Visualizzazione post con etichetta zoo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta zoo. Mostra tutti i post

venerdì 25 settembre 2020

Film, L'unico e Insuperabile Ivan, di Thea Sharrock - il trailer

 



"Questa è l'occasione di dare vita a un cambiamento reale, che getti le basi per una parità tra tutti, a prescindere dall'identità di genere, dal colore della pelle o dall'orientamento sessuale". Parola di Brian Cranston a proposito dei movimenti Time's Up e Black Lives Matter (il Venerdì, 18 settembre 2020).

Ti aspetteresti che, tra le varie "differenze" da difendere, l'attore nomini anche l'appartenenza di specie, visto il suo più recente ruolo nel film "L'unico e Insuperabile Ivan": infatti, recita nei panni di Mack, proprietario di un piccolo circo che si trova all'interno di un centro commerciale (storia vera) e che tra i suoi animali accudisce il gorilla Ivan e la elefantina Ruby. "Mack ha creato il circo per poter tenere al sicuro Ivan" - dice Cranston - "che ha allevato come un figlio, ma è consapevole anche di averne limitato la libertà" (come minimo...). "Anche questa storia pone un interrogativo: è giusto tenere gli animali in cattività?".

giovedì 20 agosto 2020

I tre incontri di CaVegAntispecista 2020: Silvia Gelmini e la letteratura per l'infanzia

 




Quante favole per bambini sono popolate di animali? Più in generale, tutta la "letteratura per l'infanzia" è affollata di animali. I libri per l'infanzia sono un mezzo molto potente per formare l'immaginario dei bambini: scrivere libri per bambini è di sicuro molto più difficile che scriverli per gli adulti. Qui stanno allo stesso tempo lo stupore, la meraviglia, contro la strumentalizzazione, lo specismo.


mercoledì 3 luglio 2019

Le giraffe di Mordillo (e altri animali)



Lo scrivono tutti - e non poteva essere altrimenti. Il suo nome e i suoi disegni che trovi delicatamente arguti, rimbalzano di sito in sito, di giornale in giornale. Ma tutti lo conoscono solo col cognome: Mordillo.




domenica 2 giugno 2019

Gli animali accorrono in città... per lasciarsi schiavizzare e mangiare

ecco dove vanno a finire gli animali della fattoria


"Mentre Vercelli ancora dorme, gli animali della campagna scappano in città e si dispongono intorno alla Basilica di Sant'Andrea, richiamati dal canto del galletto dorato al mattino.
I bambini corrono entusiasti per vedere gli animali e scoprono un mondo fatto di animali, di profumi e di sapori di una volta, di giochi, buon cibo e spettacoli".

Ma è una favola vera? No.


giovedì 6 dicembre 2018

Zoout raccontato da Francesco Cortonesi






Le immagini e le storie che Francesco Cortonesi ha raccontato nella sua conferenza all'ultimo MiVeg - e che racconterà nel documentario Zoout -  sono state estremamente commoventi. Il quadro che ne viene fuori è di terribile prigionia per innocenti, escogitata nelle forme più macchinose e avvolgenti possibili dagli umani. La cosa che più ti ha lasciato nauseato è che per il profitto non ci sono limiti: non ci si ferma di fronte a nessun tipo di sfruttamento e abuso, se c'è anche la minima prospettiva di guadagno: sottoquesto aspetto, la creatività e l'immaginazione umana sembrano illimitate. 
La incredibile reslienza degli animali prigionieri è allo stesso tempo toccante e angosciante. Mette disperazione, molti di loro potrebbero impazzire, sottoposti tutta la vita a condizioni così. Nessun umano accetterebbe di sopportare su se stesso - e per nessun motivo - simili condizioni aberranti e difficili da immaginare come veramente reali.
 

martedì 13 febbraio 2018

L'etica è fatta a scale (?) c'è chi scende c'è chi sale



Certi papà, insieme ai figli giocano coi trenini, oppure gli insegnano a nuotare.
Certi papà, invece, escogitano disorientanti illusioni ottiche.
Come Lionel Penrose, che insieme a suo figlio Roger immaginò questa scala .

domenica 30 luglio 2017

Scimpanzè, bevanda, banana






il link al video

Questo pomeriggio, sul social, ti è capitato di vedere un video proveniente dalla pagina 'storyful'.  

Il link della url di questo video, lo hai messo in didascalia: la foto, che proviene dall'internet, assomiglia molto alla situazione ripresa nel breve video, potrebbe anche esserne un fotogramma.
In breve: siamo in uno zoo. Una comitiva di visitatori, con l'ormai immancabile onnipresente telefonino, filma la 'allegra gita', la visita agli scimpanzè. Umani e Scimpanzè sono separati da una paratia trasparente. Si nota come la passerella degli umani sia leggermente sopraelevata rispetto al prato dove vivono le scimmie. Tutti elementi che, a parer tuo, non fanno altro che rafforzare e confermare il bias antropocentrico, puntellato da convinzioni di superiorità ontologica, intellettuale, fisica, esistenziale, persino  - appunto - spaziale. 
Lo scimpanzè al di là del vetro, è curioso e sicuramente esperto - ormai - di come 'trattare' con gli umani, questi animali sempre presenti e mai raggiungibili. Lo scimpanzè, che ha notato la borsa con cibo e bevande posata ai piedi di una donna, indica il contenuto. La donna tira fuori prima una bottiglia di succo, e lo scimpanzè le propone di versarne un po' in un punto dove forse lui pensa di poterlo bere. Lei lo fa, ne versa qualche goccia, ma ti sembra che comunque il liquido non sia raggiungibile dalle labbra dello scimpanzè. Poi, la donna tira fuori dal sacchetto una banana: allora, lo scimpanzè indica il frutto e propone alla donna di lanciarlo oltre la paratia di vetro (o così ti sembra di capire, il video non si alza mai dalla prospettiva iniziale). 
Il video è stato postato come esempio di comportamento intelligente da parte dello scimpanzè, che sa distinguere due diversi cibi e sa proporre di conseguenza due diverse strategie per effettuare uno scambio.  Tutto vero: e diresti, perché mai dovrebbe essere necessaria una dimostrazione?
Tu hai notato anche le risate degli umani (le onnipresenti risate degli umani, quando assistono a un comportamento di altri animali che a loro sembra troppo 'esagerato', troppo 'intelligente'. Che cosa significano risate di questo tipo?). Tu hai notato che lo scimpanzè, ha imparato col tempo a relazionarsi in modo efficace con questi umani così elusivi, propone scambi e doni, fa richieste, cerca una relazione, comunica la sua presenza, le sue esigenze, i suoi desideri. Cosa ottiene? In buona sostanza, nulla.

Ti stupisce sempre come le ormai innumerevoli prove di consapevolezza, empatia e capacità di comunicare e districarsi che gli altri animali ci danno, non riescano ad accendere negli umani nemmeno un briciolo di empatia o rispetto. La situazione qui a un certo punto ti ha suscitato irritazione, fastidio: lo scimpanzè è impossibilitato dall'avere liberamente ciò che desidera, si trova costretto in una situazione di inferiorità, di incapacità, di messa in scacco; mentre gli umani non perdono occasione di dimostrare la loro stupida arroganza, condita con un pizzico di sottile malignità (ti faccio vedere quello  che ho capito che ti interessa, ma poi non te lo dò).

Dice:  non so quanto la signora sia consapevole, non voglio credere che lo faccia apposta. 
Diamole pure il beneficio del dubbio: che non "veda" quello che succede, che non lo faccia malignamente, che sia frutto della non empatia, ma non in modo volontario.

E allora, però,  la sua malignità è secondo te automatica, il che la rende ancor più grave: scatta per il solo fatto che lei è umana e l'altra è un animale (non umano); che il posto dove sono è costruito da umani per contenere animali e che quindi la mette in situazione di superiorità. Tutto il contesto - tutta la cultura che sta dietro a quel contesto - impedisce alla donna di poter essere empatica e gentile e rispettosa verso la scimmia. Altrimenti, non ci sarebbero le risate. La donna sta giocando con la scimmia, ma non è un gioco alla pari, assomiglia di più a un dispetto. Allo stesso modo, quindi, il contesto troppo dispari, troppo sbilanciato, impedisce una vera comunicazione paritaria, annulla e nasconde, attraverso filtri fisici, spaziali, culturali, la capacità comunicativa, l'intelligenza relazionale e la stessa identità individuale dello scimpanzè.

Questo breve video è solo uno tra tanti: non solo con gli scimpanzè vediamo solo quello che ci fa comodo, non solo a spese loro livelliamo la comunicazione, la stereotipizziamo. Lo facciamo - per esempio - con i cani, ma anche con tantissimi - tutti?! -  gli altri animali, e per gli scopi e con i motivi più disparati - sempre, però, svantaggiosi, o pericolosi, o adirittura letali per gli altri animali. 
Ogni volta, una occasione perduta - per sempre - di poter cambiare noi stessi, il nostro stare al mondo, il loro insegnarci, il nostro imparare.

lunedì 26 giugno 2017

I pappagalli vivono in grandi gruppi. Animali Felici Vs Animali Infelici (Il Gioco dell'Oculista)

Quanti colori, tutti in gruppo, e il verde sullo sfondo, qui...


... qui una scatola grigia e bianca, tutti soli i colori, intristiti...

Torna la coppia di immagini. Stessi animali, situazioni opposte. 
Di nuovo, il gioco dell'oculista, per allenare i propri occhi etici. Indossate le lenti opportune, e ascoltate il vostro stato d'animo, cercate di capire che cosa provate e cosa vi stanno dicendo le vostre sensazioni. Non mentite a voi stessi, però. 


Questi quattro pappagalli - come molti forse tutti  i pappagalli - amano vivere in grandi gruppi, dentro i quali gli individui comunicano tra loro senza sosta, con la voce, coi colori e coi movimenti delle piume e del corpo. Si formano amicizie, si formano coppie, ci sono amori, ci sono cure per i nuovi nati.  L'albero che fa da casa allo stormo, è un vitale condominio multicolore e multisuono.

Il pappagallo nella stanza è stato ripreso in uno zoo canadese nel 2008 dalla celebre fotoreporter JoAnne McArthur
La riflessione che ne fa Zoout è notevole: "Gli uccelli, come è ovvio, subiscono necessariamente una terribile privazione. Volare, nel migliore dei casi, gli è consentito solo per brevi tratti. Nonostante questo, molte persone non percepiscono questa negazione e in effetti sono ancora molti coloro che detengono in casa, in piccole gabbie, uccelli utilizzati per compagnia. Nel corso delle nostre ricerche abbiamo conosciuto molte storie, ma nessuno ci ha mai parlato dei volatili. Volatili che sembrano relegati non solo ai margini dello zoo, visto che sono considerati tra i meno interessanti, ma anche a quelli della vita stessa, quasi si fosse stabilito che non bastasse prendergli il volo, che bisognasse prendergli tutto..."

Voi, che paio di occhiali preferite? Quale dei due volete indossare?




venerdì 23 giugno 2017

Una chiacchierata per Zoout



Intanto che, a quanto sembra, si riapre la discussione sugli zoo a Torino, in seguito a molte petizioni e alla manifestazione del mese scorso, scrivi a Francesco Cortonesi.

Francesco, lo hai incontrato e conosciuto l'anno scorso a Torino Spiritualità: lui è proprio quel tipo di attivista attivo che decide le situazioni, le vede e cerca le soluzioni, tirandosi mai indietro.

Tra le tante cose che ha fatto, che sta facendo - attualmente è coordinatore regionale di Essere Animali e che farà, avete questa volta chiacchierato del progetto Zoout...



g
non ho ben chiaro tutti i dettagli, e infatti comincerei chiedendoti che cosa è questo progetto e che prospettive ha e come si aggancia a quello che hai già fatto (se si aggancia)
allora... chi ha avuto l'idea per zoout?

f
-->
L'idea di base è nata durante lo svuotamento dello zoo di Cavriglia. Chiara e Leonora mi hanno contattato perché volevano raccontare la storia della chiusura dello zoo e così le ho invitate a salire su da noi e a fare un po' di riprese. Poi dopo aver montato un trailer che doveva servire da lancio per un cortometraggio che avrebbe raccontato tutto quello che era accaduto, ci siamo consultati e abbiamo capito che potevamo fare molto di più, che potevamo usare la storia di Cavriglia per raccontare la realtà degli zoo italiani. Io d'altra parte avevo da poco pubblicato il mio reportage/mostra fotografica Reclusi, Storie di Persone Innocenti Arrestate che raccontava la storia di alcuni animali che vivono nelle gabbie degli zoo della Toscana, così ho pensato che un documentario sugli zoo potesse essere perfetto per me. E da lì è partita l'idea di Zoout.


g
quanto avete girato, e come avete scelto o trovato gli zoo da filmare? avete trovato difficoltà? ostacoli? aggressività?

f
-->
Abbiamo già molte ore di girato, ma naturalmente gli zoo da visitare sono molti e quindi ancora abbiamo molta roba da fare. Abbiamo scelto gli zoo utilizzando vari parametri: tipo di zoo, storie di animali che ci vivono e disponibilità del direttore a rilasciarci un'intervista perché naturalmente la nostra intenzione è quella di dare allo spettatore una visione d'insieme. Ovviamente noi abbiamo la nostra posizione, ma siamo convinti che sia importante ascoltare tutti i pareri. Jane Goodall ad esempio, non è contraria a tutti gli zoo e questo può essere un punto di vista interessante da ascoltare anche se non è poi detto che sia condivisibile. Naturalmente abbiamo trovato difficoltà, non è facile far capire che nonostante la nostra posizione sia chiara, abbiamo intenzione di non essere faziosi, di raccontare storie, poi lo spettatore si farà la sua idea.


g
interessante questo approccio. soprattutto oggi come oggi, in un contesto dove sembra che sei fai parlare o ascolti idee diverse o che non condividi, diventi automaticamente da disprezzare tu stesso. quindi, è in qualche modo un richiamo a pratiche di ascolto, tolleranza, dialogo, - esagero: democrazia - ?

f
-->
Diciamo piuttosto che siamo molto convinti delle nostre idee e siamo anche convinti che la faziosità sia negativa. La gente non è stupida e quando la percepisce si sente ingannata, presa in giro. Se hai visto il documentario       Black Fish ad esempio ti sarai accorto come alla fine a essere raccontati sono semplicemente i fatti, le cose come sono andate e come stanno. Eppure il pubblico ha compreso immediatamente da che parte stare, perché la questione era semplicemente oggettiva. E non è certo un caso che due anni dopo Sea World abbia deciso di eliminare gli spettacoli delle orche dal proprio palinsesto.


g
a che punto è il documentario? finora, quante strutture avete visitato? ci sono dei link utili per conoscere il progetto e magari vedere dei trailer?

f
-->
Attualmente stiamo terminando le interviste, ma ci sono ancora strutture da vedere. Ne abbiamo visitate diverse, ma ovviamente non tutte saranno nel documentario, perché ciò che ci interessa principalmente è dare uno sguardo d'insieme e raccontare alcune storie tipo. A breve faremo uscire un trailer e vedremo se mettere on line una pagina web. Per adesso il punto di riferimento principale è la pagina Facebookdi Zoout.


g
quasi quasi ti chiedo ancora una cosa -per ora -così poi comincio a mettere insieme un po' di pensieri...

in generale, che cosa ti ha fatto riflettere di più, in merito alla condizione degli animali trattenuti negli zoo. esiste un tratto che accomuna queste strutture diverse tra loro? e che differenze? infine, gli animali lì dentro, come appaiono agli occhi di chi li vuole liberare? Ti sembra che siano desiderosi di libertà, oppure che 'a loro vada bene così'?

f
-->
Naturalmente l'impossibilità di poter vivere liberamente la propria vita è qualcosa che non può non farti riflettere, anche quando al pubblico questa vita appare agiata e priva di pericoli. Tutti gli zoo hanno in comune il contenimento che può sfociare in vera e propria prigionia e ovviamente il business. Partendo da questo presupposto di base ci rendiamo conto come ci sia di fondo un messaggio che ha molto a che vedere con il nostro modo di intendere la vita. Chi come noi si occupa di liberazione animale a vario titolo non può che provare tristezza per questi animali. Del resto un orso ad esempio può percorrere fino a 30 km al giorno in natura e non ci sarà mai uno zoo, per quanto possa essere organizzato, che potrà permettergli di fare questo. Il punto non è quanto loro (nel migliore dei casi) siano realmente desiderosi della libertà, ma perché noi ci arroghiamo il diritto di fare questo. E comunque le barriere ci sono in ogni zoo. E se ci sono barriere qualcosa vorrà pur dire.


g
solo una cosa, una piccola puntualizzazione: per te, secondo te, gli animali sono desiderosi di libertà? e, in generale, cercano o ignorano l'uomo, se possono essere liberi di scegliere? io credo che la pulsione alla libertà, che è sentirsi dentro un corpo che può andare o stare dove preferisce e quando vuole, è forte in qualsiasi essere vivente - mi verrebbe da aggiungerci anche le piante.

f
-->
si senza dubbio gli animali sono desiderosi di libertà anche se naturalmente questa pulsione tende a diminuire in animali nati in cattività. Ma se anche questa pulsione fosse inesistente, è giusto essere noi a stabilirlo per altro imponendo delle barriere?


g
ovviamente no. non è giusto. non volevo prendere il desiderio di libertà come ennesimo metro di giudizio antropocentrico per concedere diritti e meriti. è solo che vedo il desiderio di poter disporre del proprio tempo e corpo e spazio così ben presente in tutti gli animali che conosco, che non posso pensare che non sia un richiamo innato. perciò è tanto più angosciosa la condizione di cattività. 

f
 
-->
Si, nessun dubbio su questo.


Grazie, Francesco

domenica 28 maggio 2017

Nozoo(m), corteo 27 maggio 2017 - un foto-racconto

Pronti?




al punto di partenza, piazza XVIII dicembre


pronti a partire...


inizia il corteo...

foto di Francesco Cortonesi

foto di Francesco Cortonesi


in piazza Castello...
panoramica: circa 2000 persone... Fonte

Fonte

foto di Francesco Cortonesi

all'arrivo, di fronte ai cancelli del parco


grazie a Genny e a Cristina, per avermi opermesso di scattare le foto

seguirà a breve un post con qualche dettaglio, grazie alle notizie sulle pagine ufficiali

lunedì 5 maggio 2014

RICCARDO: LUI HA FATTO PROPRIO COME I DELFINI

Fotocomposit di Alessandro Fugazzi, da una foto @Riccardo Palumbo e una immagine fonte Internet



di Francesca Fugazzi

Ho fatto una bella chiacchierata con Riccardo Palumbo. E’ un caro amico e voglio parlarvi di lui perché ha un modo insolito di fare attivismo. Prende le cose alla larga, con delicatezza ed originalità. Ha stabilito nel 2011 il record di più lunga permanenza in acqua da fermo, il Biorecord, e l’obiettivo di questo primato era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei pesci, dei mammiferi marini e di tutti gli animali acquatici in cattività. E’ arrivata la volta del ProWater, un altro record di galleggiamento in acqua, la cui missione è stata quella di porre attenzione sull’importanza fondamentale della preziosa risorsa. Oggi Riccardo, primastista mondiale, è reporter per Extreme Water Tv e si occupa di educazione ed istruzione in ambienti acquatici.

Ci parli del tuo primo record?
Il Biorecord, che consisteva nello stare nelle acque del lago di Monate (vicino a Varese) per quarantotto ore in uno spazio chiuso e con limitate possibilità di movimento, voleva mostrare come un animale marino viva in cattività. In acqua avevo uno spazio di soli dieci metri quadrati. Il paradosso era ovviamente quello per cui, pur avendo un intero lago a disposizione, non ne godevo. Volevo dare una testimonianza concreta dell’assurdità della libertà violata.

Cosa hai vissuto in quei momenti?
La situazione era completamente distorta. Questa volta era l’uomo, a terra, ad osservare un altro uomo, in acqua, che si trovava appunto nella condizione di un animale in cattività. L’esperienza, anche se bellissima per il sostegno da parte della gente, mi ha fatto sentire davvero come se mi esibissi in un delfinario. Sono diventato una sorta di oggetto. Alla lunga, quando la stanchezza cominciava a farsi sentire e si andava verso il record, sempre più persone venivano a vedermi e a pormi molte domande, che, poi, erano sempre le stesse: “fammi vedere le mani e i piedi”, “come fai a mangiare e a bere?”, “chi te lo fa fare?”. Ripetevo uno spettacolo, esattamente come accade nei delfinari. Era assolutamente stancante e frustrante, ancor più dell’attività stessa. Vivevo stressato. E la stessa cosa è avvenuta anche per il secondo record, in cui sono rimasto in acqua per cinquanta ore. Pensare di stare lì per sempre è atroce, si può davvero diventare pazzi.

Com’è nata l’idea del Biorecord come manifesto in difesa degli animali in cattività?
Desideravo comunicare qualcosa di importante alle persone ma non sapevo come. Quando avevo deciso di stabilire il primo record ho cominciato ad allenarmi tante ore in piscina, dodici ore al giorno in acqua. Una cosa frustrante: una cosa da...acquario! Mi sono sentito come se un delfino mi avesse detto: “ecco, ora capisci cosa significa?”. Lì ho avuto un’intuizione e ho deciso di stabilire il record non più in una piscina ma in acque libere recintate in modo da tentare di rendere evidente la scelleratezza delle azioni umane.

Pensi che il messaggio sia arrivato alle persone che hanno assistito al record?
Il Biorecord è nato per questo e nessuno, almeno non intorno a Varese, aveva mai ricevuto questo messaggio con un linguaggio diverso. Devo riconoscere che la gente non si mostra molto interessata ai discorsi complessi e profondi, in genere rimane sulla superficie, sia dell’acqua sia delle cose. Io non potevo urlare, il messaggio era più sottile ed era rivolto a tutti coloro che avevano già un certo tipo di sensibilità. Mi sono rivolto anche ai bambini promuovendo anche, in concomitanza, la campagna “Let me free” con magliette e gadget sui quali c’era l’immagine di un delfino che ritornava ad essere libero.

Qual è la nostra responsabilità davanti a queste ingiustizie?
Tutti dovrebbero riflettere, almeno tutti coloro che sono andati in un delfinario o in un acquario. Da piccolo sono andato a vedere alcuni spettacoli e non mi accorgevo di nulla, non pensavo che i delfini potessero soffrire così tanto. Quando ho realizzato è stato durissimo e col senno di poi mi sono sentito in colpa. L’informazione è fondamentale: sapere l’inferno che passa un delfino per arrivare in quei luoghi è di fondamentale importanza. Bisogna quindi informare. Se tutti sapessero, l’affluenza ai delfinari crollerebbe. Nel momento in cui viene prelevato dal suo stato selvaggio, un animale subisce il percorso più terribile, viene privato di tutte le sue qualità e spezzato per sempre nello spirito. Non c’è da stupirsi dei casi in cui un’orca attacca l’addestratore perché è assolutamente evidente che un’orca non possa vivere in quegli spazi angusti.

E cosa è successo dopo che hai aperto gli occhi?
Ho assolutamente voluto fare quanto segue. Mi sono recato in un delfinario e ho chiesto, come persona del pubblico, di poter interagire con i delfini. Ho finto questo desiderio per potermi avvicinare a loro. Quando mi sono trovato vicino ad un delfino tanto da poterlo toccare gli ho chiesto scusa perché avevo abusato della loro bontà e che da quel momento mi sentivo pronto a fare il Biorecord per loro. I delfini sono molto empatici e telepatici e spero che il delfino a cui ho chiesto scusa mi abbia ascoltato. E’ stato un momento forte. La differenza fondamentale tra ciò che ho fatto nel record e la vita degli animali in cattività è che io ho scelto di stare dove stavo: un animale non lo sceglie. Dobbiamo metterci nei panni degli animali che vengono presi a forza e sostanzialmente gettati in una vasca da bagno visto che gli spazi in cui essi vivono allo stato brado sono vastissimi anche rispetto alla più grande vasca di un delfinario.

Cosa vuoi dire ai genitori che portano i propri figli nei delfinari e negli acquari?
Quello che voi fate è di far divertire vostro figlio senza informarvi e senza renderlo consapevole. Non vi chiedete perché il delfino stia lì, non vi chiedete se anche voi siete disposti a ripetere ossessivamente e fino alla fine dei vostri giorni esercizi sempre uguali dopo essere stati strappati da un oceano che fino a poco prima vi dava vita e famiglia. Cercate di informarvi ed informare il vostro bambino in modo che capisca fin da subito quanto accade. Andate a guardare i delfini in libertà, è molto più emozionante godere di quei pochi secondi in cui loro decidono di mostrarsi ai vostri occhi.

Intervista a cura di Francesca Fugazzi

Per chi desiderasse mettersi in contatto con Riccardo - primatista mondiale di permanenza in acqua in galleggiamento - per attività educative o sportive sempre in un’ottica di rispetto della natura, lui è presente su Facebook in questo profilo  o su Twitter @riccardoH2O

Per chi volesse approfondire la tragica situazione dei delfinari e fare qualcosa in merito può informarsi leggendo

Non c'è niente, da fare, ogni volta che leggo un articolo scritto da Francesca, mi emoziono, e inizio a sognare a occhi aperti, perché le verità che dice - e il come le dice - rendono tutto così apparentemente facile da raggiungere, che l'entusiasmo e la voglia di farle sapere in giro, a quante più persone possibile, a tutti, è davvero tanta. Perciò, ecco che ho colto al volo l'occasione di postare un'altra stupenda intervista  fatta da Francesca a un personaggio eccezionale, che ha detto cose che non possono lasciare indifferenti (le sottolineature sono mie). Grazie Francesca. Grazie Riccardo.

martedì 11 febbraio 2014

Il lungo collo della giraffa

Fonte: LAV su Facebook. Si legge che " L'autore di questo bellissimo scatto è
Dibyangshu Sarkar."

Marius, il giraffino ucciso allo zoo, è ovunque su Internet.
Condannato a morte perché la sua venuta al mondo - in cattività, da genitori già prigionieri e geneticamente non interessanti (!) - non è necessaria (!),  riappare in post virali, che ne infinitizzano l'aspetto, il volto, mentre allo stesso tempo mandano in replica ad libitum la sequenza fotografica della sua dissezione, dello scempio del suo cadavere.

Emozioni contrastanti hanno generato in un lampo diffusione virale del suo viso, accompagnato da appelli, petizioni, condanne, riflessioni, commenti.

Fonte: http://www.lastampa.it/2014/02/09/societa/lazampa/danimarca-ucciso-marius-cucciolo-di-giraffa-condannato-a-morte-in-uno-zoo-owawvJkvSdpY4gFi0535TI/pagina.html


 La cosa più grave, la cosa irrimediabile e che getta la sua ombra sull'intera vicenda, ne inficia alla radice ogni possibile ricaduta, è il fatto che il corpo di Marius - non è mai stato di Marius, nemmeno nella sua breve vita, nemmeno quando cioè era vivo e camminava e credeva che quel corpo, che gli dava la presenza nel mondo, per cui quel corpo era lui, fosse il corpo-lui con cui fare esperienze del mondo intorno a lui e con lui; e che insomma gli appartenesse. Il suo corpo, e quindi in ultima analisi lui, la sua individualità, era degli umani che dirigono lo zoo, apparteneva agli umani che hanno inventato gli zoo, era una proprietà degli umani che parlano di 'protezione delle specie in via di estinzione'. Il suo corpo-lui, non era di Marius: sopra la sua testa si è deciso che anche se sano e giovane, non doveva più vivere, scartando alternative più 'gentili' (?)  come la castrazione  (perché Marius non ripetesse il 'peccato' dei suoi genitori?), né tanto meno il trasferimento ad altri luoghi dove avrebbe potuto continuare a vivere.

Ora: protezione che gli umani che dirigono lo zoo, danno ad animali imprigionati, sottratti dai loro ambienti di vita naturale, luoghi che vengono invasi e minacciati da altri umani (!); protezione che gli animali 'ripagano' con gli introiti del pubblico pagante che viene a vederli, per 'conoscere gli animali'. 

Schiavizzato e prostituito, Marius, insieme ai suoi genitori e a tutti gli altri individui della altre specie  imprigionati negli zoo, per tutti i 18 mesi della durata della sua esistenza, non ha mai potuto decidere niente per la sua vita, né mai sottrarsi agli sguardi degli umani - che pagavano per venire a guardarlo, e intenerirsi per i suoi liquidi occhioni scuri sgranati con curiosità bambina sul mondo. Nessun sospetto che - lungi dal considerarsi 'trattato bene - Marius non anelasse a scoprire cosa c'era oltre le sue sbarre, non desiderasse correre o camminare sulle sue lunghissime zampe, o scoprire le chiome degli alberi alla portata del suo lungo collo. Eppure, sono molti i casi di animali prigionieri e schiavi, che nella ribellione hanno cercato, con la fuga, la strada per la libertà.
A Marius, è stato tolto il tempo della vita, e gli è stata tolta la dignità della morte. La sua è stata una esecuzione, con una rivoltellata in testa.
Unica attenzione è stata data alle convenienze genetiche, o ai regolamenti internazionali. Nemmeno un secondo perso a considerare lui-come-Marius che desidera vivere.

Solo spiegazioni-alibi: che Marius è stato trattato bene finché ha vissuto (prigioniero), che la sua carne è servita a sfamare i leoni prigionieri nello stesso zoo - uguale uguale, proprio come succede nella savana africana! - e che parti del suo corpo saranno utili per altri scopi scientifici. Marius era un surplus, scarto di una politica genetica regolata dalla direzione dello zoo, che non si ferma per considerare l'irreparabilità dell'uccisione del giraffino, considerato anzi - forse - 'pericoloso' (se avesse in futuro avuto figli anche lui?), comunque di sicuro ridondante, perché i suoi geni sono già ben rappresentati in quello zoo, e dunque eliminarlo era necessario (!). Così si è espresso Bengt Holst, direttore scientifico dello zoo. Abile nell'usare la retorica del 'benaltrismo' e della minimizzazione ("ad esempio, in un parco a nord di Copenhagen, vengono abbattuti ogni anno 700-800 cervi per controllare il loro numero"), entro un orizzonte che non vuole uscire da un totalizzante antropocentrismo, per cui 'tutto' serve all'uomo, ed è la sua maggiore o minore utilità a deciderne tempi e modi delle esecuzioni, nonché della liceità o correttezza dei comportamenti in vita.

Alla sua dissezione, erano presenti numerosissimi bambini. Le immagini sono crude: le ho trovate per intero su questo blog, che si chiama 'Il Mondo degli Animali'. Non si notano - in questi bambini - espressioni di dolore, né di repulsione. Non so cosa pensare, di questo. Però mi inquieta.

E allora, voglio dare conto di un altro caso - che ho letto con interesse mentre stavo preparando questo post-  delle politiche di gestione degli animali negli zoo. Lo racconta senza fronzoli Leonora Pigliucci. Ne riporto un passaggio quasi integrale.

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10152205851714304&set=a.10150121855144304.289325.527314303&type=1&theater


"Al Bioparco di Roma [...] tengono rinchiuse, ad esempio, tre oranghe di oltre trent'anni di età, madre e due figlie (il padre si è suicidato per la rabbia, scagliandosi contro il vetro) che non hanno mai respirato all'aria aperta poiché lo spazio a loro attribuito è costituito da due stanzoni con le pareti trasparenti, così che non possano sfuggire neppure per un attimo agli sguardi dei visitatori. Petronilla, Martina e Zoe di visitatori ne attirano un sacco, e del resto le loro espressioni somigliano in maniera impressionante a quelle dei cugini umani, ma sono escluse dai vari programmi di protezione delle specie in via di estinzione che ogni tanto permettono a qualche animale di essere trasferito nei safari e nei parchi, perché non sono di razza pura. Il loro destino è segnato e sull'esibizione della loro schavitù si può lucrare fino all'ultimo giorno, perché tanto contano meno di zero."
La chiosa è: "L'umiliazione, la noia e l'esasperazione a vita per sé e i propri figli saranno poi così meglio dell'essere uccisi da piccoli?" . Esecuzione sommaria e spettacolarizzazione della morte, da un lato; dall'altro, ergastolo e supplizio di tantalo vita ('natural') durante. In comune: la ubris umana, che fa e disfa a suo uso e consumo.



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...