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domenica 31 maggio 2015

Il bosco, nonostante...



Leonardo Caffo presenta il libro al Saloner di Torino




Questo più recente libro del filosofo Leonardo Caffo, l'ho atteso a 
lungo e sono andato a prenderlo a Torino, al Salone.


Thoreau - per pura quanto felice coincidenza - ha emozionato molto pure me, tanti anni fa, così come il libro "Nelle terre selvagge" di Jon Kracauer; insieme con Yeats e Tolkien (anche quello dei "Racconti Perduti e Ritrovati"), ha dato direzioni precoci alla mia vita giovane e un poco al contrario - nel senso che da adolescente prefiguravo le nostalgie della età adulta. Età durante la quale, molti anni dopo, mi ha portato ad andare a vivere per cinque anni in montagna: qui il mio corpo ha imparato il respiro roccioso e nevoso della natura montana e i loro peculiari tempi di attraversamento.

Oggi, Thoreau - ritrovato grazie al filosofo - mi sta sorprendendo e cogliendo in mezzo al guado. Ci sono incappato mentre sogno, mentre Caffo ci ha sognato e creato un pensiero, che mi ha prontamente suggestionato, di nuovo, ma diverso dal ragazzino che ero, anche se uguale - oggi sono uguale a quello che paventavo sarei stato quando mi pensavo a quindici anni.


In questi mesi, in cui ho abbandonato molti aspetti vecchi della mia esperienza, per scambiarli con un nuovo che mi appare e che spero più tagliato su quel che mi immagino sarò quanto prima, di nuovo da grande, si sono depositate a valle, alla foce del fiume, insieme a Thoreau, tante nuove letture, poesie, parole e incontri e esperienze con persone alle quali mi piacerebbe assomigliare.
Quindi, le parole del libro, scritto da un Caffo coraggioso e scoperto, molto personale e biografico, hanno la forza di risuonare con echi profondi, prolungati, ricorrenti, con squilli di urgenza per la mia vita.

Devo fare delle scelte, prendere con coraggio il sentiero che - tra i vari che sembrano essersi riaperti - posso intravedere come il più adatto a me. Per ripartire dalla crisi, per continuare a proseguire lungo una idea mentre la cambio, la trasformo, la porto in mezzo agli oggetti reali. Perché - soprattutto - la (mia) vita deve tornare a essere azione, alleggerita dai cavilli e dai rimorsi - è solo così, azione efficace, senza il pensiero pensato dagli altri al posto mio, in modo da non essere più riflesso di pensieri altrui, ma risultato dei pensieri-azioni miei. Perché  - infine - la morte rientra negli orizzonti visibili della esistenza e perché si vive con (convivendoci) la malattia e la sua latenza e costante possibilità di emersione. Senza che diventino alibi per la inazione, che ci rigetta ancora nelle mani dei pensieri altrui.

Se tutto quanto detto non rimarrà soltanto dichiarazione di intenti di principio o esercizio retorico, dipenderà dal coraggio della scelta che dovrò compiere. Quale potrà essere questa scelta, lo suggeriscono le scelte passate, che hanno coinvolto altri animali, a cominciare da quelli che vivono con me.

Rileggo e mi accorgo che altro non ho fatto che una parafrasi è una sinossi degli inizi del libro di Leonardo Caffo. 
Il filosofo ha posto Thoreau come perno di una riflessione che sono tentato di chiamare quasi proposta di progetto antropologico. Il desiderio, l'attesa di un uomo nuovo,  individuo animale, che abbia come suoi riferimenti idee e concetti di anarchia, di disobbedienza civile e di varie e nuove rivoluzioni; di poesia e di silenzio, gli occhi degli alberi, la libertà di dire NO, di sottrarsi e di rifiutarsi, e la libertà non giudicante di lasciare la stessa libertà gli altri individui; arte, armonia, bellezza, sensi e sensibilità.

Alcuni nomi ci sono nel libro, altri ce li metto io : Olmi, Tolkien, Simak, Conrad, Huxley, Keith Richards, Kant, Zamenhof, Thomas Mann, Christopher McCandless. Sono pagine dense di intrecci e dialoghi tra le idee, con intrecci sorprendenti, entusiasmanti.
Anche se non sempre colgo tutti i passaggi o seguo tutti i fili (alcuni sono più spessi e intessuti di altri ), ormai so che la prosa di Caffo pulsa di grande energia, di sotterranea indignazione, per quello che facciamo agli altri animali e per come abbiamo ridotto noi stessi - ostinati a predare e a spogliare, anche quando ormai appare evidente che abbiamo imboccato un vicolo cieco, lontanissimo da qualsiasi  sentiero nel bosco.

Invece, quello che dovremmo e che potremmo fare, consiste nel dare luce al nostro etogramma di raccoglitori: di frutti, di rami, di sogni di futuri. Dovremmo lasciarci riprendere dalla perfezione della-nella natura, la condizione di tutte le percezioni future, per ogni possibile costruzione nuova di senso. La natura di per se stessa ha ricchezza di senso, di contenuto, di arte; ci esorta a essere artisti veri, quelli che fanno per la passione e l'amore del fare per se stesso, che ritrova nel suo compiersi il suo senso pieno, a cui non occorre etichetta di prezzo per sapere di valere, di importare. Ci esorta, ancora a fare, a fare da soli - partenza primaria per  la dimensione significativa della vita, oggi negata, censurata, resa impossibile. Perché questa solitudine individualizza, diventa scintilla di pensiero e di auto consapevolezza, contraria alla massificazione.
Da soli - oppure, al massimo - con il (nostro ) cane, come seppe fare Thomas Mann - e come non seppe, non volle fare il solipsistico passeggiatore Hegel.
Infine, come se fossimo già nell'universo quantistico dei wormholes che rimescolano il tempo, quandove "Qualcuno cammina sul sentiero di domani, proprio mentre voi oggi calpestate il vostro e siamo davvero liberi, uniti dallo spazio tempo, nonostante"




martedì 19 maggio 2015

Non per caso i libri sono come le ciliegie



Oggi sono andato a Torino, alla Fiera del Libro.
Direte: e allora, dove sta - per così dire - la notizia (se così vogliamo proprio chiamarla)?

La notizia  -anzi, il racconto - sta nel che erano alcuni anni che non riuscivo più a tornare a Torino a perdermi tra gli stand lingottiani dei libri.

Perciò è stato con grande piacere che oggi ho rimesso piede - da blogger - tra i corridoi del Salone, con le loro coordinate di letterone appese,  a metà tra battaglia navale e shopping mall.

L'occasione, che fa l'uomo ladro di libri, era la presentazione di Leonardo Caffo del suo ultimo libro ispirato/incentrato da e su Thoreau  (non riesco né intendo essere più dettagliato, ora come ora, dal momento che il libro non l'ho ancora iniziato).

Conto di aver quanto prima occasione di parlare del libro. Per ora, posso dire che questa sera, queste più nuove pagine firmate Caffo, han presto trovato 'compagni di borsa', quasi tutti per lo meno affini a certe tematiche e sensibilità. I libri, in fondo, sono ciò che noi cerchiamo per farci da cartina geografica, da mappa del tesoro di noi stessi, dei nostri pensieri, per le nostre convinzioni, per trovare sia rispondenze che (ci) fanno eco, sia sfide che ci aprono a nuovi suoni o voci. Nessun lettore (in)sano di mente e di cuore, può davvero e in tutta coscienza, limitarsi a 'prenderne soltanto uno'. Questo non sarà mai possibile, c'è il concreto serio rischio - consapevolemente e autolesionisticamente cercato - che noi si sia tutti dei marcovaldi dei fogli rilegati e allo stesso tempo fruscianti, sempre odorosi e profumati.
I lettori sono animali golosi, sono fruttivori come gli uccelli, e cercano con grande assiduità, le loro ciliegie preferite.
Ho fatto anche io così, in buona compagnia. E ho dato prestissimo compagnia in borsa anche a "IL BOSCO INTERIORE" scritto da Leonardo Caffo (in compagnia di Thoreau).
Ecco, la compagnia che mi si è creata oggi, a Torino:
FINALMENTE LA LIBERAZIONE ANIMALE, di Melanie Joy
LE BESTIE SIAMO NOI, di Jeffrey M.Massoon
IL LAMENTO INASCOLTATO, di Bernard E.Rollin

BISOGNO DI LIBERTA', di Bjorn Larsson
L'ARTE DI COLLEZIONARE MOSCHE, di Fredrik Sjoberg
STORIA CON CANE, di Lars Gustafsson

(non si può non notare una certa ricorrenza di animali, presenti a varie motivazioni e in diversi modi e momenti; per conto mio, ho a mia volta notato, una certa ricorrenza di presenze animali (orme, volti, silhuette) su molte copertine di libri, delle più diverse case editrici, nei punti più disparati e lontani del Salone).

Magari tornerò a chiacchierare di ciascuno di questi libri - intanto, nominarli è già un qualcosa. Se compaiono, infatti, è perché mi hanno coinvolto, interessato. Mi sono piaciuti, me ne sono fidato.
E mi piace pensare di riuscire a fare come si erano proposti Carlo Fruttero & Franco Lucentini: di parlare /scrivere solo delle opere che gli erano sembrate belle, e piaciute. Ci vuol già sufficiente tempo e impegno per queste.

 

lunedì 19 gennaio 2015

Oh! cchi (s)guardi!



"Può avere mai luogo un miracolo più grande del guardare l'uno attraverso gli occhi dell'altro per un istante?" - Henry David Thoreau, da "Walden, Vita nei bischi".

Una frase di Thoreau, che per me è una folgorazione; e che mi ha fatto capire, più di mille spiegazioni, perché Thoreau, oltre che scrittore e poeta, è anche un acutissimo filosofo - e come tale è giusto che vada (ri)pensato -  vitale e seminale per il pensiero antispecista, come ce ne sono probabilmente pochi nel passato del pensiero filosofico - il PRESENTE, per fortuna, è un altro discorso.

 Un 'miracolo' è - si legge su il sito della Treccani - "qualsiasi fatto che susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana".
Lo sguardo, sia pur fugace, istantaneo - o forse è solo questo il modo in cui può aversi un vero sguardo, quello del primo istante, una intuizione, non mai una analisi, che frammenta e  frantuma - è un miracolo, tale è perché e quando mette in reciproco contatto e comunicazione due individui che (si) guardano.
Io ti guardo mentre tu mi guardi, ciascuno di noi scopre qualcosa dell'altro e scopre qualcosa di se stesso rivisto nello sguardo dell'altro -  tutti e due possiamo in qualsiasi momento e in piena libertà, distogliere lo sguardo dall'altro e allo stesso tempo distoglierci noi stessi dallo sguardo dell'altro - ripeto, in libertà.
Queste possibilità, sia pensate, immaginate, vissute, non possono non far sgorgare meraviglia: gli sguardi autentici, in questo senso, sono quindi davvero rari, e  non sono prevedibili. Non lo sono per l'altro che non se li aspetta, né li ha mai incontrati prima (questo accade tante troppe volte per gli altri animali quando incappano in un qualsivoglia rapporto con l'umanimale); non lo sono nemmeno per chi guarda, che non si aspetta che gli capiti di vedere-incontrare 'un' altro per davvero, e incontrarlo veramente - e anche questo è rarissimo se chi guarda è un umano, nel momento in cui accetta di prendersi il tempo per una pioggia di sguardi.

Questa possibilità, come troppe volte possiamo scoprire dai fatti che accadono tutti i giorni, o per il tipo di società - che sembra riempire tutti gli interstizi solo di azioni consumatrici - di cui facciamo esperienza nelle nostre vite - la possibilità degli sguardi reciprocantisi - sembra a tutt'oggi oltre le possiblità dell'azione umana. Ma forse è un oltre che l'uomo stesso ha posto oltre la sua possibilità: perché rimanere con lo sguardo al di qua dell'animale, e mantenere al di là dei propri sguardi 'gli' animali, origina una posizione di comodo stallo - tuttavia imprigionante e non senza conseguenze, come si vede ormai a occhi aperti - uno stallo che crea l'illusione di lontananza, di separazione, di indipendenza e di onnipotenza. Un oltre autoinflitto, quindi: del quale, se ci liberassimo, potremmmo (ri)vedere realtà altre, nuove ma sempre (state) presenti, sempre esistite, ma da noi negate, con grande danno e sofferenza innazitutto per gli altri animali - oltre che per gli animaluomini, che ponendosi paragoni unici di se stessi, si precludono strade, uscite, esiti, rigeneratrici - per una realtà che si è fatta (che abbiamo fatto) morsa angosciosa e autoimmune.

Le persone che studiano e si impegnano nel pensare pensieri antispecisti, e nell'immaginare e nel parlare discorsi nuovi, provano a far questo: a smettere di parlare di noi stessi anche quando parliamo degli animali; anzi, a ribaltare la prospettiva: cioè, a parlare di animali anche quando parliamo di noi stessi. O, infine e meglio di tutto, a parlare di loro-per loro; a parlare con loro, di noi due.
A volte, per esempio, gli antispecisti sono come talpe alla ricerca di nuovi cunicoli, apparentemente invisibili, ma presenti, sepolti nei consueti terreni, che tutti credono di aver già in mente palmo a palmo (i terreni del linguaggio, i terreni della cultura scritta, i terreni della visione fotografata, filmata, disegnata, i terreni della scienza).
Questi cunicoli portano a trovare nuove zolle mescolate a quelle vecchie; oppure fanno smottare terreni all'apparenza induriti.
Alla ricerca di indizi orientati/orientabili (d)agli animali, dove sembrerebbero non esserci.
Il tutto,
Riaprendo gli occhi e facendosi guardare-a-guardare.

Se ne sarò capace, mi riprometto di scrivere di pià di questi sguardi discorsivi, degli antispecisti.
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