giovedì 26 febbraio 2015

Il diavolo nella bottiglia

Disegno di Guido Scarabottolo. Fonte. Prìncipi e Princìpi

Il Diavolo nella Bottiglia è un breve racconto di Robert Louis Stevenson.
Con una lingua che narra coi ritmi della favola - e che della favola contiene tutto l'incanto e tutto il terrore e l'orrore - è la storia del giovane Keawe, della sua sposa Kokua, del suo amico Lopaka, e - naturalmente - del piccolo demonio rinchiuso nella bottiglia panciuta color latte.
Fa parte del periodo dei racconti dei mari del Sud, dove Stevenson andò a vivere, e dove ambiento questi racconti dalla penna felice e dal largo respiro salmastro di un mondo così diverso e così lontano dalla sua natìa Scozia.

Stevenson con la famiglia e alcuni amici a Upolu, Samoa

Quali impressioni può produrre un racconto così breve, che può sembrare così lungo, nell'immaginazione di un bambino, devo ancora terminare di scoprirlo. Di sicuro, è iscritto per intero nelle mie memorie infantili, e lo lessi e rilessi decine e decine di volte, senza stancarmene mai, sempre col batticuore. Ogni volta la lettura ricominciava da capo smemorata, fino al finale, che riportava un sempre rinnovato sollievo - ma un sollievo impuro, non del tutto soddisfacente, ché Keawe alla fine trova scampo, ma in tutta la sua giovane vita, non ha rifiutato di prendere insieme il buono col cattivo - come lui stesso dice - dal diavolo. E la sua salvezza ha il prezzo della dannazione di un altro individuo - per quanto apparentemente spregevole e già dannato in terra.

Fonte: Schooner Martha Foundation


Il racconto è arioso come il mare luccicante, è luminoso come un grande quadro appeso in una veranda sulla spiaggia, tra i giochi di luciombre delle tende e delle palme coi raggi del sole e il riverbero delle onde.

Tutto inizia con una casa, poi continua grazie all'amore -per una donna, per la libertà, per l'avventura - e si conclude col sacrificio e molti momenti di quell'angoscia che forse si può provare solo affrontando una condanna in vita, per una malattia.

La luce e la gioia e il canto però sono gli elementi che gareggiano contro le ombre, le notti paurose, i rimorsi e i tremori in bilico sulla dannazione infernale.

Bellezza e poesia, lacrime e amore, dedizione e disperazione; infine la pace dei giorni, nella grande Casa Splendente.

(...)  una bottiglia panciuta, dal collo lungo; il vetro era di un bianco latte e aveva nella grana i colori cangianti dell’arcobaleno. E, dentro, qualcosa si muoveva oscuramente, come un’ombra e un fuoco.

...


 Ora, la casa stava sul fianco della montagna, visibile alle navi. Sopra, la foresta correva su nelle nuvole piovose: in basso, la lava nera formava scogliere dove erano sepolti i re dei tempi antichi. Intorno alla casa fioriva un giardino multicolore; e c’era un orto di papaia da una parte e un orto di albero del pane dall’altra; e proprio davanti, verso il mare, era stato drizzato un albero di nave che portava una bandiera. Quanto alla casa, era alta tre piani, con grandi sale ciascuna con spaziosi balconi. Le finestre erano di vetro, così perfetto che era chiaro come acqua e lucente come il giorno. Mobili di ogni tipo arredavano le stanze. Sui muri erano appesi quadri con cornici dorate; quadri di navi e di uomini in battaglia, e delle donne più belle e di uomini singolari; in nessun posto al mondo esistono pitture di colori così vividi come quelle che Keawe trovò appese in casa sua. Quanto ai bric-à-bracs erano straordinariamente belli: orologi a carillon, organetti, pupazzi che muovevano la testa, libri pieni di figure, armi di valore di ogni parte del mondo, e i giochi di pazienza più sofisticati per impiegare l’ozio di un uomo solitario. E poiché nessuno vorrebbe vivere in simili stanze, ma solo percorrerle per ammirarle, i balconi erano stati costruiti così larghi, che un villaggio dell’interno avrebbe potuto viverci in delizia; e Keawe non sapeva quale preferire, se il portico posteriore, dove si godeva la brezza di terra e si vedevano gli orti e i fiori, o il balcone sul davanti dove si poteva bere il vento del mare e guardar giù per la ripida muraglia della montagna e vedere la Hall passare press’a poco un volta la settimana fra Hookena e le colline di Pele, o gli schooners bordeggiare lungo la costa per legna, ava o banane.

...
 

 – Io sono un uomo di parola, – disse Lopaka – ed ecco il denaro qui fra noi.
– Benissimo, – replicò Keawe – sono curioso anch’io. E allora, via, lasciate che vi diamo un'occhiatina, signor Diavolo.
Ora, appena ebbe detto ciò, il diavolo sgusciò fuori dalla bottiglia, e vi rientrò di nuovo rapido come una lucertola; e Keawe e Lopaka se ne stavano lì come impietriti. La notte era ormai fonda, prima che uno dei due trovasse un pensiero da esprimere o voce con cui esprimerlo; finalmente Lopaka spinse il denaro verso Keawe e prese la bottiglia.
– Io sono un uomo di parola, – disse – ed è per te un fortuna che lo sia, perché altrimenti non toccherei neanche con i piedi questa bottiglia. Bene, avrò il mio schooner e un dollaro o due per me; poi mi libererò di questo diavolo il più presto possibile. Perché, a dirti la verità, vederlo mi ha alquanto abbattuto.
– Lopaka, – disse Keawe – pensa di me il meno peggio che puoi; so che è notte, che le strade sono cattive, che il sentiero presso le tombe è un brutto luogo da percorrere così tardi, ma ti dico che da quando ho visto quella piccola faccia non potrò mangiare, dormire o pregare finché non l’allontanerò da me. Ti darò una lanterna e un cesto per metterci la bottiglia e qualunque quadro o bell’oggetto nella mia casa ti piaccia; ma vattene subito a dormire a Hookena con Nahinu.


...

 
 E qui accadde un fatto strano: non appena si rese conto del miracolo l’animo dentro di lui mutò, e non gli importava più del morbo cinese, e abbastanza poco di Kokua; non aveva che il solo pensiero di essere legato al diavolo per il tempo e per l’eternità, e non aveva altra speranza che quella di essere per sempre cenere fra le fiamme dell’inferno. Lontano, davanti a lui le vedeva avvampare con l’occhio della mente, e l’anima sua inorridiva e un’ombra gli velò la luce del giorno.
Quando Keawe tornò in po’ in sé, si ricordò che quella era la sera in cui la banda suonava all’albergo. Si recò là, perché aveva paura di restare solo


...

 
 Ora, ecco cosa accadde ai due: quando erano insieme, il cuore di Keawe era tranquillo; ma non appena restava solo cadeva in un incubo pieno di orrore, sentiva le fiamme scoppiettare e vedeva il fuoco rosso ardere nel pozzo senza fondo.

...

 
 Quanto a Keawe, s’era tolto un peso dall’anima; ora che aveva diviso il suo segreto e aveva qualche speranza di salvezza davanti a sé pareva un uomo nuovo; i suoi piedi andavano leggeri sulla terra e di nuovo respirava con piacere. Però il terrore stava sempre al suo fianco e come il vento spegne una candela la speranza moriva in lui, e vedeva le fiamme balzare e il fuoco rosso ardere all’inferno.

...

 Kokua nascose la bottiglia sotto il suo holoku, disse addio al vecchio, e se ne andò per il viale senza badare a dove andava. Perché tutte le vie erano ormai uguali per lei, e portavano egualmente all’inferno. Un po’ camminava e un po’ correva; un po’ gridava forte nella notte e un po’ giaceva nella polvere presso l’orlo della strada e piangeva; tutto quel che aveva udito sull’inferno le tornava in mente; vedeva le fiamme avvampare e sentiva l’odore del fumo, e la sua carne raggrinzire sui carboni.

...

 – Cosa voglio dire? – gridò il nostromo. – Questa è una bottiglia non male, questa; eccovi quel che voglio dire. Come l’ho avuta per due centesimi non riesco a capirlo; ma vi garantisco che non l’avrete per uno.
– Volete dire che non la venderete? – balbettò Keawe. – Nossignore, – gridò il nostromo. – Ma vi darò un sorso di rhum, se volete. – Vi dico, – fece Keawe – che chi ha quella bottiglia va all’inferno.
– All’inferno dovrò andarci comunque, – replicò il marinaio; – e questa bottiglia è per quel viaggio la miglior compagnia che abbia trovato finora. Nossignore! – gridò di nuovo – questa bottiglia ora è mia, e voi potete andare a pescarvene un’altra.
 

– Sarà mai vero questo? – esclamò Keawe. – Nel vostro interesse, vi prego, vendetemela!
– Me ne infischio di quel che dite, – rispose il nostromo. – Credevate che fossi uno sciocco; ora vedete che non lo sono, e basta. Se non volete un sorso di rhum lo berrò io. Alla vostra salute, e buonanotte a voi!
Così se ne andò via giù per il viale verso la città, e con questo la bottiglia se ne esce dalla storia.
Ma Keawe corse da Kokua leggero come il vento; e fu grande la loro gioia quella notte; e grande, da allora, è stata la pace dei loro giorni nella Casa Splendente.

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