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martedì 17 luglio 2018

Pony a Magnago - Oasi - 7

foto Silvia Molè
Sara: "Il santuario dal punto di vista politico è davvero una speie di fucina dove cerchiamo di sperimentare un modello societario diverso: non gerarchico, con logiche orizzontali, basato sul rispetto, sulla relazione gentile e non sulla sopraffazione. Ci dà tantissimi spunti per come dovrebbe essere un mondo liberato e quale è la direzione in cui dobbiamo andare". (dall'intervista)




domenica 23 luglio 2017

I cavalli non sono bus





Il caldo pomeridiano... il solleone... l'afa... la siesta (dell'ora sesta).
Il caldo torrido. Il caldo immobile. Il caldo abbacinante.

Il caldo, con il suo alito solare che avvolge qualsiasi cosa sulla intera superficie terrestre. Il caldo, che già Guido Ceronetti esortava a non identificare automaticamente e ciecamente col cosiddetto 'bel tempo'. 
Perché, in effetti, che cosa c'è di bello in un tempo dove tutto secca, inaridisce, scolora, si screpola? Dove chi è vivo ansima e spasima e infine - magari - collassa?

Tu non sei mai stato un fan particolarmente entusiasta del caldo  - del caldo così come ci tocca attraversarlo tutti i giorni e ogni pomeriggio, in questo periodo. Altre sono le stagioni che preferisci. Controlli quotidianamente le effemeridi solari, per scoprire quanti secondi più tardi sorge - e tramonta quanti secondi più presto -  il sole.

La foto che apre il post, ti colpì tempo fa su FB, dal profilo di una attivista delle Oche Barrose, che in Sardegna sono coraggiose portatrici di attenzione verso gli animali sfruttati. 
Ti colpì proprio come un martello, proprio come il caldo a picco che doveva colpire quel cavallo, aggiogato senza scampo a una carrozza per turisti, in sosta ferrea e implacabile al porto di Cagliari. Scesi dal traghetto, i turisti possono già divertirsi con un bel giretto pittoresco: tutti in carrozza e via! per le strade della città. La carrozza è grande, tiene tante persone. Le strade sono piene  di auto. Il sole è verticale.

Esiste una petizione - e non da adesso - per chiedere di fermare i giri in carrozza trainata dal cavallo


il manifesto

Le attiviste, anche se osteggiate, anche se insultate (sono donne: l'insulto viene anche più facile, la prepotenza oppressiva una volta ancora si rivela 'maschile'), non si perdono d'animo. E cercano il contatto col Comune di Cagliari. Sulla cui Homepage, giusto in questi giorni, si può leggere, come sensazionale notizia: che prosegue "l'ondata di calore". Ma, per i cavalli, niente...

sabato 14 gennaio 2017

Inverno, Cavalli e rodei - Animali Felici vs Animali Infelici (Il gioco dell'oculista)

Meglio così? ...


... o meglio così?


Una coppia di immagini: il cavallo è al centro dell'attenzione (nostra e del fotografo).
Due o tre cose saltano agli occhi, in questo nuovo appuntamento con l'oculista: che l'inverno non è una cosa così terribile; che la serenità e la felicità possono sovrapporsi, in determinate situazioni; che non sempre una festa è divertente per tutti (né meriterebbe il nome di festa).  Ma ne salterebbero agli occhi anche molte altre. Tu, alcune le hai viste. Voi, quali vedete?

venerdì 20 febbraio 2015

NOmattatoio

Fonte: NOMattatoio. Le foto nel sito sono di Marco Cioffi e Andrea Cavalletti

Dopo due presidi (il primo il 20 dicembre 2014, il secondo il 31 gennaio 2015), a pochi giorni dal terzo presidio, 
sabato 28 febbraio 2015
sempre davanti al mattatoio di Roma, nasce il sito ufficiale NOmattatoio, di questa iniziativa di singoli attivisti.

Avrò l'occasione per riparlarne, molto presto.



Mattatoio: sostantivo, maschile - luogo in cui vengono macellati gli animali: mattatoio comunale.
Etimologia: deriva da 'mattare'

MATTATOIO . ABATTOIR. MATADEROS. SCHLACHTHAUS. MATADOUROS. SCLACHTERIJ. SLAUGHTERHOUSE. SLAGTESTED. TEURASTAMO. SLAKTERI. 

MACELLO. SCANNATOIO. AMMAZZATOIO.

domenica 11 gennaio 2015

S'io fossi cavallo...

Da Pinterest, trovato su Flickr.com
... e se War Horse fosse stato raccontato dal punto di vista del cavallo, anzi dei cavalli? 
Ho provato a immaginare questa eventualità, e così, ho scritto quel che potete, se vi va, leggere qui sotto. Una specie di parafrasi equina del film di Steven Spielberg. La voce narrante, naturalmente, è quella del cavallo-da-guerra protagonista della pellicola.

Poiché però invece questo film mi ha lasciato alcune amarezze, l'ho scelto per iniziare la collaborazione con il blog Il Buio in Sala: un blog che unisce gradevolezza a competenza, nell'ambito a volte capriccioso della critica cinematografica; senza mai perdere di vista, per quel che ho potuto vedere, un certo gusto per il gioco, il sorriso e l'ospitalità, autentico condimento della vita.
Un esperimento nuovo e bello, quello della rubrica e della collaborazione con un altro blog;  che mi emoziona aver iniziato, tanto quanto mi aveva stimolato nella preparazione, piuttosto lunga.

Qui c'è il link diretto alla recensione. Buona lettura.
 
"Quando sono nato, la prima cosa che ho sentito è stato l’odore della mamma, fatto di muscoli e di erba morbida e pungente, dolce e saporita come la saliva della sua lingua.


L’aria mi ha riempito le narici e mi ha soffiato sotto le labbra, mi ha portato le tante storie delle zolle della terra popolate di insetti, i pulviscoli fertili dei fiori nell’aria, che attraggono le api; e poi, ancora, i fiori che ti danno alla testa e ti fanno sentire felice. C’era poi anche l’odore umido e buono dell’acqua, ma l’acqua era lonatana.



E poi, c’era, molto forte e difficile da ascoltare, c’era – ecco – l’odore di questi ‘uomini’, che quando parlavano di noi si definivano ‘i padroni’.



Che cosa significa quella parola, mia mamma provava a spiegarmelo, facendomi galoppare sui prati e facendomi esplorare boschi e rive di ruscelli e muretti di sassi caldi, tra i quali guizzavano le lucertole, le bisce e i ramarri.



Me lo ha spiegato chiaramente quando è venuto quel giovane puledro umano, ritto sulle sue due zampe basse, che mi guardava e protendeva le zampe alte, quelle che finiscono con le cinque dita libere e distaccate tra di loro. Mia mamma, mi ha spiegato di non lasciarmi avvicinare troppo dagli umani. Questo però aveva un odore che non era quello degli umani che mi aspettavano quando sono nato. Così, ho giocato un po’ con lui, ho scherzato e poi me ne sono allontanato e lui non mi ha inseguito, ma ha continuato a guardarmi.





Più tardi, son venuti gli uomini dagli odori difficili, avevano corde e altre cose finte, di quelle che loro costruiscono con le loro cinque dita sciolte e che servono per tenere fermi noi e gli altri vivi che si muovono.



Hanno diviso mia mamma e me, ci hanno portato via dai prati, lungo un sentiero fatto di terra schiacciata e nuda, fino a un posto pieno di enormi cose di pietra e legno, ma legno morto, che non raccontava nessuna storia, che aveva l’odore del sasso e dell’uomo. Quelle cose enormi loro le chiamano case, e tutte insieme formano quelle che loro chiamano villaggi o città. Gli umani non corrono in giro per i prati, ma si fermano tutti insieme in questi posti, dove trascorrono tutta la loro vita, o almeno quasi sempre fanno così.





Eravamo al centro di uno spiazzo di terra nuda, circondato da alti pali muti, messi insieme dalle mani degli uomini per tenerci chiusi in uno spazio ridotto.



Tantissimi di loro erano attorno a questo ‘recinto’, ci guardavano – mia mamma e me, ma anche altri cavalli come noi – mentre venivamo fatti camminare in cerchio. L’odore strano era fortissimo, ovunque, cancellava tutte le tracce lontane degli altri odori che conoscevo bene. Qui c’erano odori di cose mute e dure e finte e costruite, con materiali a metà strada tra cose vive e cose mute.



Tutti questi odori mi hanno confuso e mi sono accorto troppo tardi che mi stavano portando via dalla mamma! Non ho potuto fare nulla per ritornare da lei, troppi umani erano tra noi due, con troppe corde e troppe cose fatte per bloccare e dirigere e controllare.



Hanno cominciato a gridarsi tra loro, mentre io dovevo girare in tondo. Alla fine, la mia corda è stata messa nelle mani di un umano dall’odore di vecchio pungente. Non sono riuscito a rivedere più la mia mamma. L’unico sollievo è stato che ci siamo allontanati dal villaggio. Credevo che sarei tornato nei prati, che lì avrei rivisto la mamma che mi aspettava. Invece, siamo andati a stare in un’altra delle loro case, però isolata.



La curiosità mi ha aiutato: in fondo, qui c’erano tanti odori nuovi e allo stesso tempo familiari. C’erano odori vivi, che raccontavano storie: le storie delle oche  e delle pecore, le storie delle mele e delle zolle bagnate, le storie dei sassi e le storie del fango dopo la pioggia. C’era anche l’odore nuovo di una erba viva ma secca, molto odorosa, che mi ha fatto venire fame e sete. Ho avuto cibo e acqua. Intanto, mi guardavo in giro, in questo posto dove mi avevano messo. Era un posto chiuso, un posto strano, perché un poco raccontava storie di erba e prati, e un po’ storie di umani e cose; ed era piccolo, coi recinti e i muri, e non si poteva andare da nessuna parte.



La porta si è aperta ed è entrato il ragazzo, quello che veniva sui prati quando stavo felice con la mia mamma. Per qualche attimo sono stato felicissimo, ho cercato se dietro di lui ci fosse anche la mia mamma, ma non era così; pensavo che allora era venuto per portarmi da lei. Ma non è accaduto nemmeno questo. Sono accadute invece tante altre cose." (...)


domenica 4 maggio 2014

Cavalli, specchio dell'anima




di Francesca Fugazzi

La mia intervista all'amico Giovanni Alberini. Giovanni vive con molti cavalli, tutti salvati da situazioni critiche o dalla morte. Ho avuto la fortuna di conoscerli uno per uno ed è stato molto bello sapere che si prende cura di loro in modo davvero speciale. Ecco la sua idea del rapporto fra cavallo e uomo, rivolta in particolare a chi fa equitazione. Il sogno di chi scrive è che ogni cavallo debba vivere allo stato brado, ma dobbiamo ancora occuparci di quei cavalli che, una volta tratti in salvo o di proprietà di sportivi, devono essere necessariamente gestiti dall'uomo. Buona lettura.

CAVALLI, SPECCHIO DELL’ANIMA

Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, a proposito della natura della bontà umana scrive: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali (...)”. Quindi è il nostro modo di trattare gli esseri più deboli, quelli che non hanno alcun potere, che ci distingue come persone. In questo senso gli animali possono essere considerati lo specchio del nostro animo. Lo sa bene Giovanni Alberini, per 25 anni manager in grandi multinazionali che, proprio grazie all’incontro con un cavallo, ha cambiato la sua vita. Oggi Giovanni, dopo essersi formato anche presso la famosa scuola americana di Monty Roberts, gestisce una scuderia “a misura di cavallo” vicino al Lago di Garda, dove offre corsi di coaching e leadership per manager ma non solo. Lo ha incontrato per noi Francesca Fugazzi, al termine di una conferenza tenutasi a Mendrisio lo scorso giugno. Se vi chiedessimo di immaginare un cavallo e di dirci qual è la prima parola che vi viene in mente, cosa direste? Sicuramente alcuni di voi avranno pensato “libertà”. Eppure ben pochi cavalli vivono in simili condizioni. ATRA da diversi anni segue e sostiene il progetto dei cavalli del Bisbino i quali, dopo un lungo iter burocratico, oggi hanno la fortuna e la sicurezza di vivere allo stato brado in branco, sotto la tutela di un gruppo di associazioni. L’eccezione che conferma la regola, regola secondo cui la maggior parte dei cavalli viene addestrata, domata e tenuta in condizioni totalmente innaturali. Senza parlare dei cavalli che vengono allevati per scopi alimentari e che, insieme ai loro compagni ex-corridori o ex-saltatori, finiscono al macello odi quelli ancora più sfortunati che diventano vittime di crudeli torture nei laboratori, in nome di una falsa scienza. Ascoltare anziché addestrare, osservare anziché imporre, imparare anziché insegnare: ecco in poche parole la filosofia “cruelty-free” di Giovanni Alberini su come far accettare ai cavalli la loro prima sella e il loro primo cavaliere.

A lui non piace la parola “domare”, perché?
“L’espressione in inglese che corrisponde al significato di domare è “break a horse”, letteralmente “rompere un cavallo”. Anche la parola addestrare non significa altro che rendere destro, un po’ come se forzassimo a scrivere con la mano destra un bambino che invece naturalmente è mancino. Per farvi un esempio, il metodo di “doma” classico, detto anche “sacking out” è questo: si lascia il cavallo in un recinto rotondo sotto il sole, senza acqua né cibo. Dopodiché, si entra nel recinto e gli si lanciano tra le gambe delle borse di plastica per spaventarlo e si continua finché non è sfinito. A quel punto si prova a mettergli la sella. Se il cavallo non accetta la sella, si ricomincia daccapo finché il cavallo non si arrende. Questo significa semplicemente spezzare nello spirito l’animale. Questo procedimento, oltre ad essere profondamente malvagio, è pericoloso ed inefficiente dato che richiede fino a tre settimane”.

Come è possibile allora far accettare la prima sella?
“Con il cavallo si comunica e perché vi sia comunicazione dobbiamo essere in grado di comprendere il linguaggio del cavallo e di restituirglielo. Il cavallo ha un modo di comunicare e di stabilire la leadership diverso dal nostro ed è per questo che innanzitutto dobbiamo imparare e per imparare sono necessarie osservazione e ascolto. Io entro in relazione con il cavallo facendomi accettare come parte del branco. Quando un puledro a cui viene chiesto di accettare la sua prima sella incontra un essere umano che gli parla nella sua lingua, dapprima rimane sbalordito che un predatore si possa rivolgere a lui in questa maniera ma poi, quando decide di fidarsi, la sua collaborazione è completa. Una volta costituito questo branco di due, cavallo e addestratore, è possibile chiedere (non ordinare) al cavallo di lavorare insieme. Un cavallo non si aspetta altro che rispetto ed onestà in cambio della sua completa dedizione”.

Alcuni pensano che i cavalli quando picchiati non provino dolore...
“I cavalli, per loro natura, vivono nel terrore costante. Questo perché sono prede e la loro maggiore occupazione consiste nel garantirsi la sopravvivenza. Spesso si sente dire “picchia duro, tanto il cavallo non sente”. Non funziona proprio così. Il cavallo sente, è estremamente sensibile tanto da sentire una mosca su tutto il suo mantello, ma, per un meccanismo di sopravvivenza, tende a non manifestare la sua sofferenza. Facciamo un esempio: vi è un branco di cavalli di cui uno è zoppo. Nelle vicinanze vi è una lupa. Se, quando il branco scappa, il cavallo zoppo resterà indietro, la lupa intuirà immediatamente che lui è il membro debole del gruppo e lo attaccherà. Accade invece che il cavallo sembri non sentire dolore: è entrata in gioco l’adrenalina che permette al cavallo di mascherare il dolore per sembrare sano. Questo meccanismo viene parimenti traslato tutte le volte in cui un cavallo viene picchiato. Il cavallo non mostrerà mai debolezza davanti ad un predatore e noi saremo convinti che lui, non reagendo, non riceverà danno da ciò che gli stiamo infliggendo”.








Un cavallo salvato - foto di Francesca Fugazzi

Per Alberini quindi non siamo noi a dover insegnare qualcosa ai cavalli ma sono loro a poter insegnare qualcosa a noi, e molto. Ci mostra anche come sia possibile, e con maggior efficacia, stabilire un rapporto con il cavallo basato sulla fiducia reciproca e non sulla violenza.

“Mi capita spesso di dovere chiarire il mio concetto di violenza. È facile visualizzare un comportamento violento quando si pensa ad una frusta, ad un torcinaso, a delle corde o peggio. Questa per me è la violenza semplice: quella esercitata dall’ignorante che non riesce neppure ad immaginare un metodo diverso dalla forza per poter comunicare con il cavallo o qualsiasi altro essere. Vi è però anche un altro tipo di violenza, più psicologica: la mancanza di rispetto verso la natura stessa di chi è diverso da noi. Anche questa nasce dall’ignoranza ma ha forme che possono essere nascoste da manifestazioni di grande amore. Quanti cavalli sono trattati tanto bene da sembrare “cagnolini”? Apparentemente la loro situazione dovrebbe essere idilliaca. E allora perché si comportano a volte in maniera aggressiva? Proprio perché non sono trattati da cavalli. Il solo fatto di restringere lo spazio vitale è per il cavallo una violenza, impedire il contatto con altri simili, per paura di infortuni, è una violenza incredibile verso un essere che ha potuto sopravvivere per 55 milioni di anni proprio perché riunito in branchi. Con questo non voglio condannare la vita di scuderia, solo togliere l’illusione che basti coccolare un cavallo alla maniera umana per non essere violenti nei suoi confronti. Non accettare la sua diversità è violenza: i cavalli provano le nostre stesse emozioni ma le esprimono e le comunicano in maniera diversa da noi. Chiedere ad un cavallo di essere umano è violento. Chiedergli di dare tutto se stesso per il nostro divertimento senza mai chiedersi se lui si stia divertendo davvero è violento. Chiedergli di ottenere risultati sportivi che non può raggiungere è violento. La mancanza di rispetto è violenza”.


Giovanni Alberini - foto di Francesca Fugazzi









Intervista comparsa su Orizzonti (settembre 2013), trimestrale di ATRA (Associazione per l'abolizione della vivisezione)
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