Visualizzazione post con etichetta giornali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornali. Mostra tutti i post

martedì 2 luglio 2019

Lezioni canine di vita








A volte ti viene il magone e succede quando adesso più di prima, pensi a Lisa. In questi giorni.
L'hai sognata, di recente: era come se fossimo in un'altra realtà, dove era tutto normale e lei era ancora presente - anche se aleggiava una rassegnazione. Potevi sfiorarla, ti muovevi e lei era lì, condivideva il tuo stesso spazio.

Poi ti svegli e non puoi non piangere.
Esci con Maika, a volte la chiami Lisa,  allora  cala il silenzio per un bel po’.
Meno male che c'è lei, così appassionata. Meno male che c'è Chicco, così amichevole. Meno male che c'è Kikiuz, così graziosa.

Anche se comunque non riesci a non continuare a chiederti perché - perché Lisa se ne andata, così presto - sempre troppo presto ti sembra.

Poi, ti è capitato sotto gli occhi un racconto di J.M.Coetzee. E un po', cominci a capire meglio - a distanza di mesi. O, almeno, lo speri.

mercoledì 5 giugno 2019

Cute: non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è strano - 1


Nei tempi inconsapevoli della (tua) infanzia, questi due personaggi popolavano la televisione in bianco e nero e reclamizzavano in Carosello prodotti caseari. Vi ricordate come si chiamavano?

mercoledì 9 agosto 2017

Emeroteca: Centri commerciali nel deserto (le nuove cattedrali)

La Lettura del Corriere della Sera, domenica 24 gennaio 2016, pag 5


Di sicuro sapete di che cosa stai parlando: della gente che va a fare la passeggiata pomeridiana al centro commerciale. Padre, madre, figli, a volte persino uno sciagurato cane che patisce questo 'passatempo' in modo assoluto.
Una volta, quando eri un ragazzo, le 'vasche', o 'struscio', si facevano in centro, o al massimo al parco cittadino - era sia un modo per stabilire un confine tra lo studio e la distrazione, sia un modo per incontrare, vedere, conoscere, gente - ragazze, amici, altri. Il sole, il vento, persino la pioggia o le nuvole, non impensierivano. Erano inverni con la neve - e nemmeno quella era un ostacolo serio, a ben volere. 
Oggi, le vasche ci sono 24/7, e sono tutte indoor. Non importa il clima del pianeta all'esterno, che risulta comunque fastidioso e molesto. In ogni caso, viene annullato dalle porte girevoli: e all'interno del centro commerciale, giorno, notte, estate, inverno, freddo, caldo, sole, pioggia, vento, neve -  è come se non esistessero (più). (Se poi il parcheggio è sotterraneo, se poi è vicino a scale mobili oppure ascensori...).

In estate, come adesso, ci si va per l'aria condizionata. Lo scopo triviale dell'acquisto diventa quasi un pretesto funzionale. Più importante è essere dentro, essere ammessi all'interno del centro commerciale. Come in chiesa: a cercare (trovare, chissà?) sollievo emotivo prima che materiale; fisico prima che economico. Ci sono persino gli altari, sotto forma di maxi schermi; ma non mancano i totem, né le cappelle votive (i negozi, gli store).

Prosegue la rubrichina della emeroteca, che sarebbe una raccolta ordinata di giornali e periodici - o, per quel che ti riguarda, almeno dei ritagli che hai più o meno conservato, dopo averli letti e trovati interessanti, o addirittura in previsione di leggerli, in quanto promettenti. 

Oggi, ci rileggiamo Walter Benjamin, così come ne ha scritto Donatella Di Cesare  ...

... qui, a pagina 4


Walter Benjamin è tra i filosofi continentali, quello che nell'articolo viene definito "figlio ribelle, lucido sognatore, malinconico, critico spietato della modernità, profeta rivoluzionario": dopo setanta anni, la sua filosofia ottiene riscatto e attenzione.
"La sua immagine è assurta a simbolo di un pensiero che... non si adatta a diventare normativo, né... si peiga a elogiare le fantomatiche libertà del progresso".
La sua filosofia è capace sia di rigore che di ampiezza di visioni.
"Che cosa rende Benjamin così attuale nella sua dirompente inattualità? Perché i suoi scritti, talvolta brevi frammenti, aneddoti autobiografici, lettere, serbano un potenziale esplosivo?"
Benjamin ha dischiuso alla filosofia gli ambiti della fotografia, del cinema, dei movimenti d'avanguardia, delle nevrosi metropolitane, della esistenza degli esclusi (tra i quali, tu  - e non solo tu - metti anche tutti gli altri animali, seguendo volentieri un pensiero che conta già a sua volta centinaia di pagine di contributi di pensiero); per non parlare della letteratura per l'infanzia, dei giocattoli, del gioco d'azzardo, del hashish, del viaggio.
"Benjamin, molto presto, ha presagito gli esiti del capitalismo".
"Che un giorno la politica, scaduta a mera amministrazione, esercizio di governance, si sarebbe dissolta nell'economia, è un pensiero che Benjamin condivide con altri filosofi. Ma lui osa un passo ulteriore: quella forma economica, divenuta globale, si sarebbe rivelata per quello che è: una religione. Non è forse il capitalismo una religione del debito?"

Pensate un attimo alle rate dei prestiti per pagare l'auto, il televisore digitale, le vacanze, il calcio in Tv...

"Benjamin", prosegue Di Cesare, "è stato il primo grande teologo dell'economia nella modernità. Non ha colto solo i legami strutturali tra teologia e politica, indagati negli stessi anni anche da Carl Schmitt. Né si è limitato a ricostruire la provenienza religiosa del capitalismo". (Ricordate Weber con la sua "etica protestante e lo spirito del capitalismo"? All'università ti sembrarono due manifestazioni umane che era inevitabile procedessero unite. 
"Qui si misura, anzi, la sua distanza da Max Weber, che nel capitalismo aveva indicato l'esito dell'etica protestante. Per Benjamin, le cose stanno diversamente: il capitalismo non è una religione secolarizzata, bensì una religione in senso stretto. Perciò non se ne comprenderebbe la portata, il ruolo e il funzionamento, se non lo si considerasse come un fenomeno religioso."

Nell'articolo si citano filosofi che, dalla riscoperta del frammento del 1921 'Capitalismo come religione', hanno avviato molte riflessioni sulla teologia economica: Peter Sloterdijk, Giorgio Agamben, Slavoj Zizek, Thomas Macho, Norbert Bolz, Robert Esposito.

Oggi il capitalismo appare ovunque si giri lo sguardo: occupa l'intero orizzonte, non lascia alternative. "Questa società crede nel capitalismo, lo accetta come proprio ineluttabile destino". Nel passato si pregavano gli dei e si facevano sacrifici - sacrifici che oggi si fanno al mercato - anzi, il Mercato: una personalizzazione dell'impersonale, una individualizzazione del collettivo.

Scrive Benjamin - come riportato nell'articolo: "Il capitalismo è una pura religione di culto, forse la più estrema che sia mai stata data".  Il culto dura in modo permanente. "Non c'è tregua, né perdono. La pompa sacrale del marketing, il rito del guadagno, il fasto del consumo, sono inarrestabili. Non si distingue più tra il giorno e la notte, là dove il tempo è sempre e solo denaro. Il capitalismo... ha annullato persino la settimana". Una ossessione di massa, alla base di una civiltà intera: "Apparentemente è sempre festa - e invece non lo è mai. Se il culto è ininterrotto, è grazie alla apoteosi del debito." In tedesco, debito si dice Schuld, "che nella sua 'demoniaca ambiguità' significa anche 'colpa'."
"Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non lascia espiare, ma colpevolizza indebitando", scrive Benjamin.
"Benjamin presagisce l'indebitamento plantario. Non potrebbe essere diversamente per una religione, come il capitalismo, che non permette salvezza né redenzione. Sotto il cielo del capitalismo resta solo 'disperazione cosmica'."

Ecco, tra queste righe e poco oltre si trova la parte che più ti è rimasta impressa, motivo di riflessioni, di confronti, dopo la lettura dell'articolo. Che prosegue.

"Benjamin punta l'indice contro il cristianesimo, che si è mutato nei secoli, convertendosi in capitalismo. Ha ceduto cioè al paganesimo, quella tentazione che da sempre lo affligge": Benjamin mette a confronto le icone delle banconote alle immagini sacre (!). Il nuovo paganesimo che si chiama capitalismo, "è l'ordine in cui si stagliano fato e sventura nella circolarità violenta e ripetitiva del mito". 
Per Benjamin, Nietzsche, Feud e Marx, in realtà non 'rompono' versus il capitalismo, ma ne sono 'gran sacerdoti'.
Nelle loro teorie, non esiste "inversione", né di rivolta, né di rivoluzione. Benjamin usa il termine tedesco Umkehr, traduzione dell'ebraico 'teshuvà', ritorno. "Un tornare indietro per andare avanti, una conversione, una inversione di rotta, una interruzione".
benjamin guarda a Gustav Landauer, "l'ebreo anarchico, protagonista della Repubblica dei Consigli di Monaco, che aveva scritto 'Sozialismus ist Umkher', Socialismo è inversione, è cambiamento che spezza il 'sempreuguale'della storia.

"La polemica di Benjamin investe la socialdemocrazia, questa idolatria della modernizzazione, questa cattiva politica incapace di darsi delle scadenze (scrive in 'Strada a senso unico'). 
"Nel suo afflato escatologico, Benjamin guarda lì dove si consumerà l'apocalisse ultima del capitalismo". La rivoluzione va ripensata: o sul modello dello sciopero generale di Sorel, oppure sulla interruzione anarchica che si impone nel Giubileo ebraico. Purchessia.
Scrive Benjamin, nelle sue 'Tesi sul concetto di storia' (1940): "Forse le rivoluzioni sono il freno di emergenza azionato dal genere umano che viaggia sul treno". E non le marxiane 'locomotive della storia.
Leggiamo l'articolo. "La rivoluzione è una fenditura nella storia, è arresto, cesura, interruzione nel permanere dell'insopportabile, nell'eterno ritorno della catastrofe". 
"Come per Landauer, anche per Benjamin 'la rivoluzione non è solo un concetto politico'. "La rivoluzione riguarda la liberazione nella giustizia sociale adesso, jetzt.  "Quando verrà il Messia, cambierà nello stado del mondo solo qualcosa di impercettibile, non lo trasformerà con la violenza, ma lo aggiusterà solo di pochissimo", dice un antico detto rabbinico, che Benjamin ha ben presente.
"Il capitalismo, nella sua sacralità, appare non profanabile (...) L'ateismo di massa si riduce per Benjamin alla ripetizione del culto capitalista, agevolato dalla perdita di ogni contenuto utopico. (...) Il progresso è vuoto, non distingue tra una migliore riproduzione della vita e una vita realizzata. Il capitalismo è il culto di una emancipazione infelice".
Così, accanto al benessere e alla libertà, Benjamin rivendica la felicità.
"


E qui termina l'articolo. Mentre lo leggevi e ancor di più mentre ne facevi qui la parafrasi, ti sono brillate nei pensieri le parole che hai sottolineato.  IL SEMPREUGUALE PERMANERE DELL'INSOPPORTABILE. 
La quintessenza della macchina capitalista, la macchina antropomorfizzante, che è ormai più che problematizzata.
Il sempreuguale più spinto è quello che sta alle fondamenta dell'intera costruzione, che - se rovesciamo a testa in giù il grattacielo di Horkheimer - vengono alla luce : il brutale consumo onnipresente contro ogni animale non umano. Un consumo che permane, perché si auto-riproduce, con gli artifici della tecnologia. Un consumo che scarica tutto l'insopportabile alle sue fondamenta, nella illusione che questo non ricomini, prima o poi, a risalire lungo i muri portanti, per arrivare fino in cima.

mercoledì 28 giugno 2017

Emeroteca: articolo su Kuki Gallmann

Kuki Gallmann

Oggi piove, si può provare a fare qualcosa di semi-nuovo, qui, sul blog.
Mentre i temporali fuori dalla finestra scorazzano indecisi e tonanti nel cielo sopra la testa della casa, sei alle prese con la tua emeroteca: una realtà spesso polverosa, sempre caotica, di scartafacci e frammenti di giornali e riviste. Ne riparli alla fine del post.

Il primo articolo, in cima alla risma di ritagli che per caso è più vicina alla postazione del mac, parla di un fatto di cronaca che coinvolse, nella primavera di questo anno, Kuki Gallmann, che vive in Kenya.

Kuki Gallmann, italiana (è originaria del trevigiano), è scrittrice e vive in Kenya. Vederla, sentire quello che è la sua vita e quindi pensare a donne come Karen Blixen, Dian Fossey, Jane Goodall è come fare due più due.
A Kuki Gallmann hanno sparato allo stomaco. Per salvarla, all'ospedale di Nairobi, han dovuto eseguire un intervento di cinque ore. Ezekiel Chepkwony, capo della polizia  nella regione di Laikipia, a nord di Nairobi, dice che sono stati feriti e messi in fuga. In questa area, Gallmann gestisce una oasi naturale di 400 chilometri quadrati, insieme alla figlia, Sveva, di 37 anni.
Le due donne, da decenni difendono la regione dal bracconaggio di cacciatori che minacciano e aggrediscono elefanti per l'avorio, rinoceronti, scimmie e molti altri animali che sono già a rischio di estinzione e che sono accerchiati da insediamenti umani.
I cacciatori di frodo, da sempre minacciano questa donna - e forse, in quanto donna, la minacciano pure con maggior violenza... fino ad averle sparato. La carestia che a inizio 2017 ha colpito il Corno d'Africa e che ha interessato anche il Kenya, ha spinto i pastori Pokot entro i confini della Gallmann Memorial Foundation, associazione benefica in memoria del marito Paolo e del figlio Emanuele, morti nel 1980 e nel 1983.
C'era già stato un assalto alla abitazione, in marzo: Sveva era riuscita a portare in salvo la figlia di 9 mesi, al riparo dai proiettili. In passato, Kuki era stata ferita a colpi di machete.
Secondo Cristina Cappelletti, medico di Maisha Marefu Onlus, "vogliono farla fuori da sempre": perché lei protegge rinoceronti, elefanti e perché collabora con medici per la gestione di strutture ospedaliere e scolastiche per le persone che vivono nella zona.

Come mai è così famosa? Perché uno dei suoi libri autobiografici, ha ispirato il film "Sognando l'Africa", interpretato da Kim Basinger nel 2000. Da allora, è diventata, forse suo malgrado, simbolo globale della lotta al bracconaggio. Perciò, la situazione aggravata dalla carestia, ha portato per lei grossi guai. L'attentato a Kuki, infatti, è solo l'ultimo di una serie: altre 37 persone, collegate in Kenya alla difesa degli animali selvatici, sono state ammazzate di recente. 
Nel 2016 l'Unione Europea ha stanziato 165 milioni per la carestia in Corno d'Africa. "L'insicurezza alimentare è un fattore che spinge a spostarsi e a migrare verso altre regioni vicine", dice Daniel Gustafson, vice direttore generale della FAO. Regioni vicine: come il Kenya di Kuki Gallmann. (parafrasi dell'articolo "Kenya, spari contro Kuki Gallmann. la scrittrice italiana grave dopo l'agguato", di Franco Vanni - La Repubblica lunedì 24 aprile 2017).

Difficile da digerire la storia che nell'articolo a fianco racconta Pietro Veronesi, e che fa da contesto all'episodio di cronaca nera  (La guerra nel paradiso terrestre).
La riserva della Gallmann si trova in una delle zone più belle e verdi dell'altopiano del Kenya centrale, uno dei luoghi più belli del mondo: la contea di Laikipia. Non a caso qui si concentrano anche le proprietà immobiliari dei bianchi più ricchi. A Nairobi, invece, distante qualche centinaia di chilometri, la criminalità urbana affligge la città e i fondamentalisti islamici di Al-Shabaab arrivati dalla Somalia, sono autori di spaventosi attentati.
Al lodge di Mukutan Retreat, dove Kiki Gallmann ha ospitato vip e regnanti, a 1000 euro per un pernottamento, questa realtà appariva lontana. Ora il lodge è distrutto, le macerie annerite dalle fiamme da un incendio doloso.
La siccità, che colpisce dal Corno d'Africa fino agli altipiani australi, da Sudan e Etiopia, al Malawi e allo Zimbabwe, non risparmia la verde contea di Laikipia, i cui confini i pastori nomadi varcano senza scrupoli, per salvare le proprie bestie affamate e assetate. Le mandrie, in tutto il Kenya, premono sulle aree delle riserve naturali, da molto tempo: dal Turkana a nord, al Masai Mala a sud. L'aggravarsi della siccità, ha portato a scontri tra polizia e pastori e le armi da fuoco sono state usate.
La Bbc riferisce che un centinaio di bestie dei pastori è stato abbattuto entro i confini della tenuta Gallmann, in uno scontro a fuoco tra agenti e mandriani Pokot -  che si riferisce siano stati i primi ad aprire il fuoco. Questo episodio, ha forse portato all'incendio doloso del Mukutan Retreat e l'attacco alla stessa Kuki Gallmann, a cui forse hanno teso un agguato.

A rileggere questi articoli - per quel che valgono: cronache sintetiche di fatti di luoghi lontani, così esotici da sembrare invenzioni di un racconto di avventure - ti pare di notare alcune costanti sotto traccia. Tra tracce di maschilismo e neo-colonialismo, una per tutte: la siccità sta cominciando a farsi sentire e a preoccupare anche persone come noi, che vivono in zone come le nostre, che mai han sofferto carenza d'acqua; sta già diventando difficile irrigare le colture agricole o dissetare gli animali zootecnici rinchiusi nei sovraccarichi e bollenti capannoni intensivi. Cosa ne conseguirà? Guerre per l'acqua? Le persone si spareranno tra loro?
In Africa, centinaia di persone si muovono, si spostano, migrano, cercando acqua e cibo. La situazione andrà peggiorando?
E ancora: una volta di più gli umani mettono tra loro stessi, in mezzo ai loro conflitti feroci - come scudo, come pretesto, come ostacolo, come avversario - gli altri animali. Che si tratti delle bestie (hai usato di proposito questa parola per tutto il post) delle mandrie, protette solo in quanto fonte di redditom (o di cibo per le tribà, magari anche?), o dei rinoceronti ed elefanti, il cui avorio fa gola a occidentali fagocitanti e che finanzia armi, guerre, guerriglie e stermini su e giù per il continente africano.

Notizie recenti danno la Gallmann fuori pericolo.


 PS
Da quando sei ragazzino, hai amato e ami sfogliare e ritagliare articoli di giornali, con l'idea - un po' foriera di una fantomatica 'sindrome della soffitta' - di metterli da parte per rileggerli e ragionarci ... più tardi.
Solo che questo più tardi - decennio dopo decennio! - non arriva mai. Ormai, insomma, sei convinto che un articolo di giornale vada -andrebbe - trattato per quello che: un effimero promemoria, di qualcosa di più longevo, profondo e duraturo, che sta altrove (in uno o più libri, in composizioni musicali, in film, in opere d'arte, in altre forme di creatività o azione, che molti umani mettono in atto).
Col che, in parte, hai cominciato a rispondere alla questione della affidabilità di giornalisti, pubblicisti e giornali (tu sei un pubblicista). Restano però - superstiti di traslochi, repulisti e disperati sgomberi - alcune pile di articoli, anche lunghi, anche interessanti. Ti è venuta voglia perciò - pazza idea! - di provare a rileggerli e quindi proporli, in altra salsa, qui sul blog. Per quello che sono, come dicevi sopra: promemoria, serbatoi di dati, parafrasi di altrui idee. Da andare, caso mai, a ripescare direttamente alla fonte di origine.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...