martedì 3 febbraio 2015

I nostri due giorni di Do as I do

Maika e Chicco - Foto Lorenzo LoFoto In Collina

Siamo tornati dal fine settimana intenso del seminario di "Do as I do".
Lisa, Maika e Chicco sono molto stanchi, molto più di me, hanno trascorso una notte di completo riposo.

I miei tre cani non conoscono nessun 'comando' sotto controllo vocale (i classici 'seduto', 'resta', 'terra', più altri ulteriori addestramenti). Perciò,  ci mancavano delle precondizioni per assistere al corso come allievi. Abbiamo assistito come semplici osservatori, ma questo non ha reso le due giornate meno interessanti, anzi!

al campo con Cristiana e Elena di PEC




Claudia Fugazza


La dottoressa Claudia Fugazza, è una scienziata, etologa, che ha elaborato questo protocollo dopo anni di studi e di osservazioni.
Dal momento che ho potuto assistere alle lezioni e alle pratiche, ma non ho partecipato in qualità di vero e proprio allievo, posso però raccontare le mie impressioni, come se ve le stessi raccontando - per esempio -  al telefono, mentre passeggio. Mi sono accorto che in questo modo riesco a chiarire meglio i concetti a me per primo - visto che ve li voglio raccontare, devo almeno provare a farlo in modo comprensibile! - e che, per così dire, le idee vengon parlando - e molte considerazioni son spuntate propri così, mentre provo a far ordine nell'esposizione. Si tratta di considerazioni 'a memoria' su quanto ascoltato, si tratta anche di domande che potrebbero far diventare questo post una specie di lettera aperta che mi piacerebbe che Claudia Fugazza leggesse, per rispondermi alle domande e curiosità, sollecitate dall'esperienza molto ricca ed elaborata di questi due giorni.

Perciò, è chiaro come tutti gli errori, i fraintendimenti e le banalizzazioni che potranno di sicuro essere presenti, sono del tutto 'merito' mio e non della relatrice. Questo vale anche per gli appunti, pubblicati nero su bianco più sotto, sempre in questo post.

A lezione


La lezione di sabato ha affrontato le questioni teoriche che stanno all'origine del metodo pratico del 'do as I do' (traducibile, direi, come un fai come faccio io - copiami).
Le questioni e i concetti scientifici che sostengono il tutto sono tra i più cruciali e anche controversi persino tra gli scienziati, perché hanno a che fare direttamente con 'cose' come intelligenza e - addirittura! - intelligenza animale (!), e dunque non di rado entrano in territori più spesso esplorati dalla filosofia, per non dire dalla religione.

Va da sé che questa parte mi ha appassionato moltissimo.

La prima cosa che mi piace dire e che è secondo me tra le più importanti è che gli (altri) animali - i cani nello specifico - sono intelligenti. Lo sono, al di là di ogni dubbio che non sia specista e specioso e antropocentrico - sono intelligenti e lo sono in molti modi differenti e le prove sono molte e differenti anche queste, raccolte in anni e anni di ricerche, test, prove, aneddoti, secondo la prassi metodologica scientifica, che si sente sicura solo dopo aver ripetuto n-volte la stessa prova.

Quando però la prova provata riguarda l'intelligenza degli animali, quando si scopre che un animale è capace di fare un qualcosa che era stato classificato tra le caratteristiche dell'intelligenza - così come viene intesa, una peculiarità solo umana - qualcuno decide di cambiare l'elenco delle caratteristiche, di mutare le regole e i criteri di classificazione, in modo che proprio quel nuovo 'qualcosa', scoperto peculiare anche per altri animali, viene a ritrovarsi escluso dai criteri per detrerminare l'intelligenza - e si ricomincia da capo, con gli animali sempre esclusi dal club degli intelligenti, un club fondato dall'uomo e che ammette un solo e unico socio, l'uomo stesso - e a volte nemmeno quello...
Questo modo di fare - che di scientifico ha poco e molto ha di ideologico - che sovverte e le regole - a beneficio solo umano  - è stato discorsivamente e criticamente esposto da Claudia Fugazza, quando ha parlato della 'scala naturae', che pone al vertice l'umano e giù giù tutti gli altri animali - dallo scimpanze, via via fino a insetti e l'oltre quasi invisibile verso il microscopico, in un crescendo di indistinzioni.

La 'scala naturae', però, è un malinteso per niente innocente o inesperto del concetto darwiniano dell'evoluzione - che andrebbe meglio intendere come adattamento alla pressione dell'ambiente sugli organismi viventi. Alla fine, ciascuno di noi si trova alle prese sia con la filogenesi - il percorso di antenati che arriva fino a noi, a cominciare dalla comparsa della vita sul pianeta - che  con l'ontogenesi - il suo percorso individuale, da embrione a organismo adulto. Sono i frutti della pressione ambientali, alla quale gli organismi rispondono con varie strategie - in questo consiste, più o meno, il cosiddetto adattamento.
Così è che, ciascun individuo, per quanto fa parte di un certo gruppo più o meno ampio di individui che condividono molte peculiarità fisiologiche, e che vengono concettualizzati come specie, porta con sé uno specifico bagaglio di caratteristiche - appunto - di specie, specifiche.

Cani e umani hanno ciascuno il proprio bagaglio specie-specifico, e molte delle cose sono comuni.

Uomo e cane nascono insieme, dall'incontro con lupi individualmente più propensi all'interazione sociale con individui di altra specie - il che li ha portati a inserirsi vantaggiosamente nella nicchia umana, proponendo a loro volta vantaggi in dote dalla nicchia lupina da cui provenivano.

L'imitazione - che presuppone empatia e capacità di mettersi dal punto di vista dell'altro - è molto presente nei cani discendenti di quei lupi - che hanno quindi una intelligenza sociale collaborativa spiccatissima. Imparano imitando grazie all'osservazione, e su questo si basa il protocollo 'Do as i do'.

Si tratta di addestramento, e pertanto ho la sensazione che sia soggetto alla propensione al controllo, da parte degli umani, i quali infatti del tutto automaticamente stabiliscono una soglia di accettazione per i comportamenti sociali dei cani - alcuni comportamenti sono al di sotto della soglia e non sono graditi (vanno minimizzati); altri sono al di sopra della soglia, quindi sono graditi e vanno incoraggiati. La comunicazione rischia di rimanere a senso unico, perché ci si aspetta sempre che sia il cane ad accogliere le richieste umane e difficilmente si ha il caso che gli umani comincino a prestare attenzione alle proposte canine, tanto meno assecondarle - o quanto meno, questo è il rischio maggiore, influenzato da ideologie e teologie antropocentriche. Le proposte canine rischiano l'invisibilità, o la sottovalutazione - anche se il cane ne fa moltissime. Insomma, l'umano non si chiede, tende a non chiedersi: che cosa è gradito al cane? Non si prova a immaginare una soglia di comportamenti socialmente graditi dal lato canino. Se ci fosse questa soglia, ho l'impressione che almeno della metà dei comportamenti che l'umano fa in presenza del cane, rimarrebbero molto al di sotto della soglia. In un rapporto di relazione, tutti e due possono proporre alternativamente, ma non vedo molti uomini seguire l'esempio di azioni proposte dai loro cani.

Vero è che comunque l'ambiente antropico è per definizione misurato sull'umano - che poi le misure stiano strette, questo è un altro discorso - e che il cane che ci vive ha necessità e utilità a conoscere certe regole umane - comunque un poco idiosincratiche - per la sua stessa sicurezza (per esempio, per evitare di essere investito da un'auto); poi, probabilmente, il cane con maggior serenità e più volentieri che se fosse un umano, si lascia guidare. ma tuttavia anche lui ha dei desideri, delle richieste, che sono sue e solo sue e che passano misconosciute - poiché accennate - nella cacofonia umansferica. Proprio l'antroposfera, concretizzata dalle nostre città, si sta rivelando paradossalmente invivibile e pericolosa per gli umani stessi. C'è chi pensa (per esempio, Luca Spennacchio)  che l'indicatore di questa accresciuta invivibilità sia proprio la diminuita presenza e frequentazione del cane, e i molti divieti, obblighi e recinti che il cane - e gli umani che ci convivono - devono sopportare. Nelle nostre città viviamo male, e non è un caso che questo malessere lo vediamo nei nostri cani, in modo evidente: siamo due specie 'cresciute' insieme, non potrebbe essere diversamente. E si potrebbe iniziare anche un discorso sul maltrattamento - altro concetto sfaccettato, perché al giorno d'oggi comprende anche maltrattamenti apparentemente mascherati da cura, ma che sono invece abuso o incuria: di tipo sociale (isolamento), alimentare, fisico, sessuale (zooerastia), genetico (malattie e deformazioni ereditarie) (mi sono ispirato a idee e concetti di Cristiana di PEC e al libro di Barbara Gallicchio).

Vero è che nel do as I do, l'ordine - la richiesta, la proposta, l'esempio - non va dato con un comando vocale, ma va mostrato eseguendolo in prima persona, col proprio corpo. Questo potrebbe incoraggiarci ad auspicare una maggior consapevolezza da parte degli umani - circa quel che stanno chiedendo, circa le sensazioni che suscita e le capacità fisiche e sensoriali che richiama in gioco e in uso. Potrebbe succedere - se l'umano non fosse univocamente orientato al risultato performante, invece che alla relazione. E se succedesse, allora, magari l'umano ci penserebbe due volte a ordinare al cane una cosa che constata che suscita disagio o difficoltà a lui per primo - fatto salvo il fatto che comunque affrontare e superare le sfide, aumenta 'cose' come autostima, autopercezione, ecc.
La zoonatropologia, arrivata in Italia con Roberto Marchesini, ha messo a frutto proprio le istanze della relazione.

GLI APPUNTI
L'apprendimento sociale ha dei vantaggi peculiari molto interessanti. Intanto, vediamo gli altri tipi di risposta alla pressione ambientale.  

C'è il comportamento specie specifico, adl alto determinismo genetico; i suoi vantaggi sono l'alta affidabilità, la risposta rapida e irriflessiva, sempre ripetuta. La sua efficacia è pressoché totale in un ambiente  che non ha grossi cambiamenti e risulta quindi essere un contesto prevedibile. Come grosso modo è accaduto per centinaia di milioni di anni sulla Terra.
C'è l'apprendimento individuale, che è molto flessibile, avviene per prove ed errori e quindi puà avere conseguenze negative per l'individuo, può anzi rivelarsi come letale, o fatale, se il tentativo è clamorosamente sbagliato o inadeguato alla situazione. Funziona in un ambiente in trasformazione o mutamento.

Infine, l'apprendimento sociale, che qui ci interessa, ha una alta flessibilità e non comporta conseguenze pericolose o letali per l'individuo, che impara osservando le esperienze altrui, ripetendole e ricordandole. Anche questo è molto utile in ambienti che si stanno trasformando.
L'ambiente antropico è tipicamente un ambiente in rapida e costante trasformazione.

Claudia Fugazza precisa che questo è comunque uno schema didattico: in realtà, i tre tipi di comportamento convivono all'interno di un medesimo individuo, e sono correlati, ogni volta entrano in gioco simultaneamente, anche se con 'pesi' differenti a seconda del contesto. Perché ci possono essere casi in cui il comportamento migliore, addirittura 'salva vita', sia quello del repertorio specie-specifico; e sono casi numerosissimi, solo che non ce ne accorgiamo, proprio perché ... lo facciamo senza pensarci!

In passato, questa situazione ha portato a polemiche tra varie e diverse scuole di ricercatori. Gli psicologi deterministi in USA hannio affermato che il condizionamento è tutto. Valga per tutti Burrhus Skinner, l'inventore della 'skinner box', paladino del condizionamento operante e dei processi di apprendimento individuale.  Che poi avesse fatto affermazioni tipo: datemi un neonato e io col mio metodo lo farò diventare indifferentemente un avvocato o un ladro, un medico o un killer (sembra di stare nella Brave New World, distopia di Aldous Huxley); e che la sua scatola con scosse elettriche non fosse esattamente confortevole per i poveri individui (animali) sottoposti ai suoi test, forse, fa un poco riflette. Per lo meno meno, io non posso fare a meno di pensare a questioni etiche legate al nostro rapporto con gli altri animali.

Gli psicologi europei, tra cui Konrad Lorenz, invece sostenevano il valore e la basilarità degli istinti, con concetti come l'imprinting. Per cui se un bambino umano verrà cresciuto 'in compagnia dei lupi', o dalle scimmie, da adulto vedrà il mondo come i suoi genitori adottivi e si comporterà come un gorilla o come un lupo.
Non mancano le storie riportate di casi simili realmente accaduti.

Queste alcune premesse.
Nell'ambito dell'apprendimento sociale, rientra l'imitazione, che è quindi uno dei processi di apprendimento sociale. L'imitazione, in etologia, non è quell'atto banale e considerato inferiore che viene inteso nel senso comune. Imitazione è invece un comportamento complesso, che richiede un grado di empatia, il sapersi mettere nei panni dell'altro, la capacità di adottarne il punto di vista.
Dunque, è sicuramente una manifestazione di intelligenza. Per inciso, anche l'intelligenza è un concetto tutt'altro che univoco: di intelligenze ne esistono di vari tipi, che il metodo scientifico ha cercato di rendere misurabile. Non esiste - per la scienza - una 'intelligenza' unica e astratta. Quest'ultima, piuttosto rientrerebbe nell'ambito filosofico umanista, che usa strumenti come la 'scala naturae', chiaramente antropocentrica e scientificamente priva di un senso.

La scienza che si occupa dellE intelligenzE è l'etologia cognitiva.
A partire dal famoso studio sui macachi giapponesi che sulle isole lavano le patate dolci nell'acqua del mare, per pulirle dalla sabbia, l'etologia cognitiva ha raccolto tantissimi dati sull'apprendimento sociale, che tra le sue caratteristiche ha anche quella di essere estremamente rapido nel diffondere la conoscenza acquisita.

L'apprendimento sociale trova cause favorevoli quando il livello di socialità generale tra i gruppi è alto; quando si ha la presenza di importanti cure parentali; quando c'è forte tendenza al gioco e all'esplorazione. La specie umana condivide queste tre caratteristiche con il cane, e sono questi molto probabilmente i motivi del legame che si è creato.
Pur essendo un legame antichissimo - si potrebbe dire addirittura causativo dell'evoluzione di homo così come è diventato - fino a pochi anni fa è stato poco studiato. L'etologia studia il comportamento degli animali nel loro ambiente; ma, qual'è l'ambiente del camne^ Il medesimo di quello umano va da sé che studiare il comportamento del cane nel suo ambiente naturale significa studiarlo nelle città, negli agglomerati di umani, perché ovunque ci siano umani ci sono anche cani. Non si pensa più che l'ambiente domestico umano sia un ambiente artificiale, ma un espressione del comportamento specie specifico umano, un contesto all'interno del quale il cane si è inserito fin dagli inizi. Il cane - i suoi antenati lupini - si è (auto)domesticato.
Alcuni lupi, ai primordi di homo, usarono la nicchia umana, vi si inserirono, cogliendone i vantaggi collaborativi. Si è creata una relazione naturale, giocata tra filogenesi e ontogenesi, tra caratteristiche specie specifiche e la loro interpretazione individuale. Non tutti i lupi sono socievoli verso gli umani, pur essendo socievoli con gli altri lupi. Solo i lupi prosociali anche nei confronti degli umani, li hanno avvicinandosi, scegliendoli come compagni co-evolutivi. La relazione cinantropica è un evento unico in etologia: umani e cani condividono lo stesso ambiente.

Il cane, quindi deriva da un lupo con maggiori propensioni verso un certo tipo di comportamento. Si è ipotizzato che il cane, rispetto al lupo, sia andato a perdere la capacità di problem solving. In realtà, le motivazioni comportamentali sono differenti in cani e lupi: i secondi sono più indipendenti, non cercano collaborazione con individui di altre specie, mentre i cani privilegiano proprio i comportamenti relazionali e collaborativi, specialmente con individui umani.

Con dei test molto lunghi, che hanno coinvolto nell'arco di molti anni due gruppi - uno di cani e uno di lupi, si è potuto fare delle distinzioni concrete, operative documentate sui diversi tipi di intelligenza canina o lupina. Emerge che il cane, nelle soluzioni per lui insolubili, guarda l'umano, fa riferimento a lui, il lupo invece no; questa differenza è retaggio genetico e non è legata alle esperienze individuali.

Il cane, cioè, ha un'altissima predisposizione allo sguardo, che è il segnale tipico di ingaggio di relazione; proprio la relazione speciale che esiste tra cani e umani, fin da quando gli umani son diventati tali. Si parla di evoluzione convergente, che ha reso simili due specie (homo e canis), filogeneticamente lontane, ma cresciute nel medesimo ambiente, e dunque sottoposte alle stesse sfide e pressioni. Il cane è altamente predisposto a seguire l'indicazione sociale, sia che i membri del gruppo siano cani o umani.
Gli individui che sono messi nelle condizioni di osservare una dimostrazione pratica svolta da un esecutore abile, imparano più velocemente. Possono abituarsi a diversi contesti e in questo modo migliora la loro abilità.

Il detour, o deviazione, riguarda una serie di test che hanno reso ecvidente un fatto che rafforza la validità dell'affermazione circa il particolare tipo di intelligenza sociale dei cani. Si è visto che il cane arriva a privilegiare una strategia meno efficiente e più lunga - se indicata e proposta dal partner umano - piuttosto che una strategia più efficiente per lui stesso, ma che non viene indicata dal partner umano.

Il Do as I do si basa sull'imitazione e sulla predisposizione sociale e collaborativa del cane. Come protocollo è nato negli anni '50, con Hayes e i suoi studi con gli scimpanzè. Del 2006 è il primo studio col cane 

Nel do asi i do, il cane prima apprende la regola, poi la generalizza. Il concetto di 'copia' si generalizza a diversi contesti e situazioni. 



7 commenti:

  1. Considerazioni dal post precedente in risposta alle tue. Si quello che sto per scrivere dovesse apparirti polemico non lo è. Non amo le polemiche, mi piace riflettere ad alta voce, confrontarmi, cambiare opinione, restare convinta di quelle che ho, considero la fissità un freno allo sviluppo. Detto questo ti dico la mia! Hai presente le comunità indios, aborigene, i nativi. Ecco, quando arrivarono i colonizzatori, oltre allo sfruttamento, "insegnarono" loro (religione, usi e costumi al seguito) a vestirsi. La moria per polmonite fu devastante, chi vive nudo in terre caldo umide, in presenza di acqua è solito bagnarsi, i vestiti zuppi d'acqua addosso non sono certo sani. Ho banalizzato molto lo so, per tempistiche di scrittura, ma credo di aver reso l'idea. Eccoci al punto, noi c.d. umani non conviviamo con gli altri, l'umano dominante, vuoi per armi e quindi per forza, vuoi per intelligenza, vuoi per quello che vuoi, dobbiamo a tutti i costi far si che "l'altro" si adatti a noi, a quello che noi pensiamo vada bene. Era l'esempio che già ti ho fatto nel post precedente, il gatto funambolo è "deprecabile", il gatto castrato è per il "suo bene". Purtroppo visto che non abbiamo in comune un linguaggio, finiamo per interpretare i bisogni e da quei bisogni costruiamo i "protocolli". Sempre per ragionare ad alta voce. Ti faccio l'esempio di due innamorati. Due si amano, pensano di conoscersi, si basano sui bisogni reciproci, poi ad un certo punto, quando i bisogni non corrispondono ti alzi al mattino e di fronte ti trovi un estraneo, uno che non hai mai visto, che ti rinfaccia cose e gli rinfacci cose che nè l'uno, nè l'altro avevano mai immaginato. E questo accade tra animali con un linguaggio in comune, quello che chiamiamo "la forza delle parole". Adesso sposto la situazione tra due esseri che devono comunicare attraverso segnali, che sono sicuramente chiari per due appartenenti allo stesso Dna, ma sicuramente oscuri e fallibili d'interpretazione per chi non ha quel bagaglio genetico. Mi fermo qui con tanti spunti di riflessione. Scusa la lungaggine, solo per confronto. Buona domenica :)

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    1. Cara Santa, scusami tu per il ritardo con cui ti rispondo - e sarà per ora e per forza di cose una risposta breve e telegrafica. del tutto libera da spiriti polemici, proprio come piace sia a te che a me. Il confronto di idee è cosa da praticare e da favorire, sempre, ancher se può essere fsticosa - ma è sempre, sempre illuminante, stimolante, e fonte di libertà e rispetto. Fatto il panegiricvo, per inquadrasre la telegrsficità del resto della mia risposta, da ora tasrda. >ma spero di approfondirter, perché tu come sempre getti sul tavolo un mare di carte tutte da vedere e da giocare.

      Il do as i do e Claudia Fugazza vanno inquadrati in un contesto più ampoio, che forse non sono stato capace di renderee - probabilmente perché per me è ormai cosa nota e per molti aspetti interiorizzata o acquisita come nozione.
      Lo spirito con cui studio questi corsi e frequento questi stage è quello di coglier el'occasione per aggiungere sempre nuovi tasselli di 'sapere prartico', ma anche di vedute teoriche. Un atteggiamento di studio, insomma. Il che non mi esonera né impedisce di avere opinioni personali. Una per tutte, e che vale solo come risposta parzialissima e per un solo spicchio del tuo commento: tra umani e cani c'è molto DNA in comune, in quanto mammiferi. Condividiamo molti modi di esprimere emozioni o stati d'animo, sia basilari che complesse, abbiamo un sottofondo di segnali comuni e condivisibili - altrimenti non staremmo insime e da decine di migliaia di migliaia di anni! Abbiamo quindi un linguaggio in comune, strettamente connesso a molte emozioni condivise, eccome! Che poi gli umani abbiano l'ansia del categorizzare e del dirigere, e che i cani invece abbiano la capacità di interpretare sottili sfumature espressive di cui nemmeno più noi che le facciamo ci rendiamo conto, va tutto a nostro biasimo, a parer mio. E in ciò hai ragionissima . La c.d. 'forza delle parole' (?) è anche una debolezza, che vela e nasconde quando illude di svelare e mostrare.

      Infine - ma non per finire - non sono sicuro di aver colto il nesso tra l'episodio degli indios vs conquistatori e umani con i cani. Forse è uj esempio per illustrare i danni della educazione a senso unico? In tal caso, condivido parte del tuo disagio: noi umani, anche in buiona fede, sentiamo la necessità di educare il cane alle regole per stare nella nostra società. Ciò potrebbe seervire al cane a sopravvivere e a evitare pericioli, ma .... perché invece nno cambiamo la società? (e potremmo farlo, se cominciassimo a ascoltare le proposte fatte dal cane verso di noi). A volte, ci sembra meglio uniformrci al conformismo invece che mettere in discussion e lo status quo.

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    2. ... e meno male che era una risposta breve! ;) Buona notte e buona settimana :)

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  2. Grazie per la risposta :) Rifletterò in cammino. Leggendo gli altri tuoi post. Anche a te buona settimana. Anzi buon riposo, spero tu abbia finito o al meno sia a buon punto.

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    1. Beh, per quanto riguarda il trasloco sono quasi alla fine del calvario. Ma siamo solo al prologo di un'altra cosa, sempre legata alle case, che per ora non dico, più che altro per scaramanzia. Mi conforta in qualche modo confortante l'idea di 'accompagnartiì in cammino riflessivo e di lettura. Per me, in questo cammino, al centro e come meta ci sono sempre gli altri animnali, oltre agli animali umani, e il tipo di rapporto che c'è tra loro, che c'è stato e che potrà o che spero potrebbe esserci....

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    2. .... intanto in bocca al lupo, lì sei al sicuro... per tutto e poi incamminiamoci!

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  3. In cammino allora, sotto tutti i punti di vista e in ogni senso possibile! :) viva il lupo

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