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venerdì 14 giugno 2019

Animali Infelici - Il cerbiatto orfano




Forse in Spagna cacciano anche così (la fonte, infatti è Animanaturalis, organizzazione internazionale non profit che si trova in Spagna e America Latina).
Questo cerbiatto ha confuso un bersaglio di pratica di tiro con la propria mamma.

La domanda cruciale è: come è finito lì, questo piccolo cerbiatto? è stato catturato dai cacciatori, come ulteriore attacco alla sua esistenza, e alla esistenza degli animali non umani?

Il suo presente ti richiama prepotentemente alla memoria le sfortunate, disgraziate piccole scimmie rese orfane da Harlow, nei suoi foschi esperimenti sulla deprivazione materna; il suo futuro è una incognita del tutto nelle mani di invisibili quanto invadenti, invasori umani -  e non ti sembra tanto roseo...


domenica 16 settembre 2018

Il canto nel cielo

dal corteo fiorentino contro la caccia, sabato 15 settembre 2018 - foto di Claudia Storai


Il corteo anticaccia a Firenze, sabato, organizzato dalla Lac, è stato molto partecipato, da tutta Italia.

sabato 1 settembre 2018

Ricominciano i giorni della paura per gli animali: ritornano i cacciatori




Il mese di settembre è ogni anno funestato e insanguinato dal ritorno dei cacciatori, che invadono, devastano, terrorizzano e uccidono, Imperversano come orde di predoni, di ladri e assassini, legalmente impuniti e dunque ancor più prepotenti, arroganti.


sabato 21 ottobre 2017

Cosa pensate che sia, la caccia?

Per dire Bastasparare, cercate dove andare a firmare


A Milano, il Comune vieta alla Lav di affiggere i suoi recenti manifesti contro la caccia.
Il motivo? Lo leggiamo in questa notizia: le immagini, sono state giudicate "fortemente evocative del tema della morte" e per questo messi al bando. Leggi: "A garanzia e tutela verso tutti quei cittadini particolarmente sensibili che scelgono di non prendere parte alla caccia".  E ti sembra di essere tornato indietro nel tempo, quando la legge vietava spettacoli crudeli, strazio e sevizie pubbliche, a tutela della sensibilità dei cittadini.

Gli animali non possono 'scegliere' di 'non prendere parte' (che giro di parole, come se si stesse parlando di una gita organizzata a Gardaland o al Museo Egizio, per dire), possono solo cercare di non evocare troppo la morte.

Il Comune di Milano censura i manifesti della Lav contro la ca
Ti chiedi: che cosa avrebbero dovuto evocare, immagini pensate contro la caccia? In base a quale ipocrita sensibilità, doppio standard, sfasamento del pensiero, dissonanza cognitiva, i milanesi di corsa per le strade della città - dove, per altro, non sono attenti ad alcuno stimolo, dei pur troppi stimoli con cui sono quotidianamente bombardati - rimarrebbero turbati da queste immagini, dai volti e dai corpi di questi cadaveri di morti innocenti?

Non sanno, i milanesi, cosa è la caccia?
Glielo elenchiamo qui:

La caccia è sopraffazione della vita libera e sensibile; 
la caccia è profitto, giro di denaro in moltissimi modi, tutti collegati (le armi e i vestiti dei cacciatori, gli allevatori dei cani, le licenze, i ristoranti, i ripopolamenti); 
la caccia è palestra di violenza non solo interspecifica, ma pure intraspecifica; 
la caccia è maschilismo; 
la caccia è il culto pericoloso del più forte (? sic); 
la caccia è invasione della casa altrui, nei boschi, nei prati, nelle macchie non ancora soffocate dalla tecnoagricoltura, nelle aree palustri, nei pressi di spiagge e scogliere, infine anche vicino alle case di altri umani; 
la caccia è la pratica dei 'prelievi' (parola mistificatoria e bugiarda per giustificare lo scorazzare incontrollato di individui armati e pericolosi);
la caccia è paura;
la caccia è dolore;
la caccia è violenza;
la caccia è morte cruenta.





Tu preferisci:




domenica 3 settembre 2017

Ta Pum dei cacciatori

quella 'cosa rossa' , la morte sproporzionata


Dopo l'estate torrida, dopo la siccità, dopo gli incendi. sempre a zigzagare tra periferie urbane e zone naturali assediate dalla invadenza umana, da sabato 2 settembre, tocca agli altri animali fronteggiare l'ennesimo attaco: quello della riapertura della caccia.

sui siti dedicati ci sono tutti i dettagli dei calendari, , con solo un breve accenno di passaggio alle 'richieste degli animalisti e dell'ISPRA: "'l'appello di Ispra e degli animalisti, come abbiamo visto, hanno portato  ad alcune piccole modifiche. Purtroppo, poche cose. 
In Italia la caccia comntinua a rimanere legale. 

Come ottenere il divieto di caccia sul proprio terreno

I cacciatori non hanno scrupoli, accusano violentemente di violenza ed estremismo tutte le persone che si impegnano a mettersi dalla parte degli animali selvatici vittime della caccia. In un commento hai letto postato su un sito dedicato alla caccia,  che se 
"I SIGG ANIMALARI ,EH SE POTESSERO ESSERE INSRITI NELLE SPECIE CACCIABILI SAI CHE SPASSO"
non serve aggiungere altro . (a parte il fatto che la frase virgolettata è testuale, identica così come la leggete, con maiuscole, errori e intercalari).



giovedì 23 marzo 2017

Il lupo delle Valli Ticinesi

@ keystone

Da millenni, ormai, homo si è considerato separato dall'interezza degli altri viventi, si è ritagliato uno spazio solipsistico, sterilizzato e chiuso ermeticamente - soprattutto a livello di rappresentazione di se stessi e della realtà circostante. Una delle conseguenze - forse LA conseguenza, di sicuro tra le più gravi e foriere di catastrofi - è la reificazione degli esseri viventi, la cancellazione delle individualità, l'omologazione, livellamento, delle diversità. E, quindi, la loro (s)oppressione, l'aggressione che viene mossa nei loro confronti, quando sono inconsapevoli colpevoli della violazione di regole decise unilateralmente dagli umani, con pesante squilibrio della distribuzione dei vantaggi e delle (non)reciprocità. Tutto questo linguaggio difficile - che hai scoperto leggendo i testi di molti autori che se ne occupano - per dire che troppo spesso gli animali sono marchiati come 'invasori', 'minaccia', da 'eliminare', 'eradicare'. La pena - già di per sé decisione iniqua di inarrivabile prepotenza - è solo una: la morte.

Per esempio...

Questo bel lupo non ha un nome, ma solo una sigla. Non è più un individuo, ma un pezzo intercambiabile del modello astratto lupino. Il suo 'abbattimento' (una esecuzione col nome che le viene dato quando si parla di animali non umani) è stato deciso dalle massime autorità. Il DNA lo ha inchiodato: il lupo M è un 'predatore', che ha ucciso 32 volte. Trentadue vittime, non di un serial killer, ma di un cacciatore naturale che si è procurato cibo nel modo principale che conosce, in un ambiente che gli è ostile e che gli sta sempre più stretto, dove le risorse per lui sono sempre meno accessibili e abbondanti. Chi sono le sue vittime? Per le autorità, sono, in realtà, altre 'cose', a uso e consumo degli umani: sono 'capi di bestiame', sono 'animali da reddito': la loro vita non vale per se stessa o per loro, né è di loro proprietà. La loro vita è stata spossessata dagli umani, che mentre sembrano preoccuparsi della loro incolumità e sicurezza, si stanno in realtà preoccupando dei loro calcoli e profitti economici e commerciali.

In un susseguirsi dettagliatissimo di cifre, statistiche, elenchi e numerazioni (in questo senso, forse, nella burocratizzazione anodina del flusso della vita, del suoi mescolare insieme morte e sopravvivenza, cura e fuga, sta l'intrinseco 'nazismo' bashevis-singeriano delle società umane nei confronti degli alteranimali non umani), scopriamo che il lupo M ha superato la soglia massima consentita a un predatore in un mese, ed è perciò diventato un fuorilegge, un ladro, un rapinatore. Perché abbia compiuto così tante uccisioni, a nessuno interessa, così come interessa a nessuno della vita degli animali che ha ucciso. Quelle vite 'contano', - sono contabilizzate - solo in un bilancio di impresa. Sono dei segni meno, delle perdite, che vanno arginate per non intaccare il profitto.

La sua condanna a morte ha un nome: articolo 9bis dell'Ordinanza federale sulla caccia e la protezione dei mammiferi e uccelli selvatici (OCP) (vedere le parole 'caccia' e 'protezione' nella stessa frase, ti procura sempre una strana sgradevole vertigine, una sorta di labirintite).

Ci sarà la supervisione dei guardiacaccia.
Il lupo M deve riuscire a nascondersi per 60 giorni: dopo i quali, l'autorizzazione allo 'sparate a vista per uccidere' contro di lui, a quanto apre, perderà di validità...

giovedì 2 febbraio 2017

Se un pomeriggio d'inverno passeggiando coi cani...


questa NON è una cartuccia (Magritte, aiutami tu)...

il prezzo per i sogni e la vita di un altro individuo ignaro?


Qui attorno è tutta campagna. Solo che la 'campagna' è la cosa più artificialmente naturale che si possa immaginare: giri lo sguardo ruotando su te stesso, come un pigro derviscio, e non puoi scorgere nemmeno un fazzoletto di natura naturale - qualunque cosa questo significhi - cioè di natura dove l'umano non abbia messo mano, dove non sia intervenuto in qualsivoglia modo.
Facendo quel che fa perché si reputa e si definisce come 'altro' dalla natura e dai suoi abitanti - gli animali: l'altro più altro che c'è. Vero: ci sono pertugi interstiziali, come le tane delle talpe, come i sassi in fondo ai canali, come le crepe nei muri del cimitero, dove l'uomo non arriva - perché non se ne accorge, perché non li vede, perché se ne disinteressa.
Ma sostanzialmente, la fantasmagoria antropica è pervasiva fino all'orizzonte e oltre. 

Tutte queste considerazioni, naturalmente, sono solo una piccola cornice, una introduzione, per provare ad attutire lo  - SCHIFO - che hai provato quando hai trovato questa 'cosa'. Quando stavi passeggiando per le strade sterrate e i terrapieni dei campi, insieme ai tuoi cani, felici di toccare, pestare e annusare e mangiare fango, erba, sassi, odori, sentori, umidori.

Poiché questa 'cosa' non è piccola e ha colori accesi, ti è letteralmente saltati agli occhi, subito. Così come subito hai intuito-capito di che cosa si tratta - anche se hai provato a negarne la realtà, "magari è un raudo di capodanno" ti sei detto, ingenuamente. L'hai raccolta e messa nella tasca del giubbotto, e intanto rimembravi gli echi delle detonazioni che potevi sentire fino a non pochi giorni fa, in gennaio, nei fine settimana: gli spari fragorosi dei cacciatori, invisibili nelle brume delle piatte campagne, eppure presenti e letali. Letali perché ossessionati, perché ciechi, perché affamati di morte, perché orgogliosi di distribuire terrore e scompiglio nei cuori di animali che già devono vivere letteralmente circondati da prodotti umani, umani che hanno rimodellato interi territori, paesaggi.  Quando sentivi quegli spari, qualche settimana fa,  ti sembrava come se stessi vivendo una storia alternativa (o magari un assaggio del futuro di odio reciproco?), una storia fatta di guerra civile, di spari, di imboscate, di invasioni, di nemici, di improvvise sparatorie; dove tu sei disarmato e ti senti a tradimento del tutto vulnerabile, inerme, indifeso. Vittima potenziale e destinata. E cosciente della sostanziale inutilità dei tuoi vestiti - per non parlare della fragilità del tuo corpo.
Non sarebbe la prima volta che i cacciatori - che sparano senza riflettere appena gli sembra di scorgere la parvenza di un accenno di una figura indistinta che inizia a interrompere la propria immobilità - fanno fuoco, sfogano la loro canna e ammazzano qualcuno che non c'entra niente. (Sì: è un punto di vista antropocentrico e, tutt'al più giornalistico nel senso automatico della cronaca, spesso scritta per riflesso condizionato e con cliché assortiti; lo sai benissimo che anche gli animali non umani, così tenacemente e crudelmente perseguitati dai cacciatori, non c'entrano niente). Perché sparano vicino alle abitazioni: la 'cosa' l'hai trovata a meno di un chilometro dalle prime case, semi nascosta dalle erbe delle rive del canale,  sul fondo del quale ancora resiste una lastra di ghiaccio sottile. Perché le loro munizioni - degli uomini armati -  sono studiate per coprire ampie distanze, per essere ad 'elevata penetrazione' (uno stupro mortifero).

Una volta  a casa: hai fotografato da tutte le angolazioni questa cosa, l'hai cercata -  e trovata, subito! - su Internet. Hai trovato il sito dove la vendono, ché il nome della ditta è impresso chiaramente sulla 'cosa' - la quale è, per la cronaca, un 'bossolo innescato'.
Il sito, come è? Un normale, banale, tranquillo sito di vendita, una vetrina commerciale, di una ditta che espone in catalogo i suoi prodotti, ne dettaglia le qualità tecniche e ne descrive i parametri. Arrivando persino a suggerire per quali 'prede' (è scritto proprio così: gli animali non hanno vita propria e significativa, se non in quanto prede-oggetti premio) questa o quella cartuccia è consigliata.

" Con la sua vasta gamma di cartucce da caccia e con la ricerca di nuove soluzioni tecnologiche, Xxxxxxxxx  risponde, sin dalla sua fondazione, alle esigenze di una grande condivisa passione, che ha saputo costantemente evolversi per restare sempre all’avanguardia.
La caccia moderna, infatti, è una disciplina che non dimentica le sue tradizioni e che consolida i suoi irrinunciabili valori etici e di amore per la natura, con un approccio scientifico e biologico, nel quale notevole importanza riveste la specializzazione delle cartucce, cheXxxxxxxx  diversifica per tipologia di fauna, distanza di tiro e condizioni ambientali."

Questo l'esordio della parte del sito dedicata alla caccia. Le parole usate sono tutte salienti. I prodotti sono diversificati, pur avendo, a tuo parere, un tratto comune: la gestione della paura (inflitta o subita e quindi da controbattere) e l'eccellenza della performance (con alcuni subliminali suggerimenti sessualizzati-sessisti, che sono facili da scoprire, navigando tra le varie sezioni; nulla di nuovo, ché il paradigma è quello consueto: maschio, eterosessuale, bianco, ricco).





lunedì 12 settembre 2016

Haiku sotto le fucilate della caccia









che colpo cupo



ripetuto vicino



il cuore in gola






  


 
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Lepre nei prati

Non mai un cacciatore

Sulle mie orme!



Alcuni degli Haiku scritti sulla ripa di un campo, in autunno avanzato. Qualche tempo fa. 
Al tramonto. A passeggio con Stella. Il silenzio viene rotto dai rimbombi dei fucili. La paura stringe il cuore e diventa urgente ritornare sui propri passi, per il rischio di venire colpiti. Sentirsi come in guerra, sentirsi catturati in una imboscata teaditrice.


Bisogna capovolgere i punti di vista. Entrare nella pelle di un altro
 

sabato 17 gennaio 2015

Balene...



Non potrebbe essere esile un libro che racconta e parla delle balene.
Infatti, "Leviatano, ovvero la Balena", di Philip Hoare, conta oltre 400 pagine, ricche di illlustrazioni e disegni.


Sto finendo di leggerlo in questi giorni, e a dire il vero, ce l'ho  tra le mani da alcuni mesi - durante i quali nel leggevo qualche pagina al giorno, a volte alcune decine, a volte capitoli interi.
Non perché sia una lettura difficile o noiosa, al contrario: è lettura corposa e godibile, addirittura gustosa come un libro di altri tempi.



Lo assimilerei a un almanacco del diciannovesimo secolo, a un libro stampato per marinai e scritto da marinai, e credo che questo sarebbe un giudizio che l'autore apprezzerebbe - come è lui stesso legato alle balene, fin dai tempi dei suoi antenati.

Dell'almanacco ha la varietà dei materiali e dei racconti: ci sono aneddoti che vogliono o stupire o sorprendere; che ambiscono a commuovere o a far inorridire.
Aspetto con curiosità di scoprire il finale, ma già al punto in cui sono, posso essermi ben fatto una idea del libro.



Su e giù per i mari e gli oceani, lungo i secoli e percorrendo le coste di tutto il mondo, crocevia di leggende e di cupidigie, ispirazione per scrittori e poeti, la balena  appare moltiplicata da questo prisma umano che la sfaccetta e la affetta in centinaia di modi, ma non  ce la riporta più intera, se non come 'mostro marino', semi leggendario, sterminatore di uomini. 


Viene capovolta la realtà, come se le acque oceaniche fossero sopra la nostra testa, e il cielo  a precipizio sotto i nostri piedi.
Non è l'uomo, che la caccia e la stana e la stermina e la cerca per il suo grasso, per l'olio, per le  ossa, per la carne, per i fanoni, per le pinne, per la carne, per gli occhi, per la testa, ad essere il predatore; ma lei, invece, la balena, a diventare belva feroce e infida - lei, la vittima di questo sterminio, che ha la colpa di difendersi, di tanto in tanto riuscendo con efficacia per forza di cose letale, a tener testa ai suoi cacciatori.




Le espressioni di solidarietà verso le balene, e di critica per la caccia di cui è stata vittima per secoli, si mescolano nel libro a frasi di rievocazione ammirata o digressione tecnico-scientifica, oppure narrazione letteraria, senza soluzione di continuità, e a volte possono suonare un poco di maniera - benché non sia lecito dubitare della sincerità dello scrittore, quando li pronuncia.

Dal Seicento all'Ottocento, la balena è stata letteralmente motore e combustibile per l'espansione predace delle nazioni, legata a filo doppio col commercio degli schiavi, essa stessa schiava, profitto e sostegno di città, navi, porti, traino per mercanti, preti, naturalisti e scrittori. Nel XX secolo, è stata vittima di guerre e di tecnologie, che hanno trasformato gli oceani sua casa, in uno sconvolgente ininterrotto campo di battaglia tra umani - che, specialmente quando sono dei militari, considerano tutto ciò che non è umano, come inanimato palcoscenico (si parla di 'teatro delle operazioni belliche', credo non a caso).
Oggi, salvo deprecabili eccezioni, tanto più eclatanti, la caccia alle balene è pressoché scomparsa: ma solamente perché a essere pressoché scomparsa è proprio la balena;  o perché le 'risorse' del suo corpo sono state rimpiazzate da altre più economiche, più abbondanti e disponibili, meno pericolose da ottenere. Quasi mai a motivo di una presa di coscienza più empatica e profonda, nei confronti di questa creatura, che a tutt'oggi è ancora un mistero quasi totale.



Sospetto che alla fine di questo pur mirabile libro, la balena rimarrà inafferrabile, mai ricomposta nella sua interezza di vivente, solo per se stessa. Questo perché la balena è stata misurata, affettata, bollita, analizzata con strumenti, fotografata, disegnata, vivisezionata, sempre con strumenti analitici che hanno la loro ragion d'essere nella presa di distanza e allo stesso tempo nella presa di possesso: sotto questi strumenti, nessun essere vivente può sopravvivere, può esprimersi; non ha altra scelta che agonizzare, immobilizzarsi, morire, diventare strumento e cosa; anche dopo morta, la balena non può morire, perché deve viaggiare in mille modi e forme, tra musei e circhi, tra accademie scientifiche e wunderkammer dei mari.
Ci sono però delle pagine notevoli, che evocano abissi e insondabilità cetacei, fianco a fianco con macchinosità e scopofilia umana. La balena, allora, si trasfigura in mostro, in ricompensa divina per il coraggio e l'ingegno umano, e perciò vi si sottomette, omaggiando il cacciatore con la sua stessa vita e donandogli in premio il corpo (!).
La balena è mistero degli abissi spaziotemporali e forse un giorno vedrà l'umano estinguersi e nuoterà immemore delle "creature ingordse" che la perseguitavano, "condannate alla rovina dalla loro stessa ingordigia".
Sia come sia, tutte le relazioni che l'uomo nei secoli stabilisce con la balena, sono basate sui suoi desideri "più che sui diritti dell'animale".


"(...) la loro pelle (della balena franca) (come quella di tutte le specie di balena), è straordinariamente sensibile, a tal punto che la semplice pressione di un dito umano può farle rabbrividire in tutto il corpo". (pag.200) A causa dei nostri sensi piccini, la dimensione delle balene le beffa e le tradisce ai nostri occhi: ce le ha rese mostri da temere ma anche da perseguitare e uccidere con avidità. Eppure, non sono le dimensioni che valgono per comprendere l'universo della balena: un universo fatto di suoni blu tutt'intorno e dentro l'acqua, per miglia e miglia in ogni direzione, e lungo ogni freccia del tempo.

"Una terza fotografia, quasi insopportabilmente triste, mostra un cucciolo d'orso, ancora aggrappato al corpo senza vita della madre. I piccoli, destinati a passare tutta la vita in uno zoo, venivani trasportati in botti scoperchiate, chiuse da sbarre. Gli esemplari viaggiavani incatenati all'albero, come cani" (pag.223)
Quasi, sotto prodotti della caccia alla balena, cadono vittime degli umani, anche orsi, foche, delfini, focene, moltissimi pesci. Sono prede destinate a vari usi, anche solo per divertire, anche solo per arrotondare il profitto, specialmente se il bottino non è grasso.



"La balena di Sir Clifford è stata interamente articolata, in modo che, come fosse un gran cassettone, potete aprirne e chiuderne tutte le cavità ossee, allargarne le costole come un ventaglio enorme, e andare in altalena tutto il giorno sulla sua mandibola. " (pag.246) La balena non esiste più, viene tassidermizzata e scansionata, trasformata in utensile, resa irriconoscibile, diventa invisibile.

 "Scoresby (...) non aveva mai avuto dubbi sul diritto dell'uomo a cacciare le balene; anzi, considerava la caccia alla balena un tributo al genio umano e alla generosità divina" (pag.275)
La balena è ponte tra uomo e dio, è allo stesso tempo preda e bottino, sfida e ricompensa, immagine della gloria divina e prova dell'audacia umana, che la misura, la giudica e la considera, come sempre, inadeguata.

"In quel momento, capii che le balene mi avevano preso le misure, capii che sapevano che cos'ero, anche se non ero in grado di comprenderle, capii che ero un oggetto in una mappa quadrimensionale, valutato sulla base di sei sensi. Ogni sfumatura dei loro movimenti teneva conto dei miei." (pag.403) Alla fine, l'emozione di un simbolico riscatto, un rinnovato incontro sull'orlo dei tempi e delle estinzioni: dove le balene, si trovano di nuovo di fronte a un umano, questa volta singolo e disarmato. E lo sanno cogliere assai meglio di quanto riesca l'uomo a fare con loro.








Philip Hoare
Leviatano ovvero la balena 
Einaudi, traduzione di Duccio Sacchi e Luigi Civalleri, 
pagg. 432, euro 22)


venerdì 9 gennaio 2015

La nostra specie

Annamaria Manzoni in un fotogramma del film di Lamberto Carrozzi


Mentre rivedevo questo film, ho ripensato a una fulminante pellicola italiana: "I mostri" (1963).
Mi è sbocciata alla consapevolezza mentre riascoltavo le interviste che il regista ha fatto ai passanti per strada, su argomenti come "l'amore per gli animali", "i vegetariani", "la vivisezione", l'"alimentazione corretta"; o quando fa parlare alcuni cacciatori che ci raccontano come siano loro i veri "amanti e difensori della natura" (!); e che, occasionalmente, vanno pure a pesca. Sono tutte nel film.
Ho pensato alle loro frasi, alle argomentazioni, ma soprattutto ai comportamenti di negazione, di deviazione e ridicolizzazione dei problemi, delle domande che li mettono di fronte a una realtà troppo insopportabile quando la si viene a scoprire, troppo ineludibile, che si preferisce - nonostante tutto - continuare a negare, sfuggendola e fuggendo. Pensavo alle loro reazioni di noia quando non trovano più argomentazioni di fronte alla nudità del re-umano che gli viene esibita dall'intervistatore-complice (del regista). Nell'accostamento estemporaneo di quel film a questo film (molto diversi tra loro), vien fatto di pensare: gli italiani non sono cambiati in cinquant'anni, ma forse non sono solo gli italiani, bensì gli individui che nascono sotto forma di umani; loro (noi) sono (siamo) gli artefici di un dominio totale nei confronti degli altri animali, e non solo (anche di altri individui umani che decidiamo di animalizzare, con ciò intendendo denigrarli).  Perché, il nocciolo della questione, ha a che fare con una certa essenza, un 'proprio' dell'umano, troppo umano, che è fondamentalmente legato a profonde e scure facce psichiche e psicologiche.





Questo film di Lamberto Carrozzi è il resoconto degli studi e delle ricerche condotte da Annamaria Manzoni, psicologa e autrice del libro "Noi abbiamo un sogno", scritto in difesa dei diritti di ogni specie vivente. Il resoconto della scrittrice è anche l'amara disamina di un modello di sviluppo "antropocentrico" che degrada, tormenta, smembra, uccide, la vita, gli individui vivi, a milioni, a miliardi, rendendo questo pianeta un autentico luogo di condizione infernale.





Annamaria Manzoni ha una lunga esperienza nell'ambito della tutela minorile, maltrattamenti, abusi.
Ha scritto molti libri sul rapporto che lega umani e altri animali. Di uno di questi libri, abbiamo chiacchierato sul blog.
Il suo racconto si svolge con un linguaggio piano e con un tono addirittura dolce, ma è implacabile, scova la radice psicologica e antropologica del sadismo, per non lasciarla più scappare, perché non la si possa più - dopo - ignorare.

La banalità del male è tra noi, regola l'intero nostro dominio unilaterale contro gli altri animali, dei quali non pensiamo più che siano individui vivi, ma oggetti, strumenti, prodotti, scarti, eccetera.

Il male-banale  può diventare freddo, burocratico, può essere insensibile alle grida di disperazione, agli sguardi di angoscia, al sangue, alla morte degli animali bloccati e torturati nei laboratori di vivisezione o massacrati nei macelli e negli allevamenti intensivi.





La crudeltà è umanissima, eppure non la riconosciamo come nostra, non la vogliamo vedere, non le diamo accoglienza nella nostra umanità. Anzi, la mascheriamo, la incorniciamo all'interno della  convinzione antropocentrica che abbiamo costruito per noi stessi da molte migliaia di anni, fin dall'origine delle nostre civiltà, che si costruiscono su questa crudeltà, ne sono plasmate, intrise, intrecciate.



Se certe realtà non le sopportiamo, se ci risulta intollerabile la loro vista, allora dovremmo decidere di fare tutto quello che è nella nostra possibilità fare, perché non accadano più.

Il film perciò, si conclude con un discorso molto toccante, che si richiama al 'sogno' di Martin Luther King.

In questo 'nostro' sogno, la violenza contro gli animali viene punita, anziché regolamentata dalle leggi; la crudeltà verso gli animali viene considerata abbietta, anziché normale.

"Perché senza la fine della violenza sugli animali, nessun progresso sarà mai tale,né la vittoria sul dittatore avrà valore se il nuovo vincitore ancora festeggerà con tavole imbandite con le solite vittime…"
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mercoledì 18 dicembre 2013

Il cervo 2 - la Riscossa

Fonte: pagina Facebook de "La Stella Vegana"

Grande sgomento, emozione e commozione per il post che racconta dell'esposizione al ludibrio umano del corpo di un povero cervo ucciso dai cacciatori, che ne riportano la salma legata sul cassone di un pick up, come spoglia o trofeo di guerra: su cui ridere, su cui guadagnare. Un qualcosa di osceno, così come mi sembra venga intesa nelle riflessioni di Elizabeth Costello, personaggio metaletterario dello scrittore J.M. Coetzee - quasi un suo "avatar":<<Osceno perché cose del genere non dovrebbero succedere, e poi ancora osceno perché, una volta successe, non dovrebbero essere rivelate ma piuttosto nascoste, sepolte per sempre nelle viscere della terra, come quello che succede nei mattatoi del mondo, per preservare la sanità mentale di tutti. […] Un passero buttato giù dal ramo da una fionda, una città annientata dal cielo: chi si azzarda a dire cosa sia peggio? È male, tutto, un universo malvagio, inventato da un dio malvagio.>>. L'esposizione, se interpreto bene, anche dal resto della riflessione, che si intitola "Il problema del male" e che si dipana per una quindicina di pagine almeno, è da intendersi in forma dubitativa. Col suo tipico stile, Coetzee affronta un problema che inizialmente e all'apparenza è solamente letterario, da quasi ogni angolazione possibile, accettando le ragioni di ciascuna e presentandole al lettore, con grande rispetto, ma anche sfidandolo, esortandolo a trarre sue proprie conclusioni e decisioni, sapendo però sempre che nessuna potrà mai essere definitiva nel tempo. Mi piacerebbe ritornare a parlare diffusamente di questo libro, consigliabilissimo. Il post è stato ripreso sulla pagina feisbucchiana della Stella Vegana, è stato da molte e da molti ripreso e ricondiviso - secondo quel meccanismo di passaparola del social forum che a mio avviso oltrepassa di gran lunga i famosi "cinque gradi di separazione". Ne riporto qui, perciò, un rilancio esemplare, soprattutto per il piacere di poter avere ancora l'occasione di guardare la bella immagine che l'accompagna - questi giovani cerbiatti nel bosco invernale, che con occhi bambini, guardano l'obbiettivo, totalmente fiduciosi, o forse ignari. Mi fa riflettere l'impatto che questo cervo ha suscitato, nella sua morte.  Coetzee, con Costello, dice che non sempre la gente viene migliorata da quello che legge, né che lo scrittore esca incolume dall'esplorazione di territori oscuri, quelli dove - come nei mattatoi - "Satana imperversa". Dice anche che le ultime ore, quelle della sofferenza e della morte, di ogni vittima - aggiungo io - "appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene. […]" con "arroganza". Non dimenticate che Costello non offre soluzioni ma solo problemi, non risposte, ma altre domande. Perciò io sono convinto che questa volta dovevamo vedere, con tutto quel che ne segue...

venerdì 13 dicembre 2013

Il cervo

fonte della foto: Facebook, da Internet

 Non so da dove né come iniziare.Perché oggi, ho accarezzato e baciato un cervo, davanti ai cacciatori che lo avevano appena ucciso coi loro fucili dotati di telemetro, in Valsesia. Le emozioni sono mille, i pensieri duemila, tutti intrecciati: e così, i dubbi e le domande sono tremila.

Forse se inizio dal principio. La Valsesia è una valle chiusa. I suoi abitanti, nei secoli, hanno acquisito durezza di carattere e di cuore, che nel XXI secolo, non si è mitigata, nemmeno nei più giovani.
Eppure, ho amato e amo questi LUOGHI, anche se faccio grande fatica con le persone che li abitano – e questo è anche un mio punto debole, ne sono cosciente.
Proprio per questo, ho passato molti significativi anni della mia vita tra questi boschi. Anche questa mattina, ero a passeggio con i miei cani. Eravamo vicino alla riva di un fiume: prato innevato sotto il sole lontano del mezzodì di dicembre, grandi sassi della riva, e davanti a noi boschi sulle pendici già in ombra. Si può pensare qualcosa di più rinfrancante?

Di colpo. A distanza non troppo breve,risuonano quattro potenti detonazioni: tutte le rocce delle montagne intorno, coi tronchi dei loro alberi, e i rami suoi tronchi, e gli aghi e il fogliame sui rami, e gli animali tra i tronchi, i rami e le radici, ne risuonano, ogni volta,  a lungo. Tremano, come trema il mio animo, perché capisco al volo che cosa ho udito: spari di fucile. Vorrei che fossero andati a vuoto, ma scoprirò a breve che non è stato così.

Vicino alla bella passeggiata – che tale è per una persona di città, e chissà invece che cosa rappresenta per un montanaro che vive qui tutto l'anno – c'è un accogliente pub – che definire bar è riduttivo, e chiamare locanda è fuorviante. Lasciati i cani in auto, entro per bere un caffè. Di lì a poco, arriva il pick up dei cacciatori. Col cervo disteso e legato con le corde.
Sono quattro, o cinque, li conosco quasi tutti; solo uno, dal modo di muoversi e di parlare, non sembra originario del posto.

Se sul subito mi rifiuto di uscire, quasi da un secondo all'altro, invece, cambio idea: penso che lo devo al cervo, almeno un gesto di rispetto, di saluto. Mi faccio coraggio. Esco. Sono vigile, mi accorgo di notare ogni minimo dettaglio. Mi avvicino al pick up, in fondo al parcheggio della piccola piazza. Mi vedono, sanno chi sono, non mi bloccano, ma nemmeno mi fanno passare. Ridono. Un bambino che di sicuro frequenta già le elementari, è arrampicato sulla sponda, spinge il torace inerte del cervo con la piccola mano. Ride. Guarda suo papà, che è tra i cacciatori. È un bel bambino, e conosco suo padre. Chiedo permesso a uno dei cacciatori, che mi volta le spalle e intanto afferra il palco di corna e muove la testa del cervo, come fosse un pupazzo. Chiedo permesso, si scosta e così posso avvicinarmi al cervo. Noto le ferite, varie, sul corpo non così grande. Sento in lontananza, che parlano di come lo hanno braccato e sparato, di quanto può pesare e valere, di quanta carne, di cosa fare col palco, e altri discorsi (prezzi, leggi, tasse, qui tutto è misurato con questi criteri)... ma le loro parole sono in sottofondo. Guardo solo lui, vorrei che potesse vedermi anche lui. Lo accarezzo, più volte. Poi decido che non basta, e perciò di baciarlo in fronte. Il pick up è molto alto, riesco a baciare la mia mano, e appoggio il bacio sulla sua fronte, gli sussurro parole. Sento uno dei cacciatori, che ben mi conosce, esclamare qualcosa, ma è in dialetto che non comprendo. Alzo gli occhi, mi accorgo che il bambino mi guarda con gli occhi sgranati.

È tutto. Il fatto è tutto qui. Ma mi scardina dentro e pensieri escono a valanga. Come doveva essere bello questo cervo, stamattina, all'alba, col ghiaccio che esce dalle narici nel respiro, gli occhi attenti, le orecchie che si muovono; lui sente il calore del proprio corpo, è giovane, la luce sta tornando nel bosco, perciò è felice. Ha fame e inizia a cercare cibo. Ce n'è poco, forse perciò si avventura vicino ai luoghi che puzzano delle cose dei duegambe-senza-corna, anche se ciò lo agita. (scoprirò che sono due settimane che gli danno la caccia: in 4, o più, coi telemetri, coi mirini, nutriti, loro, e al caldo... vigliacchi: credo che lo abbiano sorpreso tradendo la sua ingenuità della gioventù).
Come si sente vivo! Chissà se c'erano altri cervi con lui, chissà se invece era solo, ma fiducioso nelle sue forze, e sentiva nell'aria messaggi odorosi di compagni della sua specie.

Tutto questo, agli umani col fucile e gli occhi piccoli e le rughe nelle facce tirchie e tirate, specchio di cuori avidi e gelidi, non interessa. Loro lo vedono come un'pezzo' di qualcosa da smembrare, mangiare, vendere, scaricare, gettare.

Ho già detto anche troppo. Mi fermo, non perché non ci siano altri mille pensieri, ma perché di più di così, vorrebbe dire togliere dignità e rispetto a questo cervo, e spazio al mio desiderio di poterlo salutare col mio addio dal profondo della mia anima.

Ricordo solo – per chiudere con l'incanto e la speranza - un altro Grande Cervo che vidi anni fa: io ero in auto, lui era appena fuori da una galleria che sbocca sul tratto finale e rettilineo della valle. Grande al chiaro di luna, davvero maestoso. Senza paura, mi guarda. Si allontana, procede senza fretta, seguito dalla sua compagna e dai loro due figli. Torna nel bosco: una incarnazione magica. 

Postilla: ho scritto questa nota di getto, incerto se pubblicarla, ma incoraggiato a farlo da amiche preziose. Ha suscitato commozione su Facebook, e si è diffusa tantissimo in poche ore. Dico questo, non per vanto, ma perché mi conforta interpretarlo come un segnale di speranza.. Un'amica ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare: che in qualche modo il cervo ha "scelto" questa fine (se loro percepiscono altri mondi e hanno un senso diverso del divenire), per incontrarmi, per incrociare il mio destino e che io vedessi quanto è cruenta la caccia, dopo averne solo e sempre parlato. Così, non devo lasciare tutto ciò come inaccaduto... e sono davvero grato a questo nobile individuo.
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