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giovedì 13 agosto 2020

Il cavallo della Reggia di Caserta



Il cavallo nella foto è Chester. Nell'articolo dove si parla di lui, ci viene raccontato che "dopo 10 anni passati a tirare carrozze, l'anziano cavallo ha finalmente abbandonato una vita di fatica e percosse per raggiungere verdi praterie" – presso la scuderia Arthavasa Stable.

I padroni della scuderia si sono gentilmente offerti di dare una casa al povero animale, dove avrebbe avuto moltissimo spazio per correre e giocare, oltre che ad altri cavalli con cui socializzare. Chester adora la sua nuova casa – soprattutto per la grande distesa di erba su cui può rotolare. "Quando Chester vede un mucchio di erba su cui lanciarsi, i suoi occhi si illuminano. Si rotola per ore. È così felice di poter finalmente fare tutte quelle cose che fanno i cavalli. […] Ora Chester passa le sue giornate pascolando e interagendo con i suoi simili, correndo libero per i campi e ricevendo molte coccole e attenzioni".

 


 

sabato 14 gennaio 2017

Inverno, Cavalli e rodei - Animali Felici vs Animali Infelici (Il gioco dell'oculista)

Meglio così? ...


... o meglio così?


Una coppia di immagini: il cavallo è al centro dell'attenzione (nostra e del fotografo).
Due o tre cose saltano agli occhi, in questo nuovo appuntamento con l'oculista: che l'inverno non è una cosa così terribile; che la serenità e la felicità possono sovrapporsi, in determinate situazioni; che non sempre una festa è divertente per tutti (né meriterebbe il nome di festa).  Ma ne salterebbero agli occhi anche molte altre. Tu, alcune le hai viste. Voi, quali vedete?

venerdì 20 febbraio 2015

NOmattatoio

Fonte: NOMattatoio. Le foto nel sito sono di Marco Cioffi e Andrea Cavalletti

Dopo due presidi (il primo il 20 dicembre 2014, il secondo il 31 gennaio 2015), a pochi giorni dal terzo presidio, 
sabato 28 febbraio 2015
sempre davanti al mattatoio di Roma, nasce il sito ufficiale NOmattatoio, di questa iniziativa di singoli attivisti.

Avrò l'occasione per riparlarne, molto presto.



Mattatoio: sostantivo, maschile - luogo in cui vengono macellati gli animali: mattatoio comunale.
Etimologia: deriva da 'mattare'

MATTATOIO . ABATTOIR. MATADEROS. SCHLACHTHAUS. MATADOUROS. SCLACHTERIJ. SLAUGHTERHOUSE. SLAGTESTED. TEURASTAMO. SLAKTERI. 

MACELLO. SCANNATOIO. AMMAZZATOIO.

domenica 11 gennaio 2015

S'io fossi cavallo...

Da Pinterest, trovato su Flickr.com
... e se War Horse fosse stato raccontato dal punto di vista del cavallo, anzi dei cavalli? 
Ho provato a immaginare questa eventualità, e così, ho scritto quel che potete, se vi va, leggere qui sotto. Una specie di parafrasi equina del film di Steven Spielberg. La voce narrante, naturalmente, è quella del cavallo-da-guerra protagonista della pellicola.

Poiché però invece questo film mi ha lasciato alcune amarezze, l'ho scelto per iniziare la collaborazione con il blog Il Buio in Sala: un blog che unisce gradevolezza a competenza, nell'ambito a volte capriccioso della critica cinematografica; senza mai perdere di vista, per quel che ho potuto vedere, un certo gusto per il gioco, il sorriso e l'ospitalità, autentico condimento della vita.
Un esperimento nuovo e bello, quello della rubrica e della collaborazione con un altro blog;  che mi emoziona aver iniziato, tanto quanto mi aveva stimolato nella preparazione, piuttosto lunga.

Qui c'è il link diretto alla recensione. Buona lettura.
 
"Quando sono nato, la prima cosa che ho sentito è stato l’odore della mamma, fatto di muscoli e di erba morbida e pungente, dolce e saporita come la saliva della sua lingua.


L’aria mi ha riempito le narici e mi ha soffiato sotto le labbra, mi ha portato le tante storie delle zolle della terra popolate di insetti, i pulviscoli fertili dei fiori nell’aria, che attraggono le api; e poi, ancora, i fiori che ti danno alla testa e ti fanno sentire felice. C’era poi anche l’odore umido e buono dell’acqua, ma l’acqua era lonatana.



E poi, c’era, molto forte e difficile da ascoltare, c’era – ecco – l’odore di questi ‘uomini’, che quando parlavano di noi si definivano ‘i padroni’.



Che cosa significa quella parola, mia mamma provava a spiegarmelo, facendomi galoppare sui prati e facendomi esplorare boschi e rive di ruscelli e muretti di sassi caldi, tra i quali guizzavano le lucertole, le bisce e i ramarri.



Me lo ha spiegato chiaramente quando è venuto quel giovane puledro umano, ritto sulle sue due zampe basse, che mi guardava e protendeva le zampe alte, quelle che finiscono con le cinque dita libere e distaccate tra di loro. Mia mamma, mi ha spiegato di non lasciarmi avvicinare troppo dagli umani. Questo però aveva un odore che non era quello degli umani che mi aspettavano quando sono nato. Così, ho giocato un po’ con lui, ho scherzato e poi me ne sono allontanato e lui non mi ha inseguito, ma ha continuato a guardarmi.





Più tardi, son venuti gli uomini dagli odori difficili, avevano corde e altre cose finte, di quelle che loro costruiscono con le loro cinque dita sciolte e che servono per tenere fermi noi e gli altri vivi che si muovono.



Hanno diviso mia mamma e me, ci hanno portato via dai prati, lungo un sentiero fatto di terra schiacciata e nuda, fino a un posto pieno di enormi cose di pietra e legno, ma legno morto, che non raccontava nessuna storia, che aveva l’odore del sasso e dell’uomo. Quelle cose enormi loro le chiamano case, e tutte insieme formano quelle che loro chiamano villaggi o città. Gli umani non corrono in giro per i prati, ma si fermano tutti insieme in questi posti, dove trascorrono tutta la loro vita, o almeno quasi sempre fanno così.





Eravamo al centro di uno spiazzo di terra nuda, circondato da alti pali muti, messi insieme dalle mani degli uomini per tenerci chiusi in uno spazio ridotto.



Tantissimi di loro erano attorno a questo ‘recinto’, ci guardavano – mia mamma e me, ma anche altri cavalli come noi – mentre venivamo fatti camminare in cerchio. L’odore strano era fortissimo, ovunque, cancellava tutte le tracce lontane degli altri odori che conoscevo bene. Qui c’erano odori di cose mute e dure e finte e costruite, con materiali a metà strada tra cose vive e cose mute.



Tutti questi odori mi hanno confuso e mi sono accorto troppo tardi che mi stavano portando via dalla mamma! Non ho potuto fare nulla per ritornare da lei, troppi umani erano tra noi due, con troppe corde e troppe cose fatte per bloccare e dirigere e controllare.



Hanno cominciato a gridarsi tra loro, mentre io dovevo girare in tondo. Alla fine, la mia corda è stata messa nelle mani di un umano dall’odore di vecchio pungente. Non sono riuscito a rivedere più la mia mamma. L’unico sollievo è stato che ci siamo allontanati dal villaggio. Credevo che sarei tornato nei prati, che lì avrei rivisto la mamma che mi aspettava. Invece, siamo andati a stare in un’altra delle loro case, però isolata.



La curiosità mi ha aiutato: in fondo, qui c’erano tanti odori nuovi e allo stesso tempo familiari. C’erano odori vivi, che raccontavano storie: le storie delle oche  e delle pecore, le storie delle mele e delle zolle bagnate, le storie dei sassi e le storie del fango dopo la pioggia. C’era anche l’odore nuovo di una erba viva ma secca, molto odorosa, che mi ha fatto venire fame e sete. Ho avuto cibo e acqua. Intanto, mi guardavo in giro, in questo posto dove mi avevano messo. Era un posto chiuso, un posto strano, perché un poco raccontava storie di erba e prati, e un po’ storie di umani e cose; ed era piccolo, coi recinti e i muri, e non si poteva andare da nessuna parte.



La porta si è aperta ed è entrato il ragazzo, quello che veniva sui prati quando stavo felice con la mia mamma. Per qualche attimo sono stato felicissimo, ho cercato se dietro di lui ci fosse anche la mia mamma, ma non era così; pensavo che allora era venuto per portarmi da lei. Ma non è accaduto nemmeno questo. Sono accadute invece tante altre cose." (...)


martedì 1 aprile 2014

Fotofinish: zoomafia

Fonte: Internet, a disposizione per segnalazione credits

Sulle pagine di VEGAGENDA 2014, scrive Ciro Troiano (responsabile Osservatorio Nazionale Zoomafia LAV) che "è paradossale come questo mutamento [quello introdotto dalla  L.189/2004, N.d.B.] sia stato colto prima negli ambienti criminali che in quelli animalisti [...]".
Racconta, poco sotto, il caso di una intercettazione telefonica  della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (di cui Troiano era consulente), nell'ambito dell'operazione 'Fox', nella quale due pregiudicati coinvolti nei combattimenti tra cani e scommesse clandestine, successivamente arrestati, "manifestavano una sentita preoccupazione per l'entrata in vigore della nuova normativa".
Continua più avanti, Troiano, scrivendo che "da quel giorno la fenomenologia dei combattimenti è cambiata, è iniziata la strategia dell'immersione, si è affinato il modus operandi, sono mutati gli scenari". Poche righe dopo: "Il fenomeno zoomafioso è multiforme, si innesta in ambiti diversi e coinvolge animali di tutte le specie, e per contrastarlo occorrono strategie investigative innovative".

Alla zoomafia si ispira questo libriccino, intitolato "Fotofinish", scritto a sei mani da tre giornalisti che vivono e lavorano a Palermo.
Il libro è piccolo nelle dimensioni, ma ancor più intenso nei contenuti. Si legge d'un fiato, con sentimenti contrastanti ed emozioni che si alternano: adotta infatti i ritmi e gli stili di molti 'gialli' e thriller contemporanei, che immergono il lettore nella realtà criminale, col suo gergo, le sue usanze, le sue ferocie. Per inciso, quando Troiano, sempre in VEGAGENDA, riporta le battute dei due pregiudicati, si ritaglia, quasi, e ci concede, un frammento di simil-thriller: "Ora dobbiamo stare attenti, stanno facendo sul serio" (sembra di sentirli, io me li immagino in qualche stanza clandestina dei combattimenti, in un pulviscolo sospeso di polveri calcinate dal sole).
A proposito delle strategie investigative innovative, Troiano non può scrivere nulla (lo spazio in una agenda è ridottissimo, permette solo l'accenno all'esistenza di un problema). Alcune organizzazioni antimafia, effettivamente, hanno messo in essere delle strategie innovative di lotta alla mafia, mi viene quindi la curiosità di scoprire se possono essere adottate anche per contrastare la zoomafia, e se di questo problema, le organizzazioni antimafia, si occupano o lo lasciano ai margini.

Queste considerazioni, che magari meritano approfondimenti, sfociano dalla lettura dei tre racconti nel libro.
Tre 'prese dirette' di crimini in svolgimento, dove le vittime sono specialmente i cavalli, coinvolti e sfruttati nelle corse clandestine, legate alle scommesse. E sono anche alcuni umani, a riprova che la logica oppressiva e violenta a suo modo non fa distinzioni tra diverse debolezze o marginalità: gli individui marginali e fatti oggetto di violenza, sono indifferentemente cavalli, ragazzi, minorati, derelitti. Ogni volta che, per qualsiasi motivo, diventano di ostacolo al tranquillo proseguire del business imperniato sullo sfruttamento spietato, vengono uccisi.

Nel primo racconto di Giacomo Cacciatore, ci sono una cavalla, chiamata Passione, un fantino tredicenne, un cavallaro fallito soprannominato Scaduto, e Lo Nigro, il padrone mafioso.
Se il ragazzino è ancora coraggioso di ideali e di passioni e quasi non si rende conto di dove si trova, Scaduto è invece all'ultimo stadio di un'abiezione di una vita fallita e spesa in mezzo all'ambiente delle corse clandestine, dove i cavalli si devono 'stancare', dove si usano le medicine e le droghe, dove ai cavalli lenti e non redditizi, i cavalli troppo deboli o debilitati o vecchi, che 'fanno i capricci' perché hanno paura e si ribellano alla violenza, si spara un colpo di fucile quando passa 'il camion grosso' che copre il rumore. Lo Nigro esordisce gridando "Saluti appassionati ai cavaddi mosci e ai cavaddi sbrugghiadi", sembra gioviale, conosce solo quello che gli serve sapere per il suo business, distribuisce droghe, ordini e punizioni con un unico scopo, sembra buffo e invece è violento, crudele e spietato. Solo Passione rimane pura dall'inizio alla fine, vittima annunciata in una situazione che non ha nessuna via di uscita. Passione ama il ragazzo, perché "profuma di dolcezza che svapora", ma nel suo mondo che si è ridotto a un cerchio di fango e a fieno vecchio e puzzolente, non c'è spazio per la dolcezza di viversi insieme perché ci si è incontrati e scelti. Alla fine, dopo che il mondo ti si è rovesciato addosso, non ti rimane che un fotofinish stampato al contrario.

Nel racconto di Gery Palazzotto, ancora un triangolo umano, ancora un cavallo al suo centro, incolpevole causa di ogni successivo drammatico sviluppo, fino alla tragedia, ancora un giovane che brama la fine della violenza vile e mafiosa e si ribella, con coraggio, persino al padre, il quale sembra capace di nascondere addirittura a se stesso l'ipocrisia viscida e avida dei suoi comportamenti. Tradimenti, bugie, maschilismo, sotterfugi, vendette, e una presa di coscienza sull'onda dell'amore: "le corse clandestine di cavalli sono contro la legge, papà. La violenza sugli animali è contro la legge, papà. La mafia, che gestisce queste scommesse, è contro la legge, papà. Tu sei contro la legge, io sono contro di te, papà".

Il terzo racconto, di Valentina Gebbia, sembra parafrasare nel titolo il romanzo di Philip Dick che ispirò Blade Runner ("Gli androidi sognano pecore elettriche?"), ma in questo caso la domanda: "Anche i cavalli sognano?", non è un nonsense, una discontinuità linguistica pensata per disorientare e riorientare l'attenzione del lettore. Si tratta infatti del pensiero del primo dei due protagonisti, il giovane umano di nome Angelo, la cui capacità di comprendere la realtà è limitata, la sua mente è quella di un bambino. Angelo non è capace di vedere le brutture di quelli che si chiamano adulti, ma sa sognare e credere in un mondo privo di ogni cattiveria, anche se non è capace di agire per farlo diventare realtà.  L'altro protagonista è il cavallo, il bellissimo Re Ruggero, che viene rapito per gareggiare nei circuiti clandestini controllati dalla mafia. Come in un racconto di London, entriamo nei pensieri e nel cuore di Re Ruggero, in alcuni dei passaggi più belli di tutto il libro, dove finalmente si intravede un consapevole tentativo di empatizzare col punto di vista del cavallo. Re Ruggero affronta con coraggio le gare, le ferite, il dolore, la fatica, in cuor suo non dimentica mai il suo Angelo, al quale è legato da grande profondo affetto. Angelo gli manca, ne ha nostalgia, gli mancano le sue carezze: "Se si concentrava sulla brezza leggera e guardava i ritagli di cielo da sotto le fronde, poteva credere di essere ancora tra gli alberi del giardino di Angelo". E poi: "Angelo non gli pesava mai sulla schiena. Nelle lunghe passeggiate insieme, loro erano un corpo solo che si muoveva in armonia. E come erano delicate le carezze di Angelo... Immaginò che le sua mani passassero come un balsamo sulle bruciature che sentiva, sul muso che gli doleva tanto da togliergli la fame, sul fianco, sul collo che doveva muovere piano per non sentire troppo dolore. Chissà se Angelo sapeva di lui, chissà perché quegli individui lo avevano portato via da casa sua. Uno di loro lo conosceva già. Lo conosceva bene. Era l'uomo che portava la paglia, che si occupava di lui e puliva la stalla. Sembrava un amico del suo cavaliere. Forse per questa ragione Angelo non era accorso al nitrito, a quel richiamo che gli aveva lanciato mentre lo portavano via. Ma forse questa era la sorte di tutte le bestie: crescere e poi correre e poi morire, un giorno". La morte aleggia ovunque, davanti agli occhi di Angelo, che non la riconosce e la scambia per qualche cosa di altro di gentile e premuroso verso i cavalli vecchietti che non corrono più; aleggia al naso e alla memoria di Re Ruggero, che va incontro al suo destino col cuore che gli scoppia di gioia. Il destino dei due innocenti scorre adesso parallelo, e si riunifica solo alla fine. Un finale 'bello', in un certo senso (se bellezza a volte può far rima con amarezza), ma non lieto, né giusto.

Nei racconti, l'invenzione getta luce su realtà crude e crudeli, su droghe e fruste e scommesse e ricatti e violenze; su corpi feriti e violentati, su esecuzioni. Lo fa meglio di ogni statistica.
Dopo i racconti, tuttavia, vengono esposti anche i fatti, con una breve postfazione di Antonio Pergolizzi, Coordinatore nazionale dell'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. "Le corse clandestine di cavalli sono l'ultima frontiera dell'ecomafia". Un affare dai fatturati impressionanti, gestito dalle organizzazioni criminali più efferate, e condotto sulla pelle dei cavalli, con continue sevizie e maltrattamenti di ogni genere. Scommesse, doping, macellazioni clandestine, "un vero e proprio 'ciclo illegale del cavallo'", così lo definisce Pergolizzi, che più oltre scrive che "sull'affare dei cavalli si stringono alleanze strategiche fra organizzazioni criminali normalmente in conflitto tra loro".
 


Copertina del libro "Fotofinish", Einaudi

FOTOFINSH
GIACOMO CACCIATORE
VALENTINA GEBBIA
GERY PALAZZOTTO
2011, GIULIO EINAUDI EDITORE, TORINO
PAG.135, € 10.00
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