mercoledì 23 aprile 2014

2014 - Untouched: shortmovie di Marco Paracchini








Novara centro

 


courtesy from Marco Paracchini, 
paracchinilab e il website di M.P

23 aprile 2014 15:27,
caro Marco, finalmente,  ho visto il tuo cortometraggio.

Dire che mi è piaciuto è scontato, ma non è il complimento fatto per amicizia, credimi. Il film mi ha incuriosito e intrigato, e poi affascinato, sorpreso, perfino divertito (in maniera agrodolce), e alla fine immalinconito.


Varie le considerazioni personali da fare, nel dettaglio: sull'estetica, sulla resa, sul messaggio.

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER

L'estetica è quella della solitudine post moderna: tante case cubicoli che sono sempre più non luoghi, persino nella provinciale Novara; accoglienti, persino tecnologiche, ma in fondo fredde e impersonali. Con una pentola, un piatto, la televisione. I cubicoli si trovano in centro città, in una casa che - per via dei dettagli che si vedono e che la raccontano, come la statua, la ringhiera in ferro battutto, i colori delle pareti, - dev'essere di quelle restaurate e costose. divise in appartamenti, tutti messi in affitto. Questa solitudine, raccontata attraverso la giornata tipo di questa bella ragazza e di questo bel ragazzo (son tutte belle, le persone nel tuo film, a proposito), si esplica e si sublima attraverso il rapporto coi cellulari: tutti, nel film, stanno sempre a comunicare a un(') assente, col pensiero a un altrove che non è mai dove si trovano in quel momento. Da qui, mi sembra derivi spaesamento, esemplificato dal panino mangiato nello sgabuzzino, oppure e ancor più,  lo spuntino consumato stando a cavalcioni delle mura romane dietro un palazzo signorile, che i novaresi possono riconoscere come il Conservatorio - ed è una scena di grande impatto, cioè molto sorprendente per come si sviluppa e prende il volo; dal (voler) essere altrove, deriva anche afasia, una incapacità di comunicazioni 'calde', cioè con altri esserei viventi, faccia a faccia, a meno che non siano quelle funzionali e strumentali del lavoro, dell'impiego, della professione, delle necessità basic come fare la spesa al discount. Tutto questo, genera, mi genera, dei sentimenti di cui poi dirò.


La resa: sono rimasto davvero senza fiato a vedere Novara da una prospettiva a volo d'uccello! Le riprese aeree, ma anche il taglio di quelle a terra, i fuochi, le luci, gli scorci, le location, l'hanno resa una città irriconoscibile, più bella e affascinante e in certo modo più  misteriosa e cosmopolita di quello che realmente è. In certi momenti, non l'ho riconosciuta, ed è sembrata una città in cui avrei voluto vivere. In certi momenti, mi è sembrata la Tokyo di "Lost in translation"; anche il destino dei due personaggi si assomiglia, ma qui è persino più solipsistico e triste di quello dei due americani a Tokyo nel film della Sofia Coppola.


Il messaggio. La parola è brutta. Forse meglio se uso una parola come  'il racconto', o 'la storia': ché di questo si tratta. C'era una volta una bella dama e c'era una volta un valido cavaliere, che tutti i giorni affrontanvano con coraggio muto e rassegnazione, gli impegni dei loro compiti lavorativi. Fuor di 'once upon a time', e nel presente: tutti sono isolati, anche se in mezzo agli altri; si schermano, si schierano, dietro al volante, dietro alle cuffie, oppure sfogliando libri di cui non gli importa veramente, oppure consultando lo schermo del pc; oppure cenando come profughi davanti al fuoco digitale dello schermo tv lancia-immagini anestetiche. Troppo pessimista? In fondo, le immagini sono per Marco Paracchini un grande valore, un grande tesoro, un'avventura di scoperta. Ma qui, il ragazzo e la ragazza, quest'avventura non la colgono - nemmeno che  la rifiutino, è proprio che nemmeno si accorgono che esiste. Infatti, per tutto il giorno, mandano messaggi a un qualcun altro in un altro altrove, presumibilmente identicamente-non-diverso; o altrimenti, diversamente-identico a quello dove trascorrono le loro ore, dove si lasciano trascorrere sugli abiti e tra i capelli e la barba le loro ore che non sono più loro, ma sono indifferente tempo-(s)perso che se ne va per conto proprio, sgocciola via e rimane immobile e contemporaneamente è anche ciclico. Questo qualcun altro non sappiamo chi è e/o perché è - sappiamo, o crediamo di sapere che il messaggiare con esso procura gioia (?), sollievo (?), distrazione (?) ai protagonisti, ma anche ai comprimari. Che di fatto possono benissimo essere considerati intercambiabili - e il fatto che l'obiettivo segua le loro giornate anziché quelle della collega di scrivania o della ragazza al desk di libreria, tanto per fare un esempio, pare del tutto casuale, i due protagonsti non sembrano possedere un significato speciale rispetto alle altre persone sullo sfondo. Inizialmente, si può pensare che comunichino tra loro, ma no, non è così. Nel corso della storia, tra l'altro, per una certa manciata di minuti, ho creduto, ho aspettato, ho pensato, che in qualche modo si sarebbero incontrati. Ho pensato che il caso li distrarrà dai cellulari, distrarrà i loro sguardi dai piccoli schermi per alzarli alla luce della realtà fatta di altre persone. Ma no. Non succede. Ciò mi suscita sia malinconia che rabbia, che poi trascolorano in constatazione che oggi questa è la realtà: non si possono - non si devono - né avere né mostrare sentimenti a tutto tondo, emozioni forti, parole gridate. Perciò, anche il mio stato d'animo abbassa il volume, coglie il fatto che la storia filmata registra una realtà generalizzata  - ma solamente in una porzione di pianeta che non è tutto il pianeta, anche se si illude - in modo ingenuo, con mente embedded - di esserlo.
E all'arrivo del mattino dopo, il mio sorriso è amar-sarcastico per  la sorpresa del guizzo (un finale alla Frederic Brown ma non troppo - se Frederic Brown fosse intimista), nello scoprire che la bella ragazza e il bel ragazzo sono dirimpettai.  Magari è la prima volta che si incontrano: e ciò renderebbe ancor più drammaticamente 'spaventosa', la loro reciproca reazione, che è poco più di un sorriso soffiato sulle labbra increspate, occhi bassi, e poi ciascuno via - l'altro vivo e reale e presente e concreto è già dimenticato (per timidezza, o per diffidenza, o per indifferenza, o per incapacità?): non è importante, presto arriverà un nuovo sms, anzi è già arrivato da l'altro altrui in altro ulteriore altrove solitario.. Nessuno tocchi nessuna bolla, ché altrimenti esplode. E le conseguenze sarebbero troppo imprevedibili da sopportare. Ma - io credo - sarebbero la vita.

Una considerazione maturata dopo aver scritto questo testo (scritto di getto via email e adesso riportato qui, ma con un lavoro di autoediting approfittando della rilettura): ritorno a rivedere le case dove abitano il ragazzo o la ragazza. Sono case impersonali, e l'ho scritto. Ma sono anche case inanimate. Non c'è nulla di vivo dentro. Per esempio, non c'è un cane, non c'è un gatto  - né potrebbe esserci o viverci (o viverci bene) perché non sono ambienti a misura di esseri viventi; l'assenza di altri viventi con cui avere scambi, principalmente comunicativi-emotivi, fa avvizzire anche la capacità di socializzare con gli altri umani, ai quali si preferiscono le interfacce elettroniche - perché sicure, prevedibili, rassicuranti, prive di sorprese impreviste. E in questo rispecchiano in piccolo ciò che in grande sono diventate le nostre città. Le città non sono più ospitali per i viventi che le abitano, quegli umani che si suppone potrebbero e dovrebbero essere capaci di crearsi un ambiente vivibile, attraversabile, anziché un luogo che è a loro stessi ostile e impraticabile. La non presenza di animali è il segnale più chiaro di questa invivibilità: se gli spazi disegnati e costruiti non sono più in grado di accogliere i viventi che ne sono i destinatari principali, allora spariscono, cancellati, anche gli altri viventi che invece questi spazi li hanno subiti fin dall'inizio. Ma questo è un discorso - di zooantropologia, di margini e bordi, di relazioni e comunicazioni e linguaggi 'politici', cioè della polis -  che ha bisogno di altri spazi e altri momenti. Per ora mi fermo qui, a rivedermi il corto di Marco Paracchini

3 commenti:

  1. Davvero bello, questo muoversi dentro e fuori. Mi è piaciuto molto, come le considerazioni che lo accompagnano.

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  2. Ciao Santa, ben arrivata sul blog. Grazie per il tuo commento. E' vero, questo corto di Marco Paracchini è davvero particolare.

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