Visualizzazione post con etichetta gatti. Mostra tutti i post
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venerdì 17 luglio 2020
domenica 12 gennaio 2020
Una ragazzina, un gattino e un piattino tra di loro
venerdì 22 febbraio 2019
Kitbull
Tanti anni fa, nel giardino della tua casa di infanzia, un piccolo gatto rimase per giorni intrappolato tra i rami di un albero. Lo sentivamo miagolare, ma non lo vedevamo: era piccolo piccolo, la sua intraprendenza, o chissà che, lo aveva portato a salire sul ramo di un albero, infilandosi tra le foglie fitte, dove era rimasto intrappolato.
Come in Benny Hill, i pompieri uscirono davvero per venire a salvarlo: tirarono fuori un microgatto, nero e arruffato, stanco e affamato, ma deciso a vender cara la pelle e ad affettarci tutti, coi suoi artigli, che sfoderò immediatamente, mentre soffiava. Il gattino di Kitbull, te lo ha ricordato immediatamente.
giovedì 7 giugno 2018
Kedi, Istanbul città dei gatti
La città degli umani e la città dei gatti si sovrappongono sulle stesse case, strade, ma non sono la stessa città.
sabato 24 marzo 2018
... e il gatto
Artista: Utagawa Hiroshige (1797‐1858)
Titolo: Risaie ad Asakusa e la festa di Torinomachi.
Data: 1857
martedì 28 novembre 2017
Canile e Gattile Lilli e il Vagabondo - Canile 3.0 Ep.#04.2: "ma magari quello li, è il miocane..."
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| Lui è Eugenio, 1 anno, cerca casa dalla pagina FB Canile e Gattile Municipale Lilli e il Vagabondo di Parma |
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| dalla pagina Facebook del Canile e Gattile Lilli e il Vagabondo di Parma |
Ecco: subito un bel cane e un bel gatto neri, per introdurre la seconda parte del video che Luca Spennacchio ha girato al Canile e Gattile Municipale Lilli e il Vagabondo di Parma.
Il colore nero è uno dei tanti sciocchi miti da smontare, tra quelli che affliggono cani e gatti e che è nell'elenco dei motivi per cui canili e gattili esistono. Che fanno tutti capo - chi più, chi meno - alla profonda non conoscenza sia di chi sia un cane, sia di chi sia un gatto.
martedì 21 novembre 2017
Canile e Gattile Lilli e il Vagabondo - Canile 3.0 Ep.#04.1: la superficialità degli abbandoni
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| dalla pagina Facebook del Canile e Gattile Municipale Lilli e il vagabondo di Parma |
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| dalla pagina Facebook del Canile e Gattile Lilli e il vagabondo di Parma |
... e finalmente ecco la nuova puntata del progetto on the road di Canile 3.0. Un ritorno 'al lavoro' in grande stile: la visita al Canile e Gattile Municipale di Parma è infatti divisa in due parti.
sabato 10 dicembre 2016
Fare, o non fare... non c'è provare!
di Francesca Sicali
"Viviamo in un mondo frenetico, dove molto spesso la malattia e la morte
vengono visti come mali da distruggere, dimenticandoci che fanno parte
della nostra vita.
Siamo fatti di azioni e spesso "il non fare", o semplicemente "l'accompagnare", viene percepito come una non azione.
A volte, ci accaniamo troppo, senza pensare cosa veramente voglia il malato, semplicemente perché non vogliamo accettare quello che è la fine e ancor prima quello che è il decorso di una malattia.
In pratica, abbiamo paura.
Forse non abbiamo paura della morte in sé, ma semplicemente dell'assenza e talvolta cerchiamo di ritardare tutto egoisticamente, per poter dire: "io ho fatto", oppure: "almeno ci ho provato".
Personalmente, ho scelto di fare quando c'è qualcosa da fare, ma vivo il "non fare" come un'azione tanto quanto il fare.
Quando ho davanti un animale stanco, ammalato, o con blande probabilità di superare interventi, quando ho davanti delle recidive post intervento, io scelgo l'azione del "non fare".
Ciò non vuol dire non fare nulla.
Semplicemente, lo accompagno verso la direzione che sceglierà di prendere la sua malattia.
Si cureranno i sintomi, senza andare alla radice di tutto per dare un nome a quella cosa che lo affligge.
Cerco di supportarlo in ogni suo bisogno e cerco di essere sempre presente.
Talvolta, una giornata sul divano passata insieme, una carezza, un cibo prelibato, serve molto di più di mille indagini, o di farmaci che servono semplicemente a dover rallentare quello che è più naturale nel mondo... ovvero la morte.
Noi nasciamo, cresciamo, ci ammaliamo e ce ne andiamo e questi sono processi naturali della nostra vita.
Io, tra il penultimo e l'ultimo di questi processi, ho deciso di dedicare tutto quello che di buono posso offrire.
Quindi, il mio "non fare", in alcuni casi, lo vivo come una delle più belle azioni che posso offrire a chi mi sta vicino."
Siamo fatti di azioni e spesso "il non fare", o semplicemente "l'accompagnare", viene percepito come una non azione.
A volte, ci accaniamo troppo, senza pensare cosa veramente voglia il malato, semplicemente perché non vogliamo accettare quello che è la fine e ancor prima quello che è il decorso di una malattia.
In pratica, abbiamo paura.
Forse non abbiamo paura della morte in sé, ma semplicemente dell'assenza e talvolta cerchiamo di ritardare tutto egoisticamente, per poter dire: "io ho fatto", oppure: "almeno ci ho provato".
Personalmente, ho scelto di fare quando c'è qualcosa da fare, ma vivo il "non fare" come un'azione tanto quanto il fare.
Quando ho davanti un animale stanco, ammalato, o con blande probabilità di superare interventi, quando ho davanti delle recidive post intervento, io scelgo l'azione del "non fare".
Ciò non vuol dire non fare nulla.
Semplicemente, lo accompagno verso la direzione che sceglierà di prendere la sua malattia.
Si cureranno i sintomi, senza andare alla radice di tutto per dare un nome a quella cosa che lo affligge.
Cerco di supportarlo in ogni suo bisogno e cerco di essere sempre presente.
Talvolta, una giornata sul divano passata insieme, una carezza, un cibo prelibato, serve molto di più di mille indagini, o di farmaci che servono semplicemente a dover rallentare quello che è più naturale nel mondo... ovvero la morte.
Noi nasciamo, cresciamo, ci ammaliamo e ce ne andiamo e questi sono processi naturali della nostra vita.
Io, tra il penultimo e l'ultimo di questi processi, ho deciso di dedicare tutto quello che di buono posso offrire.
Quindi, il mio "non fare", in alcuni casi, lo vivo come una delle più belle azioni che posso offrire a chi mi sta vicino."
Grazie, Francesca
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| Casa Francesca di Progetto Quasi |
Incontrata a Torino Spiritualità, insieme a Fabiana Rosa. Lo vedi subito che è una di quelle persone con la 'Forza' dentro, che le percorre tutte e le rende resilienti.
Di queste sue parole, mi ha colpito molto la lucidità e la chiarezza con cui parla di una cosa che, a viverla, rischia di essere attorcigliata sul dolore, che offusca la chiarezza, la serenità del pensiero.
Il ricordo della mia Stella morta male mi è subito balzato al cuore: Lei - STELLA - è un qualcosa di cruccio vulnerabile che mi accompagnerà sempre, fino a quando anche a me toccherà di morire. Anche per questo, oltre che per le riflessioni che ho in passato provato a fare e che continuerò a fare su questo tema, sono felice e grato che Francesca abbia accettato di mettere come post del mio blog, questa sua riflessione così limpida e chiara.
domenica 4 dicembre 2016
Il Giardino-Casa di Quark (e adesso di Joe) - 1
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| Per il Giardino, di qua... |
Dopo più di un anno, hai ritrovato Alessandra Boccalate, la 'mamma' di Quark e del suo Giardino, alla sera della presentazione del libro di Luca Spennacchio. E hai cominciato a dirle dell'eventualità di un bel post sul Giardino - dove tu hai iniziato a conoscere il mondo del volontariato e degli operatori dei canili, un po' di anni fa. Quindi, dal momento che questo tipo di conoscenza ed esperienza era stato - col senno di poi - forse il migliore che avresti potuto sperare di trovare, considerando che partivi da quasi zero, quando hai rivisto Alessandra alla fine della sera poetica con Valentina Veratrini, le hai proposto di trovarsi in rifugio, un pomeriggio, per fare foto e per raccontare il Rifugio. Quel che segue, è il risultato di quella chiacchierata - e di alcuni messaggi internettiani. Il post, per la quantità e la bellezza delle foto, si divide in due. Non volevi rinunciare a questo viaggio virtuale spaziotemporale tra i fiori, i cani e i gatti del Giardino.
Questa è la prima parte.
Questa è la prima parte.
A:
"Sentendo parlare Luca mi son resa conto di quanto sia diverso il Giardino di Quark da ogni altro canile. Nella mente di tutti restano sempre un canile, un box. Quando sono andata al rifugio l'altra sera dopo la conferenza ero ancora più contenta... i nostri piccoli non erano in un box ma nella loro cameretta, nella loro casa. Non isolati ma anzi più sereni che in moltissime famiglie."
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| Nera per caso... |
G
"Mi ricordo: ognuno ha la casetta arredata secondo le sue esigenze. E per quel che dici, a proposito del fatto che stanno meglio al rifugio che in molte famiglie, sono d'accordo. Le famiglie dove un cane sta male sono molte, e sono quelle dove il cane è visto e vissuto come qualcosa e non qualcuno e dunque non ha spazi suoi propri, soprattutto non ha spazi di libertà espressiva.".
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| Una casa nel bosco fiorito? |
A
"Sì, certo, proprio vero: qualcuno e non qualcosa. E anche: 'quel' cane e non 'un' cane.
"Luca diceva che nei canili ben che vada si dedicano pochi minuti veri e di qualità a ciascun cane. Da noi non è cosi. Sono in compagnia almeno 12 ore ogni santo giorno e a ognuno è dedicato tempo e loro sono insieme a noi, si muovono in mezzo a noi mentre si fanno le cose. Queste è importante. Cani di famiglia più felici di quand'erano in famiglia!"
Metti insieme il racconto di Luca e quel che ricordi del Rifugio e ti accorgi che ce ne sarebbero di cose da dire del Giardino di Quark! Intanto, per sgombrare il tavolo dalle cianfrusaglie, pensi che sia importante sottolineare che una struttura-canile - se è 'solamente' ineccepibile sotto il profilo costruttivo-spaziale (ma su questo punto si apre una ulteriore questione: gli spazi a settori e corsie invece che con soluzioni meno confinatrici, per dire), e poi dal punto di vista organizzativo: allora quello è solo il punto di partenza. O così dovrebbe essere. Sei d'accordo con Alessandra: quel che conta sono le persone, e le ore effettive di presenza coi cani. Perché i cani - ce lo ricordiamo? - sono animali sociali. Toh: proprio come noi. Quindi, fuori dall ufficio! di corsa in mezzo ai cani, tra l'erba, la terra, gli alberi, le cucce, le piastrelle, le coperte e tutto il resto che compone il mondo esperienziale del rifugio per loro e che deve essere a loro beneficio esclusivo.
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| Qui si prende il sole |
La realtà del Giardino è quella di un luogo che è famiglia, un grande branco interspecifico, cani e umani insieme, a fare cose insieme e a vivere insieme. Siamo già oltre al concetto di 'buone pratiche', che rientra - ma non la completa - nella nozione di canile 3.0.
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| Fiori di benvenuto |
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| Estate... |
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| Qui si corre |
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| Fiori ovunque |
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| Cani, è ovvio |
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| ... e gatti |
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| ...e cani |
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| La cucina |
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| Parco Gatti - come Aoshima |
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| La 'dieta acquatica' di Joe |
venerdì 18 marzo 2016
mercoledì 17 febbraio 2016
giovedì 24 aprile 2014
2014 - Untouched: shortmovie di Marco Paracchini
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| Novara centro |
courtesy from Marco Paracchini,
paracchinilab e il website di M.P
23 aprile 2014 15:27,
caro
Marco, finalmente, ho visto il tuo cortometraggio.
Dire che mi è piaciuto è scontato, ma
non è il complimento fatto per amicizia, credimi. Il film mi ha
incuriosito e intrigato, e poi affascinato, sorpreso, perfino divertito
(in maniera agrodolce), e alla fine immalinconito.
Varie le considerazioni personali da fare, nel dettaglio: sull'estetica, sulla resa, sul messaggio.
ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER
L'estetica è quella della solitudine post moderna: tante case cubicoli
che sono sempre più non luoghi, persino nella provinciale Novara; accoglienti,
persino tecnologiche, ma in fondo fredde e impersonali. Con una pentola, un
piatto, la televisione. I cubicoli si trovano in centro città, in una casa che - per via dei
dettagli che si vedono e che la raccontano, come la statua, la ringhiera
in ferro battutto, i colori delle pareti, - dev'essere di quelle
restaurate e costose. divise in appartamenti, tutti messi in affitto. Questa solitudine, raccontata
attraverso la giornata tipo di questa bella ragazza e di questo bel
ragazzo (son tutte belle, le persone nel tuo film, a proposito), si
esplica e si sublima attraverso il rapporto coi cellulari: tutti, nel film, stanno sempre a comunicare a un(')
assente, col pensiero a un altrove che non è mai dove si trovano in quel
momento. Da qui, mi sembra derivi spaesamento, esemplificato dal panino mangiato nello
sgabuzzino, oppure e ancor più, lo spuntino consumato stando a cavalcioni delle mura romane dietro un palazzo signorile, che i novaresi possono riconoscere come il Conservatorio - ed è una scena di grande impatto, cioè molto sorprendente per come si sviluppa e prende il volo; dal (voler) essere altrove, deriva anche afasia, una incapacità di comunicazioni 'calde',
cioè con altri esserei viventi, faccia a faccia, a meno che non siano
quelle funzionali e strumentali del lavoro, dell'impiego, della
professione, delle necessità basic come fare la spesa al discount. Tutto
questo, genera, mi genera, dei sentimenti di cui poi dirò.
La
resa: sono rimasto davvero senza fiato a vedere Novara da una prospettiva a
volo d'uccello! Le riprese aeree, ma anche il taglio di quelle a terra, i
fuochi, le luci, gli scorci, le location, l'hanno resa una città irriconoscibile,
più bella e affascinante e in certo modo più misteriosa e cosmopolita
di quello che realmente è. In certi momenti, non l'ho riconosciuta, ed è
sembrata una città in cui avrei voluto vivere. In certi momenti, mi è
sembrata la Tokyo di "Lost in translation"; anche il destino dei due
personaggi si assomiglia, ma qui è persino più solipsistico e triste di quello dei due
americani a Tokyo nel film della Sofia Coppola.
Il
messaggio. La parola è brutta. Forse meglio se uso una parola come 'il racconto', o 'la
storia': ché di questo si tratta. C'era una volta una bella dama e c'era
una volta un valido cavaliere, che tutti i giorni affrontanvano con
coraggio muto e rassegnazione, gli impegni dei loro compiti lavorativi.
Fuor di 'once upon a time', e nel presente: tutti sono isolati, anche se
in mezzo agli altri; si schermano, si schierano, dietro al volante,
dietro alle cuffie, oppure sfogliando libri di cui non gli importa
veramente, oppure consultando lo schermo del pc; oppure cenando come
profughi davanti al fuoco digitale dello schermo tv lancia-immagini
anestetiche. Troppo pessimista? In fondo, le immagini sono per Marco Paracchini un
grande valore, un grande tesoro, un'avventura di scoperta. Ma qui, il
ragazzo e la ragazza, quest'avventura non la colgono - nemmeno che la
rifiutino, è proprio che nemmeno si accorgono che esiste. Infatti, per tutto il
giorno, mandano messaggi a un qualcun altro in un altro altrove,
presumibilmente identicamente-non-diverso; o altrimenti, diversamente-identico a quello dove trascorrono le loro ore, dove si lasciano
trascorrere sugli abiti e tra i capelli e la barba le loro ore che non
sono più loro, ma sono indifferente tempo-(s)perso che se ne va per
conto proprio, sgocciola via e rimane immobile e contemporaneamente è anche ciclico. Questo qualcun altro non sappiamo chi è e/o perché è -
sappiamo, o crediamo di sapere che il messaggiare con esso procura
gioia (?), sollievo (?), distrazione (?) ai protagonisti, ma anche ai
comprimari. Che di fatto possono benissimo essere considerati
intercambiabili - e il fatto che l'obiettivo segua le loro giornate
anziché quelle della collega di scrivania o della ragazza al desk di
libreria, tanto per fare un esempio, pare del tutto casuale, i due protagonsti non sembrano possedere un significato speciale rispetto alle altre persone sullo sfondo.
Inizialmente, si può pensare che comunichino tra loro, ma no, non è così. Nel corso della storia, tra l'altro, per una certa manciata di minuti, ho creduto, ho aspettato, ho pensato, che in qualche modo si sarebbero incontrati. Ho pensato
che il caso li distrarrà dai cellulari, distrarrà i loro sguardi dai
piccoli schermi per alzarli alla luce della realtà fatta di altre
persone. Ma no. Non succede. Ciò mi suscita sia malinconia che rabbia,
che poi trascolorano in constatazione che oggi questa è la realtà: non
si possono - non si devono - né avere né mostrare sentimenti a tutto
tondo, emozioni forti, parole gridate. Perciò, anche il mio stato
d'animo abbassa il volume, coglie il fatto che la storia filmata
registra una realtà generalizzata - ma solamente in una porzione di pianeta che
non è tutto il pianeta, anche se si illude - in modo ingenuo, con mente
embedded - di esserlo.
E all'arrivo del mattino dopo, il mio sorriso è
amar-sarcastico per la sorpresa del guizzo (un finale alla Frederic Brown ma non troppo - se Frederic Brown fosse intimista), nello scoprire che la bella ragazza e il bel
ragazzo sono dirimpettai. Magari è la prima volta che si incontrano: e
ciò renderebbe ancor più drammaticamente 'spaventosa', la loro
reciproca reazione, che è poco più di un sorriso soffiato sulle labbra
increspate, occhi bassi, e poi ciascuno via - l'altro vivo e reale e presente e concreto è già dimenticato (per timidezza, o per diffidenza, o per indifferenza, o per incapacità?):
non è importante, presto arriverà un nuovo sms, anzi è già arrivato da
l'altro altrui in altro ulteriore altrove solitario.. Nessuno tocchi
nessuna bolla, ché altrimenti esplode. E le conseguenze sarebbero troppo
imprevedibili da sopportare. Ma - io credo - sarebbero la vita.
Una considerazione maturata dopo aver scritto questo testo (scritto di getto via email e adesso riportato qui, ma con un lavoro di autoediting approfittando della rilettura): ritorno a rivedere le case dove abitano il ragazzo o la ragazza. Sono case impersonali, e l'ho scritto. Ma sono anche case inanimate. Non c'è nulla di vivo dentro. Per esempio, non c'è un cane, non c'è un gatto - né potrebbe esserci o viverci (o viverci bene) perché non sono ambienti a misura di esseri viventi; l'assenza di altri viventi con cui avere scambi, principalmente comunicativi-emotivi, fa avvizzire anche la capacità di socializzare con gli altri umani, ai quali si preferiscono le interfacce elettroniche - perché sicure, prevedibili, rassicuranti, prive di sorprese impreviste. E in questo rispecchiano in piccolo ciò che in grande sono diventate le nostre città. Le città non sono più ospitali per i viventi che le abitano, quegli umani che si suppone potrebbero e dovrebbero essere capaci di crearsi un ambiente vivibile, attraversabile, anziché un luogo che è a loro stessi ostile e impraticabile. La non presenza di animali è il segnale più chiaro di questa invivibilità: se gli spazi disegnati e costruiti non sono più in grado di accogliere i viventi che ne sono i destinatari principali, allora spariscono, cancellati, anche gli altri viventi che invece questi spazi li hanno subiti fin dall'inizio. Ma questo è un discorso - di zooantropologia, di margini e bordi, di relazioni e comunicazioni e linguaggi 'politici', cioè della polis - che ha bisogno di altri spazi e altri momenti. Per ora mi fermo qui, a rivedermi il corto di Marco Paracchini
Una considerazione maturata dopo aver scritto questo testo (scritto di getto via email e adesso riportato qui, ma con un lavoro di autoediting approfittando della rilettura): ritorno a rivedere le case dove abitano il ragazzo o la ragazza. Sono case impersonali, e l'ho scritto. Ma sono anche case inanimate. Non c'è nulla di vivo dentro. Per esempio, non c'è un cane, non c'è un gatto - né potrebbe esserci o viverci (o viverci bene) perché non sono ambienti a misura di esseri viventi; l'assenza di altri viventi con cui avere scambi, principalmente comunicativi-emotivi, fa avvizzire anche la capacità di socializzare con gli altri umani, ai quali si preferiscono le interfacce elettroniche - perché sicure, prevedibili, rassicuranti, prive di sorprese impreviste. E in questo rispecchiano in piccolo ciò che in grande sono diventate le nostre città. Le città non sono più ospitali per i viventi che le abitano, quegli umani che si suppone potrebbero e dovrebbero essere capaci di crearsi un ambiente vivibile, attraversabile, anziché un luogo che è a loro stessi ostile e impraticabile. La non presenza di animali è il segnale più chiaro di questa invivibilità: se gli spazi disegnati e costruiti non sono più in grado di accogliere i viventi che ne sono i destinatari principali, allora spariscono, cancellati, anche gli altri viventi che invece questi spazi li hanno subiti fin dall'inizio. Ma questo è un discorso - di zooantropologia, di margini e bordi, di relazioni e comunicazioni e linguaggi 'politici', cioè della polis - che ha bisogno di altri spazi e altri momenti. Per ora mi fermo qui, a rivedermi il corto di Marco Paracchini
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