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lunedì 22 giugno 2015

Haiku animali (reboot)

Fonte: Pinterest . From : DeviantArt

Scrivo Haiku da molti anni...

Ho incontrato questa poesia molti anni fa, a sorpresa, in un romanzo di fantascienza molto particolare. Era "Le maree di Kithrup" , scritto da David Brin. Me lo ricordo come una specie di Impero colpisce ancora versione cartacea e molto più estremo e avveniristico. Se mai lo rileggerò (perché si trova ancora tra i miei libri), chissà quali impressio ne ricaverò. 
Per il momento, mi basta ricordarlo perché tra i suoi protagonisti c'erano i delfini, diventati piloti interstellari che insieme agli umani esplorano gli spazi galattici. Ebbene, questi delfini, parlavamo tra loro. E con gli umani, usando una lingua che nel libro viene chiamata delfinese trinario, ovvero, haiku. Trilli haiku per dichiarare le proprie emozioni, ma anche per comunicare veloci e scarni dati tecnici di astronavigazione. A bordo di una astronave che, me lo ricorderò sempre, "zoppica come un cane a tre zampe" (!) - vuoi dire che ho incontrato qui per la prima volta anche la disabilità animale?

Come poteva non essere affascinante l'haiku, che con così poche parole ha la forza profonda di esprimere così tanto? Il seme poetico era gettato e ben presto, sarebbe germinato. Non in primavera, ma in inverno - inverno di neve e della stagione, ma anche inverno del mio vivere.
Una cosa che fiorisce sotto la neve sia per lo meno da notare e considerare. Perché è la risposta impossibile a una domanda esigente: che cosa sono le cose che sto provando, qui è ora? Come posso tenerle con me?

Soltanto parecchio tempo dopo, e dopo moltissimi haiku, ho scoperto - leggendo la storia di questo stile poetico e dei poeti giapponesi che secoli fa lo elaborarono - che haiku è poesia leggera di viaggiatore, di mendicante, interiore se non anche esteriore. La biografia di poeti come Basho è scritta nei chilometri di strade polverose, di sandali consumati, di tettoie sotto la pioggia.
Queste poesie si distillano dalle moltitudini  di impressioni minimali minime di cose incontrare nelle stagioni di un circolo annuale. Haiku si folgora in istante e di un istante, per renderlo profondo nel ricordo di chi lo ha intuito immaginato e pensato.
Diciassette sillabe e tre versi, lungi da essere contenitore troppo stretto, sono base sicura e nitida per dare le ali alla creatività , una sfida alla propria poesia, che così deve sapere bene che cosa vuole dire, cosa intende significare, cosa desidera portare.  Ma si tratta di una sfida non violenta: è come una meditazione, il pensiero sgombro (mi piace una immagine: la tua mente sia attraversata dai pensieri come il cielo dalle nuvole ) che vede arrivare la forma della emozione giusta per potere desiderare di scriverla e regalarla al ricordo. Non siamo noi che cerchiamo la parola giusta, il ritmo giusto; sono il ritmo è la parola che ci trovano, ci muovono e ci parlano attraverso. Non è quasi come incontrare un altro individuo? Un altro da noi che però siamo noi. Dentro di noi, solo che non lo sappiamo, a meno che non ci concediamo il tempo e la pazienza per creare occasione di incontro.

E qui, allora, mi viene da pensare alla possibilità di haiku animali, di poesia per incontrare, per dar udibilità agli altri animali. Provo a spiegarmi.
Gli animali altri, sono già di per se stessi haijin (cioè poeti di haiku, in giapponese) perché ogni loro pensiero, azione, intenzione è diretta e immediata resa di uno stato intuito con tutti i propri sensi e coscienza. Noi, per contro, dobbiamo sforzarci per raggiungere questo tipo di stato esistenziale. E questo è un primo modo di pensare la poesia haiku animale.
In secondo luogo, molti poeti si pongono o si sono posti la questione di scrivere poesia come se la scrivessero gli animali, cercando di entrare nei loro modi di vedere il mondo, cercando, insomma, in auliche modo, di sbirciare il mondo affacciandosi dalla loro finestra invece che dalla nostra. Compito difficilissimo, che rasenta l'impossibile, prima di tutto perché il nostro corpo non è il loro è quindi certe sensazioni ci sono fisiologicamente precluse. Una ovvietà, si direbbe. Ma anche una barriera indiscutibile, che si può superare solamente gettando ponti verso gli altri animali (diciamo subito che 'loro', gli altri animali, i ponti ce li gettano in continuazione verso di noi, che ci atteggiamo a cittadella assediata invece che porto accogliente). La poesia (e l'arte) come ulteriore azione di presa di coscienza, di presa in carico e di presa in cura, di liberazione degli con gli è per gli altri animali? Anche questo, può essere un secondo modo di pensare la poesia haiku animale.
Il terzo modo, che avrebbe a che fare direi con l'aspetto compositivo, parte dagli strumenti degli haiku, di cui avrò modo di tornare a scrivere: i riferimenti alle stagioni, le parole segnale delle emozioni, le parole di sospensione e di cambio di prospettiva del punto di vista (il kigo, il kireji);  è ancora, i modi per conteggiare le sillabe, le regole poetiche per far incontrare vocali, consonanti.
Con questi strumenti, cosa racconto? Gli uccelli intravisti tra le foglie? Il gatto mimetizzato nella porta? Posso provare a raccontare le stesse cose con le parole che userebbero loro, altrimenti, con i loro suoni, i loro versi? E come? Usando onomatopee? Inventando parole apparentemente insensate? Mi piacerebbe, mi piacerà provarci. Forse, con l'aiuto dei delfini piloti stellari...

Tok!to.to.trrr.t.t.t.
Corteccia smorzata dal
Picchio pomeriggio
 
-1- continua

venerdì 23 gennaio 2015

Haiku

Fonte: Pinterest, from DeviantArt

Scrivo haiku da molti, molti anni... 


Ho incontrato questa poesia molti anni fa, a sorpresa, in un romanzo di fantascienza molto particolare. Era "Le maree di Kithrup" , scritto da David Brin. Me lo ricordo come una specie di Impero colpisce ancora versione cartacea e molto più estremo e avveniristico. Se mai lo rileggerò (perché si trova ancora tra i miei libri), chissà quali impressio ne ricaverò. 
Per il momento, mi basta ricordarlo perché tra i suoi protagonisti c'erano i delfini, diventati piloti interstellari che insieme agli umani esplorano gli spazi galattici. Ebbene, questi delfini, parlavamo tra loro. E con gli umani, usando una lingua che nel libro viene chiamata delfinese trinario, ovvero, haiku. Trilli haiku per dichiarare le proprie emozioni, ma anche per comunicare veloci e scarni dati tecnici di astronavigazione. A bordo di una astronave che, me lo ricorderò sempre, "zoppica come un cane a tre zampe" (!) - vuoi dire che ho incontrato qui per la prima volta anche la disabilità animale?

Come poteva non essere affascinante l'haiku, che con così poche parole ha la forza profonda di esprimere così tanto? Il seme poetico era gettato e ben presto, sarebbe germinato. Non in primavera, ma in inverno - inverno di neve e della stagione, ma anche inverno del mio vivere.
Una cosa che fiorisce sotto la neve sia per lo meno da notare e considerare. Perché è la risposta impossibile a una domanda esigente: che cosa sono le cose che sto provando, qui è ora? Come posso tenerle con me?

Soltanto parecchio tempo dopo, e dopo moltissimi haiku, ho scoperto - leggendo la storia di questo stile poetico e dei poeti giapponesi che secoli fa lo elaborarono - che haiku è poesia leggera di viaggiatore, di mendicante, interiore se non anche esteriore. La biografia di poeti come Basho è scritta nei chilometri di strade polverose, di sandali consumati, di tettoie sotto la pioggia.
Queste poesie si distillano dalle moltitudini  di impressioni minimali minime di cose incontrare nelle stagioni di un circolo annuale. Haiku si folgora in istante e di un istante, per renderlo profondo nel ricordo di chi lo ha intuito immaginato e pensato.
Diciassette sillabe e tre versi, lungi da essere contenitore troppo stretto, sono base sicura e nitida per dare le ali alla creatività , una sfida alla propria poesia, che così deve sapere bene che cosa vuole dire, cosa intende significare, cosa desidera portare.  Ma si tratta di una sfida non violenta: è come una meditazione, il pensiero sgombro (mi piace una immagine: la tua mente sia attraversata dai pensieri come il cielo dalle nuvole ) che vede arrivare la forma della emozione giusta per potere desiderare di scriverla e regalarla al ricordo. Non siamo noi che cerchiamo la parola giusta, il ritmo giusto; sono il ritmo è la parola che ci trovano, ci muovono e ci parlano attraverso. Non è quasi come incontrare un altro individuo? Un altro da noi che però siamo noi. Dentro di noi, solo che non lo sappiamo, a meno che non ci concediamo il tempo e la pazienza per creare occasione di incontro.

E qui, allora, mi viene da pensare alla possibilità di haiku animali, di poesia per incontrare, per dar udibilità agli altri animali. Provo a spiegarmi.
Gli animali altri, sono già di per se stessi haijin (cioè poeti di haiku, in giapponese) perché ogni loro pensiero, azione, intenzione è diretta e immediata resa di uno stato intuito con tutti i propri sensi e coscienza. Noi, per contro, dobbiamo sforzarci per raggiungere questo tipo di stato esistenziale. E questo è un primo modo di pensare la poesia haiku animale.
In secondo luogo, molti poeti si pongono o si sono posti la questione di scrivere poesia come se la scrivessero gli animali, cercando di entrare nei loro modi di vedere il mondo, cercando, insomma, in auliche modo, di sbirciare il mondo affacciandosi dalla loro finestra invece che dalla nostra. Compito difficilissimo, che rasenta l'impossibile, prima di tutto perché il nostro corpo non è il loro è quindi certe sensazioni ci sono fisiologicamente precluse. Una ovvietà, si direbbe. Ma anche una barriera indiscutibile, che si può superare solamente gettando ponti verso gli altri animali (diciamo subito che 'loro', gli altri animali, i ponti ce li gettano in continuazione verso di noi, che ci atteggiamo a cittadella assediata invece che porto accogliente). La poesia (e l'arte) come ulteriore azione di presa di coscienza, di presa in carico e di presa in cura, di liberazione degli con gli è per gli altri animali? Anche questo, può essere un secondo modo di pensare la poesia haiku animale.
Il terzo modo, che avrebbe a che fare direi con l'aspetto compositivo, parte dagli strumenti degli haiku, di cui avrò modo di tornare a scrivere: i riferimenti alle stagioni, le parole segnale delle emozioni, le parole di sospensione e di cambio di prospettiva del punto di vista (il kigo, il kireji);  è ancora, i modi per conteggiare le sillabe, le regole poetiche per far incontrare vocali, consonanti.
Con questi strumenti, cosa racconto? Gli uccelli intravisti tra le foglie? Il gatto mimetizzato nella porta? Posso provare a raccontare le stesse cose con le parole che userebbero loro, altrimenti, con i loro suoni, i loro versi? E come? Usando onomatopee? Inventando parole apparentemente insensate? Mi piacerebbe, mi piacerà provarci. Forse, con l'aiuto dei delfini piloti stellari...

Tok!to.to.trrr.t.t.t.
Corteccia smorzata dal
Picchio pomeriggio
 
-1- continua?

domenica 6 aprile 2014

L'estate della collina

La copertina del libro

Se siete animali che respirate per vivere, mentre leggerete le pagine di questo libro, vi accorgerete che forse potreste respirare meglio di come già fate.
Ve ne accorgerete perché la lettura stessa delle parole in queste pagine - il modo in cui si srotolano, insieme alla vita che raccontano - vi indurrà a un respiro più lento e profondo. Vedrete da voi stessi quanto invece siamo obbligati a un respiro corto e affannoso nella fretta di tutti i giorni.  E desidererete invece di poter respirare sempre al ritmo della vostra natura essenziale di viventi.

E' un libro che secondo me si può leggere in due modi. Piccola prermessa: le storie raccolte sono frutto di anni di sguardi e di giornate in luoghi dove l'uomo è una creatura immaginaria. Lo dice Baker stesso, prima di iniziare: "In questo libro sull'estate inglese non mi sono limitato a riportare le esperienze di un'unica stagione. Nella mia descrizione di dodici paesaggi diversi confluiscono i ricordi di molti anni".

Il primo modo è quello consueto: si apre il libro e si comincia a leggere, arrivando piano piano fino alla ultima pagina. (Ma non dimenticate di leggere la postfazione del traduttore Salvatore Romano, che vi inviterà a pe(n)sare meglio le sfumature delle parole). Cioè: in qualsiasi momento dell'anno, lo leggete come un libro di racconti (e se lo fate di inverno, garantito che vi riaffioreranno le sensazioni odorose e tattili dell'estate).

Il secondo modo è quella di iniziare ad aprire il libro in aprile, e arrivare alla fine per chiuderlo, in settembre. Cioè: poiché i racconti iniziano nel mese di aprile e terminano nel mese di settembre, il primo finesettimana di aprile, fate una gita fuori città, portate con voi i cani, oppure salite in sella alla moto e andate lontano, col libro con voi. Vi scegliete un posto al riparo da troppi umani e ... leggete. Un po' di aprile oggi, un altro po' il prossimo fine settimana. 
A maggio fate la stessa cosa col mese di maggio
A giugno fate una lettura uguale del mese di giugno
A luglio fate la stessa cosa col mese di luglio
In agosto - col suo caldo - vi rinfrescate con la lettura del mese di agosto
A settembre, assaporate l'autunno imminente leggendo le pagine del mese di settembre.

Io, per ora, l'ho letto nel primo modo, ma cercando di fare un po' come col secondo modo (non ci sono riuscito, perché avevo iniziato tardi, già in luglio).
Adesso siamo in aprile: indovinate come ricomincerò a leggerlo ora? (e già, perché, c'è un terzo modo, ed è di rileggerlo ogni anno).

"Era meraviglioso pensare che un frammento di vita così minuscolo potesse volare nella più completa oscurità, sotto la pioggia battente, cantando in modo così bello e preciso per nessuno a nessuno, senza nessun motivo: solo per continuare a essere se stesso". (p.59)

(le frasi che ho sottolineato - ce ne sono molte altre - ma non ve le scrivo tutte qui, sarebbe come guastarvi le emozioni delle pagine lette da voi).

L'ESTATE DELLA COLLINA
JOHN ALEC BAKER – TRAD DI SALVATORE ROMANO 
2008 – GEA SCHIRO' EDITORE – PALERMO – P.175 - € 16.00
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