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venerdì 12 ottobre 2018

NOmattatoio cambia le sue strategie




Quattro anni fa iniziavano le campagne di NOmattatoio. A Roma. In quattro anni, di cose se ne possono fare molte, fino a che arriva il momento che occorre cambiare.
Hai chiacchierato via internet con Rita Ciatti, che è tra le ideatrici della campagna, insieme a Eloise Cotronei e Andrea Festa.



domenica 14 giugno 2015

In morte di un cane, pensarci...


Stella e Lisa

In morte di un cane. In morte del "tuo" cane. A volte, più di una morte, a volte, più di un cane. Questo libro mi è stato consigliato alla morte di Stella, da Rita Ciatti. Mi disse che questo libro mi avrebbe aiutato a guardare in viso il dolore del lutto, a dargli forma e parola, sia per non perderlo, sia per non farsene sopraffare. Mi gettai a capofitto tra le pagine di questo libriccino, le lessi come in preda alla febbre, presi appunti, scrissi tantissimo su molti dei suoi paragrafi, riprendendo e imitando la forma da diario, da raccolta di frammenti. Avevo scritto delle specie di glosse, che erano il mio dolore, erano la mia personale edizione "in morte di un cane". Tutti quei fogli, oggi non li trovo più. Mentre un anno fa li scrivevo, piangendo molto, mi dicevo che presto o tardi li avrei inseriti Qui sul blog. Non ho ancora fatto questa operazione, ma le parole gettate sui fogli un anno fa, hanno bruciato la parte più cocente del dolore e del rimorso. Il dolore, però non è scomparso, ha solo cambiato aspetto. Infatti, Stella mi manca se possibile anche più di un anno fa. Un anno di vita difficile, una discesa verso situazioni poco gradevoli, dalle quali sembra difficile affrancarsi. Come se lei fosse un focus di equilibrio, scomparso il quale, fatico a ritrovare chiarezza, e allo stesso tempo e per via della memoria di lei che sto cercando di ritornare su un percorso che avevo pur pensato di proseguire anche insieme a lei e in ragione di lei e della sua dolce presenza, delle sue richieste. 





Questo libro è un salvagente. Questo libro è la prova che anche i filosofi, anche i pensatori, di fronte alla morte ineluttabile, che cancella anni di affettività e di relazione e di amore, possono rimanere privati di ogni distanza del pensiero, per ritrovarsi spogliati di ogni sapere e rivestiti solo dello smarrimento dato dal dolore dell'assenza che si è creata al posto di chi c'era fino a un secondo fa. 
Anche il filosofo infatti trova rimorsi nel ricordo della vita conclusa del suo cane, perché quando era vivo - dice, scrive, confessa - se ne era disinteressato. Lo lasciava solo nella sua stanza di malattia e sofferenza, se ne a va a passeggiare o a mangiare e solo dopo un po', ritornava. In quel breve lasso di tempo, dice che poteva dedicarsi completamente a se stesso. Il ritorno in superficie del nuotatore in apnea, per inspirare aria necessaria a ritornare a immergersi nelle profondità. Faccia a faccia con un dolore costante, ineludibile, definitivo, non sembra esserci umano che non senta il bisogno impellente di allontanarsi, di separarsi da chi sta soffrendo, È questo bisogno tanto più irresistibile, quanto più chi soffre e qualcuno che amiamo. Qualunque specie di animale sia, compresa la specie homo.
Ci ricordiamo dei suoi gesti e dei suoi sguardi, di quando era in piena forza e vita, con le sue abitudini e le sue sfumature di personalità che la rendevano irresistibile; mentre adesso, il corpo debole e malato, adesso quasi non lo riconosciamo. Quasi diventa estraneo, lo sentiamo lontano; e quando la nostra cura non sortisce effetti, dobbiamo reprimere un moto di fastidio e di insofferenza. Ci consumiamo psicologicamente, mentre assistiamo al suo corpo che si consuma fisicamente, che si prepara a sparire.
Ma il cammino della consunzione ha tempi suoi, che a noi appaiono lenti, vanno oltre il tempo di sofferenza che noi siamo capaci di sopportare, ogni umano non è mai così forte, a sostenere il dolore di chi ama, arriva a ripudiarlo psicologicamente, proprio perché lo ama. O, per lo meno, deve combattere con se stesso per non cedere  e per non compiere questo ripudio.
Per rimanere, ci sono gli sguardi, che sono le ancore del cuore. Lo sguardo del cane fisso nel mio, il mio che risponde al suo.
Stella aveva occhi fiduciosi e chiari, gli stessi occhi che diresse su di me la prima volta che le parlai, durante la nostra prima passeggiata serale - eravamo insieme da poche trafelate ore. Sono gli occhi che mi hanno fatto innamorare, gli stessi che ora, stanchi, non si staccano da me: la mia vista per lei significa cura, sollievo. Il vedermi, inonda di luce calda il suo cuore, una luce che arriva fino agli occhi che tornano a brillare, pur se opachi. Così, e questo pensiero torna a tormentarmi a tradimento in tutto questo anno, deve essersi sentita perduta nelle sue ultime quarantotto ore in clinica, dove i suoi sguardi continuavano a cadere e a girare senza potersi posare mai su di me, che non c' ero, se non per poche manciate di minuti. L'ultima luce dei suoi occhi non mi ha visto più. Poco importa, che stessi andando da lei, che sarebbero bastati pochi minuti. Quei pochi minuti son diventati eternità irredimibile. 

Stella aveva bisogno di me e il mio sostegno ha mancato proprio all'orlo estremo di questa sponda della vita.
Mi sarebbe mancata definitivamente, come scrive Grenier per il suo Taiaut. Stella era per me fonte di equilibrio e gioia. Quando eravamo lontani, non vedevo l'ora di tornare da lei. Come scrive il filosofo, lei era il mio ponte verso la Natura, me ne ha fatto  conoscere la dimensione serena e rasserenante, i silenzi, i torpori, gli appagamenti mai inquieti e sempre privi di rimpianti. Stella godeva delle distese di sole dispiegate davanti agli occhi e  dei baci dell'ombra, le sorgenti scoperte sotto i passi e le avventure dei sentieri di sabbia.
Alla fine, questo sarebbe potuto essere il posto migliore dove chiudere gli occhi. Invece, il suo calvario ha avuto luogo in un box metallico, luce finta, odori strani e facce straniere. Non volevo che finisse così. Forse, però, ciascuno, posto all'estremo limite, alla estremità del respiro, non ci fa, non ci farà alcuna differenza. Anche li, come nel resto della vita, se sapremo essere come cani, saremo presenti a noi stessi, pieni di mondo. E non vuoti, come certi filosofi avrebbero voluto e come farebbe comodo che così fosse per placare i ri-morsi di coscienza di molti che sugli animali compiono cose crudeli e opprimenti. Ma questo è un altro discorso.
Conta ora sapere e scrivere che saremo pieni del mondo che avremo vissuto e che anche in quell'istante vivremo, pronti a un passaggio ineffabile.

La cura fa parte degli obblighi che ci sentiamo in dovere di contrarre nei loro confronti? Ci sono questi obblighi? E perché ? Cura e obblighi suscitano sentimenti contraddittori, di insofferenza ma anche di ricompensa, di appagamento. La forza di quegli obblighi che diventano responsabilità , risiede in un legame radicato in profondità . Se rimaniamo sintonizzati su quel legame, se non lo perdiamo di vista, se non lo dimentichiamo, possiamo lasciarci trasportare dall'onda, lasciarci guidare.

Grenier ha avuto la fortuna di poter scrivere che per Taiaut c'era una stanza che lui conosceva, che era tana familiare, dove trovar quiete alla fine della vita, o della giornata, che poi, volendo, diventa la stessa cosa.
Grenier può scrivere di essere stato felice di aver accompagnato il suo cane fino alla fine. Ha ascoltato le sue preghiere, le sue richieste, alle quali ha dato seguito, e risposta positiva. Non è stato sordo.
Questo è importante: se diamo seguito all'ipotesi di Grenier, che il fato ci è già scritto, allora, è fondamentale come siamo capaci o coraggiosi di rispondere ai momenti che il tempo snocciola lungo il cammino. Dovremmo essere più cani, o maggiormente animali - il che equivale a dire che dovremmo riaprire e riascoltare il nostro essere animali, che noi siamo, per non perdere noi stessi e non dimenticarci di noi stessi - per farlo. 

Ritrovare le persone amate ci riporta alla vita. Taiaut non voleva rimanere solo e abbandonato. Le cure mediche, le diagnosi, possono perdere di vista questa esigenza.

Poi, immediatamente dopo una morte, i medici vogliono scoprire, sapere il come e il perché di quella morte. Ma si tratta della natura, alla fine, un evento perfettamente naturale, che ci accompagna fin dal nostro primo respiro, arrivati su questo mondo. Stella ha subito perplessità mediche e disorientamenti e persino inspiegabili oltraggi invasivi di cui non trovo più decente scrivere, se non per condannarli.

Potrei continuare sulla falsariga del libriccino, paragrafo per paragrafo. Non però lo ritengo opportuno: sia perché alcuni paragrafi non mi sembrano così superiori alla scrittura aneddotica, che pure ha un suo valore, sia perché Grenier divaga, a lungo, si allontana dall'epicentro cocente della morte - che è quella che ho invece voluto parafrasare fino a qui, intrecciandola, di nuovo col mio vissuto.
Ci sono però tanti spunti notevoli. Grenier , a un certo punto, scrive che gli animali non hanno il  rifugio dei retro-mondo come abbiamo noi. Cosa siano questi retro-mondi non lo dice, li mette solo tra virgolette. Sono le astrazioni? Sono un modo per introdurre la metafora del teatro della vita, come farebbe Shakespeare o persino Woody Allen? Metafora un poco scolorita, direi, o no?  Non vorrei però che il fatto che gli animali affrontano la scena a viso aperto, senza infingimenti, come noi umani invece facciamo, non fosse una specie di vulgata vagamente antropocentrica, sia pure ammirativa, o così sembra. Ma ci si può attorcigliare: il nostro rifugio retro mondano, di per se stesso, non è che sia sempre e sicuramente vantaggio o facoltà esclusiva; quanto, piuttosto, una perdita di orizzonti e una confusione di vitalità.

Si parla anche dell'essere padroni (scelta linguistica orientata specisticamente, lo fa anche Thomas Mann quando racconta del suo cane); della fedeltà , concetto ambiguo, che però Grenier risolve in modo lieve: il cane esplora, si allontana per andare a salutare, non per scappare da altri, infatti torna sempre. Perciò, un cane merita fiducia e rispetto, in quanto è capace di autodeterminazione, di scelte, di progetti, di pianificazioni dei suoi movimenti e di preferenze.

Pian piano, Grenier si mette a ricordare la vita del suo Taiaut. Posso fare così con Stella. Anche lei amava anche allontanarsi, ma poi amava ritrovarmi. Cercava e chiedeva spazi e tempi suoi solo suoi, ma voleva anche fare esperienze tutte sue. Ricordo  una volta al mare, era giovane. Abitavamo in una casa in affitto per le vacanze; una magione grande e fresca, che si affacciava su una collina di uliveti, ai quali si arrivara camminando su un sentiero. Lei decise di intraprendere quel sentiero. Voleva vedere fin dove arrivava, e non tornava indietro se la chiamavo. Dovetti seguirla, insieme percorremmo tutto il sentiero fino in cima, a dispetto del dislivello e del sole. Trascinati tutti e due dagli odori delle dure erbe aromatiche liguri e dal sentore del mare lontano, laggiù. Tenace era Stella, determinata. L'ombra era la ricompensa di quella avventura. Alla fine fu bellissimo per tutti e due.
Io, non sempre, poi, son stato così capace di darle la libertà che chiedeva. Non che le impedissi, ma a volte non creavo le occasioni. Non per lei e nemmeno per me. Altre cose si erano intrufolate nelle nostre vite. Mie insicurezze.
Però, Stella rimaneva paziente, non ha vissuto - per riprendere ancora Grenier, a grandi linee -  solo attendendo la prospettiva di un avvenire che sfugge sempre, se non diventa progetto. Il suo presente era il suo progetto, un presente cosciente. Cosa significa? A volte, lo so, provava noia, un'altra di quelle cose che credevamo esclusiva umana. Però, non perdeva tempo: c'era, se serviva, il tempo altro dei sogni. Mai, dunque impazienza, e sempre una certa forma di libertà in se stessa e per se stessa - magari, meglio se insieme a me, per sua gioia personale; o insieme ai suoi amici, Lisa e Oscar. Mi rimprovero anche io, però, come Grenier, di averle spesso non dato la possibilità di seguire i suoi desideri.

Scrivere, per Grenier, è sua opinione, deve aver complicità con la morte. Si scrive di Taiaut, o di Stella, perché e dopo che non ci sono più. Quando erano vivi, non si scriveva di loro, ma si stava con loro. Come se la scrittura fosse un surrogato esanime della vita, che ci si presenta a ogni istante in attesa di essere vissuta. Che contraddizione: la vita in attesa. Ma la vita non attende: se le rispondi, si trova lì per te ; se non le rispondi, se ne va per non tornare.
Se Stella fosse qui, starei felicemente insieme a lei; non c'è e mi manca. Come Grenier, tendo a pensare che questo scriverne sia a un tempo balsamo per il dolore e un modo per ridarle vita.

Stella per prima, ha viaggiato tanto con me. Grazie a lei e per lei ho scoperto nuovi modi di girare, come i bed and breakfast; a volte, ho dovuto rinunciare a certe mete. Grazie a lei, però, sono di più i viaggi e quindi i ricordi fatti; da quei viaggi mi sono riportato esperienze e idee e sogni e progetti, che oggi forse potrebbero traformare cose nella mia vita. Ne avranno beneficio altri cani, quelli di adesso e magari cani futuri. A Stella in questo modo faccio un torto? Le ho tolto, le tolgo qualcosa? Lei ha avuto  la sorte di scoprire per prima queste cose, insieme a me. 
Lei ha anche scoperto le ostilità verso gli animali in viaggio, una cosa che sta orientando le mie decisioni. Stella non ha potuto anche mettere mai radici a lungo, a causa mia, dei miei frequenti spostamenti non sempre desiderati, per sfuggire a divieti e animosità umane. 
Gli umani danno a volte più conto per le loro macchine e la tecnica, che per gli altri viventi. E così la distanza tra gli umanimali e gli altrianimali, si accentua, si allarga. Uno iato senza spazio e senza tempo, perché sembra dato normale, quando invece è la quintessenza della anormalità, della eccezionalità intesa come perenne emergenza. Durante la quale non è permessa sosta e quindi nemmeno riflessione.

Scrive ancora Grenier che (forse per questo moto perpetuo e autoimmune) noi siamo impazienti di essere liberi e non sappiamo cosa fare della nostra libertà. Una contraddizione simile a quella del contemporaneo senso di costrizione e senso di appagamento nel nostro essere vicini o lontani dal nostro cane. 
Come Grenier, ho pensato a volte a  come sarebbe comoda e facile la vita senza cani; ma mentre lo pensavo, sapevo che mi sarebbe dispiaciuto quando non ci fosse più stata, anticipavo quel momento per assaggiarne il dolore. Esprimevo quel  vagheggiare nell'unico modo possibile: un pensiero smentito mentre viene formulato. Più semplice, forse, ma di sicuro, almeno per me, più noiosa.

La sofferenza degli animali. Anche per Grenier  è qualcosa allo stesso tempo di cruciale e decisivo, ma anche di così evidente senza bisogno di dimostrazione. Bambini e poeti, colgono all'istante questa evidenza, così ovvia e lampante nel suo manifestarsi, quando c'è,  da avere bisogno di essere ammantata di criticità e soffocata da dubbi mascherati da dati oggettivi o elaborazioni filosofiche, se si vuole proseguire a far del male agli altri animali, per i nostri scopi. Grenier scrive che Taiaut soffriva come lui quando era malato; e che a volte, le cure erano le medesime.

Quando poi la sofferenza diventa quella che per ultima ci accompagna al limitare della vita, nel mentre che cerchiamo di alleviarla, con cure palliative; per noi come per loro, questa sofferenza ci titilla col mondo del dopo invisibile. L'oltre il ponte: quel luogo dove tutto ciò che è meritevole di essere amato, è ancora vivo. Io, come Grenier, ci credo. Una convinzione, più che una fede, tuttavia. Che rimane possibilista e curiosa e pure fatalista.
Comunque, se qualcosa di me continua a rimanere dopo la mia fine, perché non di Stella, non degli altri animali?

È un fatto che questa grande sofferenza sia immensa per tutti quegli animali che non sono il nostro cane. Per loro non viene immaginato alcun ponte di luce. Grenier scrive dell'uomo ipocrita, che dice di amare chi sfrutta, sottomette e uccide, se ne nutre. Il forte dice di proteggere il debole, il debole è obbligato a mostrare amore al forte.

Taiaut o Stella sono sassi nello stagno, riverberano onde crescenti e concentriche di pensieri come questi e in questo modo rischiano di perdere la loro individualità, che la loro sorte divenga mero spunto filosofico.
Invece: possono tornare i rimorsi, umani, di tutti, del filosofo come della persona comune. Se la diagnosi fosse stata diversa o più tempestiva, Stella sarebbe ancora viva? Perché certe scelte di cura fatte da me, invece che altre? Perché vivere in certi luoghi o fare detti ultimi viaggi, invece di scegliere altrove e altre cose? 
Grenier ha optato per l'eutanasia. Stella ha affrontato ricoveri e cure.  Alla fine, lontananza o vicinanza dal veterinario, non ha fatto alcuna differenza. Differenza la faceva la mia presenza. Stella voleva di sicuro vivere, e vivere insieme a me.
Come Taiaut, ha avuto fiducia: lui durante la puntura, lei durante le attese in clinica. Il dilemma della buona morte arriva sconvolgente. Grenier: Se procurate una morte rapida a chi amate è per abbreviare le sue sofferenze o per alleviare le vostre? Lo spettacolo di una agonia  è insopportabile. Ma si più agire per amore. L'amore ha tanti aspetti, e così anche l'egocentrismo. Varrà la pena tornare a scrivere di questo.

In ogni caso i molti concatenati ultimi istanti che precedono la morte, suscitano agitazione dell'animo. Grenier scrive bianco e subito dopo nero e se ne rende conto, e perciò è lenitivo per chi come lui ha attraversato questi dolori e ha dovuto convivere con intimi pensieri contradditori e opposti. Le pene evaporano come la rugiada quando trovano un linguaggio. Che la parola dia spazio alla esclamazione sulla ripugnanza del trapasso? La morte si compone di istanti fisici, di rese del corpo, di rilasci e, superata la boa, di false crescite inerti, di umori fuoriusciti e che usciranno. A Grenier questo sa di beffa e di ignominia; per me, al contrario, non suscita ribrezzo. In effetti, suscita solo una constatazione fattuale.
Gli stessi pensieri sono in bilico sulla disperazione, l'incredulità e la ribellione al fatto ineluttabile . Ma non indiscutibile: se ne può parlare e scrivere e pensare, in insonne soliloquio che tortura, o scrivendone, o se qualcuno ci ascolta con amorevole pazienza.

La piena del dolore ci attraversa e se ne va, ci lascia paradossalmente prosciugati. Anche il filosofo. Fatti salvi i ricordi che giungono a tradimento, quando la nuova realtà fa lo sgambetto alle abitudine di una vita insieme, che sono come fossili e relitti per qualcosa che non si verifica oltre, per qualcuno che non è più qui. 
Però Grenier riflette anche sulla libertà dei cani, divisi tra legami con gli umani e loro desideri vitali; scrive dell'ambiguità umana nei confronti di chi ci è affezionato ( ci approfittiamo di questo amante). Infine, il cane ritorna in sogno. Anche Stella ha fatto ritorno. In due occasioni almeno, non erano "solo" sogni. Qui entra in gioco la mia convinzione: era Stella dall'oltre il ponte, che veniva a vedere come stavo, che passeggiava un poco con me, che una volta quasi ho toccato- per risvegliarmi e subito scoppiare in un pianto.

Scrivo, scriviamo, queste righe, che lasciano appena trasparire l'ombra di un essere che ho amato.
Un ombra? Eppure, una grande ombra, fresca e liquida e frondosa. L'ombra di un vivente tutto vita come un cane , tutto Natura (Grenier torna spesso e volentieri su queste immagini) non può che essere duratura e profonda. Da essa fuoriescono ricordi che ci sorprendono nei momenti meno probabili, coinvolgendo sensi, ricordi, lacrime, ma poi per fortuna anche sorrisi o risate; oppure cautele, oppure trasporto, oppure desiderio di abbracciare - di riabbracciare - sensazioni estetiche e poi molto altro.
Alla fine, proprio Grenier parla del bisogno di fare del bene, come l'albero ha il bisogno di fare ombra. Questo prestare intenzionalità a un evento apparentemente solo ambientale, mi sembra un bel modo per arrivare al punto definitivo. Se Stella (e Taiaut ) ora gettano ombra, non sono come alberi, come gli alberi che desiderano dare ombra? Magari anche nel senso fisico e concreto: sepolte le loro ceneri o i loro resti, possono rifluire in un albero. Se loro sono alberi, non ci hanno lasciato, e noi non lasceremo loro. Come cantava il poeta, Taliesin, nelle nostre innumerevoli vite (anche se vissute solo in questa, è proprio perché vissute tutte in questa soltanto ) siamo stai e saremo: goccia di acqua, corda di arpa, filo di vestito, ala nel vento, stelo di prato, ombra di foglia, linfa del ramo, lanterna nella notte, naso contro la pelle, unghie sulla pietra, pinna nella corrente...













  • Copertina flessibile: 80 pagine
  • Editore: Mesogea (16 marzo 2011)
  • Collana: Micro
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8846920821
  • ISBN-13: 978-8846920829

grazie, Rita

mercoledì 25 febbraio 2015

Davanti al macello



"La nostra vita, non è nostra. Da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti. E da ogni crimine e ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro.

Le conseguenze della vita di un individuo si spandono per tutta l’eternità.", è il messaggio di Sonmi, il clone servente della mangeria, che con queste parole cambierà il mondo dove vive.


"Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate. Si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio e so che la separazione è un’illusione. La mia vita, si estende ben oltre i limiti di me stesso", scrive Robert Frobisher al suo amato Sixsmith.


Sono due frasi molto significative che alcuni importanti personaggi protagonisti del film Cloud Atlas dicono a un certo punto della loro vicenda.

Soprattutto quando si parla di confini da superare e di gentilezza - opposta al crimine -  capace di generare il futuro, potrebbero essere frasi che moltissime persone che si battono per mutare il destino degli altri animali - gli animalisti, gli attivisti, insomma - direbbero o sottoscriverebbero di slancio.
Tra di loro, di sicuro, Rita Ciatti e Eloise Cotronei, due ideatrici dell'azione NOmattatoio, che organizza presidi davanti al macello di Roma, da ormai quasi tre mesi. Presto, ci sarà il terzo.


D - COME E QUANDO NASCE QUESTA CAMPAGNA?

Mangiare carne è una pratica talmente consolidata e considerata “normale, naturale, necessaria” – per usare le tre N di cui parla Melanie Joy - che è veramente difficile far riflettere le persone sull’intero processo e le pratiche di violenza che si nascondono dietro questa abitudine culturale. La campagna nasce quindi dall’esigenza di dare visibilità a questi luoghi, i mattatoi – generalmente posizionati lontani dai centri abitati e rivestiti da una patina di disarmante anonimato – dove vengono uccisi circa  
53 miliardi di animali all’anno: migliaia ogni giorno; difficile calcolare il numero esatto, considerando che poi stiamo parlando solo di animali terrestri, esclusi i pesci.
Siamo rimaste molto colpite da quanto stanno facendoalcuni attivisti in Canada, esattamente a Toronto, in prossimità dei mattatoi: filmare, fotografare e talvolta portare un minimo sollievo – come dissetare e rinfrescare in estate – agli animali che arrivano stremati e terrorizzati dentro i tir, così abbiamo deciso che era arrivato il momento di fare qualcosa di simile anche in Italia. 

Il primo presidio è stato organizzato lo scorso dicembre e da allora la campagna è andata sempre più strutturandosi con modalità e finalità ben precise.



D - E' VERO CHE è UNA CAMPAGNA CHE NASCE DALL'INIZIATIVA DI SINGOLI INDIVIDUI, E NON E' IL FRUTTO DI UN'AZIONE DI ASSOCIAZIONI ORGANIZZATE? COME MAI QUESTA SCELTA? QUALE E' IL SENSO?

Sì. Il motivo per cui abbiamo preferito non coinvolgere le varie associazioni animaliste è prettamente strategico e riguarda soprattutto il contenuto di ciò che vogliamo comunicare all’esterno.
Innanzitutto vorremmo che l’attenzione si concentrasse sui veri protagonisti, loro malgrado, della campagna: le vittime di questo che non esitiamo a definire un vero e proprio olocausto, ossia gli animali; poi riteniamo che il problema di come trattiamo, sfruttiamo e abusiamo degli animali non riguardi soltanto gli “animalisti”, ma la società intera, e che quindi sia giunto il momento di responsabilizzare la collettività. È sbagliato pensare che sia necessario amare gli animali per occuparsi e preoccuparsi del loro destino: sono individui senzienti che abitano il pianeta insieme a noi e, in sostanza, il loro rispetto è una mera questione di giustizia. Un problema politico e sociale, non di preferenze o passioni individuali. Credo che tutti, come ha scritto una nostra amica in un cartello che ha portato durante i presidi, dovremmo interrogarci sul perché porteremmo volentieri i nostri figli a vedere come si coltiva la frutta, ma non avremmo mai il coraggio di mostrargli cosa avviene dentro i macelli. C’è un paradosso in questa pratica che da una parte viene considerata legittima e “normale” e dall’altra l’esigenza di occultarla alla collettività.





 Consideriamo poi che il lavoro che viene svolto dentro i mattatoi è alienante e psicologicamente devastante anche per gli addetti alle varie mansioni di s-montaggio dei corpi degli animali. Un lavoro che degrada e distrugge nello spirito altri individui che raramente scelgono di svolgerlo, ma piuttosto vi sono costretti per necessità.
Perché abbiamo scelto proprio il mattatoio: non soltanto perché è il luogo dove vengono uccisi più animali rispetto a qualsiasi altro, ma anche perché simbolicamente rappresenta proprio il fulcro del loro sfruttamento.
Durante questi presidi noi ci poniamo come semplici testimoni di chi purtroppo non viene ascoltato e non perché incapace di manifestare dissenso o ribellione – ormai sappiamo con certezza che gli animali sono consapevoli della loro schiavitù e si rendono totalmente conto di quanto stia loro accadendo –, bensì perché si preferisce rimuovere o persino negare la loro sofferenza o persino esistenza. Sembra assurdo eppure un gran numero di persone non si è mai chiesto da dove provenga la fettina che si mette nel piatto.


CHE SCOPI VI PROPONETE?

Lo scopo primario quindi è quello, per usare come metafora la famosa citazione di Lev Tolstoj, di rendere trasparenti le pareti dei macelli, così che sempre più persone potranno riflettere sui meccanismi sottesi alla produzione di quella che chiamiamo – con un’astrattezza terminologica volta a rendere assente il referente animale inteso come singolo individuo – semplicemente “carne”;

QUALI OBIETTIVI?

L’obiettivo è quello di arrivare a una partecipazione sempre più consistente – e già al secondo presidio siamo andate benissimo, considerando che erano presenti più di duecento persone – e di riuscire a coinvolgere anche attivisti di altre realtà italiane o, perché no, addirittura estere –, i quali potranno organizzare altri presidi di fronte ai mattatoi delle loro città; sarebbe molto utile creare una sorta di rete di attivisti capaci di organizzare presidi nello stesso giorno in più città; tutto questo ovviamente al fine di destare l’attenzione dei media per avviare un serio dibattito pubblico sulla liceità dello sfruttamento e uccisione degli animali e per responsabilizzare le persone sull’importanza di una corretta e trasparente informazione: solo chi è pienamente informato può compiere scelte davvero libere e consapevoli.



 CHE TIPO DI STRATEGIE AVETE SCELTO?


Le strategie sono finalizzate a informare e sensibilizzare. Quindi portiamo su strada striscioni, cartelli o altri materiali che mostrano quanto avviene agli animali dentro ai mattatoi, alternati ad altri che li mostrano liberi e affrancati dal dominio umano, come dovrebbe essere in natura, se solo non fossimo tutti viziati di antropocentrismo. Non accettiamo comportamenti aggressivi o misantropi, non andiamo davanti ai cancelli del mattatoio per insultare i macellai o sulla strada per inveire contro chi mangia carne, siamo lì, come detto sopra, per mostrare alla collettività cosa si nasconde dietro la normalità e persino banalità – la famosa “banalità del male” di cui scriveva la Arendt – della fettina di carne. Chiediamo ai partecipanti di incanalare il dolore del trovarsi di fronte a un luogo tanto tragico in atteggiamenti costruttivi e nonviolenti.




LA DEFINIRESTE UNA MODALITA' DI LOTTA NON VIOLENTA, SECONDO QUANTO HA SCRITTO GANDHI?

Sì, certamente. Noi scendiamo in strada con i nostri corpi, armati solo di cartelli, striscioni - e al massimo un megafono per fare qualche lettura -, al fine di rappresentare altri corpi, quelli di tutti gli animali condotti al macello.

COME SONO ANDATI I PRESIDI FINORA?

Finora direi molto bene. Al primo presidio, quello di dicembre, erano presenti un’ottantina di partecipanti, compreso l’inaspettato arrivo di una persona che si è trovata a passare di lì per caso e ha voluto unirsi a noi; il secondo direi che andato ancora meglio: fuori da ogni aspettativa quel giorno, nonostante il maltempo, si sono uniti a noi quasi duecento attivisti.


Presidio di dicembre, 1


Presidio di gennaio, 2

Presidio di gennaio, 2

le foto dei presidi sono di Marco Cioffi e Andrea Cavalletti


 CHE COSA CONTERRA' IL NUOVO SITO E COME SI COLLEGHERA' ALLA OMONIMA PAGINA SU FACEBOOK?

Da poco abbiamo un sito ufficiale che si chiama Nomattatoio . org in cui abbiamo voluto spiegare innanzitutto in cosa consiste il progetto e che poi abbiamo intenzione di tenere aggiornato di tutte le nostre attività; sul sito poi ci sono i vari collegamenti alla galleria di foto dei presidi, alla pagina Facebook (quotidianamente aggiornata con immagini e riflessioni) e all’account twitter. Più in là lanceremo anche degli eventi virtuali, dando alla campagna una visibilità sempre più massiccia sui vari social. Ci teniamo a ringraziare i due amici che ci hanno creato il sito e che sono Francesca Giannone e Daniele Calisi. Nonché le tante persone che ci danno suggerimenti, consigli e aiuti concreti. Le cose da fare sono tante, siamo partite dal nulla, ma speriamo che la campagna piano piano acquisisca sempre più una sua identità e funzionalità strategica.


IL RAPPORTO TRA IMMAGINI DI ANIMALI LIBERI E FELICI CONTRAPPOSTE A IMMAGINI DI ANIMALI PRIGIONIERI E INFELICI. COSA PENSI DI QUESTE DUE MODALITA' DIFFERENTI? COME LE CONFRONTERESTI, DAL PUNTO DI VISTA DI DIFFERENTI CONTESTI E SPERATI RISULTATI CHE SI POSSONO OTTENERE IMPIEGANDO DUE TIPI DI IMMAGINI COSI' DIVERSE?












Ecco, hai colto nel segno. Sia sulla pagina Facebook che sui cartelli che portiamo ai presidi abbiamo consapevolmente scelto di alternare immagini di animali sofferenti dentro ai mattatoi – in attesa di essere uccisi, mentre vengono sgozzati e fatti a pezzi, costretti e ammassati sui tir durante il loro primo e ultimo viaggio – ad altre in cui vivono liberi nel loro habitat o magari finalmente al sicuro in uno dei vari santuari che ospita animali salvati dai macelli o da altre situazioni di sfruttamento. Questo perché siamo convinte che solo raccontando la verità su chi siano questi individui che vengono uccisi nell’indifferenza più totale – ossia individui senzienti, intelligenti, capaci di provare una ricca gamma di emozioni e sentimenti – sarà possibile smuovere un minimo le coscienze e far riflettere sulla profonda ingiustizia della realtà dei mattatoi.
Quindi da una parte gli animali come sono e come dovrebbero rimanere, ossia liberi e rispettati – in un totale superamento della discriminazione di specie – dall’altra come, purtroppo, vengono ridotti a causa di meccanismi impliciti e sottesi a una logica di dominio che sarebbe ora di iniziare a decostruire. 










Uccidere e sfruttare gli animali non ci eleva al di sopra di loro; al contrario, ci preclude ogni possibilità di conoscerli e ci rende ciechi di fronte all’alterità. Un’alterità che è sempre arricchimento e mai sottrazione.    


Rita Ciatti e Eloise Cotronei



domenica 27 aprile 2014

Vale più una immagine (6)

Foto di

Vyacheslav Mishchenko

"Mettere in salvo una Chiocciolina che sta attraversando la strada, a rischio di essere calpestata, posizionandola in un luogo più sicuro, è anch’essa una maniera di liberare un Animale, questa volta agendo preventivamente."
Queste parole di Rita Ciatti mi sono venute in mente come associazione immediata, nel guardare le foto di Vyacheslav Mishchenko, (e, a proposito, una lumaca disegnata appare anche sul numero di Veganzetta dove è stato pubblicato l'articolo di Rita Ciatti: vedere per credere :) ).
In queste si entra in un altro mondo, in un'altra dimensione - letteralmente -  e si capisce immediatamente quanto siano minuscole, e quanto (ci) sembrino quindi tanto più esposte agli urti della realtà, che ci appare - di contro - tanto più incommensurabile. 
Salvarle, perciò, significa - come ogni antispecista dovrebbe riuscire a fare - mettersi nei loro minuscoli panni, capire e vedere le cose in modo diverso, a loro misura: anche un piccolo sentiero o una strada di paese sono lande immense e potenzialmente mortali, un muricciolo è una montagna, un fiore è un albero, una fragolina è un pasto abbondantissimo, un fungo è un casa... e via confrontando.

Sono le lumache - e gli insetti? e gli anfibi? e i rettili? - la frontiera dell'antispecismo? La risposta potrebbe essere positiva: sono loro gli 'extraterrestri' che invece ci affanniamo a cercare nel cosmo, senza renderci conto che milioni di altri mondi e pensieri, totalmente altri e incommensurabilmente non-umani sono già qui, insieme a noi, da milioni di anni. A loro dovremmo rivolgere la nostra attenzione, però nel senso di accorgerci della loro esistenza e trattandoli col rispetto che ne consegue, con la meraviglia di guardarli vivere e scoprire che anche noi - per loro - forse è come se non esistessimo.

giovedì 20 febbraio 2014

Vale più un'immagine (4)

Fonte: I have seen another world

"Io ho visto un altro mondo"...
e non è quello che si vede qui.
Non è il mondo di questo uccellino, sfocato al di là delle pareti di vetro di una prigione artificiale, costruita dagli umani, per metterci dentro tutti gli uccellini come lui: perché sono belli e colorati, perché sono piccoli.
Perché si vendono. Perché si comprano. Perché qualcuno guadagna sulla loro pelle, si arricchisce al prezzo della loro vita. 
Come non è il mondo delle decine e decine di foto che scorrono su questa pagina, foto di ogni genere di gesto di dominio, di sfruttamento, di tortura, di uccisione, di sterminio, in un crescendo vertiginoso, e nauseabondo e sconvolgente,  che gli umani fanno a tutti gli altri animali, per qualsivoglia motivo, o capriccio.

Ho scelto questa immagine perché era tra le meno cruente: tuttavia trasmette un senso di tristezza, di claustrofobia, avvinghianti. Bisogna osservarla bene, certo. Bisogna capirla. Occorre la volontà di capirla, e quindi di mettersi nelle piume di quell'uccello.

Perché non una immagine più cruenta? Perché è un tipo di discorso che sto cercando di affrontare, è una serie di spunti, idee, riflessioni, che sto cercando di portare avanti: l'ho fatto parlando delle foto di Sarah Ernhart, o pensando ai Santuari per animali liberati, oppure, ancora, condividendo le foto di Isa Leshko. Un discorso che ha preso - se non l'avvio, una maggiore profondità, da questo post del blog Il Dolce Domani.

Che immagini che ci mostrano la bellezza degli individui animali, liberi nella loro vita normale, possono aiutarci ad aprire la nostra consapevolezza alla loro dignità e al valore della loro vita, che merita e ha diritto di essere vissuta.  Che le immagini di animali felici e i racconti che mettono in luce le loro caratteristiche positive (intelligenza, empatia ecc.) toccano di più il cuore. (L'idea è di Annamaria Manzoni).
Che quindi, poi si può effettuare un confronto, tra quelle immagini di felicità e quelle di dolore, tra ANIMALI FELICI e ANIMALI INFELICI. (Ma solo, forse, se una scintilla è scattata in noi, solo se qualche corda ha cominciato a riverberare nel nostro sentimento). Che dal confronto possiamo riflettere su ciò che ci suscita, e sulle conseguenze che necessariamente dovremmo trarre a conclusione coerente: fermare da subito la tortura. Che non è un caso se gli strumenti usati dai media per convincere la gente a comprare latte, carne, comprendono immagini di animali felici (la mucca felice, la gallina che razzola libera). (perché sono immagini che funzionano)   Che tutta la pubblicità lavora in funzione della rimozione della morte: dunque noi dobbiamo usare lo stesso linguaggio mediatico, ma per veicolare il messaggio opposto, ossia che gli animali non vanno sfruttati. (Grazie Rita Ciatti). Che gli sfruttatori degli animali hanno capito così bene il valore delle parole che stanno distorcendo anche quelle valorizzate dal linguaggio antispecista, che fa crescere le riflessioni sulla necessità di rispetto verso tutti gli altri individui animali. (leggete qui). Che, dunque, le immagini sono potenti, e che danno e confermano la individualità agli animali, perché essa di fronte allo sguardo non è più negabile, né evitabile - la si può però ancora mistificare, come abbiamo visto.

Che alla parola può spettare il compito di ri-raccontare le vite degli animali, che hanno riacquistato meraviglia grazie alle immagini (la parola-così-umana, può fare surf sulle onde possenti delle immagini). Che alla parola può anche spettare il compito di raccontare, invece, le lunghe sofferenze che patiscono tutti gli animali nelle mani degli umani: perché la parola non mostra, e dunque non corre il rischio di allontanare, ma invece avvicina, e pretende lo sforzo dell'attenzione (e quindi, quelle sofferenze descritte potranno entrarci sotto la pelle). Si potrò tornare su questo pensiero.  Perché di sicuro non c'è solo questo modo di pensarlo. E perché questi pensieri devono portare all'azione, che sia davvero efficace e utile per la salvezza degli individui ancora prigionieri.

domenica 12 gennaio 2014

I veterani della guerra psichica delle ostriche blu - e oltre...

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

foto di

Vyacheslav Mishchenko


fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

Nei giorni scorsi, impossibilitato a scrivere, parlavo - scrivendo - tantissimo con altre blogger, e con persone sensibili al destino degli altri animali oltre che degli animali umani - o leggevo le note che scrivevano, trovandone tantissimi pensieri sui quali a mia volta riflettere.
Che la bomba esplosa tra le mani degli animalisti sia frutto di logiche strumentali e coercitive; e che non sia casuale: sembra ormai acclarato - per chiunque sia almeno un poco addentro i meccanismi della comunicazione di massa, della creazione del consenso, della contrapposizione di alterità artificiosamente costruite e contrapposte.
Queste sono le logiche di un autentico duello, e ci torneremo, per provare a disinnescarle - o almeno per togliere un'altra vitina al meccanismo.
Mi preme per prima cosa, invece, porre l'attenzione proprio sull'idea di alterità, intesa come separazione, come taglio, come scollamento (quindi qualcosa di opposto, per così dire, a quel che è invece la differenza, la diversità, la irriducibilità individuale, per quanto labile o effimera la si possa ritenere) e lo faccio con l'aiuto di una persona che scrive cose gentili e luminose, si chiama Francesca Fugazzi: "Se avessimo fin da subito evitato di produrre questa idea di scollamento tra noi uomini e tutto il resto, con tutte le sue implicazioni etiche, intellettuali e pratiche, oggi non ci troveremmo in questa catastrofica situazione dove l’uomo ha il predominio su tutto e il controllo su niente". Noi ammazziamo animali che neppure conosciamo, siamo i mandanti della loro uccisione, compiuta da umani altrettanto sconosciuti: "Una catena di anonimato che garantisce pance piene e coscienze silenti". Una catena che non si può spezzare usando solamente i discorsi che dovrebbero indurre all'empatia, all'amorevolezza, perché non tutti ne vengono toccati. Eppure sono discorsi fondamentali e irrinunciabili, e non bisogna smettere di farli, di ripeterli. Soprattutto alle nuove generazioni - e ci sono tanti modi per fare questi discorsi così indispensabili! "siamo disperatamente bisognosi di una generazione illuminata". Ma, ugualmente, "Non possiamo basare la nostra comunicazione su amore e pietà. E’ pericoloso, cammineremmo su un terreno sdrucciolevole.[...] dobbiamo renderci conto che l’amore e la pietà sono un plus, un bonus, soprattutto in un contesto dove l’amore è anche associato con la furia passionale che uccide (abbiamo le idee parecchio confuse su cosa siano l’amore e il rispetto)". Gli Altranimali, quindi  - e con loro la maggioranza degli umani - hanno bisogno di qualcosa di più solido di un amore che spesso si confonde con sentimenti e pulsioni per nulla altruistiche o empatiche: hanno bisogno del rispetto, rispetto del valore della loro individualità irriducibile. Perciò Francesca non si definisce animalista, che le sembra un termine troppo compromesso con un concetto disordinato di amore. Mentre invece, si sta parlando di etica e di rispetto, che prescrive di fare - o di non fare- delle cose, perché "l'alternativa non è percorribile". "Che l'animalismo sia un mezzo e non un fine. E che alla fine l'animalismo sparisca perché tutti sentiremo allo stesso modo". Mi piace il pensiero fresco di Francesca, che vedo consonare insieme a molte delle idee etiche in cui intravedo, dalla brevità della mia esperienza di esplorazione per conoscere, la vera chance per trovare le strade della trasformazione. "Ripuliamoci dalle etichette per creare menti ferme e chiare". 

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

Il duello della comunicazione, si diceva. Con Rita Ciatti, si ragionava di come si tratti di un duello affilato, senza esclusione di alcuna strategia. Eppure, man mano che riesco a riprendere a scrivere, mi pare che per fortuna, siano molti i filoni tematici a nostra disposizione, per controbattere a quello che, a ben vedere, è un discorso unico, monotematico - ancorché, reso forte dall'ampiezza di risorse, che permettono l'accesso a mezzi di comunicazione massmediatici popolari come la tivvù e i giornali quotidiani. Di conseguenza, possiamo avere a disposizione molti sentieri da percorrere, per raggiungere quante più persone possibili - cercando di contrapporre creatività e comunicazione interattiva e capillare al messaggio-unico-totale-livellante di chi segue esclusivamente la logica del 'possesso', dell'utile, del 'prezzo'. Alcuni di questi sentieri - il valore fondante dell'etica, la cogenza dell'epistemologia riorientata rispetto e oltre all'umano, ad esempio -  forse, si intravedono appresso a questo post, già nelle parafrasi e nei commenti personali ai pensieri di molti impegnati a dar seguito alle istanze animali; sono parafrasi che ho fatto perché in primo luogo sento l'esigenza di chiarire e confermare queste linee concettuali a me medesimo, per cominciare (prima di volare, occorre imparare a star saldi sulle proprie gambe). Sempre che io sia riuscito a svolgere un buon lavoro. Siamo noi, i "veterani delle guerre psichiche", cantati dai Blue Oyster Cult.  Cosa possiamo cantare a nostra volta?
fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

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"Io non ci sto a ballare al ritmo della loro musica (per loro intendo i pro-test e i media che gli vanno dietro), non ci sto a far passare in secondo piano le nostre valide argomentazioni per dare in pasto alla collettività un tifo da stadio di due fazioni contrapposte. Cerchiamo di non fare questo gioco. Se i pro-test sono arrivati a tanto, a usare le notizie sensazionalistiche, è perché evidentemente non hanno argomentazioni valide quanto le nostre, soprattutto sul piano etico. Teniamolo presente", così scrive Rita Ciatti, in una sua nota Fb. Se ne riporto uno stralcio, è perché la sottoscrivo in toto. E quante, e quanto valide siano le nostre argomentazioni, lo si può vedere anche in questi miei post. E anche perciò le ho riprese. Proprio la loro forza e la loro validità, è il motivo dell'attacco subito. I cittadini non devono accorgersi che gli 'animalisti' sono capaci di pensare, pongono domande fondamentali, propongono un'etica che è vitale anche per gli umani - gli Umanimali! I cittadini, devono vedere solo degli esaltati che odiano il genere umano e si battono per salvare maiali e topi, e urlano slogan violenti, e si vestono male, e mangiano strano, e hanno stranissime idee sui rapporti tra umani e tra umani e altri animali.
Noi dobbiamo - e possiamo - essere capaci di perforare questa spessa cortina di luoghi comuni in cui ci vogliono avvolgere. Possiamo - e dobbiamo - avere la consapevolezza di come ci facciamo conoscere, come se ci vedessimo dall'esterno - senza che ciò tolga un grammo alla nostra passione, al nostro dolore per le sofferenze inflitte agli altri animali, alla nostra ansia per loro. La nostra ansia urgente di fare qualcosa in loro aiuto deve guidarci nelle scelte di comunicazione - che è già azione - e di azione - quando è pratica, quando è attivismo, quando si configura come divulgazione, come racconto, come desiderio di empatia condiviso con i più ricettivi e sensibili - i bambini, come scrive Francesca.
Se i media mainstream non ci danno spazio, possiamo - e dobbiamo - usare altri media, altri canali, altri metodi.  Tra i tanti metodi - inventati per risvegliare le menti, per riaccendere le consapevolezze, per rincuorare l'empatia  - ho pensato alla musica. Musica come questa ninnananna

Esiste una musica 'animalista'? E può evolvere e arricchirsi di espressività ed espressioni? E quali messaggi - e come - può far arrivare?
Proverò a rispondere a questa domanda, ma intanto, sono convinto che tra le strade che noi possiamo usare, proprio la musica, l'arte, la poesia, intese come forme di comunicazione dirette e orientate all'empatia e alla condivisione, possono essere tra le più efficaci. Vanno a parlare direttamente alla mente e al cuore di chi ci sta davanti, lo interpellano in prima persona, gli fanno domande, lo accompagnano a scoprire e a prendere consapevolezza. Lo sollecitano e lo scuotono.  (- continua)


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