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venerdì 17 luglio 2020

Quel che affidiamo al vento




Pensi che sia un fatto che trascorriamo la vita a disimparare quello che imparato abbiamo?
Pensi che ci siano situazioni, vite, occasioni, che ci arrivano solo quando ci rinunciamo? Il paradosso di chiudere per aprire?  "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina, è il piccolo gioiello da sfogliare che ti ha posto queste domande.

domenica 24 novembre 2019

L'intelligenza dei pesci

Due carpe - incisione su legno e tela, 1832
Katsushika Hokusai realizzò negli anni 1830 delle magnifiche stampe di paesaggi e di animali.

domenica 27 ottobre 2019

Balza la vecchia la tigre...

"Vecchia tigre nella neve" - Katsushika Hokusai - 1849

Su uno sfondo grigio, non è facile decidere se stia saltando o se stia procedendo piano nella neve - la tigre. 



domenica 28 aprile 2019

La gioia rubata per le pesche

Scimmia ammaestrata che mangia pesche rubate - 1848, pittura su seta, collezione privata


Sfogliando un bel catalogo didatico su Hokusai - quello del monte Fuji e della grande onda - trovi molte riproduzioni di pitture, quadri e illustrazioni con soggetti animali. Nel corso degli anni della vita dell'artista, ce ne sono di varie combinazioni e significati. Si va da quelli più 'semplicemente' illustrativi (nulla, in realtà, nella pittura di Hokusai è 'semplice), fino a quelli perturbanti. In mezzo, una discreta gamma di situazioni e sensazioni. Come nel caso di questa scimmia.

domenica 27 maggio 2018

domenica 13 maggio 2018

Note del guanciale

Opera di Torii Kotondo (1929) - fonte: Biblioteca Giapponese


Mentre fuori sta piovendo - una pioggia calma, adesso, dopo la sfuriata di un'ora fa, ripetuta per la terza sera questa settimana - ti ritrovi assorto nell'ascolto di libri che si parlano tra loro.


C'è  Note del guanciale (枕草子 Makura no Sōshi); e c'è il libro che te ne sta parlando in questi giorni: si intitola Cerchi Infiniti - Viaggi in Giappone, di Cees Nooteboom (edito dalla sempre magnifica Iperborea)

sabato 24 marzo 2018

... e il gatto




Artista: Utagawa Hiroshige (1797‐1858)
Titolo: Risaie ad Asakusa e la festa di Torinomachi.
Data: 1857

giovedì 11 gennaio 2018

Il samurai e il soldato

da L'Ultimo Samurai, 2003


IL RAPPORTO FRA IGNOTO E PSICOLOGIA DELL'AZIONE (tratto da "Lezioni spirituali per giovani samurai" di Yukio Mishima, pag. 78). L'azione è solitamente compiuta con una rapidità che non concede spazio al pensiero. L'attività mentale è possibile soltanto prima e dopo l'azione. Tuttavia è connaturato all'uomo pensare al futuro e meditare sul passato [...] il pensiero indugia [...] su tutte le difficoltà ed i pericoli che potranno presentarsi. In quegli istanti saranno soltanto la forza e la stabilità del nostro corpo a sorreggerci [...] L'ignoto affascina: è questo il concetto principale su cui si basa la psicologia dell'azione, nello stesso modo in cui la paura dell'ignoto è il fondamento dell'angoscia suscitata dall'azione. Nella psicologia dell'azione - come io la concepisco - la forza positiva bilancia la forza negativa. La mente non è essenziale né necessaria all'azione. E tuttavia essa agisce, aggredendoci, e le angosce che essa suscita divengono la forza motrice dell'azione. A ben riflettere, la mente è assolutamente superflua per il corpo. Eppure è proprio la mente a proteggere, a stimolare il corpo. È un fenomeno inevitabile, che io definirei la « psicologia dell'azione ».



domenica 16 luglio 2017

I Sogni di Commiato



Perché questa strana statua orientale apre questo post? La spiegazione è più sotto, alla fine. Si tratta, in ogni caso, di una specie di 'cane sacro guardiano', di 'cane spirito', secondo l'immaginario giapponese o cinese. Ti ha colpito la sua potenza vibrante, sembra potersi muovere da un secondo all'altro. Riconosci che è un cane e allo stesso tempo, non sembra un cane. Le statue siffatte, all'ingresso dei templi, sono sempre in coppia e come sempre per queste cose c'è un motivo, molto suggestivo - che trovate raccontato sotto, in alcuni link.

Non potrebbero essere così, allora, i cani che hanno vissuto con noi e che adesso non ci sono più vicini, che - forse - non sono visibili, ma sono qui accanto - e vibrano a una frequenza quantistica diversa dalla nostra, cioè di questo universo - ?

In ogni caso, questa bella statua, a tuo parere, aiuta a rendere l'idea di come ti sono apparsi i tuoi cani, quando, quel giorno estremo - o molti giorni, o mesi dopo - sono venuti a darti commiato, visitandoti nel sogno, quando la mente sembra potersi aprire su altre dimensioni - mentre è momentaneamente - quanto, forse, in modo illusorio - chiusa e al 'riparo' dalle sollecitazioni della dimensione fisica della realtà di ogni giorno. Chissà. Stiamo raccogliendo suggestioni, qui, non stiamo facendo scienza.

Tutto ha inizio con un pensiero di Elena Vanin - uno dei suoi tanti pensieri delicati e luminosi, che sembrano sbocciare e fiorire con leggerezza e forza in continuazione nel giardino boscoso dei suoi pensieri emoziona(n)ti. Ancora una volta: grazie!

A un certo momento, sulla sua pagina cinofilosofica (a cui bisogna richiedere iscrizione), accade che ELENA VANIN si metta a scrivere questo:

"Argomento delicato, che spero di affrontare in modo lieve, senza paragoni "di merito", solo per condividere le proprie esperienze.
Vi capita di sognare i vostri cani (o altri animali) che non ci sono più?
E se vi capita, c'è qualche tipo di ricorrenza, o di peculiarità, in questi sogni, che li caratterizzano rispetto agli altri?
A me capitano i "Sogni di Commiato": singoli sogni, qualche giorno dopo la morte del cane, in cui ci incontriamo e ci salutiamo. Dopo, quel cane non lo sogno più.
Mi è capitato con [alcuni].
Non mi è capitato con [altri], con [cui] siamo stati talmente vicini per tutto quel tempo, che abbiamo avuto il modo per salutarci e dirci ogni cosa, prima[...].

(le modifiche sono omissioni di nomi, per rispettare la privacy).

Questo nome - 'sogni di commiato' - , questi pensieri, queste domande, ti hanno talmente sorpreso e coinvolto, che hai cominciato a pensarci. E dal pensiero alla scrittura, il passo questa volta è stato davvero breve. Ecco qui, le tue esperienze di saluti di commiato - una bellissima locuzione, che prendi in prestito.


STELLA stava male da un po'. In quei giorni era in clinica (ho raccontato altrove quei giorni dolorosi). L'ultima mattina che Stella trascorse su questa Terra, venne a trovarmi, mentre dormivo, insieme agli altri cani. Era già chiaro fuori, forse l'alba, non so. Ricordo che mi trovai all'improviso come sotto un cielo nuvoloso, che si apre all'improvviso e rivela il sole, luminoso e caldo, ma non accecante. Sentii come un sollievo enorme, che riallargava il mio respiro e delle parole apparvero alle mie orecchie e ai miei occhi: ECCO, ADESSO VA TUTTO BENE. Mi sono svegliato, con l'arrivo di quella consapevolezza. Quando ho aperto gli occhi, Stella era nei miei pensieri. Quando sono andato in clinica, lei non era più lì.

Stella è tornata a trovarmi, poi, la notte successiva: da un luogo luminoso ma sfocato, lei è uscita, trotterellando piano, calma e riflessiva, dolce e sollecita come era sempre stata. Era bellissima: il pelo bianco, pulito, soffice, le orecchie e le pezzature rosse bretoni brillavano. Una specie di vento le faceva muovere le frange. I suoi occhi, due gocce di ambra quando era viva, mi hanno guardato, con grande amore, erano come sorrisi.

 Inifine, una terza e ultima volta. Mi trovavo a passeggiare per una città, in una zona che mi sembrava di poter collegare a strade vere che avevo attraversato di giorno, una specie di centro storico. Era o sembrava notte. A un certo momento, da dietro di me, sento rumore di passi e Stella mi si affianca, tutta veloce, sculettando morbida e a testa alta. Mi sorpassa, si volta e mi guarda, rallenta. Ho quasi potuto toccarla, infatti ho allungato la mano... ma quando stavo quasi per sfiorarla, mi son svegliato di colpo, come se mi avessero sbattuto fuori dal sogno. Mi domando: cosa sarebbe successo se l'avessi toccata, se l'avessi raggiunta con le dita?

In passato, c'erano stati altri sogni di commiato: con CETO un solido meticcio cocker, che venne a trovarmi, pochi giorni dopo che era morto. Era bellissimo, angelico: anche i suoi abbondanti ciuffi bianchi e neri si muovevano a un vento che io però non sentivo. Era tornato giovane, vigoroso, sano, forte. Lui era davvero come un piccolo leone. Mi sorrideva.

FRUFI: meticcia setterina che conobbe Ceto e visse con lui quasi tre anni, prima che lui morisse. Ebbi un sogno simile, di cui non ricordo molti particolari: solo che lei era bellissima, esprimeva gioia e vitalità, era felice e curiosa, correva e annusava e mi disse, mi fece capire, di non essere più triste, che adesso era libera e non soffriva più. Era stata felice per l'amore avuto con me e mi sperava sereno e coraggioso.







I Sishi, i Koma Inu(狛犬)   ,  i guardiani Nio potrebbero davvero essere  -  per tuo gusto e impressione - delle bellissime figurazioni concrete dei cani - degli animali - che vengono a farci saluti di commiato. Una breve loro storia, di cui proponi un estratto da questo sito:


Shishi (or Jishi) è un termine che viene tradotto come leone ma anche può fare riferimento ad una belva o un cane, si tratta di creature mitologiche con il potere di scacciare gli spiriti malvagi.

Presenti sempre in coppia come i guardiani Nio si possono trovare a guardia di altari Shinto, templi Buddhisti o altri templi rappresentati uno con le fauci spalancate e uno con quelle chiuse.

La bocca aperta e chiusa fa riferimento all'emissione della sillaba "AH" (bocca aperta) la prima lettera dell'alfabeto sanscrito, e all'emissione della sillaba "UN" (bocca chiusa), l'ultima lettera.

Questa combinazione simbolicamente rappresenta la nascita e la morte, l'alfa e l'omega di tutto l'universo, qualcuno poi sostiene che l'apertura della bocca spaventa i demoni e la chiusura conserva gli spiriti buoni.

Queste bestie mitologiche furono probabilmente introdotte in giappone dalla Cina e/o dalla Corea nel 7 o 8 secolo A.C. durante il periodo dell'arrivo del Buddhismo in giappone, per questo gli Shishi giapponesi sono visivamente la combinazione dei cani "Koma-inu" coreani e dei leoni "Kara-shishi" cinesi.

martedì 11 aprile 2017

L'uomo che cammina

...un cane c'è anche qui...


Un fatto è che il camminare sia (stato) anche per te - lo è ancora? tornerà a esserlo? - fondamentale volano per i pensieri. Nel camminare, percorrendo anni oltre che chilometri, hai sempre avuto l'agio di arrivare fino al fondo dei tuoi pensieri, e di estrarne tutto il luminoso e tutto l'oscuro - nel senso più ampio che ci sia. Forse perché, detta semplicemente, camminare è un attività allo stesso tempo concreta e fisica, così come esplorativa e intellettuale. E ti manca, il camminare, a dispetto di tutte le apparenze.
In fondo, pensi,  gli homo come animali sono da sempre grandi camminatori - e del resto tantissimi altri animali lo sono. Camminare lascia segni e ci disegna segni nel corpo e nelle emozioni. Camminare ci porta altrove - ma ci porta anche solo dove noi siamo già.

Comunque.

Tra i tanti libri che pure hai letto su questo gesto così basilare e così libero che è il camminare, questo fumetto di Jiro Taniguchi brilla per la sua ineffabilità, per la sua focalizzazione apparentemente tutta giapponese, sul valore dei gesti, sulla preziosità di quel che facciamo, sulla cura che sempre dovremmo mettere - anche solo se stiamo riparando un aquilone.
Sono diciassette microstorie, ognuna a sé stante ma anche tutte collegate da un impalpabile filo rosso - tirato dalla estrema vitalità e capacità di concentrazione dell'uomo che cammina, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione. Alcuni elementi vivi - il cane, la conchiglia - appaiono per poi sparire per poi tornare - e in realtà sono sempre presenti.
Mentre questo uomo cammina per le strade e i sentieri, fa incontri - con uccelli, con gatti, con pozzanghere, con altri umani, con oggetti - e tu con lui ti  fai attraversare e percorrere a tua volta dalla realtà che stai osservando e attraversando. Con i dettagli più inafferrabili che balzano sulla scena come fondamentali elementi, capaci di creare tutto il senso e il significato per la realtà più a largo raggio, intorno ate - intorno a noi.
Ti ha colpito, in questa rilettura, la intraprendenza e la voglia di conoscere e poi di fare - di (ri)costruire - dell'uomo, che porta a casa dai suoi viaggi - un po' come un esploratore neolitico, osservatore e raccoglitore - cose e pensieri dalle sue camminate: sotto forma di acqua, o di oggetti, di immagini o di ricordi, che rivive con le mani, aggiustando, manipolando, costruendo, conservando, proteggendo. 
Eppure, il viaggio è sempre leggero: né gli oggetti, né i pensieri, né le emozioni, si accumulano; non sostano che per il tempo della loro vitalità, e poi evaporano. Così. il viaggio rimane sempre leggero e sempre aperto a nuove ricchezze, sempre pronto a spaziare.
E ci sarà sempre un cane che scaverà una buca in giardino - un altro viaggio.

venerdì 24 febbraio 2017

Jiro Taniguchi, l'Uomo che Cammina

...come un suo disegno...



Jiro Taniguchi è entrato nei suoi disegni, ormai - pochi giorni fa.

Il suo sguardo nei confronti degli animali - spesso protagonisti delle sue storie - è la ragione per cui hai cercato i suoi manga; e soprattutto perché ne hai cercati prima di tutto alcuni, invece che altri.

In queste storie c'è il mono no aware giapponese: il senso di stupore e comprensione per le cose nel mondo. Il tempo scorre, lascia i suoi segni, ma non fa più paura. I soffusi movimenti tra di loro delle emozioni che tessono congiunzioni tra i viventi, umani e non umani, creano l'ineffabile atmosfera delle sue storie. Giorni di vita che, semplicemente, accadono.  Sempre serenità e pace sono presenti: ciò non nega il dolore di certe contingenze - si tratta comunque di emozioni - ma le riaccoglie nel fluire, donando loro una specie di prospettiva della fugacità. In questo modo, anche la morte smette di fare paura - a differenza della sofferenza - perché si sa che il mondo continuerà a esistere. Sul tronco spaccato crescono nuovi arbusti, tutto ciò che di vivo è invecchiato, diventa sorgentre per qualcosa di vivo che sarà nuovo. Come se il tempo potesse scorrere nei due sensi, i gesti, le parole, del passato, cambiano sfumatura, illuminate dalle parole e dai gesti che - magari molti anni dopo - emergono da quel passato.
In questo eterno presente, sono le minuscole cose che possiamo apprezzare camminando, o vivendo all'ombra di un grande albero, o accompagnando un amico cane nell'ultimo viaggio, che danno valore al nostro vivere.  Sono i gesti che compiamo, perché comprendiamo che vanno fatti - e li esguiamo nel momento in cui c'è la richiesta e la necessità che vengano eseguiti - a dare vigore allo scorrere della vita. Una estetica etica molto orientale: la potenza dei piccoli gesti, fatti con tutti noi stessi, al massimo della nostra consapevolezza; la focalizzazione che ci richiedono e che fa di noi il gesto che facciamo.



Nato nell’agosto del 1947 e appassionato di manga fin da giovanissino, inizia la sua carriera dopo il liceo, debuttando poi nel 1970. Lettore onnivoro, Taniguchi si è lasciato influenzare dal fumetto europeo, mischiando stili e suggestioni in un gusto che ha trovato forte riscontro anche in occidente, in Francia in particolare.



... il 'tuo' Taniguchi ...

martedì 13 settembre 2016

Departures



Ho rivisto il film in DVD l'altro giorno, con ritrovata sorpresa e commozione.
Departures affronta il tema della morte e del lutto. Un tema spinoso, che può creare angoscia e rifiuto, specialmente per gli umani che vivono in Occidente. Non a caso, forse, il film è giapponese!

Eppure, la morte fa parte della vita; non è sbagliato imparare a farne conoscenza. Questa considerazione è probabilmente banale, ma non è banale la necessità che esprime. Altrimenti, la morte non susciterebbe orrore e terrore, né quelli che lavorano nelle sue vicinanze subirebbero uno stigma sociale, portatore di rifiuto e vergogna.  Chi ha voglia di guardare il film fino alla fine, invece, scoprirà che queste persone - almeno in una piccola cittadina giapponese, e almeno i personaggi della storia - sono custodi di pietà e difensori di dignità. 

Il film ha un bel ritmo, ha umorismo; in più, è sempre presente lo sguardo partecipe verso gli animali che vivono intorno a noi, nelle nostre città, nei luoghi rimasti liberi dalla presenza umana, che confinano con le città. Gli animali appaiono a sorpresa, quando le anatre spiccano il volo o quando i salmoni risalgono il fiume. Appaiono anche nei piatti delle persone, quando diventano cibo. C'è un polpo, ancora vivo in cucina, che Daigo (così si chiama il protagonista) ributta in mare. C'è un pollo, il cui cadavere viene portato intero in tavola, in una cesta. Quando Daigo lo vede (reduce dal suo primo incontro con un corpo morto umano, una anziana donna morta da giorni in solitudine), ha conati di vomito, si alza dalla tavola, non riesce a mangiarlo: guarda i suoi occhi chiusi, il capo piegato. Dove gli altri vedono cibo, lui, almeno per questa volta, vede un corpo che una volta era vivo, un individuo che non voleva morire. Quasi tutto il cibo che i personaggi del film mangiano, "apparteneva a un cadavere", come dice a un certo momento il personaggio di Ikuei Sasaki, il principale di Daigo. "Gli esseri vivi mangiano gli esseri morti per vivere", dice ancora. La sua morale termina così:"Se vuoi vivere, devi mangiare. E se devi mangiare, allora mangia bene". Derrida, che cosa direbbe?  Sasaki parte dalla eterotrofia, che permea tutto il vivente, per arrivare alla gastronomia, il cibo-come-cultura: spesso, un alibi per giustificare pratiche eticamente non giustificabili, né più accettabili. La pietà che i due tanatoesteti riservano agli umani, non si estende agli animali, che vengono anzi ingurgitati con voracità, in varie occasioni. Vedi, per esempio, la scena del Natale, che per altro è ricchissima anche di altri temi che si intrecciano in un tutto armonico e piacevole da vedere. Solo le piante, dice, fanno eccezione. Sono autotrofe, si nutrono di sostanze estratte dalla terra o dall'acqua, traggono energia dalla luce solare. Anche le piante, però, alla lunga, si nutrono di esseri morti, anche se tanto tempo prima, ormai disciolti nel terreno.
Departures non è film animalista, non si occupa di etica o di rapporti tra umani e altranimali. Il suo racconto si focalizza su altre cose, anche se gli animali fanno e hanno fatto la loro comparsa. Quello che è interessante, però, è che proprio il focus del film - il lutto, la pietà, il tempo del pianto, del ricordo - può (e secondo me, deve) riguardare anche gli altri animali; e la salma di quel pollo, adagiata intera nella cesta sulla tavola, è lì per avvertirci di questa possibilità.

"Dare a un corpo divenuto freddo, una bellezza che dura per sempre, con calma, con precisione, ma soprattutto con tanta amorevolezza. Pur nella tristezza dell'ultimo addio, quanto viene eseguito per preparare il defunto, immersi nel silenzio pieno di pace, mi appare meraviglioso" , pensa Daigo, a un certo punto.
Va detto che il "per sempre" a cui Daigo si riferisce è assai breve: dura finché il corpo nella bara non vengono bruciati, nel forno di cremazione. Ma si potrebbe pensare che ci troviamo ad avere a che fare con un "per sempre" emotivo, soggettivo, dei e per i congiunti ancora in vita. Qualsiasi eternità immaginata dagli umani, poi, è minuscola, se paragonata alla eternità universale. "Chi muore giace, chi vive si dà pace".

Una cosa che mi ha colpito, che non credo possa mai avvenire in Occidente: la preparazione del defunto, la vestizione, avviene alla presenza e alla vista dei parenti. Pur con delle precauzioni rituali e legate a una certa forma di pudore, per cui del morto non si vede mai il corpo nudo, a parte il viso, le mani e i piedi. Il resto del corpo rimane sempre coperto, via via, da vari tipi di stoffe o indumenti, fino all'abito finale, definitivo. Il che rende l'intera cerimonia assai complicata, e piuttosto lunga, il rito del Nokanshi.  Anche il 'tanatoesteta', cioè chi esegue il rito, compie tutto usando solo il tatto, procedendo lungo una memoria sensoriale tattile che acquisisce negli anni, percorrendo centinaia di membra e di corpi, di epidermidi e di articolazioni.

Il risultato dei suoi gesti, minuziosi, lenti, pazienti, distaccati, trasparenti e allo stesso tempo amorevoli, sconcertano chi li osserva. Commuovono: facilitano lo scioglimento di ogni freno, le lacrime iniziano a sgorgare , facendo tracimare lungo le guance dei vivi, i ricordi, i rimorsi, l'affetto provato e la gratitudine per chi ha causato questo, cioè il cerimoniere tanatoesteta, che ha reso possibile la catarsi.
Una combinazione, credo, tutta giapponese: il nokanshi, come ikebana, vive di minuziosi, delicati dettagli, che ricompongono una realtà nuova, più ampia e partecipe, che facilmente libera le emozioni più profonde, ce le rende consapevoli.

Alla fine, Daigo prova su se stesso l'effetto catartico del rito: tocca a lui ricomporre il corpo del padre, morto a settanta anni, dopo una vita da pescatore (e tutta la sua vita è racchiusa in una scatola di cartone). Non lo ricordava, si accorge che non lo avrebbe riconosciuto in giro per strada; ma quando, piano piano, si prende cura del corpo, con gesti che non possono non avere in sé anche almeno un sentore di cura e di affetto (stringere le mani, accarezzare, pettinare...), i ricordi ritornano, il viso paterno sfocato riemerge, e ha una dolcezza sconvolgente, un sorriso di occhi che dice tutto quello che non riesce a uscire dalla bocca.
Alla fine, anche Daigo piange. Il sasso che lui aveva dato da bambino a suo padre, lo ritrova stretto nel pugno irrigidito del corpo paterno. Un sasso che concentra una vita intera e che lui dona al figlio in grembo a sua moglie, la giovane Mika Kobayashi,  con i suoi trasparenti limpidi sorrisi diffusi in tutto il suo corpo.

Alla fine, il film ci lascia con leggerezza, uno spiraglio sul futuro di questi giovani che abbiamo incontrato in questo momento della loro vita.  Dal lutto, hanno trovato nuova forza: dal tempo preso per poter piangere, per permettere ai ricordi di ritrovare un senso e di riannodarsi al presente. Un tempo individuale, la cui lunghezza è personalissima e soggettiva: ciascuno lo vive con tappe sue personali.  Proprio perché è il tempo per prendere congedo da qualcuno che abbiamo amato e che ci ha amato.

Questo è tanto più vero, intanto, con i compagni non umani che fanno la loro vita accompagnandoci per un po' nella nostra. 
Altre considerazioni sociali, politiche, si possono fare e sono state fatte sul lutto dovuto agli animali, individui o specie, selvatici o sinantropi, oppure addomesticati o soggiogati: sono argomenti interessanti e spero di poterne parlare, ennesima promessa promemoria del e per il blog - e per chi ha voglia di leggerlo, se c'è qualcuno con voglie simili.
Che siano - questi altranimali - con noi per libera scelta, per casualità, per necessità, non mancano mai di segnarci profondissimamente. Il dolore per la loro dipartita spesso è più cocente che per la morte di compagni umani. Non perché degli umani ci importi di meno; ma perché - io penso - i compagni altranimali si connettono istantaneamente e direttamente alla nostra consapevolezza autentica. La mettono a nudo, magari anche a noi stessi. Perciò, il rapporto è così intenso e profondo, così privo di finzioni; così tutto da vivere e giocare sul piano della sensazione, con coraggio e senza esitazioni. La voglia fisica e mentale insieme, di gioco, di comunanza, lo scambio di emozioni che informano vite intere, sono quello che possiamo ritrovare, stando insieme a loro.  Per scoprire che siamo molto più animali di quel che ci illudiamo di (non)essere. Il che, sarebbe, a parer mio, un risultato da augurarsi.

martedì 2 giugno 2015

Ohara Koson, gli umani sullo sfondo - Vale più una immagine (9)

Pipistrelli. Fonte: The Gorgeous Daily


Gli animali dipinti di Ohara Koson, artista giapponese - li avevo forse già intravisti, senza sapere che fossero suoi ritratti; ma mai li avveo visti così bene come nel libro "Il Mondo Animale"
Sfogliare piano piano queste grandi pagine, che sono tutte da guardare, meglio se su un prato, all'ombra di un albero, sembra portare chi guarda in un mondo sospeso e a volte sommerso, abitato da soli animali, quelli non umani.
Un mondo rarefatto, stilizzato, quasi - un mondo molto haiku - dove umani non ce ne sono, a parte il nostro occhio che si spinge a scrutare le sfumature e i dettagli delle stampe e dei dipinti, eseguiti, tanto tempo fa, da un altro umano. eseguiti a memoria? Oppure osservando?Oppure seguendo i canoni e i dettami della sua scuola estetica, la via artistica da lui seguita?
Nelly Delay, appella Ohara Koson come "l'ultimo dei naturalisti giapponesi",ispirato dalla Natura in un mondo (dal 1877 al 1945) alle prese con aperture a nuovi orizzonti e sconvolto da due guerre mondiali - dove la natura stessa e la sensibilitò che occorre per  passare il tempo a osservarla, trovano sempre meno spazio e considerazione.
Paziente, costante, attento studioso, maestro sia nella pittura che nella stampa, Koson 'congela' piante e animali in una perfezione che vive di istante rappreso e di emozione raffreddata - ma di emozione, in ogni caso, che trapela dalle sfumature, dai dettagli, dai fiati sospesi e sorpresi mentre l'occhio osserva  e ricorda.  Il Giappone millenario è semopre stato devoto alla natura, il sole è ancora oggi la divinità suprema, gli alberi secolari sono venersti come templi, e nei templi ci sono statue per le volpi o i gatti - ogni animale è sacro, per la sua natura.
Koson rientra nell'alveo di questa devozione, in un'epoca in cui però è più importante "catturare la vitas nel cuore e nella mente, e trasmetterla per mezzo del pennello" - diceva Sekien, e Koson adempie a questo obiettivo: nitore e dettagli al limite del subliminale - le sfumature del cielo, i riflessi degli stagni, i chiaridiluna su penne e manti, le ombre tra le ali, l'espressioni degli occhi. Pochissime le figure umane, sagome nere sperdute nella notte, comparse casuali e irrilevanti. Koson sceglie di sentirsi maggiormente se stesso in un mondo spoglio di umani, relegati via lontano. Che lasciano spazio nel mondo anche agli altri suoi abitanti, e si limitano a osservarli, magari con devozione.
Potrebbe quasi essere un ideale etico-estetico, una ipotesi di arte di un mondo futuro di animali liberati da- - e un mondo per fortuna pensabile, concepibile e proponibile, anche con le inaspettate e belle sorprese visive della pittura giapponese dell'ultimo naturalista.

Fonte: Wikiart





Fonte: Wikiart

Fonte: Rebeldog


Fonte: Wikiart


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