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sabato 22 settembre 2018

Chi lo dice: Atto di Dio



Tu sei un blog che ha quasi cinque anni. Sei il blog di Giovanni, che ti ha fatto nascere quasi cinque anni fa. Ti ha fatto nascere perché voleva un blog, che fosse tutto suo, e sul blog voleva scrivere delle cose che gli interessavano.

Tu sei un blog che, quando si guarda dentro, si scopre pieno di immagini e ancor più pieno di parole. Ma forse, parole e immagini, sono quasi a pari, perché c'è stato un anno intero, o quasi, quando sul blog, di parole, non ne sono apparse nemmeno una.

A te, blog, comunque, ti hanno detto che ti chiami La Confidenza Lenta. Ti piace come nome, ti fa immaginarti in un posto, dove sei per raccontare storie. Un giorno, ti piacerebbe raccontare la tua, di storia. Oggi, però, devi raccontare un'altra storia.

Questa altra storia che devi raccontare, apparirà sulla tua pagina, perché sei un blog che si presenta fatto di pagine e queste pagine scorrono sugli schermi dei computer di chi viene a visitarti.

Questa altra storia la devi raccontare, ma è un dovere che è anche un piacere. Così, puoi dire anche che sei un blog che la storia, questa storia, la vuole raccontare.

Così, ti accorgi che, in men che non si dica, le storie che vuoi raccontare, sono già due.
Una però deve aspettare: quella che deve aspettare e la storia che parla di te, che sei il blog La Confidenza Lenta, che Giovanni ha fatto nascere quasi cinque anni fa.

Invece, non aspetterà la storia dell'Atto di Dio: che è una storia raccontata da Giacomo Nanni...


martedì 15 agosto 2017

La guerra sulla pietà

... e se io incontrassi un'orsa...


Le immagini di KJ2 uccisa, ti hanno catapultato coi ricordi al passato. 
Hai provato l'irresitibile necessità di scrivere queste righe, che avrebbero voluto esser brevi ma che rischiano di essere lunghe - e molto probabilmente esorbitanti, inconcludenti: siete avvisati!
2013. Abitavi in montagna. Per una serie di sfortunati eventi, ti ritrovasti faccia a faccia con la salma di un cervo. Lo hai raccontato, con tutti i dettagli, qui
Oggi forse non lo scriveresti così, ma molti dei pensieri lì esposti, non sono cambiati  - e forse, quello che allora era un bambino (e che allora ti impressionò proprio perché si trovava tra gli adulti spettatori di quel ludibrio, scempio di cadavere), oggi sarà un giovane e implacabile cacciatore, sicuro della giustezza delle sue azioni di 'contenimento' degli animali. Più nessuna sorpresa nei suoi sguardi, solo crudezza piatta.
Però, del cervo quel viso, quegli occhi ormai muti, accecati della loro brillante luce vitale dalle pallottole dei cacciatori, non te li dimentichi più. Anche quel bellissimo cervo come l'orsa era adagiato - le membra scomposte e rigide, il pelo sporcato dalla caduta nella morte, per via della spinta potente e irresistibile del proiettile dentro nel corpo - sul pianale semi arrugginito e scolorito di un furgoncino - quelli azzurro-verdi, dozzinali, non belli, solamente utili e poco costosi.  Attorno a lui, come orchi, i cacciatori che lo avevano scovato, perseguitato, sfinito, inseguito e ucciso, quella mattina. Ora che il sole stava calando, proiettavano le loro piccole ombre deformi sulla bellezza di quel corpo - che loro non avrebbero mai compreso, anzi nemmeno vista. Parlavano, a borborigmi crudi e stridenti: di cartucce, di cani, di bastoni, di catene, del bosco (il 'busc'); del peso della 'bestia', di quanto si tira su con la sua carne, con la sua pelle per il tappeto, con la sua testa, con le sue corna.

Una violenza fine a se stessa, che si perpetua anche in migliaia di piccoli grandi gesti prepotenti degradanti.

qui siamo a Pinzolo: notate i fiori sul capo della mucca?

Fu allora che lo baciasti, in un impeto - una provocazione? una sfida? Una opposizione, un rifiuto verso la loro esistenza umana, i loro pensieri grondanti violenza perenne (!). Un saluto, una richiesta di perdono, un omaggio alla bellezza (!). Baciasti il viso del cervo, sulla sua guancia. Un bacio veloce, rapito, rubato. Sporgendoti sul pianale, che fu come sporgersi sull'abisso: della morte, della violenza - forse l'abisso di Nietzsche. Ma un abisso voraginato dagli umani, una trincea scavata nella guerra sulla pietà - ché di questo stiamo provando a pensare.
Non hai immagini del cervo, solo ricordi...

... ricordi identici a questo, in ogni dettaglio squallido e doloroso...

... e perciò, ben comprendi che quello che a prima vista potrebbe sembrare un gesto unico - il mostrare il risultato di una caccia agli amici in paese - è in realtà un singolo episodio di una sequenza molto, troppo lunga, che i cacciatori imbastiscono ormai senza soste; e che questa sequenza è una delle battaglie di questa guerra: una battaglia campale, che inanella vittime, cadaveri, in continuazione, tra gli altri animali. Ci sarebbe anche da accennare al discorso delle immissioni di animali in boschi e ambienti ormai svuotati, le cosiddette ripopolazioni: boschi assediati da città e ambienti antropizzati, nei quali è facilissimo per qualsiasi animale incappare. Troppo-pericolosamente-facile. E allora, si parla di sovrappopolazione, di invasione, di pericolo. E allora, la parola passa ai fucili, come se avessero bisogno di una ulteriore copertura -oltre alle innumerevoli deroghe, licenze, eccezioni di cui già godono.
 (Nota: una delle immagini circolanti, descritta come l'immagine del cadavere dell'orsa, in realtà la ritraggono anestetizzata, quando, mesi fa, venne catturata per metterle il radiocollare; ma poco importa: siamo nella logica del discorso del pathos - anche caotico, quindi -  delle immagini.)


Perché hai baciato il cervo? Ricordi benissimo che avevi, netta in mente, questa immagine:

...solo di recente hai scoperto la probabile vera origine di questa foto, che dunque è un fake!

Solo di recente hai scoperto i retroscena più probabili di questa foto. Ma allora era decontestualizzata - o meglio, ri-contestualizzata (ma, obietti: le mani sulle spalle che sembrano trattenerlo?).
La potenza astratta della immagine - fu quello che ti rimase impresso. Al netto. Non sai, ora, dire se ricavare ispirazione irresistibile da una immagine che è bugiarda - se ricavare un bene da un male - sia qualcosa che (ci) si possa permettere o auspicare sempre, o per sempre (forse no).  Però, quando baciasti il cervo, tu ti sentivi come pensavi si sentisse il ragazzo nella foto. E, di sicuro, il tuo gesto fu sincero; di sicuro, suscitò sorpresa. Siamo in guerra, giusto? Allora: la propaganda, la disinformazione, la strumentalizzazione, possono, potrebbero, prendere strade inaspettate, indesiderate dagli stessi autori della propaganda. Ci si può appropriare del messaggio dell'avversario, piegarlo, depotenziarlo, rendendolo innocuo o addirittura rivolgendolo capovolto e trasformato, da punto debole a punto di forza (stai pensando a un film come 'Pride'). 


Mentre stai scrivendo a getto continuo, insegui i pensieri prima che scappino, ma in questa maniera altri ricordi arrivano a farsi ricordare: ricordi dove gli animali nei boschi sono protagonisti. 

Ricordi la corsa a precipizio di due camosci: stavi salendo un sentiero estivo in un bosco - all'improvviso, a monte, alla tua destra, un fragoroso frusciare di foglie e rami, che si spalanca in un lampo verde e nocciola di corpi, zampe, ciottoli, erbe, terra, sole sul tratto di sentiero a due metri davanti a te: due giovani camosci correvano a precipizio, verso valle. Lungo una discesa ripidissima, velocissimi. Non hai avuto paura, ma solo meravigliata sorpresa - sentivi con certezza che loro ti avevano individuato, tu, lentissimo arrancante in salita semipianeggiante, ben prima che tu potessi anche solo iniziare a sentire il loro avanzare, per cui erano certi che ti avrebbero evitato con  estrema facilità, con noncuranza. 

Oppure: ricordi te che guidi, tra i tornanti montani, in una sera di luna piena, stai salendo verso la  fine della valle. All'uscita dalla galleria: un cervo sovrumanamente gigantesco, sta dritto in mezzo alla strada. fermo, calmo, si guarda attorno, muovendo piano la testa -le sue corna sono immense. Vicino a lui, più piccoli, due individui: hai subito pensato a una femmina e a un giovane, forse il loro figlio. Hai frenato, ti sei fermato, guardandoli riguardato, dal finestrino. Pochi istanti, eterni. L'immbilità del pensiero, dell'attenzione. Del rispetto - reciproco. Della prudenza - reciproca. E tuttavia, non percepisti dal cervo paura, né ostilità. Solo, una attenta osservazione, benché rapida, veloce. Uno scambio impercettibile di sguardi, tra due coscienze. Poi, loro tre scomparvero dall'altro lato della strada - diretti da un prato a un bosco, tagliati in due dall'asfalto umano. 

Non sono gli unici ricordi che tesaurizzi nella tua memoria, di animali non umani. Proprio questi due, però, sono emersi adesso. Perché il pensare alla guerra sulla pietà, come si e ci  raccomanda di fare Derrida, è un pensiero lungo, annoso e probabilmente sfrangiato, ramificato, sfaccettato, poliedrico.
Sono emersi perché possono raccontarci sia la splendida epifania animale, sia il fatto - assodato - della loro effettiva non-belligeranza. Se volessi usare parole altisonanti, scriveresti che se anche loro non ci hanno dichiarato guerra, sono gli animalisti che si sono posti loro alleati a guerreggiare contro la strapotenza bellica umana. Ma, appunto sono straparlare, per una infinità di motivi.

Il fatto è che, più che di guerra, verrebbe da parlare di sterminio (nei termini in cui se ne parla nella Guerra dei Mondi wellsiana): perché la disparità delle forze in campo è troppo estrema, troppo assurda, a tutto svantaggio degli altrianimali.
Gli animali vengono "sterminati nella loro sopravvivenza o addirittura nella loro moltiplicazione", scrive Derrida. Le dimensioni della guerra sulla pietà sono talmente immense che gli stessi umani la negano, la disconoscono, rifiutano di vederla  - o forse, il che è terribile, in molti casi nemmeno la vedono, pensando che non esista, che non sia in corso.  Eppure, le prove ci sono: dati, racconti - immagini.  Derrida le chiama immagini 'patetiche', cioè in grado di generare pathos. Ma in questa guerra, molto c'è di patologico, molto c'è che si allaccia alla sofferenza, alla pietà, alla compassione (scrive sempre Derrida). 

Oliver: anche questa è una immagine 'patetica'...
Ora, tu pensi che a disposizione degli umani che si sono presi l'impegno di pensare la guerra, la pietà, la compassione, non ci sono molte risorse, e allo stesso tempo ce ne sono a sufficienza. Ci sono consapevolezze nuove, in grado - forse, tu lo speri - di affrontare queste nuove prove derridiane che la compassione deve affrontare, dal XIX in qua. Ci sono nuovi pensieri. Ci sono politiche e strategie collaudate in vecchie battaglie, che possono tornare utili nelle battaglie nuove e urgenti. Gli esempi, per dir così, 'vittoriosi' - o 'di successo' - non mancano.

Nel caso di KJ2 s'è parlato e scritto di boicottaggio. Si sta parlando anche di consumo consapevole, che ne è un po' l'altra faccia. Si potrebbe chiamare anche 'consumo propositivo'. Non solo il non comprare ciò che propone la parte a cui far arrivare un messaggio di protesta; ma anche, magari contemporaneamente, il comprare di più da parti che invece seguono pratiche diverse, più rispettose. Ti pare che si possa far riferimento ai cosddetti gruppi di pressione (in inglese: le lobbies). Uno strumento che potrebbe essere sorprendentemente potente, a tutti i livelli. 

Nel caso del povero cavallo Oliver- misero schiavo sfruttato fino alla sua morte-  il discorso di protesta contro botticelle, carrozze turistiche diffuse tra Roma, Torino, Messina, Cagliari, tocca molte corde patetiche. Vedere il suo viso stravolto è uno strazio personale, e - per te, almeno - vedere gli umani scialbi, sciatti, scazzati tutt'intorno a lui, le mani in tasca, sotto il sole rovente, suscita vero, insopprimibile ribrezzo.


...vorreste davvero che qualcuno vi soccorresse così?! Fonte


Ti affacci alla marea costantemente e quotidianamente montante di ogni tipo di crudeltà, sciatteria, incuria, disinteresse, disattenzione, ignoranza, menefreghismo, prepotenza, arroganza, supponenza mossa da umani del tutto inconsapevoli contro gli altranimali. Rischi di soffocare. Rischi di bruciarti. Rischi di ammalarti. 
Hai (avuto) la fortuna di aver incontrato e di continuare a incontrare e di conoscere persone determinate, forti, propositive, consapevoli, tenaci, che sono capaci di fare cose 'belle' tutti i giorni verso gli altranimali - e il pensare di aver imparato da loro e di essere anche tu almeno un pochino come loro, ti permette di fronteggiare gli sgomenti. Infatti, quello che queste persone sanno fare, fa la differenza concreta.




Per chiudere il post. E contro la patologica follia antropocentrica.
Provi a trovar rinsaldezza nelle parole di Derrida: la guerra sulla pietà "attraversa una fase critica. Noi l'attraversiamo e ne siamo attraversati". Perciò, abbiamo il dovere di pensarla, questa guerra. Per Derrida, proprio il "pensare" è in questione, è in gioco. Forse è in pericolo. Il pensare come abbiamo pensato finora, non va bene.  Allora: potrebbe aiutarci un pensare-sentire? Potrebbe aiutarci sdraiarci sulla terra, camminare a carponi? Potrebbe aiutarci stare in mezzo agli animali - almeno, quelli che accettano di stare in mezzo a noi (tu, stai pensando ai tuoi cani) - ?
Non c'è una unica, né breve, né univoca - risposta. Il che, forse, può spingerci a trovare sempre nuove, creative, innovative, strade e strategie. 

giovedì 25 dicembre 2014

La notte di Natale...

Courtesy from Marco Colombo
Cervo all'alba, si staglia sulla tenebra verde del bosco.
Immagini come questa, sono frutto di grande pazienza, di grande perizia, e di molta attenzione nei confronti degli animali, che non devono venire disturbati, sia perché si vuole coglierne la bellezza, sia perché è - io credo - loro diritto essere lasciati in pace.

Per ben due volte, su questo blog, Marco Colombo lo ha raccontato.

Ricordando un altro cervo, che invece dall'obiettivo fotografico, fu raggiunto dal proiettile di un cacciatore, ho chiesto a Marco Colombo di poter pubblicare questa foto, per Natale. Un regalo: soprattutto per gli animali.





mercoledì 18 dicembre 2013

Il cervo 2 - la Riscossa

Fonte: pagina Facebook de "La Stella Vegana"

Grande sgomento, emozione e commozione per il post che racconta dell'esposizione al ludibrio umano del corpo di un povero cervo ucciso dai cacciatori, che ne riportano la salma legata sul cassone di un pick up, come spoglia o trofeo di guerra: su cui ridere, su cui guadagnare. Un qualcosa di osceno, così come mi sembra venga intesa nelle riflessioni di Elizabeth Costello, personaggio metaletterario dello scrittore J.M. Coetzee - quasi un suo "avatar":<<Osceno perché cose del genere non dovrebbero succedere, e poi ancora osceno perché, una volta successe, non dovrebbero essere rivelate ma piuttosto nascoste, sepolte per sempre nelle viscere della terra, come quello che succede nei mattatoi del mondo, per preservare la sanità mentale di tutti. […] Un passero buttato giù dal ramo da una fionda, una città annientata dal cielo: chi si azzarda a dire cosa sia peggio? È male, tutto, un universo malvagio, inventato da un dio malvagio.>>. L'esposizione, se interpreto bene, anche dal resto della riflessione, che si intitola "Il problema del male" e che si dipana per una quindicina di pagine almeno, è da intendersi in forma dubitativa. Col suo tipico stile, Coetzee affronta un problema che inizialmente e all'apparenza è solamente letterario, da quasi ogni angolazione possibile, accettando le ragioni di ciascuna e presentandole al lettore, con grande rispetto, ma anche sfidandolo, esortandolo a trarre sue proprie conclusioni e decisioni, sapendo però sempre che nessuna potrà mai essere definitiva nel tempo. Mi piacerebbe ritornare a parlare diffusamente di questo libro, consigliabilissimo. Il post è stato ripreso sulla pagina feisbucchiana della Stella Vegana, è stato da molte e da molti ripreso e ricondiviso - secondo quel meccanismo di passaparola del social forum che a mio avviso oltrepassa di gran lunga i famosi "cinque gradi di separazione". Ne riporto qui, perciò, un rilancio esemplare, soprattutto per il piacere di poter avere ancora l'occasione di guardare la bella immagine che l'accompagna - questi giovani cerbiatti nel bosco invernale, che con occhi bambini, guardano l'obbiettivo, totalmente fiduciosi, o forse ignari. Mi fa riflettere l'impatto che questo cervo ha suscitato, nella sua morte.  Coetzee, con Costello, dice che non sempre la gente viene migliorata da quello che legge, né che lo scrittore esca incolume dall'esplorazione di territori oscuri, quelli dove - come nei mattatoi - "Satana imperversa". Dice anche che le ultime ore, quelle della sofferenza e della morte, di ogni vittima - aggiungo io - "appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene. […]" con "arroganza". Non dimenticate che Costello non offre soluzioni ma solo problemi, non risposte, ma altre domande. Perciò io sono convinto che questa volta dovevamo vedere, con tutto quel che ne segue...

venerdì 13 dicembre 2013

Il cervo

fonte della foto: Facebook, da Internet

 Non so da dove né come iniziare.Perché oggi, ho accarezzato e baciato un cervo, davanti ai cacciatori che lo avevano appena ucciso coi loro fucili dotati di telemetro, in Valsesia. Le emozioni sono mille, i pensieri duemila, tutti intrecciati: e così, i dubbi e le domande sono tremila.

Forse se inizio dal principio. La Valsesia è una valle chiusa. I suoi abitanti, nei secoli, hanno acquisito durezza di carattere e di cuore, che nel XXI secolo, non si è mitigata, nemmeno nei più giovani.
Eppure, ho amato e amo questi LUOGHI, anche se faccio grande fatica con le persone che li abitano – e questo è anche un mio punto debole, ne sono cosciente.
Proprio per questo, ho passato molti significativi anni della mia vita tra questi boschi. Anche questa mattina, ero a passeggio con i miei cani. Eravamo vicino alla riva di un fiume: prato innevato sotto il sole lontano del mezzodì di dicembre, grandi sassi della riva, e davanti a noi boschi sulle pendici già in ombra. Si può pensare qualcosa di più rinfrancante?

Di colpo. A distanza non troppo breve,risuonano quattro potenti detonazioni: tutte le rocce delle montagne intorno, coi tronchi dei loro alberi, e i rami suoi tronchi, e gli aghi e il fogliame sui rami, e gli animali tra i tronchi, i rami e le radici, ne risuonano, ogni volta,  a lungo. Tremano, come trema il mio animo, perché capisco al volo che cosa ho udito: spari di fucile. Vorrei che fossero andati a vuoto, ma scoprirò a breve che non è stato così.

Vicino alla bella passeggiata – che tale è per una persona di città, e chissà invece che cosa rappresenta per un montanaro che vive qui tutto l'anno – c'è un accogliente pub – che definire bar è riduttivo, e chiamare locanda è fuorviante. Lasciati i cani in auto, entro per bere un caffè. Di lì a poco, arriva il pick up dei cacciatori. Col cervo disteso e legato con le corde.
Sono quattro, o cinque, li conosco quasi tutti; solo uno, dal modo di muoversi e di parlare, non sembra originario del posto.

Se sul subito mi rifiuto di uscire, quasi da un secondo all'altro, invece, cambio idea: penso che lo devo al cervo, almeno un gesto di rispetto, di saluto. Mi faccio coraggio. Esco. Sono vigile, mi accorgo di notare ogni minimo dettaglio. Mi avvicino al pick up, in fondo al parcheggio della piccola piazza. Mi vedono, sanno chi sono, non mi bloccano, ma nemmeno mi fanno passare. Ridono. Un bambino che di sicuro frequenta già le elementari, è arrampicato sulla sponda, spinge il torace inerte del cervo con la piccola mano. Ride. Guarda suo papà, che è tra i cacciatori. È un bel bambino, e conosco suo padre. Chiedo permesso a uno dei cacciatori, che mi volta le spalle e intanto afferra il palco di corna e muove la testa del cervo, come fosse un pupazzo. Chiedo permesso, si scosta e così posso avvicinarmi al cervo. Noto le ferite, varie, sul corpo non così grande. Sento in lontananza, che parlano di come lo hanno braccato e sparato, di quanto può pesare e valere, di quanta carne, di cosa fare col palco, e altri discorsi (prezzi, leggi, tasse, qui tutto è misurato con questi criteri)... ma le loro parole sono in sottofondo. Guardo solo lui, vorrei che potesse vedermi anche lui. Lo accarezzo, più volte. Poi decido che non basta, e perciò di baciarlo in fronte. Il pick up è molto alto, riesco a baciare la mia mano, e appoggio il bacio sulla sua fronte, gli sussurro parole. Sento uno dei cacciatori, che ben mi conosce, esclamare qualcosa, ma è in dialetto che non comprendo. Alzo gli occhi, mi accorgo che il bambino mi guarda con gli occhi sgranati.

È tutto. Il fatto è tutto qui. Ma mi scardina dentro e pensieri escono a valanga. Come doveva essere bello questo cervo, stamattina, all'alba, col ghiaccio che esce dalle narici nel respiro, gli occhi attenti, le orecchie che si muovono; lui sente il calore del proprio corpo, è giovane, la luce sta tornando nel bosco, perciò è felice. Ha fame e inizia a cercare cibo. Ce n'è poco, forse perciò si avventura vicino ai luoghi che puzzano delle cose dei duegambe-senza-corna, anche se ciò lo agita. (scoprirò che sono due settimane che gli danno la caccia: in 4, o più, coi telemetri, coi mirini, nutriti, loro, e al caldo... vigliacchi: credo che lo abbiano sorpreso tradendo la sua ingenuità della gioventù).
Come si sente vivo! Chissà se c'erano altri cervi con lui, chissà se invece era solo, ma fiducioso nelle sue forze, e sentiva nell'aria messaggi odorosi di compagni della sua specie.

Tutto questo, agli umani col fucile e gli occhi piccoli e le rughe nelle facce tirchie e tirate, specchio di cuori avidi e gelidi, non interessa. Loro lo vedono come un'pezzo' di qualcosa da smembrare, mangiare, vendere, scaricare, gettare.

Ho già detto anche troppo. Mi fermo, non perché non ci siano altri mille pensieri, ma perché di più di così, vorrebbe dire togliere dignità e rispetto a questo cervo, e spazio al mio desiderio di poterlo salutare col mio addio dal profondo della mia anima.

Ricordo solo – per chiudere con l'incanto e la speranza - un altro Grande Cervo che vidi anni fa: io ero in auto, lui era appena fuori da una galleria che sbocca sul tratto finale e rettilineo della valle. Grande al chiaro di luna, davvero maestoso. Senza paura, mi guarda. Si allontana, procede senza fretta, seguito dalla sua compagna e dai loro due figli. Torna nel bosco: una incarnazione magica. 

Postilla: ho scritto questa nota di getto, incerto se pubblicarla, ma incoraggiato a farlo da amiche preziose. Ha suscitato commozione su Facebook, e si è diffusa tantissimo in poche ore. Dico questo, non per vanto, ma perché mi conforta interpretarlo come un segnale di speranza.. Un'amica ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare: che in qualche modo il cervo ha "scelto" questa fine (se loro percepiscono altri mondi e hanno un senso diverso del divenire), per incontrarmi, per incrociare il mio destino e che io vedessi quanto è cruenta la caccia, dopo averne solo e sempre parlato. Così, non devo lasciare tutto ciò come inaccaduto... e sono davvero grato a questo nobile individuo.
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