giovedì 12 aprile 2018

Un'eterna Treblinka, parte prima (riletture dell'antispecismo,2)



Questo è un libro da battaglia. Lo è tuttora, A distanza di tredici anni, quando lo leggesti per la prima volta e ti sentisti sollevato in volo dall'energia pazzesca, liberatoria che usciva da queste pagine, scritte dritte come un missile e piene di nomi, dati, date, numeri, a sostegno di tesi e concetti che sono una delle fondamenta del pensiero animalista. Tuttavia, secondo te non mancano i salti di fede, le petizioni di principio.



Dopo qualche considerazione sulla introduzione, provi oggi a scrivere a proposito della prima parte del libro di Charles Patterson.
La prima parte ci racconta del fallimento fondamentale. Ci sommerge sotto una quantità paralizzante di dati e informazioni.
La forza fisica e materiale del dato reale, storico, statistico deve sotenersi da sola e autodimostrarsi, deve diventare capace di convincerci della realtà che non vediamo più: che l'uomo domina gli animali e che, tra gli uomini, alcuni, animalizzando gli altri umani, dominano anche gli umani più deboli o considerati pericolosi.

L'uomo fallisce, parafrasando Milan Kundera, perché, quando si rapporta con gli altri animali, che sono di fatto alla sua mercé, non coglie l'occasione per manifestare la vera bontà, che sarebbe l'astenersi dall'aggredire chi non può in alcun modo difendersi: al contrario, poiché gli animali non rappresentano contro l'umano alcuna forza, l'uomo si lascia andare a ogni genere immaginabile di violenza, sopruso, tormento, uccisione, persecuzione, stupro, sfruttamento, vilipendio, consumo, annientamento. Sa che può farlo, dunque lo fa, non si rende conto che in questo modo distrugge ogni riconoscibilità tra equo, etico, contrapposti a iniquo, immorale. Nei confronti degli animali, l'uomo ha dichiarato guerra, e come nemico si comporta.
Megalomane (secondo Michel Montaigne, per come lo cita Patterson) e arrogante (Freud), l'uomo fa di sé sovrano del mondo,  pur essendo il più "pernicioso e fragile". A te sembra che questa critica rimanga comunque antropocentrata, soffra di eccezionalismo prometeico (ed è forse un punto debole del libro). Negli anni a venire, hai potuto leggere altri testi (Roberto Marchesini, Benedetta Piazzesi), che focalizzano altri punti di vista e trovano altre risposte, di fatto smontando e rendendo obsoleta questa tesi pattersoniana.

I punti di forza, come dicevi, sono nella incredibile massa di dati, una elencazione di casi accomunati dall'essere esercizio di dominio, di crudeltà (per esempio, nelle pratiche di domesticazione e quindi di allevamento degli animali, parallela alla nascita della domesticazione delle piante, cioè la nascita della agricoltura e la nascita degli allevamenti).  Da pag 7 a pag 11, l'elenco di pratiche crudeli è soffocante, sembra non finire mai, la prassi millenaria delle pratiche di contenzione, separazione, sfruttamenti e reificazione, è una costante. Patterson non lo scrive, ma lo hai scoperto nelle letture degli anni successivi: ogni pratica di domesticazione nasce per rispondere innanzitutto a una pratica di fuga e resisenza da parte degli animali, che lottano e hanno lottato fin dal primo istante per non perdere la libertà della loro vita. 
L'uomo si distacca, si considera superiore, differente. Patterson cita Jim Mason, secondo cui l'allevamento intensivo degli animali ha stabilito i fondamenti della nostra società, basata su crudeltà come pratica e su distacco come atteggiamento: noi accettiamo e interiorizziamo un elevato grado di violenza e brutalità, sulle quali si regge tutta la nostra civiltà, da 10.000 anni a questa parte.

La istituzionalizzazione dello sfruttamento degli animali resi schiavi, apre, secondo Patterson, la strada alla schiavitù di altri umani. E si prosegue per giustapposizione, per accumulo: tutte le oppressioni trovano vicinanza, sotto l'ombrello della oppressione animale. Anche la oppressione della donna, la cui sottomissione sessuale si ha sul modello della domesticazione, allevamento e manipolazione sessuale e sessuata degli animali 'da' consumo.
La gerarchia patriarcale è solida: in cima, il maschio libero e proprietario, sotto di lui, come oggetti: la moglie, le donne, poi gli schiavi, gli animali (e queste ultime categorie condividono molte pratiche di dominazione, sia fisica che psicologica). Religione (Patterson cita per esempio Tommaso d'Aquino) e filosofia (Descartes), offrono ogni tipo di giustificazione a qualsiasi pratica di dominio. In un cortocircuito inestricabile, che spetterà al pensiero antispcista affrontare, per smontarlo e sostituirlo.
 "A noi non piace considerare nostri eguali gli animali che abbiamo reso schiavi", scrisse Charles Darwin.

La grande barriera che ci separa dagli animali, non è invalicabile. Per Patterson, nei millenni, gli umani hanno spesso e volentieri gettato, per così dire, al di là del muro, molti altri popoli o categorie (arbitrarie: poveri, donne, individui di aspetto 'razziale' differente, di altra lingua, fisicamente fragili, ritenuti menomati e non autosufficienti, quindi scarti), per meglio poterne fare dei nemici da abbattere, animalizzati e dunque pericolosi, ma allo stesso tempo indegni di ogni considerazione umana. E via, così, la giostra vertiginosa del secondo capitolo di questa prima parte, con molteplici esempi presi dalla storia: tutti contro tutti, magari scambiandosi i ruoli nei decenni o nei secoli della storia, sotto la quale scorre, come comune denominatore di ogni violenza, la volontà di conquista; un'orgia di animalizzazioni in un crescendo cruento di violenza e crudeltà. Fino al capolinea dell'olocausto degli ebrei, organizzato dal regime nazista negli anni '40 del secolo 1900.
Quando Gitta Sereny intervistò Franz Stangl, questi le spiegò: 
"(le umiliazioni, la crudeltà), servivano per condizionare le persone che dovevano materialmente mettere in atto la nostra politica".

E qui finisce la prima parte del tomo pattersoniano. 

2, continua


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