giovedì 21 settembre 2017

Tortura



Ci sono libri che - dal momento in cui ne scopri l'esistenza - ti attraggono irresistibilmente; libri che, una volta posseduti, mentre li leggi, non puoi fare a meno di pensare agli occhi nietzscheiani dell'abisso - dell'eventualità di venirne inghiottiti, di venirne affascinati - o, per opposizione,  del coraggio di chi non distoglie lo sguardo.

Come questo libro. Subisci l'incandescenza dell'argomento - desideri scoprirne di più; allo stesso tempo, hai paura di scoprirti morboso, non solo orripilato. Un po' come quando da bambino scopristi cosa significa 'vivisezione' sfogliando le pagine di un libro regalato dall'ENPA locale

questo libro
un libro che  - con tutti i suoi limiti (soprattutto, un protezionismo di base religiosa e caritatevole) - ha aperto per te, la tua personale voragine sull'orrore della guerra sulla pietà, portata dagli umani contro gli altri animali.

Donatella Di Cesare sembra appartenere alla schiera, tra  quanti pensano in modo filosofico etico, che sono a un passo dal salto di specie, dal rompere il confine ideologico che (ci) (li) separa dagli altri animali, con la sola parvenza degli argomenti specisti. Leggendo il libro hai avuto netta questa sensazione: è quasi sul punto di spiccare il salto. Ma forse, ancora, non lo vede, il confine specista.

Donatella Di Cesare


La tortura era stata ufficialmente negata e condannata in tutta Europa - se non nei Paesi della civiltà occidentale  - per almeno due secoli. Poi, arrivò l'11 settembre 2001. E la tortura ha ritrovato spiragli per riapparire, sotto mentite spoglie. Non più il grembiale di cuoio del carnefice, ma il completo del burocrate, la divisa del poliziotto, il camice dell'operatore medico. La tortura è diventata l'arma estrema del'intelligence per sconfiggere i nemici della civiltà e della libertà, per arginare il conflitto globale intermittente, la guerra diffusa, a bassa intensità.

Di Cesare si impegna con ogni mezzo a smascherare queste bugie: lungi dall'essere la soluzione vincente per le situazioni modellate sul paradosso della "ticking bomb' (che lei smonta, mettendone a nudo la paradossale illogicità e inapplicabilità oltre che la sostanziale e totale mancanza di una sia pure minima, accettabile, pratica, verosimiglianza o efficacia), la tortura è invece perfettamente iscritta nella logica del dominio: ne è la pratica più violenta e stringente. La tortura getta una cappa di terrore sull'intera società, è un subliminale ricatto, è esibizione tracotante dell'onnipotenza della sovranità.

Altro che essere espediente temporaneo: la tortura è la parvenza perversa e spietata dell'eternità. Evoca visioni infernali, evoca quel dolore che incombe e sovrasta nel corridoio del morire perpetuo.
La tortura si compie in una ripetitività senza fine. Questo incessante senza-fine è uno dei suoi tratti peculiari.  Qui, secondo te, c'è uno dei trampolini da cui Donatella De Cesare potrebbe spiccare il balzo verso l'antispecismo. Infatti. non sono le pratiche zootecniche finalizzate a riprodurre (letteralmente, biologicamente) corpi da sfruttare, da modificare, da plasmare, da dominare? Per aggiunta, questo dominio avviene - e non potrebbe non avvenire che così - con altre, ulteriori pratiche: di contenzione, di mutilazione, di stupro, di penetrazione, di violazione, di ferimento. La zootecnia si procura i corpi da torturare: la cui uccisione è solo, in un certo senso, il sottoprodotto necessario per la continuazione dell'intero sistema, che si presenta alla società come attività utile e positiva: per esempio per nutrirci.

La tortura, fa lo stesso: soprattutto oggi, si presenta alla società come pratica necessaria al salvataggio e alla protezione. Inoltre, anche la tortura si procura all'infinito i corpi da manipolare e spezzare. Sia perché il torturato è mantenuto in vita - e gli viene negata la morte fisica, che il torturato invece arriva persino a desiderare - sia perché i motivi per finire risucchiati nelle stanze della tortura sono virtualmente infiniti, e sono tutti pretestuosi, sono tutte invenzioni del potere sovrano che si autoproclama garante di ordine e sicurezza, attraverso i suoi prolungamenti di polizia.
E comunque, anche i torturati, alla fine, spesso muoiono (anche se è un incidente non previsto). O vengono fatti sparire per sempre: come, per esempio nei voli della morte praticati durante la dittatura argentina.

Finché rimane vivo, il torturato è afflitto dall'angoscia di un morire interminabile. La tortura non è una tecnica di uccisione, ma una tecnica di esercizio del potere e del controllo sull'altro.
Qui, trovi un secondo trampolino, una seconda corsia preferenziale che esce dritta sulla strada nuova dell'antispecismo. Un trampolino che questa volta ha a che fare - secondo te - con la vivisezione.
Infatti: al netto delle similitudini operative - in termini di pratiche e di strumenti - tortura e vivisezione aprono tra torturatore e torturato una sorta di rapporto. Occorre che l'altro resti cosciente, almeno finché si protrae la tortura. La morte libererebbe le vittime, ma per i torturatore, il momento della morte della vittima significa perdere in modo intempestivo il suo oggetto. La tortura non vuole annientare la vittima, vuole invece fare del morire una esperienza di pena duratura. Non puoi non pensare agli animali prigionieri dei luoghi di vivisezione: rinchiusi in gabbie e stabulari, da cui escono solo per venire torturati, con pratiche vivisettorie. Il più a lungo possibile. Sono nelle mani del più forte. Sono nient'altro che nuda vita, nuda carne esposta e vulnerabile (e perciò vulnerata, perché si è in diritto di farlo; anzi, peggio: perché si è in dovere di farlo).
De Cesare scrive di trasformazione dell'essere umano in creatura morente. Rimane perciò al di qua. Basterebbe, per inizio, sostiuire il termine 'umano' con 'vivente', per compiere il salto. Per questo motivo, provi come una urgenza che questo salto venga compiuto. Desideri questo salto, come chi nel deserto trova una oasi e cerca subito l'acqua. E non è la prima volta che ti capita. Non è la prima lettura (o visione di film, o altra esperienza) durante la quale cerchi traccia di un passo avvenuto. Ma non lo trovi. Più facile è stato per gli umani posare un passo sulla luna, che fare questo passo etico e visionario sul pianeta Terra, ritornando insieme agli altri animali.

Perciò, bocci il libro di Donatella De Cesare? Al contrario: lo hai letto con totale, assoluto coinvolgimento. Come un palombaro, ti sei immerso negli abissi lugubri e neri della tortura, sei sceso in questo inferno escogitato dagli umani. E sei più che convinto che il libro 'Tortura' sia inevitabile, se si vuole veramente snudare un problema grave e allarmante che si nasconde nei meandri di ogni nostra società - e che mette quindi tutti noi in pericolo.
Il corpo del torturato dimostra che nessun corpo è al sicuro, che ogni corpo è catturabile e violabile, che ogni corpo può arrivare a vivere la morte-in-vita che si chiama tortura. Ogni torturato superstite conosce questa raccapricciante e reale verità.

Oggi, questa esposizione alla morte, è più elevata che mai: perché sicurezza e stato di eccezione sono parole che ricorrono nei discorsi dei politici; perché appaiono o ricompaiono le retoriche delle più svariate discriminazioni.  Ciascuno di noi è esposto, potenzialmente. Anche se crede di essere al sicuro. Ciascuno di noi può cadere nell'incubo dei Syn - solo un racconto di fantascienza?

Questo perché la tortura è parte della minaccia indeterminata del diritto (De Cesare si richiama a Walter Benjamin, un suo prediletto oggetto di analisi e studio): nella violenza suprema, che decide sulla vita e sulla morte, si manifesta l'origine del diritto in tutto il suo potere terrorizzante (cfr pag.154-155-156-157).

Per questo motivo, occorre più chiarezza sul reato di tortura. Chi fa che cosa? Su chi? Per quali scopi? Per quante volte? Domande la cui risposta può rischiare di riportare la tortura al sicuro nel suo nascondiglio, dopo che sembrava essere stata finalmente svelata.


La tortura è per De Cesare, e in estrema sintesi e radicale semplificazione - solo tortura di stato, ha un nesso stretto col potere, anche col potere democratico. Cioè, si parla, si può parlare, si deve parlare, di tortura, solo quando è praticata dallo Stato - in nome e per conto dello Stato, che però la tiene nascosta in cantina, e la nega alla luce del sole - quando è praticata da rappresentanti, esponenti, funzionari, agenti dello Stato. Perché scopo e fine della tortura - si è visto - è aprire l'abisso sotto i piedi della vita, renderla precaria, esporla allo spavento, spogliarla della dignità.

Non a caso, lo stupro è una forma di tortura: durante la tortura si esperimenta la morte mentre ancora si vive. Chi subisce stupro da parte di ufficiale statale, subisce tortura.
E, durante la tortura, durante lo stupro, il corpo della vittima potrebbe reagire solamente 'congelandosi', paralizzandosi. Si tratta di una reazione cerebrale molto antica. Quando si viene attaccati, minacciati, l'immobilià sembra essere l'unica risposta possibile.
Questa reazione - che ci svela la nostra animaità in modo netto e durante una situazione invivibile e insopportabile - annoda a tuo parere un filo doppio con quel che De Cesare riporta di Sartre, il qual scrisse sulla dignità - la dignità umana. Quelli che sono stati definiti sottuomini, vanno prima di tutto umiliati, vanno spogliati della loro dignità, vanno sgretolati, occorre provare - a loro stessi per primi - che sono bestie. Scrive Sartre che il fine della tortura è annientare l'umanità del suo prossimo "A questo serve l'interrogatorio: a far sì che con le sue grida la vitima attesti e comprovi a se stessa e agli altri, di essere una bestia".

La vittima non può difendersi, è inerme, è più debole, perché è stata ridotta alla maggior debolezza: sul suo corpo si sfoga una violenza senza limiti, senza confini, senza argini.
Siamo nella penobra dei biopotere di Foucault. Vale la pena riportare il passo finale di pagina 96, che è anche la chiusura di tutta la prima parte del libro.
"Lì è, in quell'interregno lugubre e abietto della tortura che, esercitando ogni mezzo, lo spinge verso il non-umano, spezza il legame del torturato con ciò che lo vincola all'umanità. Questa è la soglia decisiva, varcata la quale, la via del ritorno e del riscatto non coincidono. Risalire la vertigine dell'inumano, per il torturato non meno che per il torturatore, il quale sprofondando nell'abisso ha degradato anche se stesso, è possibile, ma non senza restare indenni. Gli effetti della tortura non si cancellano. La dignità non sembra più recuperabile".

Si parla di inumano e si fa coincidere degrado con bestialità. Si insinua lo specismo, che blocca e chiude ogni passo, ogni salto verso l'altro definitivo, l'individuo non umano - l'inividuo animale.
Ma dire inumano non è lo stesso che dire non-umano.
Scrivere bestia non come scrivere animale.
Il ventaglio dei significati è ampio e mutevole. Importante, però e che io, a un certo punto del mio riflettere, decida che la parola 'animale' è importante e dignitosa, e mi decida finalmente a metterla nero su bianco. Aprendo la mia riflessione alla empatia di animalumano, vivente insieme con altri animali.
Solo quando avrò usato questa parola - e in questo modo - avrò fatto il salto empatico che è lì, di fronte a me.

2 commenti:

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