" (...) ora che ho conosciuto cosa si prova a tenere in braccio un agnellino come farò a tornare davanti al mattatoio?" è la "domanda prepotente" che Rita Ciatti si è posta, raccontando della sua visita a The Green Place, (qui la pagina facebookiana di questo rifugio).
Ma Rita conclude anche dicendo: "In qualche modo dovrò pur farcela perché noi il 31 gennaio si ritorna lì, davanti al mattatoio di Roma per dare visibilità all'olocausto animale che si consuma all'interno".
La domanda prepotente è esattamente quella per cui è stata creata la strategia dal nome "la carne felice" - un ossimoro di cui stupirsi, se non fosse che nasconde quantità smisurate di sangue e dolore e morte. In realtà, a me personalmente, fa rabbrividire, per il contenuto di violenza che riesce a veicolare senza parere.
La strategia della carne felice, infatti, è strumentale all'occultamento di quello che capita realmente agli 'animali da reddito', sulla loro pelle, sulle loro piume, sul loro vello, tutti i giorni, ogni giorno, moltiplicato per migliaia, pe millioni di volte - in una scala statistica di mero calcolo, che azzera, annienta - ignora ancora prima - le vite di individui nati con una forma diversa da quella animalumana, ma che non per questo non desiderano scampare al dolore, sfuggire alla morte, evadere dalla prigionia.
Come agisce, in breve, questa strategia?
Per esempio, facendo leva sulla compassione delle persone che vanno al supermercato, rassicurandole che 'la loro carne' proviene da "animali rispettati nelle loro esigenze e nutriti in modo sano e biologico, secondo le regole della filiera corta e della tracciabilità"; per cui, a questi animali, non è riservato il destino cruento che comunque i filmati animalisti hanno portato allo scoperto (e col quale, dunque, ormai, piaccia o meno all'allevatore, occorre fare i conti). Con la coscienza a posto, si immagina allora, il compratore, non smetterà di acquistare dalle lunghe file del bancone della macelleria, i suoi vassoietti polistirolosi di pezzi di animali uccisi e incellofanati. Sul 'senso di colpa' e sul modo di disinnescarlo, è illuminante quanto viene attuato da CIWF (Compassion in Word Farming) : "CIWF rappresenta una di quelle iniziative, oggi sempre più alla moda,
che rientrano in quella che viene chiamata “produzione di carne felice”.
In altri termini, l’allevamento rispettoso dell’Animale e delle sue
esigenze etologiche finché non viene mandato al macello" - così scrive Aldo Sottofattori, riflettendo sulle insidie della strumentalizzazione della compassione.
Non a caso, Bioviolenza e CA - Campagne per gli Animali, hanno promosso un appello per fare chiarezza in merito.
Molti che mangiano carne, non hanno difficoltà ad ammettere che non sopporterebbero di vedere persino filmati dove si documenta quel che accade agli animali - negli allevamenti prima, nei lunghi viaggi durante, e al mattatoio poi, infine.
Da contro-esperienza, altrettanto potente, quindi molto fa la possibilità di conoscere alcuni di questi animali di persona, vivi e liberi, in quelli che sono i santuari per animali liberi - sul modello degli 'animal sanctuaries' di impronta anglosassone. (C'è una lista, speriamo parziale, e in crescita, dei santuari nel mondo, su Wikipedia). Chissà: se molte più persone avessero la possibilità di conoscere più da vicino 'chi' normalmente incontrano solo nel piatto, magari ci sarebbero maggiori conseguenze positive per questi individui altranimali. Scoprire che una mucca è capace di fare le fusa quando la gratti, e che è felice e tenerissima quando è insieme al suo bambino; scoprire che a una scrofa piace stendersi al sole e quando le fai i grattini muove la gamba posteriore esattamente come fanno i nostri cani; scoprire che le galline ti riconoscono e ti danno il benvenuto quando ritorni a trovarle e amano sedertisi sulle gambe per farsi accarezzare (e si potrebbe continuare con tanti aneddoti), non può non lasciare indifferenti - qualunque sia l'entità del pensiero provocato da questo incontro inaspettato. A patto che l'incontro sia un incontro e non qualcosa d'altro: la 'fattoria didattica', dove i bambini possono accarezzare gli agnellini o salire sul cavallo, o dar l'erba alla capretta, sono a forte rischio di rinnovata e ulteriore 'falsa narrazione', proprio quandio ci sembrava di essercela lasciata alle spalle. Una narrazione dove, comunque, l'uomo è il protagonista, questa volta buono e generoso, mentre gli altri animali non hanno mai l'occasione di esprimere / esprimerci i loro punti di vista, fatti di pensieri, di richieste, di speranze, di sogni, di progetti e di paure, tanto quanto sono caratterizzati dagli stessi elementi anche i nostri punti di vista sulla vita e sul mondo.
Una narrazione - quella dell'uomo comunque centrale, ma dalla faccia buona - che ha gioco facile e che le nostre orecchie accolgono quasi spontaneamente, perché i dubbi che la strategia della 'carne felice' intende silenziare, ormai, si sono affacciati: ma davvero agli animali succede quello che ho visto nei filmati? Perché, in effetti, la differenza tra gli allevamenti intensivi e quelli 'rispettosi del benessere degli animali', non sembra poi così decisiva e netta.
E la 'carne felice' è un abominio (innanzitutto, linguistico, degno della neolingua della distopia orwelliana) dal punto di vista di chi si impegna perché la vita e la libertà - invece della prigionia e la morte - siano il destino per milioni di animali; e per chi sa ma non vuole vedere, e volta la testa, la 'carne felice' è una ipocrisia.
La 'carne felice è un mito' (ma non nel senso degli 883!), di quella che con paroloni difficili possiamo chiamare 'mitopoiesi antropocentrica specista'.

