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lunedì 26 marzo 2018

Come gli Agnellini a Pasqua





Quest'anno Pasqua è un pesce d'aprile. Mostruoso, crudele scherzo tirato a spese di migliaia di bambini, che non rideranno. Anzi. 


martedì 20 febbraio 2018

AIUTO! una favola a fumetti

© Yi Yang, per gentile concessione - da pagina Facebook

 ... eccoli qui, gli animali protagonisti della storia disegnata (a fumetti) AIUTO!: immaginata da Isaak Friedl e disegnata in modo devastante da Yi Yang.

Il racconto è una favola nera, che più nera non si può: la crudeltà va in scena, l'eccesso è la regola. Per vie fortunose e traverse, hai scoperto questo fumetto; lo hai preso. Poi hai scoperto che ha un seguito, intitolato AIUTO - Fratelli: hai preso e letto anche quello.  Hai preso anche l'albo attualmente in edicola della collana antologica bonelliana Le Storie, scritto da Isaak Friedl e disegnato da Stevan Subic. 
In questo post, non parlerai de 'Il terzo giorno' (il titolo dell'albo delle Storie bonelliane), e solo in parte di AIUTO - Fratelli (per il quale, se Isaak Friedl vorrà, ti piacerebbe fare un post dedicato). In questo post, parlerai solo del primo albo - anzi, per la verità, ne parlerà lui, cioè l'autore, che ha risposto via social alle tue domande...


giovedì 8 febbraio 2018

"Salvate i maschi" - Emeroteca

pulcini - maschi


bufalini - maschi


capretti - maschi
Eccoli i protagonisti involontari di un articolo abbastanza singolare - per il suo essere quasi uno sgambetto freudiano, l'affiorare sospetto quanto timido e subito avvizzito di una parvenza di autentico scrupolo etico. 
L'articolo si intitola: Dai pulcini ai capretti, l'appello dei veterinari "Salvate i maschi" su L'altra pagina de La Repubblica di domenica 28 gennaio 2018. 
Che poi uno pensa che l'anno migliorerà...


giovedì 25 gennaio 2018

Un caffè al bar del mattatoio



... succede che questa volta la cosa più strana la vedete alla fine.
Dopo tutto il freddo e il buio; dopo la sequela di camion stracarichi di vittime spossate e impaurite; dopo gli sguardi fissi di minaccia, di fastidio, di maledizione da parte di autisti o macellai o inservienti; dopo le auto che corrono sul rettilineo; dopo l'aria sempre maleodorante (ma nessuno che abiti qui intorno si lamenta? Proprio di fronte ai cancelli del mattatoio stanno costruendo un complesso di appartamenti: chi vorrà venire a vivere in un luogo simile?); dopo gli sguardi stravolti e spaventati dei manzi e dei vitelli, stipati all'inverosimile.

venerdì 24 novembre 2017

Viaggio al termine della notte, a Torino NOmattatoio per l'undicesima volta

« Ve lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati, sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia... È il segnale... È infallibile. È con l'amore che comincia. »

Non hai mai letto il libro di Louis-Ferdinand Céline, che dà il titolo a questo post e la didascalia alla prima foto. Ti ha sempre suggestionato il titolo: ha qualcosa di arcano, di drammatico, di inevitabile, che sembra speranza ma forse non lo è: il termine della notte dovrebbe essere la luce. Ma se fosse un termine definitivo, invece?
Ma se la luce del giorno fosse quella dell'ultimo giorno della nostra vita? E se fosse invece una luce artificiale? Di un lager? di una prigione? di un laboratorio? 
Di un mattatoio?


domenica 29 ottobre 2017

La ballata del cacciatore mentre la Valsusa brucia

attaccato ai lampioni di Pinerolo


La Valsusa è in fiamme.  Una estate siccitosa  e ora gli incendi, stanno sfigurando interi versanti montani, stanno cancellando boschi, stanno sterminando migliaia di animali.
I soccorsi sono difficili. I volontari sono pochi. I mezzi sono insufficienti.
A quanto pare, solo una categoria di persone è presente, preparata, efficiente e dotata di mezzi: i cacciatori. Che si appostano a tendere imboscate agli animali terrorizzati e in fuga dalle fiamme.
Difficile immaginare un gesto che assomigli di più di questo a un tradimento, a un atto di guerra amorale e immorale, a una perversione. Su alcune pagine, cacciatori  - che per altro affermano di 'amare i loro cani' - dicono che questa notizia è falsa.
Però, le puoi mettere vicino la notizia che d'ora in avanti, quelli che vanno per boschi, dovrebbero andare per boschi vestiti con giubbotti catarinfrangenti, per evitare di farsi sparare. I cacciatori sparano alla prima foglia che si muove, sparano senza riflettere, e spesso gli esiti sono tragici per altri umani, come ciclisti, podisti, cercatori di funghi o semplici escursionisti e passeggiatori, ai quali il bosco e la campagna sono preclusi per più giorni alla settimana, cioè quando individui armati scorazzano senza freni e senza criterio un po' ovunque, liberi di sparare - anche pericolosi per se stessi.

Perciò, molto volentieri, per tirarla in secco e sottrarla al flusso che la nasconderebbe molto presto, peschi dal mare magnum del social facebukkiano questa immagine, che oscilla tra la bolla luterana e il tazebao rivoluzionario, incrocio tra i cartoni disegnati dei cantastorie e i compiti di bella scrittura fatti sui banchi di scuola: una ballata del cacciatore, che si ispira a questa notizia, circolata ovunque come un meme, la notizia sui cacciatori che sparano agli animali tra le fiamme.

Chissà, forse potresti decidere di proporre anche prossimi 'meme venatori'- in fondo, già questo lo è: e, per inciso, son già due mesi che il terrore balistico imperversa per boschi e campagne. 
Sulla caccia, hai già scritto. Quindi, non c'è ragione per smettere - a meno che non smetta anche la caccia... 

intanto, in Valsusa...

sabato 21 ottobre 2017

NOmattatoio torinese, due cani al presidio numero 10



NOmattatoio è ritornato a Torino.  Questa volta, al mattino presto, si parte col buio. Siamo in autunno avanzato. Ed è ancora quasi buio, davanti al macello, quando arrivano i primi due camion, in un furore produttivo da entrata in fabbrica; dopo di che, una lunga, squallida pausa fino a metà mattina, quando arriva un camion, strapieno di vitelli, ammassati uno addosso all'altro, e coperti dalla loro merda, sopra e sotto.



Provate a immaginare di venire svegliati nel cuore della notte, di essere spinti all'aperto, bastonati e pungolati: vi fanno salire su una pedana scivolosa e rumorosa, dentro uno spazio piccolissimo, chiuso, soffocante solo a vederlo. Se resistete, vi danno altre botte, bastonate, pungoli, strattoni. Salgono molti altri, oltre a voi. Poi, venite chiusi dentro e comincia a mancare l'aria, vi vengono i crampi alle zampe e ai piedi, avete male allo stomaco, avete fame, avete ancora più sete. Ma non finisce qui: sentite un gran fracasso: altri vostri compagni vengono spinti lungo una pedana ancor più ripida e alta della vostra, vi camminano, pesanti, sulla testa, al piano di sopra. Sono tantissimi anche loro.



Dopo un tempo infinito - e voi avete già dovuto per forza liberare l'intestino, la merda vostra e degli altri vi è finita sui piedi, sul corpo, fra poco vi finirà in testa quella dei vostri compagni al piano di sopra - tutto inizia a vibrare, c'è un nuovo rumore, un rombo, c'è puzza nuova di qualcosa che brucia. Poi, tutto si muove. Sarà un viaggio pieno di brividi, di scossoni, di perdite di equilibrio, vi farete male, scivolerete e vi ferirete. Alla fine, la vostra destinazione: il macello. State per scoprire che cosa vi aspetta, che cosa gli umani hanno progettato di farvi.



Ecco noi, pochi, pochissimi attivisti, li abbiamo colti nella parentesi unica di sosta, all'ingresso del camion dai cancelli del mattatoio, quando deve almeno un po' rallentare. L'unica volta in cui uno sguardo umano si posa su di loro con sollecitudine e li guarda negli occhi, per cogliere la loro spasmodica ansia di vivere, un desiderio, una voglia che non potranno mai avere esaudimento, né accoglienza.
Siete convinti che il camion acceleri, nello spiazzo davanti ai cancelli, infliggendo nuovi scossoni ai corpi stremati - che acceleri perché l'autista vi vede e non vi vuole, vorrebbe farvi sparire, vorrebbe investirvi, di sicuro vuole spaventarvi,  minacciarvi, di sicuro vi insulta e vi minaccia con le parole. Sono le parole intrise di violenza di chi percepisce di essere stato scoperto mentre compie un crimine, una ingiustizia, mentre agisce qualcosa di aberrante, mascherato da gesto normale, insignificante (guidare un veicolo, non guidiamo tutti, almeno una automobile?).



Pensi: se in due, in tre, (non numeri ipotetici, ma reali: ci siamo contati, quel mattino), provochiamo rabbia, diamo fastidio, suscitiamo apprensione, facciamo perdere la pazienza e portiamo a galla tutta la violenza che appesta i cervelli degli umani che agiscono dentro al mattatoio; se così pochi già siamo sufficienti a scatenare queste reazioni, se fossimo di più, se tutti quelli che dicono che sarebbero venuti, fossero venuti davvero; se quindi, fossimo stati in cinque, dieci, venti: quale scompiglio avremmo potuto causare? 

Torino, lo hai già scritto, è una piazza difficile: uno dei motivi è che il mattatoio dà su un viale periferico a scorrimento veloce, dove non ci sono semafori, né strisce pedonali. Un luogo di morte (il mattatoio), perfettamente inserito in un contesto di non vita, di inospitalità fatta di cemento, asfalto, rifiuti. Hai visto topi, tra le erbe incolte e dure; hai visto corvi e cornacchie. Sono animali che vivono di corsa, scansando finché riescono gli umani, che a loro hanno lasciato solo rifiuti, scarti, immondizia. Che sono pronti a infliggere la morte anche a loro; che mettono trappole, veleno.

grazie a loro, hai scoperto cose mai viste del mattatoio (che non si dica che non c'era nemmeno un cane!)


Torino, quindi, sembrerebbe necessitare di coraggio e partecipazione in misura maggiore - se non altro, maggiore di quella che si sta verificando. NOmattatoio è una campagna strutturata con criteri fatti per darle longevità e resilienza, per renderla di impatto: le uniche risorse per sopravvivere, nell'ambiente ostile del macello e delle aree che lo attorniano.

Davanti al macello, per dire "NOmattatoio" - anche in silenzio-  si va solo col proprio corpo, così come ci vanno - non per scelta, ma per obbligo di deportati - le vittime altranimali. Si va nudi e crudi - per così dire - a resistere - come provano a fare gli animali morituri, pur schiacciati dalla inimmaginabilmente enorme macchina zootecnica tuttatriturante. A resistere: a mostrare e mostrarsi mentre allo stesso tempo ci si sparisce, ci si trasforma in metafora e messaggero di chi ha un altro corpo ed è già morto mentre aggiungiamo la nostra voce, la nostra protesta, alla sua. 
Questa convinzione - di essere animali che mostrano solidarietà con altre vittime animali, che aggiungono il proprio 'non voglio morire!' al loro, che per ora è senza speranza - deve spingere chi partecipa a NOmattatoio. Non c'è spazio per le idiosincrasie. Non può esserci spazio: questa emergenza di morte, occupa già tutto lo spazio possibile. Ed è giusto che sia così, perché di altri spazi, nella società così come è strutturata, non ne ha. Al contrario: viene negata, distorta, caricaturizzata, deformata, derisa, nascosta, vituperata, strumentalizzata.



Ti ricordi che ne avevi parlato, all'inizio, con Rita Ciatti e Eloise Cotronei: 

"La campagna consiste in presidi mensili nei pressi o di fronte i mattatoi, da cui prende, per negazione, il nome.
Sin dall’inizio abbiamo stabilito modalità e regole di partecipazione ben precise al fine di rendere chiaro il contenuto e messaggio di queste iniziative; poiché Ognuno di noi sarà lì per dare un volto agli animali dimenticati e uccisi nell'invisibilità totale – saremo, in altre parole, corpi animali che lottano per difendere il diritto alla vita di altri animali - preferiamo che a testimoniare ci siano persone non sostenute da sigle di associazioni varie. Questo non vuol dire che non possano venire persone iscritte ad associazioni, ma semplicemente che non portino materiale (striscioni, cartelli, volantini, depliant informativi o altro) che possa far riferimento ad esse e che quindi per quel giorno si presentino come semplici attivisti e persone comuni.
Il messaggio che vorremmo mandare è che la questione animale non riguarda solo le associazioni cosiddette animaliste, ma la collettività tutta.
Allo stesso modo non vogliamo bandiere di partiti politici perché siamo contrari al sistema istituzionale che si tramanda il potere e siamo contro ogni genere di gerarchia, sfruttamento e discriminazione di individui senzienti."


Cosa pensate che sia, la caccia?

Per dire Bastasparare, cercate dove andare a firmare


A Milano, il Comune vieta alla Lav di affiggere i suoi recenti manifesti contro la caccia.
Il motivo? Lo leggiamo in questa notizia: le immagini, sono state giudicate "fortemente evocative del tema della morte" e per questo messi al bando. Leggi: "A garanzia e tutela verso tutti quei cittadini particolarmente sensibili che scelgono di non prendere parte alla caccia".  E ti sembra di essere tornato indietro nel tempo, quando la legge vietava spettacoli crudeli, strazio e sevizie pubbliche, a tutela della sensibilità dei cittadini.

Gli animali non possono 'scegliere' di 'non prendere parte' (che giro di parole, come se si stesse parlando di una gita organizzata a Gardaland o al Museo Egizio, per dire), possono solo cercare di non evocare troppo la morte.

Il Comune di Milano censura i manifesti della Lav contro la ca
Ti chiedi: che cosa avrebbero dovuto evocare, immagini pensate contro la caccia? In base a quale ipocrita sensibilità, doppio standard, sfasamento del pensiero, dissonanza cognitiva, i milanesi di corsa per le strade della città - dove, per altro, non sono attenti ad alcuno stimolo, dei pur troppi stimoli con cui sono quotidianamente bombardati - rimarrebbero turbati da queste immagini, dai volti e dai corpi di questi cadaveri di morti innocenti?

Non sanno, i milanesi, cosa è la caccia?
Glielo elenchiamo qui:

La caccia è sopraffazione della vita libera e sensibile; 
la caccia è profitto, giro di denaro in moltissimi modi, tutti collegati (le armi e i vestiti dei cacciatori, gli allevatori dei cani, le licenze, i ristoranti, i ripopolamenti); 
la caccia è palestra di violenza non solo interspecifica, ma pure intraspecifica; 
la caccia è maschilismo; 
la caccia è il culto pericoloso del più forte (? sic); 
la caccia è invasione della casa altrui, nei boschi, nei prati, nelle macchie non ancora soffocate dalla tecnoagricoltura, nelle aree palustri, nei pressi di spiagge e scogliere, infine anche vicino alle case di altri umani; 
la caccia è la pratica dei 'prelievi' (parola mistificatoria e bugiarda per giustificare lo scorazzare incontrollato di individui armati e pericolosi);
la caccia è paura;
la caccia è dolore;
la caccia è violenza;
la caccia è morte cruenta.





Tu preferisci:




giovedì 21 settembre 2017

Tortura



Ci sono libri che - dal momento in cui ne scopri l'esistenza - ti attraggono irresistibilmente; libri che, una volta posseduti, mentre li leggi, non puoi fare a meno di pensare agli occhi nietzscheiani dell'abisso - dell'eventualità di venirne inghiottiti, di venirne affascinati - o, per opposizione,  del coraggio di chi non distoglie lo sguardo.

Come questo libro. Subisci l'incandescenza dell'argomento - desideri scoprirne di più; allo stesso tempo, hai paura di scoprirti morboso, non solo orripilato. Un po' come quando da bambino scopristi cosa significa 'vivisezione' sfogliando le pagine di un libro regalato dall'ENPA locale

questo libro
un libro che  - con tutti i suoi limiti (soprattutto, un protezionismo di base religiosa e caritatevole) - ha aperto per te, la tua personale voragine sull'orrore della guerra sulla pietà, portata dagli umani contro gli altri animali.

Donatella Di Cesare sembra appartenere alla schiera, tra  quanti pensano in modo filosofico etico, che sono a un passo dal salto di specie, dal rompere il confine ideologico che (ci) (li) separa dagli altri animali, con la sola parvenza degli argomenti specisti. Leggendo il libro hai avuto netta questa sensazione: è quasi sul punto di spiccare il salto. Ma forse, ancora, non lo vede, il confine specista.

Donatella Di Cesare


La tortura era stata ufficialmente negata e condannata in tutta Europa - se non nei Paesi della civiltà occidentale  - per almeno due secoli. Poi, arrivò l'11 settembre 2001. E la tortura ha ritrovato spiragli per riapparire, sotto mentite spoglie. Non più il grembiale di cuoio del carnefice, ma il completo del burocrate, la divisa del poliziotto, il camice dell'operatore medico. La tortura è diventata l'arma estrema del'intelligence per sconfiggere i nemici della civiltà e della libertà, per arginare il conflitto globale intermittente, la guerra diffusa, a bassa intensità.

Di Cesare si impegna con ogni mezzo a smascherare queste bugie: lungi dall'essere la soluzione vincente per le situazioni modellate sul paradosso della "ticking bomb' (che lei smonta, mettendone a nudo la paradossale illogicità e inapplicabilità oltre che la sostanziale e totale mancanza di una sia pure minima, accettabile, pratica, verosimiglianza o efficacia), la tortura è invece perfettamente iscritta nella logica del dominio: ne è la pratica più violenta e stringente. La tortura getta una cappa di terrore sull'intera società, è un subliminale ricatto, è esibizione tracotante dell'onnipotenza della sovranità.

Altro che essere espediente temporaneo: la tortura è la parvenza perversa e spietata dell'eternità. Evoca visioni infernali, evoca quel dolore che incombe e sovrasta nel corridoio del morire perpetuo.
La tortura si compie in una ripetitività senza fine. Questo incessante senza-fine è uno dei suoi tratti peculiari.  Qui, secondo te, c'è uno dei trampolini da cui Donatella De Cesare potrebbe spiccare il balzo verso l'antispecismo. Infatti. non sono le pratiche zootecniche finalizzate a riprodurre (letteralmente, biologicamente) corpi da sfruttare, da modificare, da plasmare, da dominare? Per aggiunta, questo dominio avviene - e non potrebbe non avvenire che così - con altre, ulteriori pratiche: di contenzione, di mutilazione, di stupro, di penetrazione, di violazione, di ferimento. La zootecnia si procura i corpi da torturare: la cui uccisione è solo, in un certo senso, il sottoprodotto necessario per la continuazione dell'intero sistema, che si presenta alla società come attività utile e positiva: per esempio per nutrirci.

La tortura, fa lo stesso: soprattutto oggi, si presenta alla società come pratica necessaria al salvataggio e alla protezione. Inoltre, anche la tortura si procura all'infinito i corpi da manipolare e spezzare. Sia perché il torturato è mantenuto in vita - e gli viene negata la morte fisica, che il torturato invece arriva persino a desiderare - sia perché i motivi per finire risucchiati nelle stanze della tortura sono virtualmente infiniti, e sono tutti pretestuosi, sono tutte invenzioni del potere sovrano che si autoproclama garante di ordine e sicurezza, attraverso i suoi prolungamenti di polizia.
E comunque, anche i torturati, alla fine, spesso muoiono (anche se è un incidente non previsto). O vengono fatti sparire per sempre: come, per esempio nei voli della morte praticati durante la dittatura argentina.

Finché rimane vivo, il torturato è afflitto dall'angoscia di un morire interminabile. La tortura non è una tecnica di uccisione, ma una tecnica di esercizio del potere e del controllo sull'altro.
Qui, trovi un secondo trampolino, una seconda corsia preferenziale che esce dritta sulla strada nuova dell'antispecismo. Un trampolino che questa volta ha a che fare - secondo te - con la vivisezione.
Infatti: al netto delle similitudini operative - in termini di pratiche e di strumenti - tortura e vivisezione aprono tra torturatore e torturato una sorta di rapporto. Occorre che l'altro resti cosciente, almeno finché si protrae la tortura. La morte libererebbe le vittime, ma per i torturatore, il momento della morte della vittima significa perdere in modo intempestivo il suo oggetto. La tortura non vuole annientare la vittima, vuole invece fare del morire una esperienza di pena duratura. Non puoi non pensare agli animali prigionieri dei luoghi di vivisezione: rinchiusi in gabbie e stabulari, da cui escono solo per venire torturati, con pratiche vivisettorie. Il più a lungo possibile. Sono nelle mani del più forte. Sono nient'altro che nuda vita, nuda carne esposta e vulnerabile (e perciò vulnerata, perché si è in diritto di farlo; anzi, peggio: perché si è in dovere di farlo).
De Cesare scrive di trasformazione dell'essere umano in creatura morente. Rimane perciò al di qua. Basterebbe, per inizio, sostiuire il termine 'umano' con 'vivente', per compiere il salto. Per questo motivo, provi come una urgenza che questo salto venga compiuto. Desideri questo salto, come chi nel deserto trova una oasi e cerca subito l'acqua. E non è la prima volta che ti capita. Non è la prima lettura (o visione di film, o altra esperienza) durante la quale cerchi traccia di un passo avvenuto. Ma non lo trovi. Più facile è stato per gli umani posare un passo sulla luna, che fare questo passo etico e visionario sul pianeta Terra, ritornando insieme agli altri animali.

Perciò, bocci il libro di Donatella De Cesare? Al contrario: lo hai letto con totale, assoluto coinvolgimento. Come un palombaro, ti sei immerso negli abissi lugubri e neri della tortura, sei sceso in questo inferno escogitato dagli umani. E sei più che convinto che il libro 'Tortura' sia inevitabile, se si vuole veramente snudare un problema grave e allarmante che si nasconde nei meandri di ogni nostra società - e che mette quindi tutti noi in pericolo.
Il corpo del torturato dimostra che nessun corpo è al sicuro, che ogni corpo è catturabile e violabile, che ogni corpo può arrivare a vivere la morte-in-vita che si chiama tortura. Ogni torturato superstite conosce questa raccapricciante e reale verità.

Oggi, questa esposizione alla morte, è più elevata che mai: perché sicurezza e stato di eccezione sono parole che ricorrono nei discorsi dei politici; perché appaiono o ricompaiono le retoriche delle più svariate discriminazioni.  Ciascuno di noi è esposto, potenzialmente. Anche se crede di essere al sicuro. Ciascuno di noi può cadere nell'incubo dei Syn - solo un racconto di fantascienza?

Questo perché la tortura è parte della minaccia indeterminata del diritto (De Cesare si richiama a Walter Benjamin, un suo prediletto oggetto di analisi e studio): nella violenza suprema, che decide sulla vita e sulla morte, si manifesta l'origine del diritto in tutto il suo potere terrorizzante (cfr pag.154-155-156-157).

Per questo motivo, occorre più chiarezza sul reato di tortura. Chi fa che cosa? Su chi? Per quali scopi? Per quante volte? Domande la cui risposta può rischiare di riportare la tortura al sicuro nel suo nascondiglio, dopo che sembrava essere stata finalmente svelata.


La tortura è per De Cesare, e in estrema sintesi e radicale semplificazione - solo tortura di stato, ha un nesso stretto col potere, anche col potere democratico. Cioè, si parla, si può parlare, si deve parlare, di tortura, solo quando è praticata dallo Stato - in nome e per conto dello Stato, che però la tiene nascosta in cantina, e la nega alla luce del sole - quando è praticata da rappresentanti, esponenti, funzionari, agenti dello Stato. Perché scopo e fine della tortura - si è visto - è aprire l'abisso sotto i piedi della vita, renderla precaria, esporla allo spavento, spogliarla della dignità.

Non a caso, lo stupro è una forma di tortura: durante la tortura si esperimenta la morte mentre ancora si vive. Chi subisce stupro da parte di ufficiale statale, subisce tortura.
E, durante la tortura, durante lo stupro, il corpo della vittima potrebbe reagire solamente 'congelandosi', paralizzandosi. Si tratta di una reazione cerebrale molto antica. Quando si viene attaccati, minacciati, l'immobilià sembra essere l'unica risposta possibile.
Questa reazione - che ci svela la nostra animaità in modo netto e durante una situazione invivibile e insopportabile - annoda a tuo parere un filo doppio con quel che De Cesare riporta di Sartre, il qual scrisse sulla dignità - la dignità umana. Quelli che sono stati definiti sottuomini, vanno prima di tutto umiliati, vanno spogliati della loro dignità, vanno sgretolati, occorre provare - a loro stessi per primi - che sono bestie. Scrive Sartre che il fine della tortura è annientare l'umanità del suo prossimo "A questo serve l'interrogatorio: a far sì che con le sue grida la vitima attesti e comprovi a se stessa e agli altri, di essere una bestia".

La vittima non può difendersi, è inerme, è più debole, perché è stata ridotta alla maggior debolezza: sul suo corpo si sfoga una violenza senza limiti, senza confini, senza argini.
Siamo nella penobra dei biopotere di Foucault. Vale la pena riportare il passo finale di pagina 96, che è anche la chiusura di tutta la prima parte del libro.
"Lì è, in quell'interregno lugubre e abietto della tortura che, esercitando ogni mezzo, lo spinge verso il non-umano, spezza il legame del torturato con ciò che lo vincola all'umanità. Questa è la soglia decisiva, varcata la quale, la via del ritorno e del riscatto non coincidono. Risalire la vertigine dell'inumano, per il torturato non meno che per il torturatore, il quale sprofondando nell'abisso ha degradato anche se stesso, è possibile, ma non senza restare indenni. Gli effetti della tortura non si cancellano. La dignità non sembra più recuperabile".

Si parla di inumano e si fa coincidere degrado con bestialità. Si insinua lo specismo, che blocca e chiude ogni passo, ogni salto verso l'altro definitivo, l'individuo non umano - l'inividuo animale.
Ma dire inumano non è lo stesso che dire non-umano.
Scrivere bestia non come scrivere animale.
Il ventaglio dei significati è ampio e mutevole. Importante, però e che io, a un certo punto del mio riflettere, decida che la parola 'animale' è importante e dignitosa, e mi decida finalmente a metterla nero su bianco. Aprendo la mia riflessione alla empatia di animalumano, vivente insieme con altri animali.
Solo quando avrò usato questa parola - e in questo modo - avrò fatto il salto empatico che è lì, di fronte a me.

venerdì 21 luglio 2017

NOmattatoio Torino 9: per chi l'ha visto e per chi non c'era...












... e per chi quel giorno lì, inseguiva una sua chimera. 
Ma non stiamo cantando, non stiamo facendo festa. Anche se qualche canzone rock, qualche inno di battaglia, forse a questo punto, ce lo meriteremmo.
Perché ciò che vedono gli attivisti presenti ai presidi della campagna nazionale NOmattatoio è niente altro che questo: il puro squallore della riduzione in schiavitù e merce di un individuo vivo - di milioni, di decine di milioni di individui vivi.
Quel giorno - il giorno del IX presidio NOmattatoio, davanti ai cancelli del macello di Torino, in via Traves, una via delle periferie più grattugiate dal cemento - tu questa volta non c'eri. Causa di forza maggiore - l'auto ti ha lasciato a piedi nel bel mezzo dell'autostrada - ma in ogni caso, quel giorno lì, il tuo corpo non c'era. Non c'è stato a fianco degli altri corpi umani presenti, come nei mesi trascorsi, a far da richiamo, a far da memento. Ecco perché, per non farla tanto lunga, hai voluto mettere tutte queste foto, scattate da chi c'era, davanti ai cancelli. Senza di queste foto, di loro, degli individui ritratti proprio in queste foto, non rimarebbe più nemmeno la memoria. Quelle foto, hanno riportato in primo piano la singolarità. l'individualità, il volto della vittima - sia pure nell'unico e ultimo guizzo della sua esistenza. Poca consolazione, forse, per chi la foto l'ha fatta. E di certo, nessuna consolazione per chi nella foto è stato ritratto. Ma sono le immagini - già lo hai scritto, altrove; già è stato scritto anche da altr* - a dar conto della memoria, per noi umani. E saranno queste immagini, si spera, a dar spinta al cambiamento. A raggiungere - e così completiamo la canzone - ciascuno la sua chimera. (la chimera- utopia di un modo diverso, nuovo, di mettersi a fianco a, in relazione con, gli altri animali coi quali condividiamo il pianeta).

PS
fermatevi un attimo a osservare meglio l'ultima foto.
In questa foto, per un caso della prospettiva e della inquadratura, le sbarre coprono il volto del prigioniero, che quindi non vediamo. Estrema, ulteriore beffa, ultimo sfregio, affronto finale alla dignità distrutta. Quindi, questa foto è un fallimento? Secondo te, no. Immaginate la scena (a te l'hanno raccontata). Mattino presto ma non troppo. C'è fila, davanti ai cancelli. Giganteschi autosnodati con ben due rimorchi stracolmi di corpi, sono preceduti o seguiti da piccoli camion, che caricano uno o al massimo due corpi vivi. Come in questo caso: questo toro si è sdraiato nelle proprie feci, aveva lo spazio per farlo, era il suo unico sollievo a stanchezza, caldo, sete, paura, confusione, disorientamento. Lui reagisce alla nostra presenza, alza lo sguardo. Le grosse sbarre, tipiche di un camion piccolo, ce lo nascondono. Ma non ci viene nascosta la realtà della situazione: che il camion piccolo proviene da una stalla piccola, forse di quelle cosiddette 'come una volta'. Questo animale, che scopriamo essere un toro di una specie allevata apposta per trarre carne anche dai maschi, ha vissuto con ogni probabilità fino a questa mattina presto, o a ieri sera tardi, tra un recinto al pascolo e una stalla con la paglia. Ma è stato non di meno caricato senza complimenti su un camion per fare la strada fino al macello. Adesso, il suo destino si unisce a quello degli individui mal nati negli allevamenti industriali zootecnici. Non esiste la fattoria felice, non esiste la 'carne felice': sono finzioni irrealistiche e bugiarde. L'unica e sincera differenza che conta è la dimensione del camion. Perché l'unica cosa che conta - nel delirio di onnipotenza antropocentrico -  è il percorso fino al luogo dello smembramento, per la rivendita dei pezzi.

venerdì 23 giugno 2017

NOmattatoio Frosinone 2 - ASL di Frosinone - 24 giugno 2017





Il secondo presidio NOmattatoio Frosinone è  sabato 24 giugno, dalle 11 alle 13, davanti ala ASL di Frosinone, in viale Giuseppe Mazzini.

Quello che è successo prima...

Il team investigativo John Doe ha fatto delle riprese, in questo macello in un arco di cinque mesi, contelecamere nascoste all’interno di questa struttura di macellazione, che si è poi scoperto, grazie all’intervento del parlamentare Mirko Busto, essere la SIMET, sita sulla via Casilina sud all’altezza del km. 76,900.

Durante l'ultima puntata del programma "Animali come noi" condotto da Giulia Innocenzi sono state mandate in onda le immagini raccapriccianti di quello che avviene in questo macello a Ferentino.

Successivamente al programma, è scattata l'immediata denuncia della LAV ai NAS, che ha di fatto ottenuto la chiusura del macello per una settimana, dal 19 al 26 aprile.
La giornalista Giulia Innocenzi si è poi attivata per proseguire con l'inchiesta e ha rivolto alcune domande alla ASL di Frosinone per avere ulteriori informazioni: siamo così venuti a conoscenza del fatto che, purtroppo, il mattatoio ha attualmente ripreso la sua attività di macellazione, anche se parzialmente. La risposta ASL è considerata inaccettabile.

Il 17 maggio, NOmattatoio ha organizzato una doppia protesta, davanti alla ASL di Frosinone e davanti alla SIMET per chiedere l’immediata chiusura di questa struttura di macellazione;presenti anche la giornalista Giulia Innocenzi e il parlamentare Mirko Busto. 

...
 

"QUESTA VOLTA RITORNEREMO ALLA ASL A FROSINONE
PER CHIEDERE LA CHIUSURA IMMEDIATA DEL MATTATOIO, STRUTTURA DOVE SONO AVVENUTI ILLECITI COSI’ GRAVI.
Nonché, per invitare comunque tutti a riflettere sulla violenza comunque sempre presente, legale o meno, all’interno di questi contenitori lager che sono i mattatoi e gli allevamenti. Oggi sappiamo che non è necessario mangiare animali e derivati per vivere bene e quindi sfruttare e uccidere animali costituisce una forma di crudeltà
".

lunedì 19 giugno 2017

NOmattatoio - Torino VIII - 20 giugno 2017

il presidio sarà davanti alle porte del Macello, in Via Traves, Torino


"Il contadino schizzò via. Le sue scarpe pesanti rimbombarono sui gradini. La giovenca continuava a muggire. Nella sua voce c'era una furia, una ribellione quasi umana. MI sedetti sul materasso e chinai il capo. Era un po' che facevo una follia dopo l'altra."

dal racconto "La giovenca malata di nostalgia" di Isaac Bashevis Singer, ne 'I Meridiani- Racconti" (pagg. 1097-1132).

Potete trovare la pagina del presidio su Facebook. Iscrivetevi, se desiderate venire a partecipare.  Martedì mattina, dalle 7 alle 10.

mercoledì 14 giugno 2017

Angelo e i suoi assassini - parte seconda

Angelo
... e ritorni un attimo su Angelo e sulla sentenza emessa contro i quattro torturatori: sentenza che ha suscitato molti commenti e molta agitazione. Tra l'altro, ci ritorni in questi giorni, dominati dallo scalpore per un'altra sentenza, quella che riguarda Totò Riina - e hai la sensazione che ci sia un che di sotterraneo che in qualche modo collega le due notizie; le due sentenze; i cinque colpevoli; le molte vittime;  l'idea che una società, che una civiltà ha o può avere a proposito del concetto di giustizia. 
E ci ritorni, quindi, forse proprio perché senti - a livello subliminale che proverai a spiegare - che esiste un collegamento tra i due eventi - entrambi incorniciati in contesti giuridici-penali-legali. Materia incandescente, agitatatrice di pensieri: che vengono da lontano, da riflessioni, studi, letture di quando eri universitario. Qualcosa da manovrare con guanti e pinze. Forse, ma non oggi. 
Oggi, ti concentri, per la seconda volta, su Angelo
Come già scritto, avevi chiesto a persone che hai la fortuna di conoscere, un loro parere sulla sentenza verso i quattro aguzzini sanginetesi. Non persone a caso: persone che vivono ogni giorno, tutti i giorni, da anni, la realtà dei cani in canile - e che sono impegnati a pensare e ri-pensare, per trasformarla. 
Sì: perché il canile ha bisogno di venire trasformato, fino al punto di sparire, almeno come concetto concentrazionario di reclusione. Ne hanno bisogno i suoi prigionieri. E - sorpresa! - ne ha bisogno la stessa società dove viviamo - anche se questa società non se ne rende conto; anche se noi non ce ne rendiamo conto. Qui sì: cani, innocenti individui incarcerati per colpe mai commesse o inventate dai dittatori totalitari umani - quì sì che si può parlare di sproporzione della pena. Cesare Beccaria in molti canili - troppi canili lager, luoghi di speculazione - non s'è mai visto neppure in fotografia.

Torniamo a loro - alle persone amiche che hai interpellato. Dicevi: persone che conoscono, con esperienza e cognizione di causa e riflessione, i cani e i pensieri canini e il loro mondo.
Quasi tutti hanno speso qualche parola di riflessione - e di questo parlerai in questo post. Altri di loro ancora non hanno risposto - ma, alcuni di loro è probabile che lo faranno e sarà argomento di futuri post; ché questo argomento non esaurisce mai le sue implicazioni, volendo. Devi dire ancora una cosa: i commenti hanno ciascuno un nome e cognome; dopo varie riflessioni, hai deciso di trascriverli qui, tutti o in parte, sotto forma anonima (anche se chiaramente distinguibili), sia per venire incontro a chi ti ha chiesto espressamente di rimanere anonimo, sia perché ti è sembrato più giusto anche verso quelli che non avrebbero pudore o problema a comparire 'in chiaro': nel senso che ti piace pensare che ci si possa concentrare sui loro pensieri, tessuti insieme con lo scopo di impreziosire le differenze di sfumature dovute ai diversi punti di vista, oltre che di evidenziare i molti spunti unici, personali. Ti piacerebbe che tutti quelli contattati, si sentano liberi di commentare, a lettura terminata, mettendosi con nome e cognome, se lo vorranno, rivendicando la maternità o la paternità dei loro pensieri.

Che - di primo acchito - sono pensieri di rifiuto. Non ha voglia di parlare di questa storia, chi gestisce un giardino per cani anziani: "mi procura troppo dolore. Non vorrei mai vedere quei mostri vicino a un qualsiasi animale". Il discorso riabilitazione può e deve passare in secondo piano, è ancora una volta specista. Ancora non si ha la sentenza, quindi, come scrivevi, le modalità sono sconociute e quindi suscettibili di grandi speculazioni. Di sicuro, è molto facile rendere questa parte di sentenza un nuovo inferno per i cani, senza riabilitare nessuno - "Angelo e tutte le altre vittime come lui non torneranno mai indietro".
Condividi la rabbia, specialmente dopo aver rivisto il filmato, che è sempre troppo doloroso: c'è solo sadismo, prolungato, perpetrato per interi minuti, con metodo e senza che appaiano mai segnali di disagio - anzi!

E quindi? Quindi, se può essere sensato, giusto, smettere di applicare la legge del taglione, è lecito dubitare che riabilitare sia sempre possibile: che, cioè, l'aver subìto una pena, renda il proprio pensiero finalmente permeabile al rifiuto della crudeltà. I quattro aguzzini, infatti, c'è il rischio che vivano la pena come una fastidiosa pratica di cui liberarsi quanto prima. Magari, accumulando rabbia. Che scaricheranno sul prossimo indifeso che gli capiterà a tiro. 

Ne parli con questa donna, che è attiva con grande attenzione e molti dubbi - per così dire, filosofici - in un rifugio dove c'è molta attiva attenzione alle pratiche da svolgere insieme e per i cani:
"Chi è arrivato ad un punto così terribile non imparerà l'empatia in sei mesi di canile nemmeno nel miglior canile con i migliori educatori". Si pensa insieme che questi assassini dovrebbero prima potersi guardare dentro. E allora, il cerchio si allarga: dici che ci vorrebbero percorsi permanenti di supporto, con obiettivo magari preventivo piuttosto che rieducativo. E se alzi un attimo ancora la quota dello sguardo, ecco che trovi la necessità di creare le occasioni e le possibilità per un mutamento più generale delle nostre società, per quel che riguarda il rapporto con gli altri animali. Eccola lì, immobile e totemica: la educazione alla empatia - uno snodo enorme da cui secondo te si dipartono mille sentieri, nella pedagogia, nella filosofia, nella cultura, nella percezione sociale.
Perciò, sempre secondo questa attentissima volontaria: "il punto di svolta è nel fatto che il processo ci sia stato". Un vero precedente, che non potrà essere ignorato: "A un po' di persone, che gli animali li maltrattano, potrebbero fischiare le orecchie".

"Visto il reato, la pena resta decisamente lieve": così pensa un'altra cinofilosofa, che vive con una affiatata società di cani, li conosce, conosce le loro individualità, li rispetta e li ama.
"Bisognerebbe poter applicare pene molto più severe:  ma sono contenta che quanto meno ci sia stata una sentenza in tempi non eterni, e molto chiara dal punto di vista del significato sociale e politico della cosa: è un buon precedente che spero possa mettere delle basi per il futuro".

Ci concentriamo sulle modalità dello svolgimento del lavoro socialmente utile in canile. La cinofilosofa - e tu con lei - si augura che sia un canile dove i volontari possono sempre entrare, per proteggere il benessere dei cani. Poi, che i quattro condannati vengano seguiti all'interno del canile e che ci sia un supporto psicologico che li aiuti a valutare. "Voglio poi sperare che le mansioni che avranno all'interno del canile, non rischieranno di traumatizzare i cani ospiti". Alla fine, siete d'accordo entrambi che ci vorrebbe pure un supporto psicologico anche per i cani, svolto da un valido educatore...

Supporto psicologico fondamentale anche secondo la educatrice che ha costruito anni di metodo di relazione e osservazione verso i cani: "esistono studi sullo sviluppo dell'empatia e sul recupero di chi ha commesso crimini associati a disturbi della personalità che hanno tra i sintomi la mancanza di empatia per la vittima".
L'esistenza di un programma volto a far aumentare l'empatia nei soggetti che hanno commesso questo tipo di crimini violenti, sarebbe secondo te doverosa, un'àncora fondamentale, nell'intero processo di recupero.  
Tu sei convinto che queste misure di supporto verrebbero davvero svolte solo se il canile verrà percepito come risorsa e non come una specie di scadente e meccanico contrappasso: altrimenti, il prossimo pedofilo potrebbe vedersi assegnati lavori socialmente utili in un asilo! Ti spieghi meglio: solo se il canile è percepito come una risorsa di valore etico e pedagogico, prima di tutto dalla società e quindi da quanti hanno il compito di amministrare la legge, allora avverrà spontaneamente e doverosamente la creazione di un cuscinetto di supporto all'intera situazione - nel suo prima, nel suo durante, nel dentro e nel fuori, per i rei e per i cani, e nel suo dopo.
Altrimenti, il canile subirà l'ennesimo sfregio: quello di essere visto come atto punitivo per criminali, uno strumento più economico del carcere, per applicare la legge del taglione: "una follia".

Una scelta folle, una sconfitta per tutti, dove peggiora la situazione di tutti: di Angelo e della sua memoria; dei cani liberi e non tutelati; dei cani nei rifugi, a rischio; delle situazioni di miseria sociale e culturale, come quella dove sono nati e cresciuti i quattro aguzzini, che, secondo questa ragazza che si occupa di accasare cani anziani, "vivono in uno sperduto paesino di montagna, in mezzo al nulla": una mentalità chiusa (anche l'orizzonte sembra chiuso, dall'elevarsi delle montagne) può portare a questo tipo di cose, come i fatti di Sangineto. "Quindi il fatto che loro arrivino a conoscere i cani e abbiano una pena del genere da scontare, è utile a farli rendere conto di ciò che li circonda e di chi sono realmente i cani".

Ipotizziamo che scontino la pena nel suo rifugio: "proverei a fargli  comprendere  realmente il significato grave del loro gesto verso un essere vivente".
Tutto dipende da che visione hai della giustizia: occasione di recupero o condanna sempre punitiva? Attraverso la rieducazione, potrebbero rendersi conto di quel che hanno fatto: forse questo potrebbe per loro diventare condanna? Grande fiducia verso gli esseri umani - altrimenti questa ragazza non farebbe quello che fa - ma anche dispiacere: perché il lavoro potrebbe essere da loro visto solo come punizione "in un canile sovraffollato e dove la cultura cinofila rasenta quasi sicuramente lo zero". Perché non diventi un perverso e dannoso "per sei mesi spalo cacca e poi tutto torna come prima", ecco che si riconferma basilare la cultura - cinofila, ma anche quella generale, anche quella civica e civile.

A quanto pare, insomma, questa è una sentenza esemplare, storica, per l'Italia (non allarghiamoci a presumerla storica anche in un contesto più internazionale). Storicità ed esemplarietà che - già lo sono state - corrono il rischio di venire annacquate e vanificate dal fatto che è stato applicato il rito abbreviato e che la legge comunque non prevede carcere per pene inferiori ai tre anni; e che, infine - purtroppo - le pene previste per chi maltratta gli animali, sono molto basse. In pratica: chi maltratta o uccide un animale - e stai parlando solo di quelli 'fortunati', considerati animali DA affezione (sic) - rischia di farla franca più spesso che no.

Il quadro generale, non è molto incoraggiante. Anche secondo l'educatore che negli anni ha disegnato un concetto di canile futuro, non è positivo che "il canile sia il luogo per scontare una pena"
Che  genere di canile è quello dove dovranno prestare servizio? "Non so in quale canile andranno a scontare la pena. Non sono a conoscenza del nome della struttura. Conoscendo le molte realtà di canili lager del Sud Italia, mi chiedo cosa possano imparare quei quattro sociopatici da un'esperienza del genere?" Una breve notazione, comunque sulle modalità pratiche: "Poi sono convinto che in ogni caso dovrebbero essere divisi e scontare il servizio socialmente utile in luoghi diversi da soli e non in gruppo".


link vari, per riannodare le fila su

ANGELO

la notizia della sentenza su all4animals

il parere di una psicologa specializzata, su all4animals

la notizia della sentenza su quiCosenza

la notizia della sentenza su VelvetPets

il commento di Ermanno Giudici, su Il Patto Tradito


VIDEO Paola, sentenza del processo, su Marsilinotizie


una notizia sugli studi per l'identikit di chi maltratta gli animali, su Gazzetta di Parma


VIDEO - DA VEDERE: In onore di Angelo (il suo calvario), su youreporter

notizia della sentenza, su ilmiocaneèleggenda

la difesa degli imputati, su Marsilinotizie














sabato 27 maggio 2017

Una rieducazione di merda - Angelo, parte prima

una statua a Roma, inaugurata nel Parco Ravizza del quartiere Monteverde. Fonte: Cosenzainforma


Angelo come Hachiko. Dove Hachiko è diventato simbolo della dedizione lunga una vita, ma anche del rispetto e della riconoscenza di individui e di una intera cittadinanza, di un popolo - quello giapponese - che fonda la sua civiltà su concetti molto simili a questi.
Dove Angelo è diventato simbolo della ennesima irrilevanza e povertà etica ed empatica di individui e di una intera cittadinanza, di un popolo  - quello italiano - per i quali un animale è oggetto di noncuranza, superficialità, impazienza, prepotenza, oppressione, crudeltà inflitta, tortura, sadismo; ma anche della grande fiducia che ogni cane è potenzialmente capace di regalare a ogni umano, anche quello meno degno - quello degno di essere appellato solo come 'tizio', o 'mostro'.

Ieri, la sentenza del processo di Angelo ti / ci è esplosa tra le mani, e i social forum sono diventati ridondanti di essa e per essa. Parole e idee, indignazione insieme a riflessioni. Conti di ritornarci, prestissimo, grazie all'idea che hai avuto - di chiedere ad alcuni tuoi amici e contatti davvero esperti, attenti, nei confronti dell'universo canino, un loro parere, specialmente sui risvolti della sentenza.
Sul fatto che i quattro assassini sconteranno la pena svolgendo lavoro socialmente utile presso una struttura canile o rifugio. Presumi, della loro zona.

Una decisione controversa, dibattuta, sulla quale tornerai. Adesso, in questo post, vuoi fare una cosa sola: immaginare questa sentenza nella sua attuazione, nel suo svolgimento. 
Infatti, ti sei chiesto: se tu avessi un rifugio, cosa penseresti se ti chiedessero di farci svolgere la riabilitazione lunga sei mesi, dei quattro 'tizi'?

Intanto, immaginiamo una cornice: poiché esistono, e se ne parla, e vengono divulgati e fatti conoscere, i canili e i rifugi cosiddetti 3.0 (quelli zooantropologici, di Luca Spennacchio, di Roberto Marchesini, di Simone dalla Valle, per intenderci; e, certo, anche di altri, che tuttavia non conosci, per tuoi limiti), ritieni che potrebbero essere solamente queste, le strutture adatte a sopportare una responsabilità così grave. Non le strutture coraggiose e generose, che rischierebbero di cedere e soffrire per il carico di male e crudeltà che i quattro assassini si portano appiccicato alla pelle, sotto i loro vestiti. Tanto meno i canili privati, dove è sempre possibile 'truccare' e barare, a spese dei cani: qui dentro, i quattro potrebbero addirittura essere liberi di spadroneggiare, ma di sicuro - senza arrivare a tanto - potrebbero non dover affrontare nemmeno un'ora di lavoro. E dunque la 'pena' sarebbe inutile, andando sprecata.

No. 
I canili come presidio zooantropologico ci sono, esistono. Facciamo finta che - anche a uso giudiziario - ne esista un elenco certificato: sarebbero i luoghi unici dove far scontare questo tipo di sentenze a questo tipo di criminali (e qui, ne sei cosciente, si apre un punto vulnerabile assai, sui diversi pesi e misure, sui doppi criteri di giudizio, quando la vittima è un umano o quando invece è un altro animale; ma ne riparleremo).

Queste strutture, già adesso, hanno un organigramma: esiste una divisione dei compiti, una distribuzione delle mansioni e delle responsabilità, certo sulla base delle attitudini e delle abilità di ciascuno. Ma non succede che tutti facciano tutto - né che lo vogliano fare: perché non ne sono capaci. Il motivo di questa organizzazione è per dare ai cani ogni tipo di vantaggio, tutela, benessere, cura e occasione di ritorno tra umani disposti ad accudirli, a esserne famiglia per la vita.
In queste strutture, i volontari hanno fatto e fanno corsi per apprendere come svolgere i loro compiti, assimilano le 'buone pratiche', affrontano almeno una esplorazione della zooantropologia, della cinofilosofia, dell'etologia canina. Questo, di base, imprescindibile:  si possono aggiungere altre capacità e abilità, altre competenze, negli anni, sul campo. Ma sempre con la supervisione di chi è più presente e più a lungo, più capace o esperto. Perché, sempre non si perde di vista l'obiettivo: il cane, nella sua completezza e dignità di essere individuale, unico, consapevole, che merita rispetto e dignità.

Dici sempre che hai avuto la fortuna di avere un simile primo incontro con i canili: il primo amore non si scorda mai, e non se ne dimenticano nemmeno le asperità.
Perciò oggi ricordi con gratitudine e con consapevole prospettiva di lungo termine, le tue prime esperienze con la raccolta delle cacche.
I rifugi hanno aree di sgambamento: dove i cani possono correre, annusare, sdraiarsi, giocare o conoscersi tra loro, se lo desiderano, oppure isolarsi e dormire se lo preferiscono. Queste zone, verdi e alberate, devono essere libere dalle cacche. E perciò vanno costantemente rastrellate, attraversate, con paletta e secchiello, come se si fosse sminatori. Come prima cosa a inizio della giornata, poi in vari momenti della giornata in rifugio; e tra le ultime cose della sera. Dalla cacca dei cani si impara molto, oltre al loro stato di salute psicofisico. Poi. Si impara su se stessi: la propria capacità di concentrazione, di adattamento, la prova e lo stress delle proprie soglie di stress e di tolleranza alle situazioni di scacco e di obbligo. La cacca può essere zen: una pratica utile a centrare se stessi, utile a ripensare il cane, a rivederlo e riviverlo, a riconsiderarlo. Sollevi lo sguardo dal prato e incroci gli occhi di un cane al di là del cancello, che magari ti osserva ed è interessato a te. Questo tutti i giorni, giorno dopo giorno, per settimane.

Quindi, ecco cosa faresti fare tu, nel 'tuo' rifugio', ai quattro: raccogliere merda, fin da subito. Non come umiliazione, ma perché raccogliere merda serve - alcuni dei modi hai provato a raccontarli proprio adesso.
Naturalmente, pensi, i quattro non starebbero MAI soli con i cani: a fianco a loro ci sarebbe SEMPRE almeno uno o due supervisori. E, poiché si tratterebbe di volontari che in questo modo verrebbero sottratti a compiti più utili per l'andamento del rifugio e il benessere dei cani - oltre che di sicuro più gratificanti sotto il profilo delle relazioni umane: sei abbastanza sicuro che stare a contatto con uno qualsiasi di questi quattro sia ben più schifoso e rivoltante che raccogliere una qualsiasi caccona - credi che dovrebbe essere previsto un gettone di risarcimento. Una cifra di rimborso per il rifugio, che si vedrebbe obbligato a sottrarre risorse umane a compiti di cura, per svolgere compiti di controllo e sorveglianza. Una cifra forfettaria, a fondo perduto - ché ci sarebbe a monte la garanzia che in questi rifugi quella risorsa economica extra verrebbe impiegata esclusivamente in obiettivi cinofili.
(Ecco, magari, se esistesse questo albo dei rifugi 'giudiziari', il meccanismo per coinvolgerli volta per volta potrebbe essere quello del sorteggio, o magari della rotazione; ma questi sono dettagli che non vale tempo studiare qui, in questo pur sempre immaginifico scenario).
Raccogliere merda per sei mesi, però, non sarebbe produttivo né forse coerente con lo spirito della sentenza - per come lo hai capito tu, ma su questo ci torniamo; qui stiamo scrivendo altre cose. Non è il caso di scomodare Cesare Beccaria, per dire che in questi sei mesi ci sarebbe tutto il tempo per far fare ai quattro, corsi di etologia, di zooantropologia e di tutto quello che potrebbe sembrare utile a tentare di cambiare la loro mente. Nella prospettiva della riformazione e rieducazione.
Gli faresti persino leggere dei libri, e prendere appunti e alla fine scrivere un tema!
 Che tu abbia robuste riserve sulla realistica capacità di maturare in quella direzione, da parte dei quattro torturatori, per il momento non è importante.

Ultima domanda: faresti avvicinare i quattro ai cani?
Premessa: i cani in un rifugio, ci sono arrivati sempre dopo esperienze negative. Senza eccezione: anche il 'semplice' abbandono di punto in bianco, viene vissuto da ogni cane come una angosciosa tragedia, un evento catastrofico capace di gettare il cane nella depressione, nella tristezza, nel malumore, nella non voglia di vivere, nella paura, nella insicurezza, nella fobia, nell'ansia. Un vero e proprio shock post-traumatico. 
Quindi, chi più chi meno, tutti i cani ospiti di un rifugio  - ricordate sempre di che tipo di rifugio stai parlando - sono individui fragili dal punto di vista emotivo. Basta un nulla - davvero un nulla: uno sguardo superficiale, un gesto casuale, uno stato d'animo carico di sensazioni negative da parte dell'umano - per aggravare quella fragilità, col rischio di spezzare ancora la loro faticosamente ricostruita, timida fiducia.
Perciò? Perciò - pur facendo fare ai quattro tutta una serie di attività che hanno a che fare intorno al cane - fino ad arrivare a occasioni davvero stimolanti di apprendimento, di esperienza, di osservazione - non li farei interagire MAI con nessuno degli ospiti del rifugio. 
Magari, forse, con un supporto robusto di educatori - altre risorse per il rifugio dirottate! - li farei entrare in contatto con cani che non vivono nel rifugio, ma sono individui forti, sani, sicuri, equilibrati, alleati di uno o più umani con le medesime caratteristiche caratteriali - e che sono capaci di scegliere come, dove, quando e quanta relazione iniziare o interrompere con qualsivoglia umano. 
I Cani Maestri. Questo perché, se il fine è riabilitativo, alla fine - ma solo alla fine - dovrebbe essere creata l'occasione per i quattro tizi, di vedere davvero chi è un cane - e comprendere l'enorme mostruosità che hanno compiuto.

Se poi lo capiranno, questo - per ora - rimane un mistero.
- 1. continua

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