martedì 24 febbraio 2015

L'estate dei morti viventi

La copertina del libro


Un libro a tratti caotico, costipato di questioni cruciali, mescolate in atmosfere horror, con non poco cruento e crudele splatter, grand-guignol.
"Estate dei morti viventi", etichettato come giallo svedese, che tanta fortuna porta agli editori nostrani, è di sicuro un thriller, ma ha una tematica profonda e complessa per le corde che (ci) tocca, difficile da trattare con la parola scritta, col rischio sempre costante di diventare sgradevole, sopra le righe. Perché è una storia che - sotto e oltre le vicende avventurose o macabre vissute dagli eterogenei personaggi -  parla soprattutto del nostro pensare la morte, dei nostri modi di elaborare il distacco,  di vivere e sopravvivere alla separazione estrema - che possiamo accettare o rifiutare, a dispetto della sua irrefutabilità; di convivere con il lutto, con il definitivo.

In breve, la sinossi
Stoccolma è sull'orlo del caos. Dopo un'ondata di caldo torrido, in città si è creato un campo elettrico di grande intensità. Le lampade non si spengono, gli apparecchi elettrici non si fermano, i motori continuano a girare. Poi si scatena un'emicrania collettiva. Si diffonde la notizia che negli obitori i morti si stanno risvegliando. C'è un giornalista, il cui nipote è appena stato seppellito, che si chiede se anche i morti sotto terra stiano riaprendo gli occhi. E un'anziana signora, in attesa del funerale del marito, che sente bussare alla porta in piena notte. E ancora, un uomo disperato che prega Dio di riportare in vita la moglie. Ma poi quando i morti tornano, cosa vogliono? Quello che vogliono tutti: tornare a casa. E riaverli con sé, non è esattamente come ci si aspettava.

Ci accorgiamo che il 'nostro' congiunto non è più lui, che quel corpo di carne in disfacimento è ormai un simulacro. Che la scintilla che lo ha rianimato sembra essere qualcosa di molto diverso dal calore della vita che lo impregnava 'prima'. Il soffio vitale? L'anima? Un 'qualcosa' che è davvero il 'chi' che noi amavamo e che è del tutto diverso dal corpo che abitava? O meglio: che ne era una parte amalgamata e incastrata, ma che ora, rientrata dopo il primo strappo, non combacia più, né potrebbe farlo? I quesiti, i dubbi, anche strazianti, l'amore che sopporta ogni follia e si riplasma alle allucinazioni più estreme, si rincorrono e si riverberano come echi in una stanza, retrocedono e riavanzano come onde sulla spiaggia. Forse è vero che l'istante della morte coincide con la separazione di questo 'spirito' (fluido? essenza?) vitale e vivificante dal corpo di carne, che infatti sussulta e che subito dopo ci appare come un estranea scultura di materia molle. Una cosa che 'assomiglia', che ha il viso di chi amavamo, ma che non è lui, e dalla quale anzi corriamo il rischio di farci raggirare; che corre il rischio di trasformarsi presto in un grottesco.

Fatto sta che i morti sono ritornati, e non mangiano i vivi, se non quelli che accettano di farsi divorare i sentimenti, la speranza, la lucidità mentale, ma anche la prudenza, l'egoismo.
I morti viventi sono la quintessenza dell'estraneo, dell'altro, di un alieno che ci fa paura e contro il quale dobbiamo alzare muri, e verso il quale sentiamo il bisogno di dichiarare guerra. 

Sven-Eric Liedman è un accademico svedese. Esiste realmente e nel libro appare in pagine cruciali, che lasciano il segno.
Questioni del nostro rapporto con l'altro. L'altro più estremo è il morto, il defunto: ha oltrepassato un confine estremo e definitivo, forse il confine di tutti i confini. Ma è un confine? O non piuttosto un passaggio? Un cambio di stato?
Sempre in quelle pagine  la filosofa Rebecca Liljewall- personaggio fittizio - ne parla, con rigoroso pragmatismo e insensibile freddezza e distacco - di chi ha già deciso 'cosa' siano i defunti, e quali siano le barriere 'giuste' da innalzare, e quale sia il destino che sia legittimo infliggere a chi è rimasto al di là della barriera.


La solidarietà deve sempre essere diretta verso ‘uno di noi’, e ‘noi’ non può significare tutti gli esseri umani… ‘noi’ presuppone che qualcuno sia escluso, qualcuno che appartiene agli altri, e questi altri non sono animali o macchine, ma esseri umani.
Sven-Eric Liedman – VEDERE SE STESSI NEGLI ALTRI (p.237)

I MORTI POSSONO AIUTARCI? Di Rebecca Liljewall, professore di filosofia all’università di Lund
… possibilità di rintracciare le condizioni basilari della vita, cosa prima inimmaginabile. Gli stessi criteri etici usati per i pazienti ‘normali’ possono essere applicati ai morti viventi?
La legislazione in vigore dà una risposta chiara a questa domanda: no.  Una persona dichiarata morta è al di fuori dell’ambito della legge, fatta eccezione per la dissacrazione delle tombe. […].
Con tutta probabilità, a breve la legislazione verrà modificata per includere anche i morti viventi. Può essere cinico, ma durante questo intervallo di tempo esiste la possibilità di effettuare esperimenti e test che più tardi saranno proibiti. Io sono del parere che i medici dovrebbero essere incoraggiati a sfruttare questa occasione.
Le eventuali sofferenze  che saranno provocate ai morti viventi devono essere messe in relazione ai vantaggi che si possono ottenere per l’umanità. (p-240,241)

Vera Martinez, infermiera all’ospedale di Danderyd, Svezia, nel reparto dei morti viventi.
“(C’è stato un notevole avvicendamento di personale). Tutti quelli che al momento lavorano lì, sono stati mandati da agenzie. Nessuno di noi ce la fa più. Appena c’è un gruppo di morti viventi in una sala è come se … non ce la facciamo. Per via dei pensieri, di quello che si prova. Cerchiamo di pensare e agire con gentilezza, ma alla fine non reggiamo più. (p.242)


 Alttri personaggi, si interrogano in altre maniere, e lasciano fluire nei loro pensieri il dolore e l'amore fusi insieme dal ricordo di quello che fu.

[il cuore] Solo un muscolo nel corpo di un essere umano. Un granello di sabbia nel tempo. E il mondo era morto. […] . Davanti a lui era steso il suo futuro, tutte le cose che aveva immaginato non esistevano più. Lì c’erano gli ultimi (12) anni del suo passato. Era tutto svanito e il tempo si era trasformato in un’entità insopportabile.
[…] “…Non è giusto. Non può essere vero. Ti amo […] Non posso vivere senza di te. […] Nulla è possibile senza di te. Ti amo talmente che tutto questo non può essere vero”.
(p.32)

[…] inizio a urlare. Un urlo senza fine, finché non ci fu più aria nei suoi polmoni. (p.33)

Ogni volta che guardava (i suoi oggetti) provava una fitta di dolore, ogni volta pensava che … .  (p.40)

Non giocheremo mai più.
…] aveva continuato a ripetersi l’elenco delle cose che non sarebbero mai più avvenute […] Ma eccone un’altra. Più crudele. […] era scomparsa la sua voglia di giocare.
Era per questo che non riusciva  a scrivere, era per questo che la pornografia non lo eccitava, ed era per questo che i minuti passavano così lentamente. Non riusciva più a fantasticare, a inventarsi cose. Doveva essere uno stato di grazia riuscire a vivere solo con quello che c’è e che si ha davanti agli occhi, senza voler dare al mondo un’altra forma. Avrebbe dovuto essere così. Ma non lo era. Aveva perso l’iniziativa … senza alcuna gioia. (p.41)

Secondi, minuti … in un secondo nasciamo, in un secondo siamo morti .  (p.43)

La capacità sensitiva è difficile da descrivere, da captare, tanto quanto la percezione di un profumo. (p.49)

“Cosa succede quando si muore?”
“Si va da qualche parte”
“Da qualche parte dove? In cielo?”
“Il cielo è soltanto un nome che abbiamo dato a qualcosa che non conosciamo affatto. È soltanto … un luogo diverso”
“… un’anima. Dobbiamo averla. Non è possibile che tutto quello che siamo, tutta la consapevolezza … possa dipendere soltanto da …. Dall’esistenza di questa massa di carne e ossa … no, no e poi no. Non posso accettarlo”. (/p.69,70)

Molte volte aveva immaginato (Eva) morta. Aveva cercato di immaginarla. No, non proprio così.  Molte volte il pensiero di (Eva) morta lo coglieva d’improvviso
 Così.  Perché queste cose succedono, i giornali le scrivono tutti i giorni. […] . E D aveva pensato. Una vita che gira a vuoto: abitudini, obblighi, forse a poco  a poco una briciola di luce proveniente da qualche parte. Ma ora che era successo, provava il peggior dolore che avesse mai potuto immaginare.. (p.220,221)

Esiste  il… pensiero?
Anche se (Elias) era morto … […]
Un seme può rimanere inerte per centinaia, migliaia di anni. Essiccato o congelato in un ghiacciaio. Mettetelo nella terra umida e germoglierà. C’è una forza. La forza verde che porterà al fiore. Qual è la forza che agisce nell’essere umano? […]
La forza verde che porterà al fiore. Non è così ovvio. Tutto è uno sforzo, un lavoro. Un dono. Non può esserci tolto. Non può esserci restituito.. (p.235


Quasi in controcanto alla filosofa, alcune persone comuni, ma in realtà speciali e notevoli per altre caratteristiche - non eccellono nella speculazione razionale, ma hanno elevate doti di empatia - elaborano altre riflessioni. Che non possono non far correre il pensiero a quello che sono gli (asltri) animali nella nostra società.

(La società può essere giudicata soltanto dal modo in cui tratta i più deboli”, Flora).
 Maja: “è forse mai esistito un gruppo più debole dei morti? Quando è stata l’ultima volta che hai sentito dire che i morti hanno rivendicato i propri diritti? I  morti non hanno diritti e il governo può fare esattamente quello che vuole con loro. Hai letto l’articolo di quella specie di filosofa?” (p.258) […] “Una volta identificato lo sbaglio, si deve fare qualcosa per rimediare. Non appena si verifica qualcosa di nuovo, si tratta di capire chi ha il potere e come lo usa”.

I morti vengono segregati in un ghetto, e qui, al riparo dagli sguardi della popolazione civile, vengono definitivamente rimossi, diventano cose, oggetti, del tutto assoggettati al potere di chi ha deciso per loro la nuova sorte del dopo-morte. Un Nulla, un'attesa, e poi, raptus di violenza subita e in seguito lunghissimi momenti di esistenza da 'animali da esperimento', cavie, da sottoporre a resezioni e mutilazioni.

Quel quartiere … ogni granello di sporco era stato rimosso intorno alle case e nell’aria aleggiava un intenso odore di disinfettante. Gli appartamenti erano stati rimessi in ordine, ripuliti, ai morti viventi erano stati preparati luoghi dove abitare, ma non erano altro che nuove tombe. Rimanere seduti immobili e fissare i movimenti meccanici per l’eternità. L’inferno.  (p.299)

Contro tutto questo, avverranno delle azioni, si verificheranno degli eventi - l'etica: tutto quel che si può fare non è detto che debba anche necessariamente e obbligatoriamente venire fatto.

Il ricordo (la metafisica?):

La somma dei ricordi, quando tutto il resto svanisce nell’istante della morte.

Capì il perché della sepoltura. La preparazione […] quel conforto che le sole parole non avrebbero potuto dargli.  (p.326,327)

“è stata colpa mia. Sì, perché ho pensato …. Quello che ho pensato…… e quando l’ho pensato lei…” (p.328)


Infine, qualcosa che assomiglia a una aspirazione - speranza - visione  spirituale, afflitta da una dose invincibile di dolore e senso di vuoto.


… la fiamma di una coscienza tremolò … e scomparve.
“sì, sì. Ma adesso devo andare”
“no, no. Non puoi andartene”
“Ci rivedremo. È soltanto questione di qualche anno. Non aver paura”
(p.369)

(tutti i ricordi e le realtà) divennero un puntino.
Se mi ami… lasciami andare
(p.370)

Non avere paura. Amore. Io sono qui
Ci rivedremo, amore mio, presto.
Ti penserò sempre

Poi lo lasciò andare
(p.377)


L’ESTATE DEI MORTI VIVENTI
JOHN AJVIDE LINDQVIST 
2008
MARSILIO, VE – P .380

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