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venerdì 24 gennaio 2020

Sei andato a vedere la mostra sui divisionisti

Maternità (olio su tela) - Gaetano Previati

Due volte sei entrato al Castello di Novara, attratto dalla mostra sulla pittura divisionista e sui suoi artisti. (La mostra c'è fino al 5 aprile, magari ci vai pure una terza volta...).

domenica 12 gennaio 2020

Una ragazzina, un gattino e un piattino tra di loro

Emilio Longoni, Ragazzina col gatto, 1892 ca., olio su tavola, 24×33 cm

Questo piccolo quadro ti ha incantato quando lo hai visto la prima volta. Per la sua domesticità che sottintende molti discorsi, per l'eventualità che si tratta di un gesto di gentilezza. Forse.

lunedì 4 agosto 2014

Novara Vegana

Il manifesto del secondo vegan fest novarese - 2014

Novara è stata vegana per due giorni, almeno in Piazza Puccini e lungo uno scorcio dei viali dell'allea, nei pressi del castello, in Viale Turati.
Molti gli stand, nelle due location, equamente divisi tra stand di vegan food, associazioni protezionise e associazioni di vegan etico.



VEGANI A NOVARA
Vegan Fest a Novara.
Due giorni di cibo vegan, proposte e offerte, golosità e stuzzicherie; e anche di finestre aperte su  modi – a tutt’oggi – alternativi di vivere. Tutto si mescola: non occorre nemmeno usare la parola ‘accettazione’, o ‘tolleranza’, perché tutto è vissuto semplicemente come quelle che è: cioè un ulteriore modo di declinare i giorni della propria vita – per come ci si veste, e ci si orna o trucca, per come si mangia e per come ci si diverte, per come si sta insieme a qualcuno, per come si impegna il proprio tempo, aperto – questo sì – all’esterno, verso tutti gli altri intorno a noi.

Poche foto ricordo, specialmente di alcuni stand di associazioni etiche.
Un mini album – per ricordarsi che ci sono persone che credono e sperano in diversi modi di convivere e di immaginare e di fare scienza; album da ‘pinnare’, istantanee – vetrina di realtà che sono formate da persone che quotidianamente si impegnano concretamente per cambiare la vita di altri animali e anche di altri umani – oltre che la propria, magari anche per darle un senso e un significato che si preoccupa anche dell’essere oltre che dell’avere.

Postilla: ho visitato il fest rimanendo praticamente fermo, di fronte allo stand di Animal SOS,  dove le ragazze volontarie hanno accudito con pazienza e amore soprattutto la mia cagnolina Lisa, la 13enne rimasta sola dopo la scomparsa della sua amica Stella. Mentre le ragazze la coccolavano, ho potuto girare gli stand, insieme con gli altri due cani giovani, sani e curiosi, Chicco e Maika, che vivono in modo loro personale, sicuramente molto differente da quello di Lisa - che affronta con grande coraggio e prontezza di spirito la sua solitudine successiva alla dipartita di Stella (di Stella tornerò a scrivere molto presto, promesso).


stand di essereAnimali, a Novara


essereAnimali a Veg Fest Novara



essereAnimali al Veg Fest novarese

stand di Ippoasi a Novara

Ippoasi al Veg Fest novarese


lo stand della locale sezione OIPA

OIPA

lo stand di Animal SOS

Animal SOS a Novara


lo stand di I-Care in piazza

I-Care a Novara

Nota: invito gli interessati a verificare la esattezza dei link e a segnalarmi eventuali imprecisioni, che provvederò a correggere immediatamente.

giovedì 24 aprile 2014

2014 - Untouched: shortmovie di Marco Paracchini








Novara centro

 


courtesy from Marco Paracchini, 
paracchinilab e il website di M.P

23 aprile 2014 15:27,
caro Marco, finalmente,  ho visto il tuo cortometraggio.

Dire che mi è piaciuto è scontato, ma non è il complimento fatto per amicizia, credimi. Il film mi ha incuriosito e intrigato, e poi affascinato, sorpreso, perfino divertito (in maniera agrodolce), e alla fine immalinconito.


Varie le considerazioni personali da fare, nel dettaglio: sull'estetica, sulla resa, sul messaggio.

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER

L'estetica è quella della solitudine post moderna: tante case cubicoli che sono sempre più non luoghi, persino nella provinciale Novara; accoglienti, persino tecnologiche, ma in fondo fredde e impersonali. Con una pentola, un piatto, la televisione. I cubicoli si trovano in centro città, in una casa che - per via dei dettagli che si vedono e che la raccontano, come la statua, la ringhiera in ferro battutto, i colori delle pareti, - dev'essere di quelle restaurate e costose. divise in appartamenti, tutti messi in affitto. Questa solitudine, raccontata attraverso la giornata tipo di questa bella ragazza e di questo bel ragazzo (son tutte belle, le persone nel tuo film, a proposito), si esplica e si sublima attraverso il rapporto coi cellulari: tutti, nel film, stanno sempre a comunicare a un(') assente, col pensiero a un altrove che non è mai dove si trovano in quel momento. Da qui, mi sembra derivi spaesamento, esemplificato dal panino mangiato nello sgabuzzino, oppure e ancor più,  lo spuntino consumato stando a cavalcioni delle mura romane dietro un palazzo signorile, che i novaresi possono riconoscere come il Conservatorio - ed è una scena di grande impatto, cioè molto sorprendente per come si sviluppa e prende il volo; dal (voler) essere altrove, deriva anche afasia, una incapacità di comunicazioni 'calde', cioè con altri esserei viventi, faccia a faccia, a meno che non siano quelle funzionali e strumentali del lavoro, dell'impiego, della professione, delle necessità basic come fare la spesa al discount. Tutto questo, genera, mi genera, dei sentimenti di cui poi dirò.


La resa: sono rimasto davvero senza fiato a vedere Novara da una prospettiva a volo d'uccello! Le riprese aeree, ma anche il taglio di quelle a terra, i fuochi, le luci, gli scorci, le location, l'hanno resa una città irriconoscibile, più bella e affascinante e in certo modo più  misteriosa e cosmopolita di quello che realmente è. In certi momenti, non l'ho riconosciuta, ed è sembrata una città in cui avrei voluto vivere. In certi momenti, mi è sembrata la Tokyo di "Lost in translation"; anche il destino dei due personaggi si assomiglia, ma qui è persino più solipsistico e triste di quello dei due americani a Tokyo nel film della Sofia Coppola.


Il messaggio. La parola è brutta. Forse meglio se uso una parola come  'il racconto', o 'la storia': ché di questo si tratta. C'era una volta una bella dama e c'era una volta un valido cavaliere, che tutti i giorni affrontanvano con coraggio muto e rassegnazione, gli impegni dei loro compiti lavorativi. Fuor di 'once upon a time', e nel presente: tutti sono isolati, anche se in mezzo agli altri; si schermano, si schierano, dietro al volante, dietro alle cuffie, oppure sfogliando libri di cui non gli importa veramente, oppure consultando lo schermo del pc; oppure cenando come profughi davanti al fuoco digitale dello schermo tv lancia-immagini anestetiche. Troppo pessimista? In fondo, le immagini sono per Marco Paracchini un grande valore, un grande tesoro, un'avventura di scoperta. Ma qui, il ragazzo e la ragazza, quest'avventura non la colgono - nemmeno che  la rifiutino, è proprio che nemmeno si accorgono che esiste. Infatti, per tutto il giorno, mandano messaggi a un qualcun altro in un altro altrove, presumibilmente identicamente-non-diverso; o altrimenti, diversamente-identico a quello dove trascorrono le loro ore, dove si lasciano trascorrere sugli abiti e tra i capelli e la barba le loro ore che non sono più loro, ma sono indifferente tempo-(s)perso che se ne va per conto proprio, sgocciola via e rimane immobile e contemporaneamente è anche ciclico. Questo qualcun altro non sappiamo chi è e/o perché è - sappiamo, o crediamo di sapere che il messaggiare con esso procura gioia (?), sollievo (?), distrazione (?) ai protagonisti, ma anche ai comprimari. Che di fatto possono benissimo essere considerati intercambiabili - e il fatto che l'obiettivo segua le loro giornate anziché quelle della collega di scrivania o della ragazza al desk di libreria, tanto per fare un esempio, pare del tutto casuale, i due protagonsti non sembrano possedere un significato speciale rispetto alle altre persone sullo sfondo. Inizialmente, si può pensare che comunichino tra loro, ma no, non è così. Nel corso della storia, tra l'altro, per una certa manciata di minuti, ho creduto, ho aspettato, ho pensato, che in qualche modo si sarebbero incontrati. Ho pensato che il caso li distrarrà dai cellulari, distrarrà i loro sguardi dai piccoli schermi per alzarli alla luce della realtà fatta di altre persone. Ma no. Non succede. Ciò mi suscita sia malinconia che rabbia, che poi trascolorano in constatazione che oggi questa è la realtà: non si possono - non si devono - né avere né mostrare sentimenti a tutto tondo, emozioni forti, parole gridate. Perciò, anche il mio stato d'animo abbassa il volume, coglie il fatto che la storia filmata registra una realtà generalizzata  - ma solamente in una porzione di pianeta che non è tutto il pianeta, anche se si illude - in modo ingenuo, con mente embedded - di esserlo.
E all'arrivo del mattino dopo, il mio sorriso è amar-sarcastico per  la sorpresa del guizzo (un finale alla Frederic Brown ma non troppo - se Frederic Brown fosse intimista), nello scoprire che la bella ragazza e il bel ragazzo sono dirimpettai.  Magari è la prima volta che si incontrano: e ciò renderebbe ancor più drammaticamente 'spaventosa', la loro reciproca reazione, che è poco più di un sorriso soffiato sulle labbra increspate, occhi bassi, e poi ciascuno via - l'altro vivo e reale e presente e concreto è già dimenticato (per timidezza, o per diffidenza, o per indifferenza, o per incapacità?): non è importante, presto arriverà un nuovo sms, anzi è già arrivato da l'altro altrui in altro ulteriore altrove solitario.. Nessuno tocchi nessuna bolla, ché altrimenti esplode. E le conseguenze sarebbero troppo imprevedibili da sopportare. Ma - io credo - sarebbero la vita.

Una considerazione maturata dopo aver scritto questo testo (scritto di getto via email e adesso riportato qui, ma con un lavoro di autoediting approfittando della rilettura): ritorno a rivedere le case dove abitano il ragazzo o la ragazza. Sono case impersonali, e l'ho scritto. Ma sono anche case inanimate. Non c'è nulla di vivo dentro. Per esempio, non c'è un cane, non c'è un gatto  - né potrebbe esserci o viverci (o viverci bene) perché non sono ambienti a misura di esseri viventi; l'assenza di altri viventi con cui avere scambi, principalmente comunicativi-emotivi, fa avvizzire anche la capacità di socializzare con gli altri umani, ai quali si preferiscono le interfacce elettroniche - perché sicure, prevedibili, rassicuranti, prive di sorprese impreviste. E in questo rispecchiano in piccolo ciò che in grande sono diventate le nostre città. Le città non sono più ospitali per i viventi che le abitano, quegli umani che si suppone potrebbero e dovrebbero essere capaci di crearsi un ambiente vivibile, attraversabile, anziché un luogo che è a loro stessi ostile e impraticabile. La non presenza di animali è il segnale più chiaro di questa invivibilità: se gli spazi disegnati e costruiti non sono più in grado di accogliere i viventi che ne sono i destinatari principali, allora spariscono, cancellati, anche gli altri viventi che invece questi spazi li hanno subiti fin dall'inizio. Ma questo è un discorso - di zooantropologia, di margini e bordi, di relazioni e comunicazioni e linguaggi 'politici', cioè della polis -  che ha bisogno di altri spazi e altri momenti. Per ora mi fermo qui, a rivedermi il corto di Marco Paracchini

sabato 22 febbraio 2014

Animalisti in strada

 GLI ATTIVISTI DEI CANI SCIOLTI, FRONTE ANIMALISTA, ANIMALISTI TRENTINILES CHIENS DES RUES ITALIA,
VEGetariANI di Novara e Provincia HANNO DATO VITA AD UN PRESIDIO INFORMATIVO CONTRO IL CONSUMO DELLA CARNE, SUI MACELLI E SUGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI. GO VEGAN ANIMALI LIBERI.


Sono un animalista che è anche un pubblicista, cioè giornalista. I presìdi sono una delle occasioni in cui le due cose arrivano a coincidere.
Nei presìdi - come nei banchetti ma in modo più diretto e forte - si ha l'esperienza di venire a contatto con ogni genere di comportamento e reazione di umani, sorpresi nel loro quotidiano inconsapevole degli animali che gli sono accanto. E di questo voglio parlare. 

Ma prima, due parole sui 'suoni' che ho sentito, la colonna sonora senza musica dei filmati-testimonianza.
Ho capito che: ogni mucca, vitello, ogni gallina, pulcino, ogni maiale, trascina costantemente tutta la sua esistenza di dolore, in mezzo a suoni di ferro. Ringhi, stridori, sibili, soffi, clangori, sussulti sbattenti di cancelli, sbarre, trappole, scoppi di pistola, tonfi di corpi, urla spietate, tocchi secchi dei bastoni. Seghe che mordono, martelli che pestano, catene che tirano. Piedi che calciano. Tenaglie che afferrano Strappi cocenti. Urla di umani feroci, risa, insulti, aggressione sonora. Freddo. Vento.
Su corpi piegati e piagati, per i quali non esiste MAI nient'altro che questo. Riuscite a immaginarlo? Vivere una esistenza così?
(Mi sono rimaste impresse alcune sequenze: il bimbo maialino che agonizza nella polvere grigia del pavimento lurido della sua prigione buia; il piccolo pollo che ha le zampe spezzate e si rotola in una sporcizia di piume, sterco, sostanze chimiche; la mucca esausta, lentissimamente tirata su dalla carrucola agganciata alla sua zampa  - e sembra la tortura del 'tratto di corda' medievale -, il vitello inscatolato nelle pareti-vasca di ferro prima del proiettile captivo; la scrofa che, rassegnata e stanca, cammina nel verdastro pallido corridoio delle gabbie, sculacciata da una impaziente umana e ritorna nella sua gabbia di contenzione).

Quella del presidio, dunque. E' un'esperienza che vale la pena di vivere, anche se non è facile, perché i sentimenti di frustrazione, il senso di burn out, sono in agguato: si rischia di arrivare a provare solo rancore verso questi umani indifferenti, a decine, a centinaia, quanti se ne possono incrociare in un pomeriggio. Anche se piove.
Eppure, il rancore è proprio il primo sentimento da evitare:  il rancore è un blocco che zavorra al passato, e impedisce di muoversi bene nel presente, che è l'unico istante di tempo importante. Esattamente come per gli altri animali. Senza contare che è nel presente che possiamo tentare di costruire cose per rendere diverso il loro-nostro futuro di animalituttinsieme.

Senza il rancore, sarà possibile osservare questi umani, sarà possibile ascoltarli. Per capire perché non si smuovono, e che cosa invece potrebbe svincolarli dai pensieri prefabbricati della pubblicità consumistica, dell'inganno della 'carne felice' e del 'macello compassionevole'. Quel pomeriggio di domenica 16 febbraio 2014, a Novara, cittadina piemontarda grigiotta e bigiotta (e bigotta?)  piuttosto anziché no, se ne son viste sfilare un bel po', di persone, sorprese nel loro amorfo esibizionistico passeggio ('fare le vasche', si dice in città), lungo il Corso, per vedere, farsi vedere e spettegolare; per farsi catturare dalle vetrine, per arrabbiarsi della pioggerellina; per portare i bimbi alla festa di Carnevale: tutte queste pigrenormali attività sono incappate a un certo momento nel cerchio del presidio degli Animalisti, strategicamente piazzati all'Angolo delle Ore, imprescindibile luogo - fisico, topografico, toponomastico, culturale, storico - della città. Insomma: i maiali sgozzati non si potevano non vedere, né tanto meno non sentire.
 
Ci sono quelli che tirano dritto, passando in mezzo al cerchio del presidio, come se non esistesse; ci sono quelli che guardano ostentatamente davanti a sé, si irrigidiscono, serrano le labbra e forse chiudono anche le orecchie (perché i 'suoni' sono inequivocabili); ci sono quelli che il volantino "grazie ma ce l'ho già" (?); ci sono quelli che si fermano e diventano increduli, spaventati, pietrificati e avvinti da ciò che vedono; qualcuno fa battute irriferibili (perché non meritano di esserlo); quelli che 'la coscienza basta lavarla' (una frase che, a ripensarla in tutti i suoi risvolti e possibili conseguenze, fa venire i brividi: ecco la banalità del male su cui prosperano le dittature). E via passeggiando.

Qualcuno - pochi - si interessa, chiede, possibile che sia davvero così? ma i polli sofforno meno? e i pesci? ma perché li uccidono?

Se gli occhi si possono chiudere e se la testa si può voltare, le parole degli speaker non si possono ammutolire, sono parole accorate che si sentono anche da lontano. La parola che prega, che si appella, che chiama, che pretende, che racconta e che descrive le immagini, ne diventa didascalia per accentuarne la forza e far comprendere il reale significato di quel che si vede; o anche per aggirare gli occhi chiusi e far arrivare comunque un racconto a chi si trova lì. La parola, in questa circostanza, traduce le grida di dolore e terrore degli animali macellati e torturati.

La parola dovrebbe servire per contestualizzare queste immagini, la cui violenza può forse azzerare in chi osserva ogni capacità cognitiva. Allora, chi ha avuto il coraggio di guardare e comprendere, perché sostenuto da un'etica diversa e inedita, chi ha filmato, deve farsi carico di spiegare e raccontare, ciò che le immagini mostrano, senza filtri, senza pausa.

Alla fine della giornata, le mie domande non trovano una risposta definitiva. Anche se i pensieri e le idee muovono certi passi.
Ecco le domande: Serve mostrare immagini del genere? Serve raccontare? Serve dare - oltre alle immagini, in coda al racconto - degli strumenti per andare oltre a chi a quel punto ne sente la necessità? O bisogna lasciare che ciascuno decida di cercare da solo, emozionato da ciò che ha visto, ma lasciato senza una bussola?
Come sempre, le mie sono domande genuine, per problematizzare i modi di lotta, impegno e dialogo di chi ha a cuore la sorte degli animali e si pone di fronte al resto della società. Nell'unico interesse degli animali altri nostre vittime indifese.
A ogni domanda - è ciò che spero - dovrebbe corrispondere un'apertura di una strada, di una alternativa, di una strategia, a vantaggio degli animali.

La mia esperienza personale è che furono immagini simili che mi fecero fare i primi ragionamenti e decidere le prime scelte quando ero ancora piuttosto giovane (un filmato di agnellini scaricati da un camion di ferro, usando la macchina che in gergo si chiama 'ragno', perché dotata di una enorme morsa di pale di ferro, disposte a mo' di zampe meccaniche sul corpo dello snodo idraulico); ma poi, dietro a quelle immagini, arrivò la volontà di capire, di conoscere, di leggere, e di continuare a guardare (quando il mio primo cane scappò e venne ritrovato in canile, venne riportato a casa insieme a un libro, che conteneva tante immagini, sia belle che raccapriccianti; ma questa è un'altra storia). Ma forse, ciò accade per via di una predisposizione individuale, latente fino a quel momento.  Forse, tuttavia, accade ad altri ciò che capitò a me.
Non posso dire che effetto abbiano queste immagini su chi oggi le guarda, posso solo sperare sulla statistica: per cento (dieci?!) umani che le guardano, uno sentirà il bisogno di iniziare un cammino simile a quello che incominciai io tanti anni fa. Tuttavia, cogli anni ho scoperto quanto possano essere suggestive, evocative, potenti, seducenti e convincenti le immagini degli animali liberi. Ne ho appena parlato, e ne parlerò ancora, non è un discorso che si esaurisce in due post. Al contrario, e per fortuna.
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