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venerdì 23 gennaio 2015

Haiku

Fonte: Pinterest, from DeviantArt

Scrivo haiku da molti, molti anni... 


Ho incontrato questa poesia molti anni fa, a sorpresa, in un romanzo di fantascienza molto particolare. Era "Le maree di Kithrup" , scritto da David Brin. Me lo ricordo come una specie di Impero colpisce ancora versione cartacea e molto più estremo e avveniristico. Se mai lo rileggerò (perché si trova ancora tra i miei libri), chissà quali impressio ne ricaverò. 
Per il momento, mi basta ricordarlo perché tra i suoi protagonisti c'erano i delfini, diventati piloti interstellari che insieme agli umani esplorano gli spazi galattici. Ebbene, questi delfini, parlavamo tra loro. E con gli umani, usando una lingua che nel libro viene chiamata delfinese trinario, ovvero, haiku. Trilli haiku per dichiarare le proprie emozioni, ma anche per comunicare veloci e scarni dati tecnici di astronavigazione. A bordo di una astronave che, me lo ricorderò sempre, "zoppica come un cane a tre zampe" (!) - vuoi dire che ho incontrato qui per la prima volta anche la disabilità animale?

Come poteva non essere affascinante l'haiku, che con così poche parole ha la forza profonda di esprimere così tanto? Il seme poetico era gettato e ben presto, sarebbe germinato. Non in primavera, ma in inverno - inverno di neve e della stagione, ma anche inverno del mio vivere.
Una cosa che fiorisce sotto la neve sia per lo meno da notare e considerare. Perché è la risposta impossibile a una domanda esigente: che cosa sono le cose che sto provando, qui è ora? Come posso tenerle con me?

Soltanto parecchio tempo dopo, e dopo moltissimi haiku, ho scoperto - leggendo la storia di questo stile poetico e dei poeti giapponesi che secoli fa lo elaborarono - che haiku è poesia leggera di viaggiatore, di mendicante, interiore se non anche esteriore. La biografia di poeti come Basho è scritta nei chilometri di strade polverose, di sandali consumati, di tettoie sotto la pioggia.
Queste poesie si distillano dalle moltitudini  di impressioni minimali minime di cose incontrare nelle stagioni di un circolo annuale. Haiku si folgora in istante e di un istante, per renderlo profondo nel ricordo di chi lo ha intuito immaginato e pensato.
Diciassette sillabe e tre versi, lungi da essere contenitore troppo stretto, sono base sicura e nitida per dare le ali alla creatività , una sfida alla propria poesia, che così deve sapere bene che cosa vuole dire, cosa intende significare, cosa desidera portare.  Ma si tratta di una sfida non violenta: è come una meditazione, il pensiero sgombro (mi piace una immagine: la tua mente sia attraversata dai pensieri come il cielo dalle nuvole ) che vede arrivare la forma della emozione giusta per potere desiderare di scriverla e regalarla al ricordo. Non siamo noi che cerchiamo la parola giusta, il ritmo giusto; sono il ritmo è la parola che ci trovano, ci muovono e ci parlano attraverso. Non è quasi come incontrare un altro individuo? Un altro da noi che però siamo noi. Dentro di noi, solo che non lo sappiamo, a meno che non ci concediamo il tempo e la pazienza per creare occasione di incontro.

E qui, allora, mi viene da pensare alla possibilità di haiku animali, di poesia per incontrare, per dar udibilità agli altri animali. Provo a spiegarmi.
Gli animali altri, sono già di per se stessi haijin (cioè poeti di haiku, in giapponese) perché ogni loro pensiero, azione, intenzione è diretta e immediata resa di uno stato intuito con tutti i propri sensi e coscienza. Noi, per contro, dobbiamo sforzarci per raggiungere questo tipo di stato esistenziale. E questo è un primo modo di pensare la poesia haiku animale.
In secondo luogo, molti poeti si pongono o si sono posti la questione di scrivere poesia come se la scrivessero gli animali, cercando di entrare nei loro modi di vedere il mondo, cercando, insomma, in auliche modo, di sbirciare il mondo affacciandosi dalla loro finestra invece che dalla nostra. Compito difficilissimo, che rasenta l'impossibile, prima di tutto perché il nostro corpo non è il loro è quindi certe sensazioni ci sono fisiologicamente precluse. Una ovvietà, si direbbe. Ma anche una barriera indiscutibile, che si può superare solamente gettando ponti verso gli altri animali (diciamo subito che 'loro', gli altri animali, i ponti ce li gettano in continuazione verso di noi, che ci atteggiamo a cittadella assediata invece che porto accogliente). La poesia (e l'arte) come ulteriore azione di presa di coscienza, di presa in carico e di presa in cura, di liberazione degli con gli è per gli altri animali? Anche questo, può essere un secondo modo di pensare la poesia haiku animale.
Il terzo modo, che avrebbe a che fare direi con l'aspetto compositivo, parte dagli strumenti degli haiku, di cui avrò modo di tornare a scrivere: i riferimenti alle stagioni, le parole segnale delle emozioni, le parole di sospensione e di cambio di prospettiva del punto di vista (il kigo, il kireji);  è ancora, i modi per conteggiare le sillabe, le regole poetiche per far incontrare vocali, consonanti.
Con questi strumenti, cosa racconto? Gli uccelli intravisti tra le foglie? Il gatto mimetizzato nella porta? Posso provare a raccontare le stesse cose con le parole che userebbero loro, altrimenti, con i loro suoni, i loro versi? E come? Usando onomatopee? Inventando parole apparentemente insensate? Mi piacerebbe, mi piacerà provarci. Forse, con l'aiuto dei delfini piloti stellari...

Tok!to.to.trrr.t.t.t.
Corteccia smorzata dal
Picchio pomeriggio
 
-1- continua?

lunedì 5 maggio 2014

RICCARDO: LUI HA FATTO PROPRIO COME I DELFINI

Fotocomposit di Alessandro Fugazzi, da una foto @Riccardo Palumbo e una immagine fonte Internet



di Francesca Fugazzi

Ho fatto una bella chiacchierata con Riccardo Palumbo. E’ un caro amico e voglio parlarvi di lui perché ha un modo insolito di fare attivismo. Prende le cose alla larga, con delicatezza ed originalità. Ha stabilito nel 2011 il record di più lunga permanenza in acqua da fermo, il Biorecord, e l’obiettivo di questo primato era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei pesci, dei mammiferi marini e di tutti gli animali acquatici in cattività. E’ arrivata la volta del ProWater, un altro record di galleggiamento in acqua, la cui missione è stata quella di porre attenzione sull’importanza fondamentale della preziosa risorsa. Oggi Riccardo, primastista mondiale, è reporter per Extreme Water Tv e si occupa di educazione ed istruzione in ambienti acquatici.

Ci parli del tuo primo record?
Il Biorecord, che consisteva nello stare nelle acque del lago di Monate (vicino a Varese) per quarantotto ore in uno spazio chiuso e con limitate possibilità di movimento, voleva mostrare come un animale marino viva in cattività. In acqua avevo uno spazio di soli dieci metri quadrati. Il paradosso era ovviamente quello per cui, pur avendo un intero lago a disposizione, non ne godevo. Volevo dare una testimonianza concreta dell’assurdità della libertà violata.

Cosa hai vissuto in quei momenti?
La situazione era completamente distorta. Questa volta era l’uomo, a terra, ad osservare un altro uomo, in acqua, che si trovava appunto nella condizione di un animale in cattività. L’esperienza, anche se bellissima per il sostegno da parte della gente, mi ha fatto sentire davvero come se mi esibissi in un delfinario. Sono diventato una sorta di oggetto. Alla lunga, quando la stanchezza cominciava a farsi sentire e si andava verso il record, sempre più persone venivano a vedermi e a pormi molte domande, che, poi, erano sempre le stesse: “fammi vedere le mani e i piedi”, “come fai a mangiare e a bere?”, “chi te lo fa fare?”. Ripetevo uno spettacolo, esattamente come accade nei delfinari. Era assolutamente stancante e frustrante, ancor più dell’attività stessa. Vivevo stressato. E la stessa cosa è avvenuta anche per il secondo record, in cui sono rimasto in acqua per cinquanta ore. Pensare di stare lì per sempre è atroce, si può davvero diventare pazzi.

Com’è nata l’idea del Biorecord come manifesto in difesa degli animali in cattività?
Desideravo comunicare qualcosa di importante alle persone ma non sapevo come. Quando avevo deciso di stabilire il primo record ho cominciato ad allenarmi tante ore in piscina, dodici ore al giorno in acqua. Una cosa frustrante: una cosa da...acquario! Mi sono sentito come se un delfino mi avesse detto: “ecco, ora capisci cosa significa?”. Lì ho avuto un’intuizione e ho deciso di stabilire il record non più in una piscina ma in acque libere recintate in modo da tentare di rendere evidente la scelleratezza delle azioni umane.

Pensi che il messaggio sia arrivato alle persone che hanno assistito al record?
Il Biorecord è nato per questo e nessuno, almeno non intorno a Varese, aveva mai ricevuto questo messaggio con un linguaggio diverso. Devo riconoscere che la gente non si mostra molto interessata ai discorsi complessi e profondi, in genere rimane sulla superficie, sia dell’acqua sia delle cose. Io non potevo urlare, il messaggio era più sottile ed era rivolto a tutti coloro che avevano già un certo tipo di sensibilità. Mi sono rivolto anche ai bambini promuovendo anche, in concomitanza, la campagna “Let me free” con magliette e gadget sui quali c’era l’immagine di un delfino che ritornava ad essere libero.

Qual è la nostra responsabilità davanti a queste ingiustizie?
Tutti dovrebbero riflettere, almeno tutti coloro che sono andati in un delfinario o in un acquario. Da piccolo sono andato a vedere alcuni spettacoli e non mi accorgevo di nulla, non pensavo che i delfini potessero soffrire così tanto. Quando ho realizzato è stato durissimo e col senno di poi mi sono sentito in colpa. L’informazione è fondamentale: sapere l’inferno che passa un delfino per arrivare in quei luoghi è di fondamentale importanza. Bisogna quindi informare. Se tutti sapessero, l’affluenza ai delfinari crollerebbe. Nel momento in cui viene prelevato dal suo stato selvaggio, un animale subisce il percorso più terribile, viene privato di tutte le sue qualità e spezzato per sempre nello spirito. Non c’è da stupirsi dei casi in cui un’orca attacca l’addestratore perché è assolutamente evidente che un’orca non possa vivere in quegli spazi angusti.

E cosa è successo dopo che hai aperto gli occhi?
Ho assolutamente voluto fare quanto segue. Mi sono recato in un delfinario e ho chiesto, come persona del pubblico, di poter interagire con i delfini. Ho finto questo desiderio per potermi avvicinare a loro. Quando mi sono trovato vicino ad un delfino tanto da poterlo toccare gli ho chiesto scusa perché avevo abusato della loro bontà e che da quel momento mi sentivo pronto a fare il Biorecord per loro. I delfini sono molto empatici e telepatici e spero che il delfino a cui ho chiesto scusa mi abbia ascoltato. E’ stato un momento forte. La differenza fondamentale tra ciò che ho fatto nel record e la vita degli animali in cattività è che io ho scelto di stare dove stavo: un animale non lo sceglie. Dobbiamo metterci nei panni degli animali che vengono presi a forza e sostanzialmente gettati in una vasca da bagno visto che gli spazi in cui essi vivono allo stato brado sono vastissimi anche rispetto alla più grande vasca di un delfinario.

Cosa vuoi dire ai genitori che portano i propri figli nei delfinari e negli acquari?
Quello che voi fate è di far divertire vostro figlio senza informarvi e senza renderlo consapevole. Non vi chiedete perché il delfino stia lì, non vi chiedete se anche voi siete disposti a ripetere ossessivamente e fino alla fine dei vostri giorni esercizi sempre uguali dopo essere stati strappati da un oceano che fino a poco prima vi dava vita e famiglia. Cercate di informarvi ed informare il vostro bambino in modo che capisca fin da subito quanto accade. Andate a guardare i delfini in libertà, è molto più emozionante godere di quei pochi secondi in cui loro decidono di mostrarsi ai vostri occhi.

Intervista a cura di Francesca Fugazzi

Per chi desiderasse mettersi in contatto con Riccardo - primatista mondiale di permanenza in acqua in galleggiamento - per attività educative o sportive sempre in un’ottica di rispetto della natura, lui è presente su Facebook in questo profilo  o su Twitter @riccardoH2O

Per chi volesse approfondire la tragica situazione dei delfinari e fare qualcosa in merito può informarsi leggendo

Non c'è niente, da fare, ogni volta che leggo un articolo scritto da Francesca, mi emoziono, e inizio a sognare a occhi aperti, perché le verità che dice - e il come le dice - rendono tutto così apparentemente facile da raggiungere, che l'entusiasmo e la voglia di farle sapere in giro, a quante più persone possibile, a tutti, è davvero tanta. Perciò, ecco che ho colto al volo l'occasione di postare un'altra stupenda intervista  fatta da Francesca a un personaggio eccezionale, che ha detto cose che non possono lasciare indifferenti (le sottolineature sono mie). Grazie Francesca. Grazie Riccardo.
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