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mercoledì 11 marzo 2020

Confessioni di un lavoratore al macello - su Parte in Causa


"E l’odore… ti colpisce come un muro quando entri per la prima volta e poi aleggia denso nell’aria intorno a te. La puzza degli animali morenti ti circonda come un vapore."

Questo è un brano all'interno del testo "Confessioni di un lavoratore al macello", che hai tradotto per la associazione Parte in Causa.  E non è nemmeno uno dei più terribili...

sabato 15 luglio 2017

Una madre sfinita

dalla pagina FB di Rossana - (fonte: 269 Animal Liberation)






di Rossana Mianulli



Oggi tornando da lavoro, imprecavo contro il caldo torrido e non mi sono resa conto di aver affiancato il tir che ti portava alla morte. Il semaforo rosso mi ha obbligato a stare accanto a chi ti stava deportando dalla tua prigione al luogo della tua crudele uccisione senza colpa. Accanto a te ho visto tante zampe stanche, che sorreggevano corpi violati nella dignità, ma tu eri accasciata e il tuo sguardo ha incrociato il mio. L'orrendo caldo che avvertivo è diventato gelo. 


dalla pag FB di Rossana - fonte



I tuoi occhi non avevano la forza di raccontare null'altro che la resa ad una esistenza squallida. Tu sei una di quelle poveri madri violentate fino allo sfinimento. Non riuscivi a stare in piedi e il tuo dolore mi ha invaso l'anima. Ho iniziato a piangere con disperazione "Chissà quanto stai soffrendo, oltre ogni immaginazione". Ho guidato per mezz'ora con il tuo sguardo dentro di me senza mai smettere di piangere finché ho "dovuto" farlo. Non è il racconto del "mio" pianto. È il racconto del "tuo" dolore che mi hai consegnato in quello sguardo di resa. Quel dolore che mi rende impotente, che rende insignificante il mio malessere fisico, quel dolore che continua a farmi piangere. Tu sei una madre violentata e sfinita. E forse ora sei già solo un corpo smontato. 





Non è il racconto del "mio" pianto. È il racconto del "tuo" dolore che mi hai consegnato. Se solo per qualche minuto ciascuno degli umani che ha abusato e abuserà della tua vita vedesse il dolore del tuo sguardo...  Io non voglio "convertire" nessuno, perché il rispetto della vita non è una religione. Voglio richiamarvi alle vostre RESPONSABILITÀ, perché quella vita martoriata è una vostra responsabilità e continuare ad ignorarla vi rende doppiamente responsabili. 
Ti prego, perdonami. Non ti ho salvata. Sei il macigno della mia anima tormentata dal rimorso. Addio, dolcissima creatura stanca. Tu porti via una parte di me, ed io porterò per sempre con me il tuo sguardo.



Questo testo fa parte della proposta QUISCRIVETEVOI

venerdì 23 giugno 2017

NOmattatoio Frosinone 2 - ASL di Frosinone - 24 giugno 2017





Il secondo presidio NOmattatoio Frosinone è  sabato 24 giugno, dalle 11 alle 13, davanti ala ASL di Frosinone, in viale Giuseppe Mazzini.

Quello che è successo prima...

Il team investigativo John Doe ha fatto delle riprese, in questo macello in un arco di cinque mesi, contelecamere nascoste all’interno di questa struttura di macellazione, che si è poi scoperto, grazie all’intervento del parlamentare Mirko Busto, essere la SIMET, sita sulla via Casilina sud all’altezza del km. 76,900.

Durante l'ultima puntata del programma "Animali come noi" condotto da Giulia Innocenzi sono state mandate in onda le immagini raccapriccianti di quello che avviene in questo macello a Ferentino.

Successivamente al programma, è scattata l'immediata denuncia della LAV ai NAS, che ha di fatto ottenuto la chiusura del macello per una settimana, dal 19 al 26 aprile.
La giornalista Giulia Innocenzi si è poi attivata per proseguire con l'inchiesta e ha rivolto alcune domande alla ASL di Frosinone per avere ulteriori informazioni: siamo così venuti a conoscenza del fatto che, purtroppo, il mattatoio ha attualmente ripreso la sua attività di macellazione, anche se parzialmente. La risposta ASL è considerata inaccettabile.

Il 17 maggio, NOmattatoio ha organizzato una doppia protesta, davanti alla ASL di Frosinone e davanti alla SIMET per chiedere l’immediata chiusura di questa struttura di macellazione;presenti anche la giornalista Giulia Innocenzi e il parlamentare Mirko Busto. 

...
 

"QUESTA VOLTA RITORNEREMO ALLA ASL A FROSINONE
PER CHIEDERE LA CHIUSURA IMMEDIATA DEL MATTATOIO, STRUTTURA DOVE SONO AVVENUTI ILLECITI COSI’ GRAVI.
Nonché, per invitare comunque tutti a riflettere sulla violenza comunque sempre presente, legale o meno, all’interno di questi contenitori lager che sono i mattatoi e gli allevamenti. Oggi sappiamo che non è necessario mangiare animali e derivati per vivere bene e quindi sfruttare e uccidere animali costituisce una forma di crudeltà
".

lunedì 19 giugno 2017

NOmattatoio - Torino VIII - 20 giugno 2017

il presidio sarà davanti alle porte del Macello, in Via Traves, Torino


"Il contadino schizzò via. Le sue scarpe pesanti rimbombarono sui gradini. La giovenca continuava a muggire. Nella sua voce c'era una furia, una ribellione quasi umana. MI sedetti sul materasso e chinai il capo. Era un po' che facevo una follia dopo l'altra."

dal racconto "La giovenca malata di nostalgia" di Isaac Bashevis Singer, ne 'I Meridiani- Racconti" (pagg. 1097-1132).

Potete trovare la pagina del presidio su Facebook. Iscrivetevi, se desiderate venire a partecipare.  Martedì mattina, dalle 7 alle 10.

lunedì 15 maggio 2017

NOmattatoio a Frosinone - 17 maggio 2017

un fotogramma del filmato del macello di bufalini


Campo fisso: gli umani si muovono tra i bufalini paralizzati dal terrore e dalla confusione; lo fanno con calma e noncuranza, li spostano, li sparano e li scalciano con scazzo, con menefgrehismo. Non sono cuccioli spaventati, non soffrono, sono cose, oggetti. Ma, anche se soffrissero, chissenefrega, sofforno loro, mica io. Io sto facendo solo il mio lavoro.

A Frosinone, nel macello che doveva essere chiuso, ma forse no...

Il link per il presidio NOmattatoio a Frosinone

NOmattatoio Torino VII - 17 maggio 2017

il presidio sarà davanti alle porte del Macello, in Via Traves, Torino


"[...] A questa gente spiegherai che può ancora salvarsi, benché avanzi in bilico sul confine della perdizione, se riconoscerà appieno il diritto alla vita di ciascun essere che abiti la terra, i mari, il cielo."
"Pare facile."
"Dovrai convincerla ad allontanarsi dalle sabbie incerte su cui ha poggiato il suo edificio; solo così potrai contrastare la violenza, l'orrore, la distruzione di cui è artefice, che torneno indietro come un'onda sempre più furiosa."

da un dialogo tra il toro Socrate 2896 e la bambina Lucilla, in "Socrate 2896", di Margherita D'Amico, 2016 - Bompiani

trovate la pagina del presidio su Facebook. Da lì, potrete raggiungerci, mercoledì mattina, dalle 7 alle 10.

giovedì 13 aprile 2017

"Non vengono quasi mai storditi"

un dettaglio della copertina, fotografata da Francesca Fugazzi


 di Francesca Fugazzi

Anni fa, durante un sit-in in occasione della giornata vegetariana mondiale dove mostravo immagini di animali da reddito negli allevamenti, un ragazzo si fermò a parlarmi: lavorava al mattatoio di Como. Quando me lo disse fu come ricevere un pugno in pancia. Era un immigrato sulla ventina, credo tunisino, e mi disse che non era quello il modo di convincere la gente a smettere di mangiare carne: «Dovete far vedere quello che vediamo noi ogni giorno, io lavoro coperto di sangue, nelle urla e nella puzza». Non seppi che dire o fare. Mi feci forza e gli chiesi: «È vero che gli animali non vengono quasi mai storditi?». Lui confermò: non vengono quasi mai storditi perché bisogna fare in fretta e spesso sono fatti a pezzi quando ancora coscienti. Era visibilmente commosso. Io piansi. I suoi occhi guardavano oltre e io non avrei mai pensato di avere a che fare in quel modo con un carnefice.
Ieri in libreria ho trovato questo libro che ho letto in poche ora stamattina. Racconta la non-vita di animali e uomini che stanno dietro le quinte di uno spettacolo tanto macabro quanto reale che viene messo in scena (o in quinta?) in tutto il mondo. Parlando del protagonista, uno storditore che lavora in un mattatoio brasiliano, l'autrice descrive perfettamente quello che io vidi negli occhi di quel ragazzo: «Edgar Wilson fissa il punto più lontano che i suoi occhi riescono a distinguere davanti a sé, la linea fantasma che divide la strada dal cielo. Soltanto una linea, che non potrà mai essere raggiunta.»


Ana Paula Maia
Di uomini e bestie
La nuova frontiera, Roma


Storie che si chiamano tra di loro, attraverso di noi.
Quello qui poco sotto è il passaggio del post su NOmattatoio Torino 6 che ha attirato attenzione. Ha richiamato ricordi altrui e questi ricordi - che avete letto qui sopra, grazie a Francesca  - potranno forse essere il prologo a storie nuove, ancora da raccontare.


"C'è chi si è fermato per confessare con sollievo che si è sentito confortato dal fatto che fossimo lì - ti hanno raccontato che qualcuno che lavora lì dentro, ha ringraziato che ci fosse qualcuno fuori dai cancelli, perché "nessuno ha idea di quanta e quale violenza avvenga in continuazione lì dentro". E non unicamente contro gli animali non umani."

Vite strappate, foto strappate - Nomattatoio Torino 6 - 12 aprile 2017

Via Traves, Torino, un camion di vitelli - foto di Rossella Boeris:
"Questo vitello ci guardava ed io sono morta dentro"


A Torino, - 4 a Pasqua, Nomattatoio numero 6, di fronte al macello di Via Traves.

Presidio montato appena prima dell'alba, è ancora buio, per via dell'effetto dell'ora legale. 
Ci sei andato anche questa volta, ma ben più avanti nella mattinata.
Essere presenti a un presidio come questo, che mette in pratica una azione di protesta civile autenticamernte non violenta (si è presenti non per se stessi, ma per rendere visibili coloro che sono già morti pur essendo ancora vivi e che nessuno vuole più vedere: gli animali considerati come carne) ti mette a vera prova. Le tue risorse sono la presenza e il silenzio, che non raccoglie insulti né provocazioni - le meschine reazioni di chi si sente scoperto e cerca di indebolirti.

foto di Genny V F



Sai che se accetti il faccia a faccia con un orrore vero, reale, concreto, ti troverai a trascorrere non pochi momenti dolorosi: ogni volta che arriva un trasporto, gabbie motorizzate su ruote, che stanno portando alla morte agnellini, vitelli, mucche, maiali, galline. Il macello riceve tutta la 'materia prima', tanto si tratta solo di carne, anche se all'apparenza ha forme diverse e va sempre ridotta e trattata e lavorata, per essere poi presentata al compratore del supermercato. Il trasporto entra, viene svuotato e poi riparte. Solo il dolore, la paura e la morte ne impregnano le sbarre in un modo che non può essere lavato via, o cancellato - né, in un certo senso, pensi che andrebbe fatto.

Quando sei arrivato, le nuvole alte si erano già aperte, nella mattinata, per lasciar spazio a un sole caldo ma pallido. La prima cosa che i tuoi sensi hanno colto, mentre raggiungevi il presidio, era l'odore: una bollitura appiccicosa e untuosa, un proto-brodo da ciclopi o da orchi, che il vento diffondeva ovunque, sul rettilineo di fronte al macello; dove non ci sono semafori a rallentare le accelerazioni inconsulte delle auto - o dei camion colmi di vittime, specialmente quando ci vedono: accelerano, sull'ultima curva, facendo sbattere gambe e schiene e teste e code e natiche dei prigionieri, accelerano perché non vogliono farceli vedere, vogliono negare la loro esistenza per la ennesima volta.
Quell'odore va e viene, ma ondeggia sempre a mezz'aria, può assumere diverse intensità.

Eravate, nel complesso, in poche persone, ma coraggiose. 
E  insieme a loro, oltre le parole, hai percepito che la presenza di un gruppo di persone che attirano l'attenzione sulle vittime, chiamandole quando arrivano, vedendole davvero per la loro prima e unica volta - non passa inosservato, nel bene e nel male. C'è chi è infastidito dalla nostra presenza. C'è chi si è fermato per confessare con sollievo che si è sentito confortato dal fatto che fossimo lì - ti hanno raccontato che qualcuno che lavora lì dentro, ha ringraziato che ci fosse qualcuno fuori dai cancelli, perché "nessuno ha idea di quanta e quale violenza avvenga in continuazione lì dentro". E non unicamente contro gli animali non umani. 
Una persona incuriosita, infine - e assai credente nella religione -  si è fermata a discutere.

Mentre parlavi con le attiviste torinesi, che sono coraggiose (e che per questo sei sicuro che troveranno sempre più persone che si aggiungeranno), hai detto e pensato che in ogni caso anche pochi va bene, anche pochi possono impensierire, rovinare almeno la facciata della macchina mortifera che non si ferma mai. Quando ci saranno più persone, capiterà che ci saranno più spalle a sostenere i dolori lancinanti del passaggio dei trasporti - e chi, in quanto umano, piangerà per aver incrociato quegli occhi smarriti e ricacciati nelle tenebre prima del tempo, troverà conforto nel numero, nell'essere insieme ad altri, umani, lì presenti. Si tratta di vedere il bluff dell'invisibilità del macello, si tratta di scoperchiarne l'ipocrisia. 

Alla fine, dai cancelli è uscito un grosso mezzo col cartello che avverte che si tratta di un trasporto di materiale organico non adatto alla alimentazione umana. Al suo passaggio un odore verde e nero è uscito dal suo bilico, ha ammorbato luce e aria e i respiri, per un tempo che sembrava non finire mai. Era l'odore putrefatto, marcio, bluastro e grigio della morte, che subito inizia a trasformare i tessuti molli dei pezzi scartati degli animali uccisi.

lunedì 27 marzo 2017

NOmattatoio, Roma 28 - quello 'pasquale'

"il terzo della mattinata", scrive Rita Ciatti


NOmattatoio compie 28 mesi, nel mese di marzo, mese fatidico, perché mese pasquale, il mese della mattanza dei bambini che hanno forma di agnellino.
Insieme a loro, vengono ammazzate anche le loro mamme. 

"Come si poteva pregare per avere la vita [...] o per ottenere un giudizio favorevole nei Cieli, quando si toglieva ad altri l'alito vitale? Yoine Meir pensò che nemmeno il Messia avrebbe potuto redimere il mondo fintanto che si fossero perpetrate ingiustizie nei confronti degli animali".  
dal racconto "Il macellatore" di Isaac Bashevis Singer, ne 'I Meridiani- Racconti" (pagg. 632-645)

domenica 19 marzo 2017

NOmattatoio Torino 5- sabato 18 marzo 2017











Il mattatoio torinese è in via Traves, zona nord della città, abbastanza vicino allo stadio della Juventus e al parco della Venaria Reale (che in passato era la riserva di caccia dei Savoia sulle colline torinesi).

Non è 'fuori mano': è decentrato, come la maggior parte di queste strutture. Siamo in una zona a veloce scorrimento, al bordo esterno della vita sociale: qui non vedi alcun segno di accoglienza per la vita. Eppure, proprio di fronte allo spiazzo enorme del mattatoio, stanno costruendo dei condomini...

Sei andato al presidio con emozione: dopo tante partecipazioni solamente virtuali, ieri ti ci sei messo finalmente anima e corpo, dopo quasi due anni dal tuo primo presidio NOmattatoio di persona

Al sabato, il mattatoio torinese, è chiuso. Non arrivano i tir della morte, ma c'è un modesto viavai di camion, fugoni, auto e un paio di mezzi della nettezza urbana.
Siamo di fronte a una strada dove le auto corrno veloci, sempre in accelerazione, ché, dopo la curva che le immette sul rettilineo, non ci sono semafori, è insomma un invito a premere sull'acceleratore.
Però, qualche automobilista ha rallentato...

Ti è sembrato un ambiente ostile, a conti fatti. Non solo perché siete di fronte a un luogo progettato e costruito per produrre dolore e morte, ma perché intorno a voi non c'è altro che cemento, asfalto, alberi magri e erba che avrebbe bisogno di una bella pioggia.

Pioggia - anche metaforica - di cui noi presidianti non eravamo che una gocciolina. Ma la goccia buca la roccia, e i piemontesi sono specializzati nel fare le cose in modo piano ma costante.
Per cui, speri e ne sei convinto, il presidio torinese crescerà, e si vedranno tante più persone a ciglio strada, ciascuna con in mano i cartelli, da far vedere agli automobilisti che passano veloci e smemorati di quello che stanno attraversando.

Un mese dopo l'altro...

mercoledì 21 dicembre 2016

Gorge Coeur Ventre - il trailer francese






Il fumo di sigaretta sbuffato a bella posta sul viso del cane che ti guarda
I muggiti che rimbombano tra i recinti bui
Il belato della pecora smarrita tra i corridoi piastrellati e illuminati

Perché? Perché abbiamo una volta di più bisogno che un cane ci faccia da guida negli inferni che abbiamo creato?
Ci sentiamo soli perché rimaniamo ciechi e sordi ai corpi e ai suoni degli altri animali: forse, loro ci richiamano come se fossimo scappati da casa, ma noi li ignoriamo. Preferiamo trovare risposta ingoiando senza fine tutti gli altri abitanti di questo pianeta.

Gorge coeur ventre
2016 ‧ 1h 22m
Regista: Maud Alpi
Interpreti: Boston (il cane), Virgile Hanrot, Dimitri Buchenet
Produttore: Claire Trinquet, Frédéric Premel, Mathieu Bompoint
Immagini: Jonathan Ricquebourg
Decorazioni: Hervé Coqueret
Scenario: Maud Alpi, Baptiste Boulba
Suono: Philippe Deschamps
Montaggio:Laurence Larre, Anne Gibourt, Romain Ozanne
Addetto stampa:Virgile Hanrot
Dialoghi: Maud Alpi, Baptiste Boulba
Produzione: Mezzanine Films
Coproduzione:Rhône-Alpes Cinéma

Festival del Cinema di Locarno



lunedì 9 maggio 2016

lunedì 24 febbraio 2014

Tra Cuccioli ci si intende. Chiacchierando con Annamaria Manzoni

Annamaria Manzoni e Pablo

Esce il 26 febbraio prossimo “Tra Cuccioli ci si intende”, di Annamaria Manzoni, edito da Graphe.it Edizioni. Il libro si interroga sul rapporto tra animali e bambini, mettendo in risalto l'antispecismo innato dei più piccoli e l’educazione fortemente antropocentrica che interrompe questa predisposizione all’empatia e al rispetto verso le altre specie.


La copertina


Ho raggiunto via mail Annamaria Manzoni, per quattro chiacchiere: siamo partiti dal libro, e abbiamo toccato tantissimi argomenti.



GIOVANNI

Ciao Annamaria, ti ringrazio tantissimo per il tempo che mi dedichi. Le riflessioni che scrivi sono sempre sensibili e profonde, e allo stesso tempo, solide e documentate. Ti chiedo: cosa viene prima, in te? la psicologia o l'amore e l'attenzione per gli animali (e tutti i cuccioli in generale)?



ANNAMARIA

L'attenzione per gli animali mi accompagna da molto prima che riuscissi persino ad averne la consapevolezza. I miei ricordi, fino a dove riesco a risalire nel tempo, sono puntellati da gatti randagi a cui portavo da mangiare, da immagini lancinanti quali quelle di animali che vedevo condotti al macello, dal ricordo dello sconvolgimento dei tir che mi capitava di vedere carichi di maiali o di vitelli sull'autostrada e nelle stazioni di servizio. Empatia, condivisione, senso dell'ingiustizia molto prima che ogni riflessione, psicologica o meno, cominciasse ad accompagnarle. Tutto questo mi aiuta anche a capire profondamente come nei bambini alcune dinamiche possano entrare in gioco in automatico: come quando è possibile alla scuola materna, ma addirittura all'asilo nido, osservare un bambinetto che guarda attonito e dispiaciuto un suo piccolo compagno che piange o che viene sgridato. Non saprà razionalizzare, o almeno verbalizzare, la situazione, ma è perfettamente in grado di cogliere la sofferenza di un altro.



GIOVANNI

In pratica, sarebbe connaturata alla nostra specie, l'empatia nei confronti degli altri esseri viventi. Ho letto che sarebbe una caratteristica ereditata dagli animali, e che nel mondo animale, empatia e collaborazione sono molto più presenti di quel che si creda, addirittura di più dell'aggressività (mi pare Konrad Lorenz abbia teorizzato qualcosa di simile).

In effetti, i bambini, posti di fronte ai cosiddetti quesiti etici che paralizzano gli adulti, non esitano a dare la risposta logica e conseguente, e riescono a smettere comportamenti che nuocciono agli animali in modo netto e istantaneo!

Lo fanno anche tra loro cuccioli umani? E come mai, invece, gli adulti perdono questa preziosa caratteristica?



ANNAMARIA

L'esperienza e l'osservazione spesso precedono gli studi, studi che si susseguono e tra i quali è interessante ricordare, tra le tante, una recentissima ricerca giapponese che dimostra che i bambini sono in grado di provare empatia già all'età di 10 mesi. Ciò significa che la capacità di "mettersi nei panni degli altri", di sentire quello che l'altro prova e sente è una disposizione di certo precocissima, presumibilmente innata. Come tale, ci parla di possibilità in fieri, che poi compiono un percorso diversificato a seconda delle esperienze. Se vogliamo esemplificare in modo che il discorso risulti perfettamente comprensibile, basta riferirsi per esempio alla predisposizione allo sviluppo del linguaggio che possediamo alla nascita: siamo programmati a poter parlare, ma quale lingua poi impareremo è in funzione delle nostre esperienze, che possono portarci a parlare il cinese o il dialetto napoletano, a seconda di dove vivremo, ma anche a non sviluppare lingua alcuna, se ci succede di vivere, come capitò al "ragazzo selvaggio", lontano da un contesto umano.
Sapere che l'empatia è una predisposizione innata è un'informazione che consente di recuperare un minimo di ottimismo sulla nostra specie, che tanto spesso è autrice di performances davvero inaccettabili in tante diverse situazioni. Forse per convinzione profonda, forse per un bisogno fondamentale di imprimere cambiamenti allo stato delle cose, gli studi sull'empatia si vanno moltiplicando, sostenuti non solo da psicologi e filosofi, ma persino da economisti. Un nome per tutti è quello di Jeremy Rifkin, grande autore di “Ecocidio”, che ci parla in un suo fondamentale saggio di Civiltà dell'Empatia.
Come giustamente ricordi, si tratta di una disposizione che appartiene anche al mondo degli altri animali, e non solo di quelli più evoluti che sentiamo a noi vicini, come è il caso delle grandi scimmie, ma anche di animali, quali i topi, che siamo soliti denigrare e lasciare nelle fogne metaforiche della nostra ideale struttura abitativa. E le conoscenze al proposito sono frutto di ricerche di laboratorio ad opera di umani che tutto possono essere tranne che empatici, a differenza dei topi che tormentano per scoprire per l’appunto che, loro sì, sono empatici.
Il percorso di crescita è quanto di più complesso si possa immaginare: i modelli che ci circondano sono quelli che vanno a plasmare i tratti costitutivi della nostra personalità, sempre in movimento e in evoluzione: ad influenzarci è il nostro piccolo mondo, con la famiglia nella quale cresciamo, ma anche il contesto culturale allargato intorno e, negli ultimi decenni, la possibilità di contatto facile e immediato con il mondo intero grazie alla rete: tutti questi input vanno a connettersi e ad interagire con le nostre individuali predisposizioni. I risultati sono quelli incredibilmente complicati che vediamo, dove esistono modelli imperanti a cui tendiamo inevitabilmente ad adattarci, ma fortunatamente anche modelli che vanno in direzione opposta.



GIOVANNI

In direzione contraria era non a caso il titolo di un tuo libro molto interessante. Se non ricordo male, parlavi proprio della possibilità di tener presente e di sviluppare l'empatia. Sono d'accordo con te, quando dici che quel che saranno le nostre potenzialità, dipende tantissimo dalle chance messe a disposizione dal contesto; da un contesto empatico, armonioso, comprensivo (quella che in letteratura zooantropologica si definisce 'base sicura'), si svilupperanno grandi doti di intelligenza emotiva, prosociale, empatica; da contesti violenti, oppressivi e aggressivi, fatti di paura e divieto, avranno forza le reazioni di aggressione, violenza e insensibilità. In un certo senso è anche contro corrente la tua fiducia nelle potenzialità umana, stando a quel che vediamo intorno a noi, il contesto dominante e prevalente, sembrerebbe quello della sopraffazione violenta. Come se avessimo autorealizzato le nostre peggiori profezie e teorie sul mondo, che così si autodimostrano.

Tuttavia, trovo molto giusto non smettere di avere fiducia negli umani; credo anzi che questa fiducia dovrebbe essere - insieme all'empatia verso gli animali torturati - l'altra grande colonna portante delle motivazioni degli animalisti Altrimenti, ho l'impressione che le prospettive sarebbero troppo limitate e il respiro troppo corto.

A volte è compito arduo, specialmente di fronte all'arida arroganza di quegli umani che compiono esperimenti sui topi e che oltretutto compiono un errore grandissimo, di estrapolare comportamenti dati per 'normali' da animali costretti a stress inimmaginabili di un ambiente artificiale e ostile, senza scampo.



Mi ricordo un tuo concetto: che le immagini di animali felici e i racconti che mettono in luce le loro caratteristiche positive (intelligenza, empatia ecc.) toccano di più il cuore.



Annamaria tu scrivi 'performance' e a me viene in mente Roberto Marchesini (su fallacie logiche ho trovato un suo contributo, che ti propongo)



Per finire questa domanda a ruota libera: parli di 'fogne metaforiche' e a me viene in mente il grattacielo di Horkheimer. Ecco, in questo grattacielo (dato per scontato che sarebbe da smantellare), a che piano si trovano i cuccioli?



ANNAMARIA

Giovanni, sottolinei la mia fiducia nelle potenzialità umane: in realtà io mi sento estremamente pessimista, perché la realtà intorno non concede altro. Ma è comunque doveroso prendere atto anche dell'esistenza di parti buone che esistono in noi. È indubbia, per esempio, la grandissima diffusione che, negli ultimi anni, è andata acquisendo una diversa sensibilità nei confronti del mondo degli altri animali. È altresì vero che contestualmente al diffondersi di un'etica del rispetto interspecifico,le cifre del mattatoio quotidiano sono cresciute esponenzialmente. Sappiamo bene che il discorso è complessissimo: volendo farne un'estrema sintesi, credo che l'antropocentrismo (che è alla base di tutto il male che facciamo agli animali) è imperante perché collude con l'egocentrismo imperante; è facile ritenersi la specie depositaria di ogni diritto perché è facile che ognuno consideri se stesso meritevole del meglio. I propri diritti, i propri bisogni, i propri desideri sempre sopra a quelli degli altri. Nonostante tutto questo, per molti di noi l'impegno in favore degli altri animali è ragione di vita: se riuscissimo davvero a renderci conto della portata grandiosa di un movimento di liberazione, e lavorassimo per la costruzione di un fronte comune, che trovasse anche nel senso dell'appartenenza una forza propulsiva, molti risultati potrebbero essere raggiunti. La realtà è comunque sempre in movimento: l'unica chance che mi pare di intravedere è che ognuno di noi sia consapevole del ruolo che, se vuole, può rivestire, determinando un peso diverso in favore degli animali. Personalmente penso che sia importante sostenere gli sforzi di chiunque: di chi va a manifestare, di chi raccoglie cani randagi, di chi libera un singolo animale, di chi fa denunce, di chi cerca di fare educazione nelle scuole, di chi scrive, di chi parla. Sono frammenti di un grande lavoro che ha bisogno delle competenze di ognuno di noi. E sarebbe fondamentale che ognuno di noi sentisse intorno il sostegno degli altri. Per altro se l'egocentrismo non ci abbandona, anche questo può essere trasformato in spinta: ognuno di noi deve almeno cercare di dare un senso alla propria vita. Fosse solo per questo, c'è così tanto da fare intorno che il modo per darlo, questo senso, ce l'abbiamo a portata di mano.
Ritornando al discorso da cui siamo partiti, vale a dire che ...tra cuccioli ci si intende, osservare il rapporto tra i bambini e gli animali è esperienza davvero arricchente: sì, le immagini felici sono l'altra parte della realtà, quella a cui diamo poco peso, che sembra sempre scontata, ma che va recuperata. Vedere la gioia reciproca di cuccioli umani e non umani nel giocare tra di loro ci porta alle origini, della nostra specie e della nostra vita individuale, che non è persa, ma è dentro di noi. In rete è facile trovare filmati di questo genere, che non a caso sono supercliccati: la reazione speculare alla visione è quella del sorriso: si movimentano alcune parti nostre, quelle sensibili, vengono toccati i tasti della tenerezza e della semplicità. Sta a noi poi decidere che si tratta solo di momenti privi di importanza o invece di possibilità da espandere. Sta a noi decidere quale è il mondo che vogliamo. Citi il grattacielo di Horkeimer; che la sua fine dovrebbe essere l’abbattimento, lo dici tu stesso. Per successive associazioni, mi compare alla mente l'immagine finale di “Lebanon”, film claustrofobico girato all'interno di un carro armato in cui succede il peggio e da cui la visuale è tutta sull'orrore della violenza bellica. Alla fine, quando i sopravvissuti escono da quello che è al tempo stesso rifugio e luogo di distruzione, quello che vedono fuori è un campo di girasoli, sotto un sole estivo. La bellezza e l'esplosione della natura sopravvivono e a volte se ne fregano del disastro che fanno gli uomini. Se gli uomini dovessero per caso capire che con quella natura e per quella natura è possibile vivere in pace...



GIOVANNI

Metti sul tavolo moltissimi argomenti e riflessioni importanti, e non si poteva non sfiorare il nodo cruciale di 'che cosa è' l'animalismo, dal momento che la costellazione animalista è quanto di più variegato e anche internamente diversificato. Se queste diversità diventeranno risorsa oppure ostacolo, dipenderà da chi agisce - e da quali spinte lo muovono. Ma qui mi fermo, altrimenti andiamo davvero troppo lontano dall'obiettivo di questa nostra chiacchierata. Ho però una sensazione: che quel che dovrebbe sostenerci, sia un certo qual senso di 'leggerezza' (l'insostenibile leggerezza dell'essere?), cioè la capacità, non di tutti, di saper fare le cose-per-loro in modo comunque pur sempre sereno, equilibrato, accogliente, anche nei confronti di chi è estraneo a questi pensieri (perché, non si sa mai, potrebbe cambiare idea...).



Molto intenso“Lebanon”, ricordo la scena in cui uno dei capi descrive al prigioniero il destino di torture e umiliazioni che lo aspetterà di lì a breve, ed è una scena agghiacciante, che espone la forza delle parole - anche se qui usate per far del male.



Vengo dunque alle parole del tuo libro, che sta per uscire. Mi farebbe piacere se tu volessi anticipare qualcosa in proposito. Perché è nato questo libro? E come si pone in relazione ai tuoi precedenti libri?



ANNAMARIA

È un piccolo libro che vorrebbe essere l'inizio di qualche riflessione più profonda e che mi piacerebbe tanto potesse arrivare al di fuori del mondo di chi di animali si occupa tanto. Sono pensieri che sottolineano come la naturale predisposizione dei bambini nei confronti degli animali sia una condizione da tenere presente nel suo significato più profondo: gli adulti lo fanno in qualche modo inconsapevolmente perché circondano il mondo dell'infanzia di immagini del mondo animale: sanno per certo che i bambini lo apprezzeranno e incentivano questa loro disposizione. 
È però come se le riflessioni del mondo adulto si fermassero lì, non scalfissero la superficie di ciò che è carino notare e bello assecondare, ma solo e soltanto fino al punto in cui nessuna modificazione di abitudini, alimentari e non, venisse richiesta. Non posso scordare una festa organizzata dal WWF in campagna, con una mucca e il suo vitellino nel prato, oggetto del desiderio dei tanti bambini intorno e dei gridolini entusiastici dei genitori: guarda, guarda come sono belli! Di fianco... il posto di ristoro con ragù di carne. Per non parlare di tutti gli accessori da cameretta con immagini di variegatissimi tipi di animali, tra cui l'elefantino da circo seduto sullo sgabello. Che ci si ponga una domanda del tipo: "ma che ci fa lì?" è davvero troppo pretenzioso aspettarselo?
Non solo: sono ancora gli adulti a usare i bambini nelle pubblicità di prodotti animali: operazione davvero inaccettabile perché i bambini, se sapessero come quei prodotti vengono ottenuti, sarebbero presumibilmente preda di disperazione.
Si tratta di tanti meccanismi che nel loro insieme, passo dopo passo, strutturano nei bambini un'idea del nostro rapporto con gli animali che è quella vigente ed imperante: mi piaci da morire, non ti farei mai del male, ma è "normale" che io ti mangi. È insomma l'ingresso guidato dagli adulti nella cultura "carnista" tipica di questo mondo. Sono per altro convinta che molti degli adulti non siano neppure consapevoli delle dinamiche che sostengono con i loro comportamenti, tanto spesso automatici, privi di un pensiero strutturato. Ecco: mi piacerebbe che queste riflessioni servissero almeno a rendere più agevole la decodificazione di tanti comportamenti e delle loro implicazioni. È vero che gran parte della violenza di questo mondo non è frutto di cattiveria, ma solo di abitudini, di superficialità, di conformismo: magari, chissà, pensarci un po' sopra può aiutare a decidere che l'unico dei mondi possibili non è quello in corso d'opera, non è quello che viviamo, ma è quello che possiamo aiutare a nascere. Evitando la grande colpa di trasformare l'atteggiamento amicale dei bambini nei confronti degli animali in indifferenza prima e complicità nel male poi.

mercoledì 18 dicembre 2013

Il cervo 2 - la Riscossa

Fonte: pagina Facebook de "La Stella Vegana"

Grande sgomento, emozione e commozione per il post che racconta dell'esposizione al ludibrio umano del corpo di un povero cervo ucciso dai cacciatori, che ne riportano la salma legata sul cassone di un pick up, come spoglia o trofeo di guerra: su cui ridere, su cui guadagnare. Un qualcosa di osceno, così come mi sembra venga intesa nelle riflessioni di Elizabeth Costello, personaggio metaletterario dello scrittore J.M. Coetzee - quasi un suo "avatar":<<Osceno perché cose del genere non dovrebbero succedere, e poi ancora osceno perché, una volta successe, non dovrebbero essere rivelate ma piuttosto nascoste, sepolte per sempre nelle viscere della terra, come quello che succede nei mattatoi del mondo, per preservare la sanità mentale di tutti. […] Un passero buttato giù dal ramo da una fionda, una città annientata dal cielo: chi si azzarda a dire cosa sia peggio? È male, tutto, un universo malvagio, inventato da un dio malvagio.>>. L'esposizione, se interpreto bene, anche dal resto della riflessione, che si intitola "Il problema del male" e che si dipana per una quindicina di pagine almeno, è da intendersi in forma dubitativa. Col suo tipico stile, Coetzee affronta un problema che inizialmente e all'apparenza è solamente letterario, da quasi ogni angolazione possibile, accettando le ragioni di ciascuna e presentandole al lettore, con grande rispetto, ma anche sfidandolo, esortandolo a trarre sue proprie conclusioni e decisioni, sapendo però sempre che nessuna potrà mai essere definitiva nel tempo. Mi piacerebbe ritornare a parlare diffusamente di questo libro, consigliabilissimo. Il post è stato ripreso sulla pagina feisbucchiana della Stella Vegana, è stato da molte e da molti ripreso e ricondiviso - secondo quel meccanismo di passaparola del social forum che a mio avviso oltrepassa di gran lunga i famosi "cinque gradi di separazione". Ne riporto qui, perciò, un rilancio esemplare, soprattutto per il piacere di poter avere ancora l'occasione di guardare la bella immagine che l'accompagna - questi giovani cerbiatti nel bosco invernale, che con occhi bambini, guardano l'obbiettivo, totalmente fiduciosi, o forse ignari. Mi fa riflettere l'impatto che questo cervo ha suscitato, nella sua morte.  Coetzee, con Costello, dice che non sempre la gente viene migliorata da quello che legge, né che lo scrittore esca incolume dall'esplorazione di territori oscuri, quelli dove - come nei mattatoi - "Satana imperversa". Dice anche che le ultime ore, quelle della sofferenza e della morte, di ogni vittima - aggiungo io - "appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene. […]" con "arroganza". Non dimenticate che Costello non offre soluzioni ma solo problemi, non risposte, ma altre domande. Perciò io sono convinto che questa volta dovevamo vedere, con tutto quel che ne segue...
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