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mercoledì 21 novembre 2018

Un'eterna Treblinka, parte 3 (echi dell'Olocausto) - Riletture dell'Antispecismo

Elie Wiesel


Autore del romanzo autobiografico  'La notte', Giornalista, saggista, scrittore, filosofo, ha scritto:

Prendi posizione. 
La neutralità favorisce sempre l'oppressore, non la vittima.
Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato

...



mercoledì 31 ottobre 2018

Passacaglia della vita


... i veri fantasmi!
protendendosi dai margini del bosco
avvoltolandosi per le vie già buie tra le case 
echeggiandosi da fossi e torrenti tribolati 
esalandosi dalle onde piccole dei laghi 
fuggendosi dalle onde giganti degli oceani...

...i fantasmi, sussurrando suggerite parole di consapevolezza intelligibili alle orecchie casuali 
spifferi gelidi illuse sere fredde gli ultimi inverni dell'Antropocene...



venerdì 16 marzo 2018

La memoria (del mattatoio) è conoscenza



... per esempio, il mattatoio di Via Treves, a Torino è 'specializzato' in bovini. Per questo tu, attivista, vedrai sempre arrivare camion, tir, trasporti piccoli e trasporti grandi, carichi sempre e soltanto di bovini: dalle sbarre vedrai grandi occhi - smarriti, stanchi, affamati e assetati - riccioli biondi, zoccoli a mollo nella merda, grosse teste immobili e facce dalla espressione stravolta... non dimenticarteli...


martedì 30 gennaio 2018

sabato 18 novembre 2017

Boschi Vivi senza confini




dal sito Boschi Vivi




Stai iniziando a capire che cosa sia un 'bosco interiore' - prendendo a prestito l'espressione pensata da Leonardo Caffo; e magari, andando a memoria, ti avvicini pure al senso; ma su quel libro eventualmente vedremo, per giocare prossimamente a 'acqua-fuochino-fuoco'.
Il bosco è il punto focale. Che va interiorizzato, trovato dentro se stessi. Infatti, è  qualcosa che ha a che fare - in qualche modo - con il costruirsi una specie di individuale, personale, unica, irripetibile gioia dello 'stare al mondo': è una gioia che non è insensato cercare e curare anche nei dove e nei quando che meno ci piacciono. Si spreca tempo a desiderare di essere altrove quando invece si deve essere qui e ora. Ma non è motivo questo per rinunciare a vivere la propria gioia piena, invece che rimandarla colpevolmente a un altrodomani a cui vorresti tendere. Rischi una tensione all'infinito, una asintote senza pace. Invece, se sei capace di volerti costruire la tua gioia anche dove e quando non ti piace, allora fai la cosa giusta: la tua gioia diventa già lì per te, e non smetterà di esserci quando ti sposterai; anzi: la tua gioia ti seguirà ovunque andrai, perché la tua gioia - così come la tua tristezza - sei tu. Sei tu: è non il luogo dove e quando in questo momento stai vivendo. (che poi tu, tendenzialmente preferisca portati dietro il trolley della malinconia-tristezza, invece dello zaino della felicitù-gioia, è un qualcosa di te su cui non devi smettere di lavorarci, magari mentre stai sdraiato tra le foglie a prendere  il sole novembrino insieme alla tua bretonina 17enne).

domenica 13 novembre 2016

Luogo di te stesso




"Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo, per me", cantava Adriano Celentano, pensando alla domenica. Si vede che la domenica è costituzionalmente così: una serie di ore, tutte libere, e si sa che noi oggi la libertà non siamo più capaci di usarla. Oppure, sorpresa, a volte non è così. Per te, per esempio, la domenica, c'è il caso che a volte sia un volo senza veli per pensieri fugaci come nuvole in cielo, ma - lo speri - fecondi come semi nella terra.

Questo seme te lo ha gettato questo post, del blog Un'Ucronìa.  
(La prima impressione, è di un bel blog accogliente ed equilibrato; ti viene voglia di esplorarlo un po', anche perché hai ci già visto alcune cose che sono come ti eri immaginato tu La Confidenza Lenta, se ti fosse riuscito a farla meglio di così, anzi, di farla bene come te l'eri immaginata).


Il post ti ha fatto riflettere, per una consonanza con alcuni tuoi pensieri che da qualche giorno hanno preso a girarti in capo e che proprio oggi, mentre guidavi lungo un rettilineo di campagna, si sono affacciati a parole:
Ci sono luoghi, nel tuo  (nel nostro) passato, che magari sono ancora sotto ai tuoi occhi, che amavi e che adesso ti sono indifferenti. Potresti raggiungerli senza difficoltà, ma non lo desideri (non li desideri, il pensare di andarci davvero, te li trasforma subito in sgraditi). Non senti più il bisogno di vincolarti a essi, con la memoria. Non senti più la necessità di provare nostalgia per i luoghi trascorsi. Al contrario, ti volti ovunque, curioso dei prossimi luoghi che troverai: e questo, sembra che sia in grado di regalarti libertà di pensieri e di sentimenti.
Allora pensi che la tua (la nostra) condizione di serenità, di contentezza, non dipende dai posti dove siamo, bensì dipende da noi e dalle nostre azioni, interiori o concrete che possono portarci oppure no a un equilibrio. 
Ti piacerebbe che questo equilibrio non corrispondesse a una staticità, dove tutto è inerte; ma piuttosto a un'armonia, dove ogni luogo è il tuo luogo, di quel momento; ogni luogo è dove vuoi essere in quella circostanza, che puoi vivere nella pienezza degli istanti  che si inanellano uno dopo l'altro, portatori di sempre diverse sensazioni, per cui ogni luogo non è mai lo stesso immutabile.  Non ti serve il luogo per essere felicemente vivo, dunque non hai bisogno del luogo e non ne provi rammarico quando è trascorso e allontanato.
Sei tu, il luogo di te stesso; noi siamo luoghi a noi stessi.

martedì 13 settembre 2016

Departures



Ho rivisto il film in DVD l'altro giorno, con ritrovata sorpresa e commozione.
Departures affronta il tema della morte e del lutto. Un tema spinoso, che può creare angoscia e rifiuto, specialmente per gli umani che vivono in Occidente. Non a caso, forse, il film è giapponese!

Eppure, la morte fa parte della vita; non è sbagliato imparare a farne conoscenza. Questa considerazione è probabilmente banale, ma non è banale la necessità che esprime. Altrimenti, la morte non susciterebbe orrore e terrore, né quelli che lavorano nelle sue vicinanze subirebbero uno stigma sociale, portatore di rifiuto e vergogna.  Chi ha voglia di guardare il film fino alla fine, invece, scoprirà che queste persone - almeno in una piccola cittadina giapponese, e almeno i personaggi della storia - sono custodi di pietà e difensori di dignità. 

Il film ha un bel ritmo, ha umorismo; in più, è sempre presente lo sguardo partecipe verso gli animali che vivono intorno a noi, nelle nostre città, nei luoghi rimasti liberi dalla presenza umana, che confinano con le città. Gli animali appaiono a sorpresa, quando le anatre spiccano il volo o quando i salmoni risalgono il fiume. Appaiono anche nei piatti delle persone, quando diventano cibo. C'è un polpo, ancora vivo in cucina, che Daigo (così si chiama il protagonista) ributta in mare. C'è un pollo, il cui cadavere viene portato intero in tavola, in una cesta. Quando Daigo lo vede (reduce dal suo primo incontro con un corpo morto umano, una anziana donna morta da giorni in solitudine), ha conati di vomito, si alza dalla tavola, non riesce a mangiarlo: guarda i suoi occhi chiusi, il capo piegato. Dove gli altri vedono cibo, lui, almeno per questa volta, vede un corpo che una volta era vivo, un individuo che non voleva morire. Quasi tutto il cibo che i personaggi del film mangiano, "apparteneva a un cadavere", come dice a un certo momento il personaggio di Ikuei Sasaki, il principale di Daigo. "Gli esseri vivi mangiano gli esseri morti per vivere", dice ancora. La sua morale termina così:"Se vuoi vivere, devi mangiare. E se devi mangiare, allora mangia bene". Derrida, che cosa direbbe?  Sasaki parte dalla eterotrofia, che permea tutto il vivente, per arrivare alla gastronomia, il cibo-come-cultura: spesso, un alibi per giustificare pratiche eticamente non giustificabili, né più accettabili. La pietà che i due tanatoesteti riservano agli umani, non si estende agli animali, che vengono anzi ingurgitati con voracità, in varie occasioni. Vedi, per esempio, la scena del Natale, che per altro è ricchissima anche di altri temi che si intrecciano in un tutto armonico e piacevole da vedere. Solo le piante, dice, fanno eccezione. Sono autotrofe, si nutrono di sostanze estratte dalla terra o dall'acqua, traggono energia dalla luce solare. Anche le piante, però, alla lunga, si nutrono di esseri morti, anche se tanto tempo prima, ormai disciolti nel terreno.
Departures non è film animalista, non si occupa di etica o di rapporti tra umani e altranimali. Il suo racconto si focalizza su altre cose, anche se gli animali fanno e hanno fatto la loro comparsa. Quello che è interessante, però, è che proprio il focus del film - il lutto, la pietà, il tempo del pianto, del ricordo - può (e secondo me, deve) riguardare anche gli altri animali; e la salma di quel pollo, adagiata intera nella cesta sulla tavola, è lì per avvertirci di questa possibilità.

"Dare a un corpo divenuto freddo, una bellezza che dura per sempre, con calma, con precisione, ma soprattutto con tanta amorevolezza. Pur nella tristezza dell'ultimo addio, quanto viene eseguito per preparare il defunto, immersi nel silenzio pieno di pace, mi appare meraviglioso" , pensa Daigo, a un certo punto.
Va detto che il "per sempre" a cui Daigo si riferisce è assai breve: dura finché il corpo nella bara non vengono bruciati, nel forno di cremazione. Ma si potrebbe pensare che ci troviamo ad avere a che fare con un "per sempre" emotivo, soggettivo, dei e per i congiunti ancora in vita. Qualsiasi eternità immaginata dagli umani, poi, è minuscola, se paragonata alla eternità universale. "Chi muore giace, chi vive si dà pace".

Una cosa che mi ha colpito, che non credo possa mai avvenire in Occidente: la preparazione del defunto, la vestizione, avviene alla presenza e alla vista dei parenti. Pur con delle precauzioni rituali e legate a una certa forma di pudore, per cui del morto non si vede mai il corpo nudo, a parte il viso, le mani e i piedi. Il resto del corpo rimane sempre coperto, via via, da vari tipi di stoffe o indumenti, fino all'abito finale, definitivo. Il che rende l'intera cerimonia assai complicata, e piuttosto lunga, il rito del Nokanshi.  Anche il 'tanatoesteta', cioè chi esegue il rito, compie tutto usando solo il tatto, procedendo lungo una memoria sensoriale tattile che acquisisce negli anni, percorrendo centinaia di membra e di corpi, di epidermidi e di articolazioni.

Il risultato dei suoi gesti, minuziosi, lenti, pazienti, distaccati, trasparenti e allo stesso tempo amorevoli, sconcertano chi li osserva. Commuovono: facilitano lo scioglimento di ogni freno, le lacrime iniziano a sgorgare , facendo tracimare lungo le guance dei vivi, i ricordi, i rimorsi, l'affetto provato e la gratitudine per chi ha causato questo, cioè il cerimoniere tanatoesteta, che ha reso possibile la catarsi.
Una combinazione, credo, tutta giapponese: il nokanshi, come ikebana, vive di minuziosi, delicati dettagli, che ricompongono una realtà nuova, più ampia e partecipe, che facilmente libera le emozioni più profonde, ce le rende consapevoli.

Alla fine, Daigo prova su se stesso l'effetto catartico del rito: tocca a lui ricomporre il corpo del padre, morto a settanta anni, dopo una vita da pescatore (e tutta la sua vita è racchiusa in una scatola di cartone). Non lo ricordava, si accorge che non lo avrebbe riconosciuto in giro per strada; ma quando, piano piano, si prende cura del corpo, con gesti che non possono non avere in sé anche almeno un sentore di cura e di affetto (stringere le mani, accarezzare, pettinare...), i ricordi ritornano, il viso paterno sfocato riemerge, e ha una dolcezza sconvolgente, un sorriso di occhi che dice tutto quello che non riesce a uscire dalla bocca.
Alla fine, anche Daigo piange. Il sasso che lui aveva dato da bambino a suo padre, lo ritrova stretto nel pugno irrigidito del corpo paterno. Un sasso che concentra una vita intera e che lui dona al figlio in grembo a sua moglie, la giovane Mika Kobayashi,  con i suoi trasparenti limpidi sorrisi diffusi in tutto il suo corpo.

Alla fine, il film ci lascia con leggerezza, uno spiraglio sul futuro di questi giovani che abbiamo incontrato in questo momento della loro vita.  Dal lutto, hanno trovato nuova forza: dal tempo preso per poter piangere, per permettere ai ricordi di ritrovare un senso e di riannodarsi al presente. Un tempo individuale, la cui lunghezza è personalissima e soggettiva: ciascuno lo vive con tappe sue personali.  Proprio perché è il tempo per prendere congedo da qualcuno che abbiamo amato e che ci ha amato.

Questo è tanto più vero, intanto, con i compagni non umani che fanno la loro vita accompagnandoci per un po' nella nostra. 
Altre considerazioni sociali, politiche, si possono fare e sono state fatte sul lutto dovuto agli animali, individui o specie, selvatici o sinantropi, oppure addomesticati o soggiogati: sono argomenti interessanti e spero di poterne parlare, ennesima promessa promemoria del e per il blog - e per chi ha voglia di leggerlo, se c'è qualcuno con voglie simili.
Che siano - questi altranimali - con noi per libera scelta, per casualità, per necessità, non mancano mai di segnarci profondissimamente. Il dolore per la loro dipartita spesso è più cocente che per la morte di compagni umani. Non perché degli umani ci importi di meno; ma perché - io penso - i compagni altranimali si connettono istantaneamente e direttamente alla nostra consapevolezza autentica. La mettono a nudo, magari anche a noi stessi. Perciò, il rapporto è così intenso e profondo, così privo di finzioni; così tutto da vivere e giocare sul piano della sensazione, con coraggio e senza esitazioni. La voglia fisica e mentale insieme, di gioco, di comunanza, lo scambio di emozioni che informano vite intere, sono quello che possiamo ritrovare, stando insieme a loro.  Per scoprire che siamo molto più animali di quel che ci illudiamo di (non)essere. Il che, sarebbe, a parer mio, un risultato da augurarsi.

domenica 20 aprile 2014

Per tutti gli agnellini: La risposta è nel vento - Il flash mob a Novara


"The answer my friend, is blowin' in the wind", cantava Bob Dylan
Era la canzone che faceva da colonna sonora al filmato di agnellini scaricati dai camion al macello con le gru e le ruspe, che vidi tantissimissimi anni fa in televisione, e non fui più il bambino di prima.

La giornata di oggi, è quella del massacro avvenuto, ancora, purtroppo, con numeri da spavento. Massacro di vite di bambini impauriti, per le tavole di una tradizione spietata e sanguinaria, antiquata e arcaica.
Molte voci e molti eventi nei giorni scorsi hanno protestato contro questa ecatombe. Sotto forma di campagne, o manifestazioni, o flash mob. Il vento sta cambiando?

Riferisco del flash mob avvenuto a Novara, la città dove sono nato, la città con la quale - volente o nolente - ho la maggior dimestichezza e familiarità, ma anche il maggior disincanto.

Novara, angolo delle Ore, 12 aprile 2014 - flash mob per gli agnelli


"A sostegno della campagna nazionale della LAV, una ventina di attivisti si è ritrovata per comporre ad un fischio una coreografia statica e silenziosa con indosso una maglia bianca, a simbolo del vello candido dei piccoli agnelli, e esponendo cartelloni per sensibilizzare l'opinione dei cittadini. Poco riscontro, molto stupore, tanto gente d'accordo. " 

L'angolo delle Ore, è un luogo storico per i novaresi: in pieno centro, è il luogo all'incrocio tra le due vie che furono il cardo e il decumano delle origini della città; per questo motivo, è carico di simboli, di significati, di storie e di memorie. Mi piace che adesso, in queste storie e memorie, comincino ad apparire anche gli animali - e gli animalisti che li difendono. Mi piace che molte di queste storie e memorie - legate come tutte le memorie, anche a  tradizioni ritenute indiscutibili e intoccabili in quanto tali, e basate sull'oppressione degli umani sugli altri animali - vengano in qualche modo disturbate, destabilizzate, finalmente messe in discussione - e che al loro posto si propongano alternative senza crudeltà, possibilità ricche di empatia, compassione, consapevolezza e attenzione verso gli altri animali che invece normalmente vengono uccisi; di modo che queste alternative, anche belle, colorate, profumate e saporite come i cibi vegan, possano piano piano diventare a loro volta tradizioni, questa volta belle da ricordare, e soppiantare quelle truci e truculente. Mi piace, infine, che la 'passeggiata in centro', rito trito della festa, sia passibile, d'ora in avanti, di 'turbamenti' animalisti: da adesso in poi, per i passeggiatori distratti e svogliati del centro città, ci sarà sempre la possibilità - non così frequente come meriterebbe - di incontrare queste realtà, questi eventi, che hanno lo scopo e la speranza di portare alla consapevolezza tutte le azioni tremende e terribili che si vogliono ignorare e disconoscere e che invece sono troppo presenti e che sono la violenza 'normale' contro gli altrianimali. Mi piace l'eventualità possibile che i novaresi vengano posti di fronte al discorso che racconta l'urgenza di cambiare l'idea che si ha della nostra relazione con gli altri animali, far capire che sono individui vivi e non oggetti da sfruttare e distruggere.


 

mercoledì 5 marzo 2014

Oscar tra le nuvole

Oscar in Toscana nel aprile 2012, alle prese con le tartarughe.  (Oscar vola sul Ponte il 7 marzo 2013)




Lo spensierato
Dinoccolare zampe
Naso per naso


Con che passione
Dinoccolare zampe
Naso su naso


il ricordo di
una passeggiata mai
avuta al fiume


avuta sul fiume
una passeggiata mai
il ricordo di


refolo caro
m'accarezza orecchio
e poi non c'è più
 
Appassionato
dinoccolare zampe
naso con naso

Un anno passa e se ne va, e quando lo ripensi, ti riporta i ricordi dei momenti vissuti. Un anno fa, Oscar,  dolcissimo tenero spaesato vecchino, volavi sul Ponte. Hai vissuto insieme a me esattamente un anno e tre mesi, ma ti avevo conosciuto già nel luglio 2011, quando, anziano, eri stato finalmente portato via dal garage dove il tuo ex padrone ti deteneva da anni. 2012, dunque, l'anno di Oscar. Tu mi manchi ancora: mi mancano i tuoi grandissimi occhi un poco velati, il tuo trotterellare intrepido e svagato tra l'erba alta, il tuo bere avventuroso e selvaggio dalle pozzanghere o dai canali, il tuo acciambellarti vicinissimo alle 'tue' due cagnoline, per offrire e ricevere calore,  il tuo socchiudere gli occhi sotto le coperte mentre ti accarezzavo - e di questo gesto mi sembravi allo stesso tempo grato e sorpreso.  Mi manca il tuo alzarti dal letto per venire a cercarmi davanti al computer, assicurarti che io fossi sempre lì, per poi tornare più tranquillo a nanna insieme a Stella e Lisa: il mondo aveva finalmente preso forma e stabilità, e la notte e il buio erano finalmente popolati da presenze buone. A volte penso che sarebbe meraviglioso poter scoprire com'eri da giovane: cioè, il com'era di un cane anziano che vive con noi l'autunno o forse già l'inverno della sua vita. La delizia delicata dei tuoi atteggiamenti raccontava molto delle tue esperienze - e se ci si permette il tempo che occorre per osservarsi, queste vengono comunque a galla; ma chissà quando è comparso quel modo personalissimo di guardare, con la testa che fa quella piega così particolare...Queste sono le considerazioni degli umani, fatte così, a girar su se stesse, Oscar!
Ricordo il passeggio sulle mura di Lucca, dove ti sei rotolato trionfante in una puzzolentissima cacca; ricordo come abbaiavi ai cuccioli e poi traballavi; ricordo le tue orecchie attentissime quando - sempre in Toscana - scopristi l'esistenza delle tartarughe, dalle quali ti tenevi alla larga con prudenza, ma che osservavi con curiosità. Ricordo i primi tempi, quando girellavi in compagnia del tuo naso al parco, poi non mi trovavi e correvi alla rete ad abbaiare a intervalli, per chiamarmi, senza accorgerti che ero sempre con te, che non mi ero allontanato. I ricordi potrebbero andare avanti ancora tantissmo: per esempio, ecco che mi ricordo le gite, due, o forse tre, brevi, sul Lago Maggiore: adoravi l'acqua, e su una spiaggetta corresti giocoso verso l'acqua, entravi sempre fino alle ginocchia e mai oltre, e poi bevevi. Che sapore aveva l'acqua del lago? Poi, corresti tutto scomposto verso di noi, felice di vivere, felice di sentirti finalmente sicuro. Quel giorno, mancava molto meno di un mese alla tua Partenza, ma né tu né io lo sapevamo.



Oscar, a volte eri leggermente 'tra le nuvole', un poco svagato e brontolone verso gli altri cani; vivevi così ogni secondo della tua nuova vita. Non stavi a recriminare per il tuo passato di prigionia, non ti autocommiseravi, ma accoglievi con generosa ilarità tutte le cose nuove che la sorte ti aveva regalato: la famiglia, l'amore, la cura. Vivevi in pieno, ti tuffavi nell'acqua dei torrentelli per bere e rinfrescarti, oppure dormivi sdraiato naso contro naso, insieme alle tue due anziane amiche - una volta per ciascuna. Forse eri diventato freddoloso, così adoravi quando giocavo a farti su tutto intero in una copertina morbida: ci stavi rannicchiato a russare per ore, forse notti o pomeriggi interi! 

Sapevi che il tempo del rimpianto e del lamento sarebbe stato tempo sprecato, che era preferibile trascorrere le ore e i giorni assaporando ogni istante di occasione di vita. 


Che fortuna incontrarti e viverti, Oscar caro! Non poche volte i ricordi e le immagini di te mi hanno sorpreso nei momenti più inattesi, in questo anno. Ti ho promesso una cosa: " Che il dolore trascolori in nostalgia, che l'assenza ritorni presenza, in nuovi giorni, da vivere in nuovi modi, secondo una direzione che il cuore mi urge per ricordarti sempre, e che sto tentando anche nei gesti di tutti i giorni. Ogni giorno un po' di più".

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