarci trasportare dall'onda, lasciarci guidare.

Grenier ha avuto la fortuna di poter scrivere che per Taiaut c'era una stanza che lui conosceva, che era tana familiare, dove trovar quiete alla fine della vita, o della giornata, che poi, volendo, diventa la stessa cosa.
Grenier può scrivere di essere stato felice di aver accompagnato il suo cane fino alla fine. Ha ascoltato le sue preghiere, le sue richieste, alle quali ha dato seguito, e risposta positiva. Non è stato sordo.
Questo è importante: se diamo seguito all'ipotesi di Grenier, che il fato ci è già scritto, allora, è fondamentale come siamo capaci o coraggiosi di rispondere ai momenti che il tempo snocciola lungo il cammino. Dovremmo essere più cani, o maggiormente animali - il che equivale a dire che dovremmo riaprire e riascoltare il nostro essere animali, che noi siamo, per non perdere noi stessi e non dimenticarci di noi stessi - per farlo. 

Ritrovare le persone amate ci riporta alla vita. Taiaut non voleva rimanere solo e abbandonato. Le cure mediche, le diagnosi, possono perdere di vista questa esigenza.

Poi, immediatamente dopo una morte, i medici vogliono scoprire, sapere il come e il perché di quella morte. Ma si tratta della natura, alla fine, un evento perfettamente naturale, che ci accompagna fin dal nostro primo respiro, arrivati su questo mondo. Stella ha subito perplessità mediche e disorientamenti e persino inspiegabili oltraggi invasivi di cui non trovo più decente scrivere, se non per condannarli.

Potrei continuare sulla falsariga del libriccino, paragrafo per paragrafo. Non però lo ritengo opportuno: sia perché alcuni paragrafi non mi sembrano così superiori alla scrittura aneddotica, che pure ha un suo valore, sia perché Grenier divaga, a lungo, si allontana dall'epicentro cocente della morte - che è quella che ho invece voluto parafrasare fino a qui, intrecciandola, di nuovo col mio vissuto.
Ci sono però tanti spunti notevoli. Grenier , a un certo punto, scrive che gli animali non hanno il  rifugio dei retro-mondo come abbiamo noi. Cosa siano questi retro-mondi non lo dice, li mette solo tra virgolette. Sono le astrazioni? Sono un modo per introdurre la metafora del teatro della vita, come farebbe Shakespeare o persino Woody Allen? Metafora un poco scolorita, direi, o no?  Non vorrei però che il fatto che gli animali affrontano la scena a viso aperto, senza infingimenti, come noi umani invece facciamo, non fosse una specie di vulgata vagamente antropocentrica, sia pure ammirativa, o così sembra. Ma ci si può attorcigliare: il nostro rifugio retro mondano, di per se stesso, non è che sia sempre e sicuramente vantaggio o facoltà esclusiva; quanto, piuttosto, una perdita di orizzonti e una confusione di vitalità.

Si parla anche dell'essere padroni (scelta linguistica orientata specisticamente, lo fa anche Thomas Mann quando racconta del suo cane); della fedeltà , concetto ambiguo, che però Grenier risolve in modo lieve: il cane esplora, si allontana per andare a salutare, non per scappare da altri, infatti torna sempre. Perciò, un cane merita fiducia e rispetto, in quanto è capace di autodeterminazione, di scelte, di progetti, di pianificazioni dei suoi movimenti e di preferenze.

Pian piano, Grenier si mette a ricordare la vita del suo Taiaut. Posso fare così con Stella. Anche lei amava anche allontanarsi, ma poi amava ritrovarmi. Cercava e chiedeva spazi e tempi suoi solo suoi, ma voleva anche fare esperienze tutte sue. Ricordo  una volta al mare, era giovane. Abitavamo in una casa in affitto per le vacanze; una magione grande e fresca, che si affacciava su una collina di uliveti, ai quali si arrivara camminando su un sentiero. Lei decise di intraprendere quel sentiero. Voleva vedere fin dove arrivava, e non tornava indietro se la chiamavo. Dovetti seguirla, insieme percorremmo tutto il sentiero fino in cima, a dispetto del dislivello e del sole. Trascinati tutti e due dagli odori delle dure erbe aromatiche liguri e dal sentore del mare lontano, laggiù. Tenace era Stella, determinata. L'ombra era la ricompensa di quella avventura. Alla fine fu bellissimo per tutti e due.
Io, non sempre, poi, son stato così capace di darle la libertà che chiedeva. Non che le impedissi, ma a volte non creavo le occasioni. Non per lei e nemmeno per me. Altre cose si erano intrufolate nelle nostre vite. Mie insicurezze.
Però, Stella rimaneva paziente, non ha vissuto - per riprendere ancora Grenier, a grandi linee -  solo attendendo la prospettiva di un avvenire che sfugge sempre, se non diventa progetto. Il suo presente era il suo progetto, un presente cosciente. Cosa significa? A volte, lo so, provava noia, un'altra di quelle cose che credevamo esclusiva umana. Però, non perdeva tempo: c'era, se serviva, il tempo altro dei sogni. Mai, dunque impazienza, e sempre una certa forma di libertà in se stessa e per se stessa - magari, meglio se insieme a me, per sua gioia personale; o insieme ai suoi amici, Lisa e Oscar. Mi rimprovero anche io, però, come Grenier, di averle spesso non dato la possibilità di seguire i suoi desideri.

Scrivere, per Grenier, è sua opinione, deve aver complicità con la morte. Si scrive di Taiaut, o di Stella, perché e dopo che non ci sono più. Quando erano vivi, non si scriveva di loro, ma si stava con loro. Come se la scrittura fosse un surrogato esanime della vita, che ci si presenta a ogni istante in attesa di essere vissuta. Che contraddizione: la vita in attesa. Ma la vita non attende: se le rispondi, si trova lì per te ; se non le rispondi, se ne va per non tornare.
Se Stella fosse qui, starei felicemente insieme a lei; non c'è e mi manca. Come Grenier, tendo a pensare che questo scriverne sia a un tempo balsamo per il dolore e un modo per ridarle vita.

Stella per prima, ha viaggiato tanto con me. Grazie a lei e per lei ho scoperto nuovi modi di girare, come i bed and breakfast; a volte, ho dovuto rinunciare a certe mete. Grazie a lei, però, sono di più i viaggi e quindi i ricordi fatti; da quei viaggi mi sono riportato esperienze e idee e sogni e progetti, che oggi forse potrebbero traformare cose nella mia vita. Ne avranno beneficio altri cani, quelli di adesso e magari cani futuri. A Stella in questo modo faccio un torto? Le ho tolto, le tolgo qualcosa? Lei ha avuto  la sorte di scoprire per prima queste cose, insieme a me. 
Lei ha anche scoperto le ostilità verso gli animali in viaggio, una cosa che sta orientando le mie decisioni. Stella non ha potuto anche mettere mai radici a lungo, a causa mia, dei miei frequenti spostamenti non sempre desiderati, per sfuggire a divieti e animosità umane. 
Gli umani danno a volte più conto per le loro macchine e la tecnica, che per gli altri viventi. E così la distanza tra gli umanimali e gli altrianimali, si accentua, si allarga. Uno iato senza spazio e senza tempo, perché sembra dato normale, quando invece è la quintessenza della anormalità, della eccezionalità intesa come perenne emergenza. Durante la quale non è permessa sosta e quindi nemmeno riflessione.

Scrive ancora Grenier che (forse per questo moto perpetuo e autoimmune) noi siamo impazienti di essere liberi e non sappiamo cosa fare della nostra libertà. Una contraddizione simile a quella del contemporaneo senso di costrizione e senso di appagamento nel nostro essere vicini o lontani dal nostro cane. 
Come Grenier, ho pensato a volte a  come sarebbe comoda e facile la vita senza cani; ma mentre lo pensavo, sapevo che mi sarebbe dispiaciuto quando non ci fosse più stata, anticipavo quel momento per assaggiarne il dolore. Esprimevo quel  vagheggiare nell'unico modo possibile: un pensiero smentito mentre viene formulato. Più semplice, forse, ma di sicuro, almeno per me, più noiosa.

La sofferenza degli animali. Anche per Grenier  è qualcosa allo stesso tempo di cruciale e decisivo, ma anche di così evidente senza bisogno di dimostrazione. Bambini e poeti, colgono all'istante questa evidenza, così ovvia e lampante nel suo manifestarsi, quando c'è,  da avere bisogno di essere ammantata di criticità e soffocata da dubbi mascherati da dati oggettivi o elaborazioni filosofiche, se si vuole proseguire a far del male agli altri animali, per i nostri scopi. Grenier scrive che Taiaut soffriva come lui quando era malato; e che a volte, le cure erano le medesime.

Quando poi la sofferenza diventa quella che per ultima ci accompagna al limitare della vita, nel mentre che cerchiamo di alleviarla, con cure palliative; per noi come per loro, questa sofferenza ci titilla col mondo del dopo invisibile. L'oltre il ponte: quel luogo dove tutto ciò che è meritevole di essere amato, è ancora vivo. Io, come Grenier, ci credo. Una convinzione, più che una fede, tuttavia. Che rimane possibilista e curiosa e pure fatalista.
Comunque, se qualcosa di me continua a rimanere dopo la mia fine, perché non di Stella, non degli altri animali?

È un fatto che questa grande sofferenza sia immensa per tutti quegli animali che non sono il nostro cane. Per loro non viene immaginato alcun ponte di luce. Grenier scrive dell'uomo ipocrita, che dice di amare chi sfrutta, sottomette e uccide, se ne nutre. Il forte dice di proteggere il debole, il debole è obbligato a mostrare amore al forte.

Taiaut o Stella sono sassi nello stagno, riverberano onde crescenti e concentriche di pensieri come questi e in questo modo rischiano di perdere la loro individualità, che la loro sorte divenga mero spunto filosofico.
Invece: possono tornare i rimorsi, umani, di tutti, del filosofo come della persona comune. Se la diagnosi fosse stata diversa o più tempestiva, Stella sarebbe ancora viva? Perché certe scelte di cura fatte da me, invece che altre? Perché vivere in certi luoghi o fare detti ultimi viaggi, invece di scegliere altrove e altre cose? 
Grenier ha optato per l'eutanasia. Stella ha affrontato ricoveri e cure.  Alla fine, lontananza o vicinanza dal veterinario, non ha fatto alcuna differenza. Differenza la faceva la mia presenza. Stella voleva di sicuro vivere, e vivere insieme a me.
Come Taiaut, ha avuto fiducia: lui durante la puntura, lei durante le attese in clinica. Il dilemma della buona morte arriva sconvolgente. Grenier: Se procurate una morte rapida a chi amate è per abbreviare le sue sofferenze o per alleviare le vostre? Lo spettacolo di una agonia  è insopportabile. Ma si più agire per amore. L'amore ha tanti aspetti, e così anche l'egocentrismo. Varrà la pena tornare a scrivere di questo.

In ogni caso i molti concatenati ultimi istanti che precedono la morte, suscitano agitazione dell'animo. Grenier scrive bianco e subito dopo nero e se ne rende conto, e perciò è lenitivo per chi come lui ha attraversato questi dolori e ha dovuto convivere con intimi pensieri contradditori e opposti. Le pene evaporano come la rugiada quando trovano un linguaggio. Che la parola dia spazio alla esclamazione sulla ripugnanza del trapasso? La morte si compone di istanti fisici, di rese del corpo, di rilasci e, superata la boa, di false crescite inerti, di umori fuoriusciti e che usciranno. A Grenier questo sa di beffa e di ignominia; per me, al contrario, non suscita ribrezzo. In effetti, suscita solo una constatazione fattuale.
Gli stessi pensieri sono in bilico sulla disperazione, l'incredulità e la ribellione al fatto ineluttabile . Ma non indiscutibile: se ne può parlare e scrivere e pensare, in insonne soliloquio che tortura, o scrivendone, o se qualcuno ci ascolta con amorevole pazienza.

La piena del dolore ci attraversa e se ne va, ci lascia paradossalmente prosciugati. Anche il filosofo. Fatti salvi i ricordi che giungono a tradimento, quando la nuova realtà fa lo sgambetto alle abitudine di una vita insieme, che sono come fossili e relitti per qualcosa che non si verifica oltre, per qualcuno che non è più qui. 
Però Grenier riflette anche sulla libertà dei cani, divisi tra legami con gli umani e loro desideri vitali; scrive dell'ambiguità umana nei confronti di chi ci è affezionato ( ci approfittiamo di questo amante). Infine, il cane ritorna in sogno. Anche Stella ha fatto ritorno. In due occasioni almeno, non erano "solo" sogni. Qui entra in gioco la mia convinzione: era Stella dall'oltre il ponte, che veniva a vedere come stavo, che passeggiava un poco con me, che una volta quasi ho toccato- per risvegliarmi e subito scoppiare in un pianto.

Scrivo, scriviamo, queste righe, che lasciano appena trasparire l'ombra di un essere che ho amato.
Un ombra? Eppure, una grande ombra, fresca e liquida e frondosa. L'ombra di un vivente tutto vita come un cane , tutto Natura (Grenier torna spesso e volentieri su queste immagini) non può che essere duratura e profonda. Da essa fuoriescono ricordi che ci sorprendono nei momenti meno probabili, coinvolgendo sensi, ricordi, lacrime, ma poi per fortuna anche sorrisi o risate; oppure cautele, oppure trasporto, oppure desiderio di abbracciare - di riabbracciare - sensazioni estetiche e poi molto altro.
Alla fine, proprio Grenier parla del bisogno di fare del bene, come l'albero ha il bisogno di fare ombra. Questo prestare intenzionalità a un evento apparentemente solo ambientale, mi sembra un bel modo per arrivare al punto definitivo. Se Stella (e Taiaut ) ora gettano ombra, non sono come alberi, come gli alberi che desiderano dare ombra? Magari anche nel senso fisico e concreto: sepolte le loro ceneri o i loro resti, possono rifluire in un albero. Se loro sono alberi, non ci hanno lasciato, e noi non lasceremo loro. Come cantava il poeta, Taliesin, nelle nostre innumerevoli vite (anche se vissute solo in questa, è proprio perché vissute tutte in questa soltanto ) siamo stai e saremo: goccia di acqua, corda di arpa, filo di vestito, ala nel vento, stelo di prato, ombra di foglia, linfa del ramo, lanterna nella notte, naso contro la pelle, unghie sulla pietra, pinna nella corrente...













  • Copertina flessibile: 80 pagine
  • Editore: Mesogea (16 marzo 2011)
  • Collana: Micro
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8846920821
  • ISBN-13: 978-8846920829

grazie, Rita

5 commenti:

  1. Bellissimo post!
    Nella mia vita ho amato molti animali che ora non ci sono più ed ho provato molte delle cose che descrivi....il mio primo cane, Giada, una cockerina nera che ho adottato quando avevo 14 anni, la ricordo ancora ora.... più di vent'anni dopo la sua morte ricordo nitidamente le nostre avventure insieme, le sue particolarità e il nostro amore reciproco e credo che non la dimenticherò mai! E così tutti gli altri animali che hanno condiviso la loro vita con me e quelli che la condividono ora (3 cani, 4 gatti e un coniglio)
    Mi ha toccato molto questo tuo post perchè proprio in questi giorni uno dei miei gatti, malato di FIV e FELV, sta molto male...non mangia (devo alimentarlo forzatamente con una siringa) ed è molto debole a causa delle sue malattie che indebolisco il sistema immunitario. So che anche se si riprendesse ora, presto arriverà purtroppo il suo momento e so che vederlo morire sarà terribile (purtroppo l'ho già provato con altri due gatti che sono morti per le conseguenze della FIV) ma sarò con lui fino alla fine e godrò del nostro stare insieme fino all'ultimo momento.
    Cercherò questo libro, grazie per la recensione!
    Serena

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  2. Ciao Serena, è proprio vero che ci sono alcuni cnai, o altri animali 'della vita'. Stella, per me, era una di loro. Stai vicina al tuo gatto, fino all'ultmo, perché , che muoiano senza noi vicino, è qualcosa di tremendo! Sembra un controsenso quello che scrivo, ma per me è una 'fortuna' essere lì vicino a loro fino all'ultimo istante. Dopo, non ci saranno più, per lo meno, non raggiiungibili dai nostri sensi. Leggi, il libro, poi mi dirai che cosa te ne è sembrato. G

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  3. Condivido il pensiero di Enjoy: godere dello stare insieme. In fondo vale per tutto, godere di ciò che si ha e lasciare andare ciò che muore conservandone intatta la memoria delle cose avute/vissute.

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  4. Godere dei momenti vissuti insieme a un essere vivente e amato - al di là della sua forma specifica, che ce lo fa chiamare 'uomo' o 'cane' o 'gatto o 'maiale' - è una forma di saggezza inconsapevole, ma del tutto immersa nel fluire della vita-viva. Ora è ora; dopo, sarà passato, e sarà ricordo. Nel tener presente questo, forse, diventa meno amara la separazione imposta dal passaggio della morte. si trova la forza di lasciar andare, che è anche un lasciarsi andare. Con la memoria delle cose vissute e avute, sì, ma vissute, avute INSIEME CON chi non c'+ più (da non confondere nel novero delle altre cose, luoghi, eventi, avuti/ vissuti, che possiamo chiamare un 'tutto' di vita, che ci circonda e che troviamo sul nostro cammino, insieme agli altri che incontriamo e che si fanno incontrare). come sempre, Santa, le risposte alle tue risposte, mi portano a riaprire discorsi che varrebbero per altri nuovi post, è una cosa molto bella.

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    Risposte
    1. È nella natura del dialogo :)
      Ai nuovi post nati da bei discorsi :*

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