sabato 18 febbraio 2017

Empty Cages - Tom Regan

...aprire e vuotare le gabbie...


Gabbie Vuote, di Tom Regan, nato il 28 novembre 1938, e morto il 17 febbraio 2017.

GABBIE VUOTE

Non c'è frase iconica più eloquente e potente di questa, pensi.
Perché è esplicita, circa l'obiettivo ultimo, unico, reale, sensato, finale, logico e obbligatorio, da raggiungere. Se le gabbie verranno svuotate - e ce ne sono di molti tipi, di gabbie; anzi - QUANDO le gabbie saranno vuote - solo allora potremo essere capaci di aprire per la prima volta vere relazioni con gli altri animali, ciascuno di loro.
'Relazioni' vs 'Gabbie. E anche: 'Sguardo' vs 'Movimento'.
Una relazione è autentica solo se è libera da vincoli - compresa la libertà di interromperla o di non iniziarla. Lo sguardo autentico, pure, si basa sulla reciprocità sullo scambio e deve essere mobile: la vita animale è soprattutto movimento. 
Poi, da queste quattro parole, il discorso si proietta vertiginoso in un flusso di prospettive e punti di vista articolati e complessi, almeno tanto quanto la questione dell'esistenza delle gabbie, che Tom Regan ha affrontato e argomentato.

Tu in questo post, vorresti limitarti a riferire una breve esperienza personale, a proposito delle gabbie.
Eri a un corso di educazione cinofila, tra volontari (eravate al Giardino di Quark). L'approccio zooantropologico, imperniato e focalizzato sulla relazione, si potrebbe dire quasi imponga, a chi lo segue, di mettersi letteralmente nei panni, nei corpi, degli individui che vuole conoscere: è un imperativo teorico e metodologico, un indispensabile e imprescindibile appello all'intelligenza empatica che ha il compito di far emergere, esaltandola e allenandola. Anche nella zooantropologia applicata si parla di libertà di relazione e libertà di espressione, perché si sa molto bene che spesso molte gabbie - e forse quelle più resistenti - sono invisibili: sono fatte di stereotipi mentali, di adesione irriflessiva a schemi, regole, divieti diktat. Coi cani questo avviene ogni giorno, tutti i giorni, un'azione coercitiva mascherata da affetto e cura, che rimane invisibile ai più.
I cani subiscono per primi la nostra sindrome di Stoccolma.

Perciò quel giorno, la zoomaestra ci mise in gabbia: saremmo entrati, come i cani quando arrivano al rifugio, al canile, in una gabbia. Una stanza sconosciuta, con odori sconosciuti, fatta di cose sconosciute, con viste sconosciute, magari con compagni di gabbia - anche loro sconosciuti.
Senza sapere perché ci dovessimo entrare, o perché ci trovassimo lì. Senza sapere quanto ci saremmo rimasti - forse per sempre. Senza sapere perché non potevamo andare liberamente nel prato che proprio di fronte a noi vedevamo, ma lontanissimo, perché separato dalle sbarre del cancello del box - una gabbia.

Da quel momento, appena si chiude il cancello dietro di te, tutto cambia: il tempo; le tue percezioni; i tuoi pensieri.
Il tempo si dilata e assottiglia fino a sparire, poiché il suo scorrere non ha quasi più senso né significato, se non per gli aspetti fisiologici, unico metro di paragone del fluire temporale. In questo tempo, sei solo tu col tuo corpo; o meglio: infine non hai altro che ascoltare e ascoltarti, osservare e osservarti che ti muovi, tu, corpo rinchiuso. Ti ascolti, ascolti il tuo respiro, annusi i tuoi odori. Registri ciò che gli occhi vedono e ciò che le orecchie sentono. Avverti il formicolio della pelle e il rizzarsi dei capelli in testa. Senti la consistenza delle superfici dove ti siedi o ti sdrai o cammini. Arrivi a dimenticarti chi eri,  come eri al di là del cancello, che per te, infatti, nemmeno esisteva, nemmeno era concepibile. I tuoi pensieri bagnano tutto il tuo corpo con idee di (in)sofferenza, desiderio di uscire, di tornare indietro. E anche: di poter mangiare, di poter dormire tranquillo, di poter pisciare e cacare non vicino al cibo e al letto e all'acqua. I tuoi pensieri scacciano i ricordi del prima e ti riplasmano - se la gabbia dura abbastanza a lungo.
Pensi: chi mi ha messo qui dentro? e quando? e perché? mi faranno uscire? tornerò libero? e cosa mi faranno? e questi qui dentro con me, chi sono? sono cattivi? o sono bravi? ... da quanto sono qui dentro? 
La gabbia sminuzza i tuoi pensieri e li reimpasta in una poltiglia fatta di frustrazione, incertezza, paura e una lunga noia insensata che sbadiglia dall'alba al tramonto, o che freme all'arrivo del cibo, o che preannuncia l'apertura del cancello in quel dato momento della giornata.
La gabbia diventa te, e tu ti uniformi ai suoi dettami.

Noi uscimmo, naturalmente: ma ormai avevamo potuto almeno sfiorare il punto di vista degli animali in gabbia. Adesso, quando incrociavo lo sguardo dei cani chiusi nei box, oltre all'affetto che cercavo di comunicargli, c'era anche la percezione forse più attenta alla loro ansia - sempre sottotraccia - di voler uscire e non vedere più quella gabbia 
(Per chiarire: il Giardino di Quark NON è un canile di gabbie sempre chiuse, anzi. Ne ho parlato, l'ho citato, perché quella preziosissima esperienza venne fatta lì).

Ecco, tutto questo Tom Regan lo ha reso eloquente per tutti, nel suo testo basilare, per la liberazione totale degli animali, per l'abolizione totale delle gabbie - tutte. Ci ha fatto capire perché è imperativo che le gabbie vengano svuotate e poi distrutte.

Molti non ci pensano, ed è paradossale: quando avremo finalmente il coraggio e l'empatia di liberare gli altri animali nostri prigionieri, saremo di nuovo liberi anche noi.
Perché? Leggete il libro...

4 commenti:

  1. Bellissime riflessioni Giovanni, che poi portano dritte al senso ultimo dell'antispecismo: mettersi nei panni degli altri animali che imprigioniamo e provare a vedere come ci si sente.

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    1. Grazie Rita. Guarda, se ti dico che l'ho scritto sull'onda, al volo, dopo aver cominciato a leggere il tuo, sembra la sviolinata che non è!? Tu scrivi sempre con grande lucidità, quindi ho pensato: che cosa posso dire io, per 'dare traccia'di questo che è capitato? Ci tengo proprio: meno male che i ricordi mi hanno supportato.

      Hai ragione: l'essenza dell'antispecismo è proprio questa capacità di vestire pelli altrui. Tanti lo rifiutano, perché richiede una forte capacità di coerenza, per agire secondo le dovute conclusioni che si possono fare dopo averci davvero riflettuto.

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  2. Leggete Rita Ciatti:

    http://www.ildolcedomani.com/2017/02/come-tom-regan-mi-ha-cambiato-la-vita.html

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  3. Ascoltate Silvia MOlè:

    https://www.radioradicale.it/scheda/465353/intervista-a-silvia-mole-sul-volume-di-tom-regan-gabbie-vuote?qt-interventi_trascrizione=1

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