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giovedì 12 marzo 2020

Canile 3.0 - Ep#09: RIOT DOG, Monte San Pietro (BO) - terza parte parte



On the road again... per l'ultima volta. Dopo questa terza parte del riot dog, infatti, il progetto di Luca Spennacchio concepito per conoscere dal vero le realtà 'canine' italiane, prende una lunga pausa. Prima di proseguire, quindi, i link al video (sul canale YouTube: QUI); il link al Riot (QUI).

lunedì 2 marzo 2020

Gunda il docufilm di Viktor Kossakovsky



Animali in bianco e nero, senza musica e senza parole? Una scrofa come protagonista? Le giornate che trascorrono trasportate dai momenti vissuti istante dopo istante da ciascuno degli animali? Ecco 'Gunda', il docufilm del regista russo Viktor Kossakovsy, prodotto da Joaquin Phoenix.


sabato 16 novembre 2019

Canile 3.0 - Ep#07: Rifugio Rocky, San Bartolomeo (RE)

dal sito del rifugio

Ritorna Canile 3.0, anzi è già tornato, con Luca Spennacchio.
L'episodio numero 7 va a scoprire il Rifugio Rocky: tanti cani abbaiosi e curiosi, tanta organizzazione umana e molte parole che vanno a toccare argomenti critici, come le staffette o le epidemie in canile.

sabato 1 dicembre 2018

Documentario Voci dall'Antropocene



"Qual è il problema principale che l’umanità dovrà affrontare nel corso di questo secolo?
Quali sono le possibili soluzioni?"
Sono queste le due domande che Natan Feltrin, insieme con Pellegrino Dormiente, pone e propone ad alcuni esperti, la cui dote migliore è la consapevolezza dei problemi che ci attendono allo svoltare dell'angolo del futuro imminente.
Secondo i due autori del documentario - il loro primo documentario, con tutti i pregi e i difetti dell'occasione - una parte della soluzione è già implicita nelle immagini che possiamo vedere, messe a cadenzare gli interventi, così verbali e corali, degli esperti: immagini dei più bei luoghi di natura incontrati nei loro viaggi, luoghi i bellezza, di quiete e pace, di equilibrio (estetico? etico?)..
Da una roccia in mezzo alle acque di una chiusa vallata montana, scalzi come Hobbit dediti alla filosofia, ci introducono alle risposte date a queste due domande...

sabato 14 luglio 2018

Ritorna Canile 3.0: Canile di Pavullo nel Frignano - Canile 3.0 Ep.#06: il difficile limbo della burocrazia

il canile di Pavullo, in cima a un monte
Quasi un fulmine a ciel sereno: dopo molti mesi, ritorna on the road il progetto Canile 3.0 di Luca Spennacchio, con un nuovo episodio, il sesto. Questo nuovo mini documentario, segna anche il tuo esordio come sponsor: il blog cresce, nel suo piccolo si fa sostenitore di iniziative in cui tu credi con sincerità e convinzione. Scoprirete il logo formato sponsor nei titoli di coda...
(ma non distrarti - e non distrarre - dal'argomento principale: la scoperta di una nuova struttura...)


venerdì 8 dicembre 2017

FONDAZIONE BENJAMIN MEHNERT - Canile 3.0 Ep.#05: la possibilità di poter cambiare il futuro

¡el galgo!


L'inizio, in terra di Spagna: di notte, illuminazione artificiale, pioggia e una infinità di voci canine. Non sembra molto incoraggiante, invece il pathos si scioglierà alla luce del sole, con la scoperta di una realtà di recupero cani dal respiro realmente internazionale; il cambio di passo, l'aumentar della scala - rispetto alle risorse, agli spazi, al numero di cani coinvolti, al tipo di progettualità - è davanti ai nostri occhi.

martedì 28 novembre 2017

Canile e Gattile Lilli e il Vagabondo - Canile 3.0 Ep.#04.2: "ma magari quello li, è il miocane..."

Lui è Eugenio, 1 anno, cerca casa dalla pagina FB Canile e Gattile Municipale Lilli e il Vagabondo di Parma


dalla pagina Facebook del Canile e Gattile Lilli e il Vagabondo di Parma


Ecco: subito un bel cane e un bel gatto neri, per introdurre la seconda parte del video che Luca Spennacchio ha girato al Canile e Gattile Municipale Lilli e il Vagabondo di Parma.
Il colore nero è uno dei tanti sciocchi miti da smontare, tra quelli che affliggono cani e gatti e che è nell'elenco dei motivi per cui canili e gattili esistono. Che fanno tutti capo - chi più, chi meno - alla profonda non conoscenza sia di chi sia un cane, sia di chi sia un gatto.

lunedì 9 ottobre 2017

Milano Zoofila - Canile 3.0 Ep#02: a passeggio per la città (coi piedi per terra)

si può rifare un patto tra cane e umano?


Niente cincischiamenti, siamo milanesi. Al centro della associazione Milano Zoofila ci sono loro: i cani, per i quali si pensano tutte le soluzioni, i seminari, le attività di cultura cinofila, i giochi, le passeggiate. L'elenco è incompleto, tutto si scopre mentre si guarda questo interessante mini documentario. Pubblicato da Luca a inizio agosto 2017.

Due momenti per te molto emozionanti: la storia di Pluto, canone epilettico; le passeggiate in città e al centro commerciale (quelle sul vetrosospeso! wow!)


Poi, andate a iscrivervi su youtube a Canile3.0
Ah, tutto il progetto - che Luca sta portando avanti da solo e in totale autonomia - nasce dal libro Canile 3.0, che potete acquistare on line


secondo post flashback, per riannodarmi con gli inizi della serie di documentari Canile 3.0, arrivata adesso al terzo episodio. Da qui in avanti, si procede man mano...

sabato 7 ottobre 2017

Cuori con la coda e Gli amici di Ohana - Canile 3.0 Ep#01: mai troppo vecchi per trovare casa!

tutto colorato per i cani vecchietti!

Momenti di commozione, come chiunque nella sua vita abbia deciso di stare passo passo con i cani, presto o tardi prova e scopre.
Grande entusiasmo e grande generosità, tanta gioventù umana di fronte a tanta senetudine canina: unite da tanta consapevolezza di chi è un cane - chi è veramente.
Questo è l'inizio col botto che il 'genio della lampada', aka 'multimilionario della fantasia' Luca Spennacchio ha proposto per avviare la sua serie Canile 3.0. Fine luglio 2017.
Sarà un viaggio lungo lungo, nello spazio di settimane che si srotoleranno in mesi che diventeranno anni. Alla scoperta di un intero universo: i rifugi, dove cani e umani tornano a incontrarsi.

In questo caso particolare, nello stesso rifugio convivono i
Cuori con la coda e i vecchietti Amici di Ohana.  Siamo vicino a Milano, ma non si nota :)

CLICCATE E GUARDATE


Alla fine, iscrivetevi al canale: il progetto vive di clic, perché solo così potrà in futuro avere una ricaduta pratica, concreta, di benessere ulteriore per i cani. 


(la serie Canile 3.0, i video documentari flash di Luca Spennacchio per far conoscere i rifugi per cani in Italia è ricominciata; ecco perché un flashback sui primi due episodi. Si (ri) comincia qui con 'Cuori con la coda' e 'Amici di Ohana') (un altro post, a breve, sarà per l'episodio #02).



mercoledì 4 ottobre 2017

Amici per un pelo - Canile 3.0 Ep#03: Comasco a metà strada tra Abruzzo e Svizzera

passeggiata dei cani di Amici per un Pelo

Riprende Luca Spennacchio la sua missione - viaggio - inchiesta - tra rifugi e canili d'Italia. Per fare il punto sullo stato dell'arte. Sui problemi. Sulle forze e sulle debolezze. Sul volontariato e sulla cultura cinofila. Un viaggio che durerà due anni. Luca è convinto che i cani siano preziosi, che i cani siano da ascoltare, da vedere, da imparare; perché dai cani potrem(mo) trovare una nuova via per il futuro. Perciò ha pensato a questo progetto, e queste convinzioni gli danno la motivazione per affrontarne l'impegno lungo diversi anni.

Questa è la terza tappa, e tra le altre cose si sfiora lo scabroso argomento dei cani del sud.

Amici per un pelo è una struttura del comasco, e collabora con la svizzera Via di fuga,  oltre che con volontari del meridione italiano. In questo modo, è diventata un crocevia tra due realtà molto diverse, oltre alla realtà italiana settentrionale. 

CLICCATE E GUARDATE.

Poi, iscrivetevi al canale: il progetto vive di clic, perché solo così potrà in futuro avere una ricaduta pratica, concreta, di benessere ulteriore per i cani.


martedì 4 luglio 2017

Cani(le 3.0) on the Road

non manca nulla e nessuno, nemmeno Luca... (la foto è di Alessandra Pisicchio)


Ma che ci azzecca una foto così, in un post come questo.
Ci azzecca, perché ci sono orme, c'è un "1+1=infinito", c'è un cammino.
Cani e passi - fotografati - sono la vita di Luca Spennacchio
E canili. Ma canili diversi. Canili che non sono canili: canili che puntano a non dover più esistere - un giorno.
E che intanto, gestiscono questo sfaccettato 'qualcosa' che è il rapporto tra umani e cani (che è iniziato decine di migliaia di anni fa e che gli umani di recente hanno compromesso, rovinato, svilito, schiacciandolo sotto l'onnipresente logica del controllo e del dominio).
I canili di Luca -  e di tanti altri suoi colleghi, sodali e collaboratori, che condividono in primis la filosofia zooantropologica - sono canili dove il rapporto tra cani e umani si prova a ricostruirlo, con i materiali che sono rimasti - di solito dopo il saccheggio emotivo e fisico che qualche umano ha perpetrato su uno o più cani, in modi che spaziano dall'irresponsabile, all'idiota, al superficiale, fino al crudele.
Di solito, nei canili di Luca, questo rapporto ritrova effettivamente una sua ricostruzione: c'è una ripartenza. A tutto vantaggio del cane. E se qualche umano nuovo che passerà da quelle parti avrà la lungimiranza, l'umiltà e la fortuna di cogliere questa seconda occasione di poter vivere e fare esperienza con un cane vero e vivo, ecco che si potrà ancora parlare e pensare di speranza.

Da qui parte il nuovo progetto di Luca, e qui, lasci la parola a lui:

"Il progetto di CANILE 3.0 ON THE ROAD consiste sostanzialmente in un viaggio nei canili italiani alla scoperta dello stato dell'arte di questo particolare mondo. Dopo l'uscita e il successo del mio libro CANILE 3.0 Cani, persone e società (2016) ho deciso che per far conoscere la realtà dei canili a più persone possibili, soprattutto a quelle che non hanno alcuna idea di che mondo particolare sia quello, e a coloro che non se la sentono di andarci fisicamente (per ora), sarei dovuto tornarci io, armato di una telecamera e un microfono. Quello che intendo fare è mostrare i canili italiani da dentro, intervistare le persone che ci lavorano, conoscere i cani e la realtà che li circonda. Andrò la dove sarò invitato e mi sarà possibile. Sarà un lungo viaggio che cercherò di fare al meglio delle mie possibilità per raccontare ciò che mi sta a cuore e sollevare interesse su questo tema."


C'è un canale Youtube dedicato  questo progetto.






sabato 24 giugno 2017

La principessa dei mostri



"Che cos'è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo". 
Ecco, forse William Shakespeare ci avrebbe pensato due volte prima di mettere in bocca  a Giuletta questa romantico-filsofica frase, se avesse conosciuti i mostri di Progetto Quasi, a cominciare da Cessicah (che ritrovate qui, se volete). 
Perché i mostri di Progetto Quasi, come ormai moltissimi sanno, sono cani: ma non quelli carini-bianchi-piccini-pucciosi. 
No: quelli vecchi, malati, moribondi, morituri o appena morti, mezzesalme ancora tiepide, cani orridi e orribili, a cui mancano uno o più pezzi e che per compensare portano in dote varie e svariate patologie, acute e/o croniche, invalidanti sia a livello fisico che mentale (ma cani - va detto - che una volta, tanti anni fa, forse erano anche davvero cani belli; e che solo la maligna ignavia disinteressata o la crudeltà menefreghista di qualche sciagurato umano, hanno saputo portare sull'orlo dell'annullamento).
E che, con altri nomi, forse sarebbero solo stati patetici derelitti destinati a marcire, per quindici anni, senza mai uscire - mai - destinati a morire da soli in un box di canile, dopo che davanti a loro sono passate decine di persone che "oh! poverino, però, ecco non me la sento, non c'e ne è qualcuno più bellino, più giovane, più sano?".
Coi nomi trovati dalle volontarie di PQ, spesso a votazione popolare, invece, di questi veterani di canile, "sfasciati, brutti, disabili, vecchi" tutto il loro puzzoso mostrame, può sfoggiarsi come uno status symbol da accaparrarsi (true story).
E hanno la chance di attraversare l'ultima fase della loro vita curati, amati, considerati, di nuovo dignitosi, con un cuscino, e morire non da soli.
Perché Progetto Quasi è una associazione di volontariato, d'accordo, ma una associazione 'speciale'. Fabiana Rosa e le sue amiche volontarie, hanno il motto "nessuno deve morire solo" - e state tranquilli che se Fabiana scherza e la butta in caciara, sa sempre quel che va fatto e prima o poi ve la fa arrivare la frase che vi trasalisce il cuore e vi svela la verità dell'empatia.

E prima o poi, un film su questa cosa meravigliosa, si doveva fare. 

Ci hanno pensato le ragazze di Cloudy Movies, che hai raggiunto sui social; hai potuto chiacchierare con Chiara Moretti, regista, uno scambio di battute, anche accavallate, per parlare del documentario - lo definiresti un QUASIMENTARIO, la definizione è tutta e solo tua e te ne assumi ogni responsabilità - e poi di cinema, di sogni e di progetti futuri.

Intanto qualche indispensabile istruzione tecnica, per supportare il progetto.

Il documentario è in progress, si è registrato su una piattaforma di crowfunding per autofinanziarsi. E se siete fan di Progetto Quasi, o anche solo se siete convinti del valore delle azioni che ridanno dignità a vite spezzate, sprecate, fate una capatina, sbirciate il trailer, leggete le note, sfogliate i pacchetti per i donatori (si parte da 10 euro del 'Pacchetto Granchio' si può arrivare fino a 1000 e oltre del 'Pacchetto Quasi').
Kickstarter funziona con la logica "all or nothing at all": solo se la cifra stabilita viene raggiunta, avviene la donazione.  Il termine ultimo è il 3 agosto. Un giovedì. Il traguardo è di 7500 euro (ma poi, se si supera e si aumenta, tutto diventa più facile per realizzare un bel film ancora più bello - e tranquillo, con le spese tutte coperte).

Per scoprire e per partecipare, cliccate qui.
E adesso: la chiacchierata - più o meno.

Ciao,  ho scoperto dalle pagine di Fabiana Rosa e di PQ che è stato varato questo progetto: il documentario su PQ. Insomma, un QUASIMENTARIO.
La notizia mi piace e mi interssa: da un certo tempo sto attento a quello che fanno le fantastiche donne di PQ, dai tempi di Cessicah, che mi colpì moltissimo.

Mi colpisce molto il modo di Fabiana di scherzare e di non essere romantica, come lei dice, ma di arrivare dritta al cuore, al nocciolo della cosa: la dignità della vita, nessuno deve morire solo, e merita più attenzione chi ne riceve di meno - perché l'uomo è, di base, egoista.
Come siete entrate in contatto con PQ? Come le avete conosciute?
 
C
Ciao,  siamo entrate in contatto con PQ nel più banale dei modi: da tempo seguivo la pagina e mi aveva portato ad un'analisi molto profonda del mio modo di vedere il rapporto con i cani e le adozioni: ho sempre avuto animali di ogni genere, da quando ero bambina puntualmente tornavo a casa con uccellini con le ali rotte, rane, pipistrelli, serpenti. Ho sempre avuto una certa necessità di aggiustare quello che era rotto, e ho sempre tenuto a casa cani, trovati o adottati, ma avevo un concetto dell'adozione molto comune: cuccioli da crescere, formare, che vivessero il più possibile accanto a me. Con Progetto Quasi mi si è aperto un mondo. Ho capito, approcciandomi alla pagina, che c'era un modo diverso, più "giusto" di scegliere di portare un animale nella propria vita. Che dietro l'apparente generositá del gesto di adottare un cane anziano, malato, deforme, si nasconde la possibilità di un enorme arricchimento personale. Siccome il mio, il nostro lavoro è quello di raccontare storie, ho pensato "che c'è di meglio di raccontare questa storia?" .

Ho parlato con le mie socie e ho contattato Fabiana. Quando ci siamo incontrate per la prima volta mi ha detto una cosa che mi ha molto colpita.

Le ho detto "sembra che tu sia nata per salvare cose, persone, animali" e lei mi ha risposto "io non salvo nessuno, salvo me stessa".

Insomma, quando scegli di girare un documentario o un film, e parlo da regista, è per l'urgenza di raccontare una storia. Perché hai bisogno che le persone la conoscano, hai bisogno, in un certo senso, di liberarla. Ed è quello che stiamo cercando di fare.

G
Sul bisogno di raccontare, di esternare, ti capisco e ti seguo in tutto e per tutto. Potrei dire che succede anche a me con la scrittura, ma di sicuro, raccontare per immagini - e per immagini in movimento - coinvolge dimensioni sensoriali e ritmi di narrazione particolari e molto avvolgenti. Cosa ne pensi? In merito al documentario, cosa si potrebbe dire in questo senso?

C
Sicuramente quando si racconta per immagini in movimento, il ritmo è una delle cose più importanti. A volte, sbagliando il ritmo, si sbaglia un film intero.
Quello che vedo con il documentario è che la sua natura si evolve costantemente.
Specie in questa storia, ogni volontaria e ogni cane danno un sapore diverso e un mood diverso; la parte difficile sarà fare in modo di dare spazio e tempo a ognuno, rispettando la natura di ognuna delle storie.
Intervistare persone che non sono abituate a raccontarsi regala già al documentario dei tempi atipici. 
Essenzialmente si, Progetto Quasi è un coro, c'è sicuramente un direttore del coro, ma sono molte voci e il documentario questa cosa la racconterà.

Mi vuoi raccontare che cosa è Cloudy Movies (tra l'altro, mi piace molto questo rimando alle nuvole)?

C
Per quel che riguarda Cloudy Movies, noi abbiamo sempre vissuto di cinema. Siamo in cinque, tutte donne. io, che sono Chiara Moretti, alla regia, poi Chiara Marchetti, mia migliore amica dai tempi del liceo, come direttore di produzione, mia sorella Daria al montaggio, Federica Batisti, che ha frequentato con Daria l'Accademia delle Belle Arti che ora è effettista e truccatrice,  Nicoletta Bettarelli, altra amica del cuore del liceo, in amministrazione.
Facciamo cinema nella vita, divoriamo film e serie tv da sempre (io e chiara abbiamo anche un blog di recensioni "emotive" - Spoilers&Popcorn,  la trovi qui su fb.

G
La frase di Fabiana - Nessuno deve morire solo - è  quasi un manifesto. Cinque ragazze - cinque donne - incontrano un altro gruppo tutto femminile: dice Fabiana, un gineceo.
Come vi siete trovate?

C
Mah sai, è avvenuto tutto in modo estremamente naturale.
Una sera siamo state a cena io, Fabiana, Alessandra e Chiara e è stato come se ci conoscessimo da sempre.  Abbiamo capito che lavorare insieme sarebbe stato non solo possibile, ma addirittura  naturale. E per me entrare nelle case delle volontarie è stato come essere Alice nel Paese delle Meraviglie.
Perché davvero il loro mondo è incredibilmente vitale, trabocca emotività, hanno tutte storie incredibili alle spalle. Sembra uno dei film più belli di Almodovar, perché è un mondo colorato, vitale, gioioso anche nel dramma, ironico anche di fronte alla morte, ma nello stesso tempo molto rispettoso. Loro non fingono che la morte non esista, hanno trovato un modo onesto e secondo me molto sano di conviverci.

G
Il rispetto per la morte è ciò che mi aveva colpito fin dall'inizio. Oggi la morte la si nega, invece loro la abbracciano e la coinvolgono nella vita.

C
È proprio così. E questa cosa mi ha rapita completamente. Ho sentito la necessità di farne parte in qualche modo. Noi poi siamo cinque donne. Abbiamo Creato una società di produzione perché crediamo fermamente che in Italia ci sia un ingiustificato limite rispetto ai generi proposti.

Quarant'anni fa eravamo i re dell'horror, tutti imparavano da noi, ora non si riesce a trovare produzioni e distribuzioni per prodotti horror locali. Se scrivi un film di fantascienza ambientato a Roma, la gente ti ride in faccia, perché "non è credibile". Come se la fantascienza debba essere credibile, o se la credibilità la facesse il luogo geografico in cui gli alieni decidono di atterrare. E abbiamo scelto di fare da sole quello che gli altri non ci permettono di fare. Certo, non è facile. Il cinema, soprattutto in Italia, è ancora un sistema prettamente maschile. Al momento stiamo girando questo documentario, e una web series comica ispirata a True Detective. Abbiamo in corso la scrittura di una trilogia di corti di fantascienza ambientata a Roma, Poi abbiamo i soggetti di tre lungometraggi molto diversi tra loro. Al momento però abbiamo mollato un po' tutto per concentrarci su La Principessa del mostri. Una volta una fan di Progetto Quasi ha chiamato così Fabiana. E a me è piaciuto tantissimo.

G
Ultima domanda, un po' scherzosa. Scegli gli attori per un remake kolossal del documentario. Se ti va di immaginare chi nella parte di Quasi, chi in quella di Nano, Viny, Granchio, ecc. Ok, è stata una chiacchierata molto interessante e piacevole, si sente tanta energia.

C
ahahah sarebbe molto difficile, sicuramente tantissimi attori sgomiterebbero perché sarebbe il classico ruolo scomodo che ti porta la carriera a livello maturità.

 


E adesso, non vi rimane che linkarvi.









 
 

venerdì 23 giugno 2017

Una chiacchierata per Zoout



Intanto che, a quanto sembra, si riapre la discussione sugli zoo a Torino, in seguito a molte petizioni e alla manifestazione del mese scorso, scrivi a Francesco Cortonesi.

Francesco, lo hai incontrato e conosciuto l'anno scorso a Torino Spiritualità: lui è proprio quel tipo di attivista attivo che decide le situazioni, le vede e cerca le soluzioni, tirandosi mai indietro.

Tra le tante cose che ha fatto, che sta facendo - attualmente è coordinatore regionale di Essere Animali e che farà, avete questa volta chiacchierato del progetto Zoout...



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non ho ben chiaro tutti i dettagli, e infatti comincerei chiedendoti che cosa è questo progetto e che prospettive ha e come si aggancia a quello che hai già fatto (se si aggancia)
allora... chi ha avuto l'idea per zoout?

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L'idea di base è nata durante lo svuotamento dello zoo di Cavriglia. Chiara e Leonora mi hanno contattato perché volevano raccontare la storia della chiusura dello zoo e così le ho invitate a salire su da noi e a fare un po' di riprese. Poi dopo aver montato un trailer che doveva servire da lancio per un cortometraggio che avrebbe raccontato tutto quello che era accaduto, ci siamo consultati e abbiamo capito che potevamo fare molto di più, che potevamo usare la storia di Cavriglia per raccontare la realtà degli zoo italiani. Io d'altra parte avevo da poco pubblicato il mio reportage/mostra fotografica Reclusi, Storie di Persone Innocenti Arrestate che raccontava la storia di alcuni animali che vivono nelle gabbie degli zoo della Toscana, così ho pensato che un documentario sugli zoo potesse essere perfetto per me. E da lì è partita l'idea di Zoout.


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quanto avete girato, e come avete scelto o trovato gli zoo da filmare? avete trovato difficoltà? ostacoli? aggressività?

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Abbiamo già molte ore di girato, ma naturalmente gli zoo da visitare sono molti e quindi ancora abbiamo molta roba da fare. Abbiamo scelto gli zoo utilizzando vari parametri: tipo di zoo, storie di animali che ci vivono e disponibilità del direttore a rilasciarci un'intervista perché naturalmente la nostra intenzione è quella di dare allo spettatore una visione d'insieme. Ovviamente noi abbiamo la nostra posizione, ma siamo convinti che sia importante ascoltare tutti i pareri. Jane Goodall ad esempio, non è contraria a tutti gli zoo e questo può essere un punto di vista interessante da ascoltare anche se non è poi detto che sia condivisibile. Naturalmente abbiamo trovato difficoltà, non è facile far capire che nonostante la nostra posizione sia chiara, abbiamo intenzione di non essere faziosi, di raccontare storie, poi lo spettatore si farà la sua idea.


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interessante questo approccio. soprattutto oggi come oggi, in un contesto dove sembra che sei fai parlare o ascolti idee diverse o che non condividi, diventi automaticamente da disprezzare tu stesso. quindi, è in qualche modo un richiamo a pratiche di ascolto, tolleranza, dialogo, - esagero: democrazia - ?

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Diciamo piuttosto che siamo molto convinti delle nostre idee e siamo anche convinti che la faziosità sia negativa. La gente non è stupida e quando la percepisce si sente ingannata, presa in giro. Se hai visto il documentario       Black Fish ad esempio ti sarai accorto come alla fine a essere raccontati sono semplicemente i fatti, le cose come sono andate e come stanno. Eppure il pubblico ha compreso immediatamente da che parte stare, perché la questione era semplicemente oggettiva. E non è certo un caso che due anni dopo Sea World abbia deciso di eliminare gli spettacoli delle orche dal proprio palinsesto.


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a che punto è il documentario? finora, quante strutture avete visitato? ci sono dei link utili per conoscere il progetto e magari vedere dei trailer?

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Attualmente stiamo terminando le interviste, ma ci sono ancora strutture da vedere. Ne abbiamo visitate diverse, ma ovviamente non tutte saranno nel documentario, perché ciò che ci interessa principalmente è dare uno sguardo d'insieme e raccontare alcune storie tipo. A breve faremo uscire un trailer e vedremo se mettere on line una pagina web. Per adesso il punto di riferimento principale è la pagina Facebookdi Zoout.


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quasi quasi ti chiedo ancora una cosa -per ora -così poi comincio a mettere insieme un po' di pensieri...

in generale, che cosa ti ha fatto riflettere di più, in merito alla condizione degli animali trattenuti negli zoo. esiste un tratto che accomuna queste strutture diverse tra loro? e che differenze? infine, gli animali lì dentro, come appaiono agli occhi di chi li vuole liberare? Ti sembra che siano desiderosi di libertà, oppure che 'a loro vada bene così'?

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Naturalmente l'impossibilità di poter vivere liberamente la propria vita è qualcosa che non può non farti riflettere, anche quando al pubblico questa vita appare agiata e priva di pericoli. Tutti gli zoo hanno in comune il contenimento che può sfociare in vera e propria prigionia e ovviamente il business. Partendo da questo presupposto di base ci rendiamo conto come ci sia di fondo un messaggio che ha molto a che vedere con il nostro modo di intendere la vita. Chi come noi si occupa di liberazione animale a vario titolo non può che provare tristezza per questi animali. Del resto un orso ad esempio può percorrere fino a 30 km al giorno in natura e non ci sarà mai uno zoo, per quanto possa essere organizzato, che potrà permettergli di fare questo. Il punto non è quanto loro (nel migliore dei casi) siano realmente desiderosi della libertà, ma perché noi ci arroghiamo il diritto di fare questo. E comunque le barriere ci sono in ogni zoo. E se ci sono barriere qualcosa vorrà pur dire.


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solo una cosa, una piccola puntualizzazione: per te, secondo te, gli animali sono desiderosi di libertà? e, in generale, cercano o ignorano l'uomo, se possono essere liberi di scegliere? io credo che la pulsione alla libertà, che è sentirsi dentro un corpo che può andare o stare dove preferisce e quando vuole, è forte in qualsiasi essere vivente - mi verrebbe da aggiungerci anche le piante.

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si senza dubbio gli animali sono desiderosi di libertà anche se naturalmente questa pulsione tende a diminuire in animali nati in cattività. Ma se anche questa pulsione fosse inesistente, è giusto essere noi a stabilirlo per altro imponendo delle barriere?


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ovviamente no. non è giusto. non volevo prendere il desiderio di libertà come ennesimo metro di giudizio antropocentrico per concedere diritti e meriti. è solo che vedo il desiderio di poter disporre del proprio tempo e corpo e spazio così ben presente in tutti gli animali che conosco, che non posso pensare che non sia un richiamo innato. perciò è tanto più angosciosa la condizione di cattività. 

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Si, nessun dubbio su questo.


Grazie, Francesco

sabato 15 marzo 2014

Amaro come il miele



Una celebre affermazione di Albert Einstein è: «Se l'ape scomparisse dalla faccia della Terra, all'uomo non resterebbero più di quattro anni di vita».

In Dvd ho visto l'altra sera, questo film, intitolato "Un mondo in pericolo", che è senz'altro ispirato da questa frase: una frase che rischia di diventare realmente profetica.

locandina italiana del film

 Il regista svizzero Markus Imhoof ci guida in un viaggio intorno al mondo, dal quale emerge l'importanza di quest'insetto che impollina fiori e piante. Dalla visita ad un apicultore delle Alpi svizzere alla Cina - dove le api sono scomparse in una vasta regione del nord del Paese; dall'America delle "Killer Bees" (che killer non sono, ma anzi potrebbero essere lo spiraglio di futuro per questo insetto),  ad una minuscola isola al largo dell'Australia, in cui si spera che una nuova razza metta fine alla loro lenta agonia.



Significative le scene che non sono state inserite nella versione finale, ma che sono visibili negli extra del Dvd: per esempio, il vivaio di fragole, nel quale le api lavorano senza sosta, in un ambiente dal quale periodicamente devono necessariamente venire sottratte, pena la loro morte a causa di stress e malnutrizione (il nettare dei fragoli è poco nutriente per loro); oppure, le api che trovano nelle rocce inaccessibili di un deserto, il luogo per un nuovo nido; o ancora, il truck driver di api itineranti sulle highways statunitensi, inseguendo le stagioni delle impollinazioni, che racconta i suoi incubi notturni di ritrovarsi intrappolato nell'abitacolo insieme a milioni di api liberatesi.

Veniamo messi di fronte a una spaventosa emergenza ambientale: sono gli stessi apicoltori - o per lo meno un paio di questi, che vivono e lavorano in USA, e che dicono apertamente che "siamo a tanto così dal disastro epocale" - a parlarne e a preoccuparsene.

I sistemi industriali  hanno inesorabilmente cambiato il modo di allevarle. Mentre guardo il film, non posso non pensare che l'ape sia l'animale-schiavo-strumento al servizio umano, per antonomasia. Di loro si parla in termini di 'peso', non esistono come singoli insetti, ma come massa corporea fisica. Sono manipolate, spostate, sterminate, evacuate, strumentalizzate, sfruttate, inseminate, distrutte, a livelli che sembrano persino peggiori di quelli a cui sono sottoposti i milioni di altri animali assoggettati all'uomo. E' la loro dimensione che permette questo abuso così profondamente invasivo, eppure il loro dolore, il loro disagio, il loro stress, raggiunge livelli insopportabili. Un apicoltore degli inizi del XX secolo, rimarrebbe sconcertato dal modo in cui noi oggi trattiamo le api - parola di apicoltore del XXI secolo!

Emergono qua e la nel film, le spie dell'allarmante situazione, delle loro innaturali condizioni di esistenza, e del disagio morale che tutto ciò causa in almeno alcuni degli addetti ai lavori.

Ecco alcuni momenti:
- l'apicoltore John Miller che fa considerazioni su "avidità e paura" a monte della crescita capitalistica, improntata alla "dominazione globale e totale";
- l'apicoltore che afferma che suo nonno "rubava il miele alle api, in cambio di semplice acqua zuccherata per l'inverno";
- lo scienziato tedesco che studia le api, il quale si dice sicuro che le api provano emozioni; e che spiega come i pesticidi siano neurotissici anche a basse dosi (c'è una scena di un'ape su un fiore di mandorlo, in USA, avvolta da particelle di fungicida, che sta visibilmente male, e infine cade dal fiore; gli operai dovrebbero rilasciare il fungicida di notte, dopo aver lasciato il tempo alle api di sciamare di ritorno al sicuro negli alveari; ma non lo fanno, per pigrizia, per imperizia, per disinteresse);
-l'apicoltore che ha scoperto come le cosiddette "api killer", africane e brasiliane, non siano neanche lontanamente pericolose come è credenza comune, al punto da creare sproporzionate isterie di massa -  e che anzi, queste api potrebbero essere la speranza per il futuro delle api stesse.

L'agitazione delle persone che vivono tutti i giorni a contatto con questo insetto, è palpabile nel documentario - almeno in alcuni di essi, forse quelli più consapevoli. In loro, a momenti, pare di scorgere un'ombra di disagio nei confronti della spinta capitalistica al 'sempre di più', al 'sempre più veloce' . Sui corpi delle api, il biocontrollo è totale a livelli faticosi da constatare - operativamente e visivamente: e questo biocontrollo appare anche più inflessibile e spietato nei contesti di ridotte dimensioni, come ad esempio quelli degli apicoltori della Svizzera tedesca, che sfruttano le api nere (si veda la decapitazione che l'apicoltore esegue con l'unghia, su un'ape regina 'colpevole' di aver 'volato' con 'fuchi stranieri', che hanno inquinato la genetica della sua razza).

L'incipit del regista:
"procacciandosi il cibo, l'ape impollina una pianta dopo l'altra, e ogni pianta produce un frutto"; "oggi purtroppo, le api non stanno molto bene, da qualche anno stanno morendo. non solo da noi, ma in tutto il mondo... un male misterioso"; "senza api, un terzo di tutto ciò che mangiamo, non ci sarebbe"; "tutte le piante colorate e profumate, vengono impollinate dagli insetti; quelle poco appariscenti e aride, invece, dal vento".

Le sequenze degli impollinatori umani in Cina, dove le api sono state sterminate in epoca maoista, prefigurano un futuro davvero impossibile da accettare: un'epoca senza api, dove il polline vale più dell'oro (e già si possono immaginare speculazioni criminali e mafiose, guerre del polline e via così); e dove operai umani devono sostituirsi alle api, passando di fiore in fiore con piccoli bastoncini intrisi di polline. Non a caso, il cielo è grigio e il terreno è scuro, in queste sequenze.

En passant: a un certo punto, qualcuno dice: "anche i vegetariani dipendono dallo sfruttamento industriale di animali". Se è vero che la frutta è figlia dell'impollinazione che le api agiscono volando sui fiori (come ci cantava Sergio Endrigo), è altresì vero che lo sfruttamento delle api - e delle piante che fanno fiori da impollinare per ottenere frutti da vendere e far mangiare -  in special modo lo sfruttamento sistematizzato, è un paradigma dell'economia incentrata sull'accumulo e sulla crescita senza limiti tipica dell'idea di civiltà che - invece - proprio vegetariani - o meglio, vegani, per lo meno quelli che fanno del veganismo un modo di vivere animalismo e antispecismo - contestano e mirano a cambiare e trasformare. La frase può dunque avere un valore al massimo di constatazione documentaristica.

Tanto più belle, allora, le scene che avvicinano lo spettatore al mondo delle api visto al suo interno, e dal loro punto di vista, nel quale il regista si immedesima con palese partecipazione. In questi momenti, la visione e le considerazioni utilitaristiche antropocentriche, lasciano spazio alla meraviglia naturale di una collaborazione tra animali e piante che durava da periodi lunghissimi - prima che si intromettesse, al solito, la scriteriata attività umana. 
Facciamo in modo di non entra in una "era del vento".

Un Mondo in Pericolo
di Markus Imhoof 
Titolo originale More Than Honey 
Documentario durata 90 min. - Svizzera, Germania, Austria 2012. - Officine Ubu


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