giovedì 22 gennaio 2015

Haiku

Fonte: Pinterest, from DeviantArt

Scrivo haiku da molti, molti anni... 


Ho incontrato questa poesia molti anni fa, a sorpresa, in un romanzo di fantascienza molto particolare. Era "Le maree di Kithrup" , scritto da David Brin. Me lo ricordo come una specie di Impero colpisce ancora versione cartacea e molto più estremo e avveniristico. Se mai lo rileggerò (perché si trova ancora tra i miei libri), chissà quali impressio ne ricaverò. 
Per il momento, mi basta ricordarlo perché tra i suoi protagonisti c'erano i delfini, diventati piloti interstellari che insieme agli umani esplorano gli spazi galattici. Ebbene, questi delfini, parlavamo tra loro. E con gli umani, usando una lingua che nel libro viene chiamata delfinese trinario, ovvero, haiku. Trilli haiku per dichiarare le proprie emozioni, ma anche per comunicare veloci e scarni dati tecnici di astronavigazione. A bordo di una astronave che, me lo ricorderò sempre, "zoppica come un cane a tre zampe" (!) - vuoi dire che ho incontrato qui per la prima volta anche la disabilità animale?

Come poteva non essere affascinante l'haiku, che con così poche parole ha la forza profonda di esprimere così tanto? Il seme poetico era gettato e ben presto, sarebbe germinato. Non in primavera, ma in inverno - inverno di neve e della stagione, ma anche inverno del mio vivere.
Una cosa che fiorisce sotto la neve sia per lo meno da notare e considerare. Perché è la risposta impossibile a una domanda esigente: che cosa sono le cose che sto provando, qui è ora? Come posso tenerle con me?

Soltanto parecchio tempo dopo, e dopo moltissimi haiku, ho scoperto - leggendo la storia di questo stile poetico e dei poeti giapponesi che secoli fa lo elaborarono - che haiku è poesia leggera di viaggiatore, di mendicante, interiore se non anche esteriore. La biografia di poeti come Basho è scritta nei chilometri di strade polverose, di sandali consumati, di tettoie sotto la pioggia.
Queste poesie si distillano dalle moltitudini  di impressioni minimali minime di cose incontrare nelle stagioni di un circolo annuale. Haiku si folgora in istante e di un istante, per renderlo profondo nel ricordo di chi lo ha intuito immaginato e pensato.
Diciassette sillabe e tre versi, lungi da essere contenitore troppo stretto, sono base sicura e nitida per dare le ali alla creatività , una sfida alla propria poesia, che così deve sapere bene che cosa vuole dire, cosa intende significare, cosa desidera portare.  Ma si tratta di una sfida non violenta: è come una meditazione, il pensiero sgombro (mi piace una immagine: la tua mente sia attraversata dai pensieri come il cielo dalle nuvole ) che vede arrivare la forma della emozione giusta per potere desiderare di scriverla e regalarla al ricordo. Non siamo noi che cerchiamo la parola giusta, il ritmo giusto; sono il ritmo è la parola che ci trovano, ci muovono e ci parlano attraverso. Non è quasi come incontrare un altro individuo? Un altro da noi che però siamo noi. Dentro di noi, solo che non lo sappiamo, a meno che non ci concediamo il tempo e la pazienza per creare occasione di incontro.

E qui, allora, mi viene da pensare alla possibilità di haiku animali, di poesia per incontrare, per dar udibilità agli altri animali. Provo a spiegarmi.
Gli animali altri, sono già di per se stessi haijin (cioè poeti di haiku, in giapponese) perché ogni loro pensiero, azione, intenzione è diretta e immediata resa di uno stato intuito con tutti i propri sensi e coscienza. Noi, per contro, dobbiamo sforzarci per raggiungere questo tipo di stato esistenziale. E questo è un primo modo di pensare la poesia haiku animale.
In secondo luogo, molti poeti si pongono o si sono posti la questione di scrivere poesia come se la scrivessero gli animali, cercando di entrare nei loro modi di vedere il mondo, cercando, insomma, in auliche modo, di sbirciare il mondo affacciandosi dalla loro finestra invece che dalla nostra. Compito difficilissimo, che rasenta l'impossibile, prima di tutto perché il nostro corpo non è il loro è quindi certe sensazioni ci sono fisiologicamente precluse. Una ovvietà, si direbbe. Ma anche una barriera indiscutibile, che si può superare solamente gettando ponti verso gli altri animali (diciamo subito che 'loro', gli altri animali, i ponti ce li gettano in continuazione verso di noi, che ci atteggiamo a cittadella assediata invece che porto accogliente). La poesia (e l'arte) come ulteriore azione di presa di coscienza, di presa in carico e di presa in cura, di liberazione degli con gli è per gli altri animali? Anche questo, può essere un secondo modo di pensare la poesia haiku animale.
Il terzo modo, che avrebbe a che fare direi con l'aspetto compositivo, parte dagli strumenti degli haiku, di cui avrò modo di tornare a scrivere: i riferimenti alle stagioni, le parole segnale delle emozioni, le parole di sospensione e di cambio di prospettiva del punto di vista (il kigo, il kireji);  è ancora, i modi per conteggiare le sillabe, le regole poetiche per far incontrare vocali, consonanti.
Con questi strumenti, cosa racconto? Gli uccelli intravisti tra le foglie? Il gatto mimetizzato nella porta? Posso provare a raccontare le stesse cose con le parole che userebbero loro, altrimenti, con i loro suoni, i loro versi? E come? Usando onomatopee? Inventando parole apparentemente insensate? Mi piacerebbe, mi piacerà provarci. Forse, con l'aiuto dei delfini piloti stellari...

Tok!to.to.trrr.t.t.t.
Corteccia smorzata dal
Picchio pomeriggio
 
-1- continua?

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