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domenica 5 aprile 2020

Fare porto, Capitano

Joseph Mallord William Turner, "Cologne, the Arrival of a Packet-Boat: Evening" - The Frick Collection; Henry Clay Frick Bequest

I luminosi porti di William Turner - uno dei tuoi pittori preferiti - sono luoghi evocativi e desiderabili, anche se tormentati e movimentati. 
'Fare porto' è il desiderio di ogni marinaio in mare.
Che cosa significa, essenzialmente, 'fare porto'? Ce lo facciamo raccontare da Carl Gustav Jung.


domenica 15 dicembre 2019

Tempo Profondo: Mimodactylus libanensis in volo sulle lagune e gli scogli del Mar di Teti - -95ma (Cretaceo)

ricostruzione di Julius T. Csotonyi


La prima notizia - in realtà, per gli esperti ormai un 'segreto di Pulcinella' - è che lo pterosauro non fu un dinosauro, ma un rettile, che visse, appunto, all'epoca dei dinosauri. Questo fatto, d'altra parte, non ha mai impedito a generazioni di bambini di giocare accanitamente con modellini di pterodattilo da far volare tra cameretta e soggiorno.

martedì 23 luglio 2019

Sirene




Fantascienza affilata. Il primo pensiero che viene spontaneo mentre si legge questo libro sottile, è proprio questo. Una storia di fantascienza netta e crudele che svela il nostro terrificante futuro come se fosse già qui, come se fosse cronaca. Ma c'è dell'altro - qualcosa che deriva dagli elementi della storia, che sembra una messa in scena fantascientifica per parlarci in realtà qualcosa di altro.

domenica 15 aprile 2018

giovedì 7 settembre 2017

La maiala sul bagnasciuga (Il Gioco dell'Oculista)

una rotonda sul mare... chi? cosa' dove? quando? perché?




Questa volta, la prova degli occhiali è particolarmente laboriosa: abbiamo scoperto che facciamo fatica a vedere da vicino (nel tempo e nello spazio) ma anche da lontano (nel passato, in altri luoghi). Occorrono più prove, per scegliere i nostri occhiali.

La prima immagine ti ricorda la canzone 'una rotonda sul mare'. Ti è capitata sui soliti social e personalmente la vedi come fonte di tante domande, forse da porre in mezzo ai commenti che l'immagine ha ricevuto, sempre sfocati rispetto a lei, alla maiala che passeggia sulla battigia, al tramonto (o all'alba?); e invece centrati su altre cose, sempre centrate sull'umano, fino al punto che la maiala, come individuo da osservare nella foto, sparisce - è mentre sparisce, si trasla in un simbolo, in un motivo astratto di vari discorsi, dove campeggia solo l'umano.
Sono le domande del giornalismo classico: who? what? where? when? why? le famose W: in teoria, i pilastri di ogni buon articolo giornalistico.
CHI? la maiala, lei: di lei non sappiamo nulla se non che è libera di passeggiare su una spiaggia; non sappiamo se abbia un nome e qualcuno che la accudisce
COSA? la passeggiata, o forse il riposo. Magari la maiala ha trascorso tutta la giornata in spiaggia (sei propenso a pensare che sia il tramonto), ora si gode la brezza serale
DOVE? la spiaggia. Una spiaggia di qualche luogo sul pianeta, non è possibile capire dove. Una spiaggia che appare deserta, senza altri animali, compresi gli umani
QUANDO? un momento particolare della giornata, il tramonto è la finestra sulla notte, il crepuscolo prepara gli animali alla realtà della notte: che per alcuni sarà di requie, di riposo, in un luogo rintanato, per altri sarà un periodo di attività, al riparo della luce e degli animali che possono vederti e metterti in pericolo (gli umani, specialmente)
PERCHE'? ovvero, la storia della vita della maiala. Trascorre le sue serate in spiaggia abitudinariamente? Vive lì vicino? Chi vive con lei? Ci sono quasi sicuramente degli umani che vivono con lei. Molto probabile che la passeggiata in spiaggia dipenda gioco forza da una loro decisione. La maiala è libera? La maiala è destinata a vivere una vita lunga, per quanto sia possibile? Oppure il suo destino è già segnato: il macello? In tal caso, come mai la passeggiata?

  
Pig Beach





Questa seconda e terza immagine l'hai cercata tu.
Infatti, mentre stavi provando a pensare al post, ti è venuta la curiosità di rivedere altri maiali che nuotano, o che trascorrono tempo in spiaggia. Magari hai scoperto dove vivono, magari dove vive anche la maiala della prima foto. 

"Pig Beach è un'isola disabitata situata a Exuma, nelle Bahamas. L'isola deve il suo soprannome ad una colonia di maiali che popola l'isola stessa e i luoghi vicini. Big Major Cay, isola alle Bahamas, gruppo di isole dell'arcipelago Lucayan. Insomma, una meraviglia.  Un crocevia vertiginoso di evoluzione, di migrazioni, di convivenza tra animali diversi (compresi gli umani).

Altra prova di lenti...


 
il maiale nel mondo contadino





 
zootecnia 1




Jo Anne McArthur



Come uccidi i maiali che mangi? Intanto, li fai uccidere da qualcun altro, non vuoi vedere questa cosa terribile, cruenta, feroce. Ecco, a questo servono gli allevamenti zootecnici, veri e propri suinifici, di individui privati di ogni vita, cancellati mentre ancora respirano, carnizzati mentre ancora si muovono e camminano, soffrendo dolori e pratiche spietate, autentiche torture. 
Sono pratiche che l'etica deve rifiutare. Sì, anche le macellazioni rituali delle varie religioni, che sia halal o kosher.
Nel mondo contadino, invece, così (ci) raccontiamo, il maiale - così come tutti gli altri animali - era rispettato e accudito, in fondo era una risorsa irrinunciabile.  Un risorsa, appunto, non un individuo vivo. Della sua vita, importava solo che doveva arrivare il momento che occorreva sottrargliela e questo non poteva che avvenire in modo violento. E allora, cadeva ogni finzione di accudimento, di vicinanza personale, rimaneva solo il godimento feroce che preludeva a una 'festa' mangereccia, cruenta, sanguinolenta, adoperata con strumenti che riprendono la forma e il modo di uso degli analoghi strumenti per suppliziare umani.

PS
nota triste, che ci riporta alla prima foto.
l'apparenza bella era ingannvole, era superficiale. e solo uno sguardo superficiale poteva goderla come immagine felice. La maiala era una di 13 maiali allevati in spiaggia, in una porcilaia di 20 metri quadrati. Non c'è più spazio per l'ironia sulla 'stranezza spiazzante' della immagine, non c'è più tempo per considerazioni estetiche. Non c'è più giustizia - della quale, comunque, non si può non sentire il bisogno, la necessità.

domenica 18 gennaio 2015

... e Orche

Immagine trovata sul blog la giraffa


Quando per caso, dopo un  lungo post sulle balene, ti (mi) capita all'attenzione, qualcosa di così tanto affine, non posso fare finta di niente.



L'orca, mammifero marino, subisce destino di prigionia negli acquari; una prigionia che condivide con i delfini.
I suoi carcerieri, inscenano teatrini dove a lei spetta la parte del feroce mostro marino (ai delfini tocca il ruolo dei giocherelloni).
In realtà, le orche rinchiuse negli acquari, sono solo patetici, solitari, malinconici, tristi prigionieri. A loro viene sottratta l'ampiezza dei mari, la compagnia delle altre orche, la libertà di nuotare dove si vuole e - quindi -  di fare quello che si vuole: vale a dire, l'autodeterminazione della propria vita.

Questo progetto ne mostra la prigionia, e ci fa immaginare la sua libertà.  La liberazione di orche e delfini, sarebbe solo un primo passo nella direzione di un diverso e finora mai concepito rapporto di gentilezza e di rispetto nei confronti degli altri animali. Una liberazione che, forse, libererebbe anche noi dalle nostre gabbie, dalle nostre vasche, dove ci muoviamo con l'illusione di essere liberi, mentre invece siamo soli e rinchiusi in questa solitudine che ci ha accecati e impietriti. Non saremmo soli, invece, se ne avessimo il coraggio: di guardare davvero chi ci sta di fronte, col desiderio di entrarte in comunicazione con lui - il che dovrebbe anche significare l'accettare l'eventualità che questo riscoperto altro-lui, manifesti la volontà e il desiderio di non comunicare con noi. Questa libertà del rifiuto - Adorno, ma anche Bartelby lo scrivano - significherebbe /significherà: la nuova epoca dei viventi, tutta - ancora - da pensare, immaginare, sognare, creare. ...

sabato 17 gennaio 2015

Balene...



Non potrebbe essere esile un libro che racconta e parla delle balene.
Infatti, "Leviatano, ovvero la Balena", di Philip Hoare, conta oltre 400 pagine, ricche di illlustrazioni e disegni.


Sto finendo di leggerlo in questi giorni, e a dire il vero, ce l'ho  tra le mani da alcuni mesi - durante i quali nel leggevo qualche pagina al giorno, a volte alcune decine, a volte capitoli interi.
Non perché sia una lettura difficile o noiosa, al contrario: è lettura corposa e godibile, addirittura gustosa come un libro di altri tempi.



Lo assimilerei a un almanacco del diciannovesimo secolo, a un libro stampato per marinai e scritto da marinai, e credo che questo sarebbe un giudizio che l'autore apprezzerebbe - come è lui stesso legato alle balene, fin dai tempi dei suoi antenati.

Dell'almanacco ha la varietà dei materiali e dei racconti: ci sono aneddoti che vogliono o stupire o sorprendere; che ambiscono a commuovere o a far inorridire.
Aspetto con curiosità di scoprire il finale, ma già al punto in cui sono, posso essermi ben fatto una idea del libro.



Su e giù per i mari e gli oceani, lungo i secoli e percorrendo le coste di tutto il mondo, crocevia di leggende e di cupidigie, ispirazione per scrittori e poeti, la balena  appare moltiplicata da questo prisma umano che la sfaccetta e la affetta in centinaia di modi, ma non  ce la riporta più intera, se non come 'mostro marino', semi leggendario, sterminatore di uomini. 


Viene capovolta la realtà, come se le acque oceaniche fossero sopra la nostra testa, e il cielo  a precipizio sotto i nostri piedi.
Non è l'uomo, che la caccia e la stana e la stermina e la cerca per il suo grasso, per l'olio, per le  ossa, per la carne, per i fanoni, per le pinne, per la carne, per gli occhi, per la testa, ad essere il predatore; ma lei, invece, la balena, a diventare belva feroce e infida - lei, la vittima di questo sterminio, che ha la colpa di difendersi, di tanto in tanto riuscendo con efficacia per forza di cose letale, a tener testa ai suoi cacciatori.




Le espressioni di solidarietà verso le balene, e di critica per la caccia di cui è stata vittima per secoli, si mescolano nel libro a frasi di rievocazione ammirata o digressione tecnico-scientifica, oppure narrazione letteraria, senza soluzione di continuità, e a volte possono suonare un poco di maniera - benché non sia lecito dubitare della sincerità dello scrittore, quando li pronuncia.

Dal Seicento all'Ottocento, la balena è stata letteralmente motore e combustibile per l'espansione predace delle nazioni, legata a filo doppio col commercio degli schiavi, essa stessa schiava, profitto e sostegno di città, navi, porti, traino per mercanti, preti, naturalisti e scrittori. Nel XX secolo, è stata vittima di guerre e di tecnologie, che hanno trasformato gli oceani sua casa, in uno sconvolgente ininterrotto campo di battaglia tra umani - che, specialmente quando sono dei militari, considerano tutto ciò che non è umano, come inanimato palcoscenico (si parla di 'teatro delle operazioni belliche', credo non a caso).
Oggi, salvo deprecabili eccezioni, tanto più eclatanti, la caccia alle balene è pressoché scomparsa: ma solamente perché a essere pressoché scomparsa è proprio la balena;  o perché le 'risorse' del suo corpo sono state rimpiazzate da altre più economiche, più abbondanti e disponibili, meno pericolose da ottenere. Quasi mai a motivo di una presa di coscienza più empatica e profonda, nei confronti di questa creatura, che a tutt'oggi è ancora un mistero quasi totale.



Sospetto che alla fine di questo pur mirabile libro, la balena rimarrà inafferrabile, mai ricomposta nella sua interezza di vivente, solo per se stessa. Questo perché la balena è stata misurata, affettata, bollita, analizzata con strumenti, fotografata, disegnata, vivisezionata, sempre con strumenti analitici che hanno la loro ragion d'essere nella presa di distanza e allo stesso tempo nella presa di possesso: sotto questi strumenti, nessun essere vivente può sopravvivere, può esprimersi; non ha altra scelta che agonizzare, immobilizzarsi, morire, diventare strumento e cosa; anche dopo morta, la balena non può morire, perché deve viaggiare in mille modi e forme, tra musei e circhi, tra accademie scientifiche e wunderkammer dei mari.
Ci sono però delle pagine notevoli, che evocano abissi e insondabilità cetacei, fianco a fianco con macchinosità e scopofilia umana. La balena, allora, si trasfigura in mostro, in ricompensa divina per il coraggio e l'ingegno umano, e perciò vi si sottomette, omaggiando il cacciatore con la sua stessa vita e donandogli in premio il corpo (!).
La balena è mistero degli abissi spaziotemporali e forse un giorno vedrà l'umano estinguersi e nuoterà immemore delle "creature ingordse" che la perseguitavano, "condannate alla rovina dalla loro stessa ingordigia".
Sia come sia, tutte le relazioni che l'uomo nei secoli stabilisce con la balena, sono basate sui suoi desideri "più che sui diritti dell'animale".


"(...) la loro pelle (della balena franca) (come quella di tutte le specie di balena), è straordinariamente sensibile, a tal punto che la semplice pressione di un dito umano può farle rabbrividire in tutto il corpo". (pag.200) A causa dei nostri sensi piccini, la dimensione delle balene le beffa e le tradisce ai nostri occhi: ce le ha rese mostri da temere ma anche da perseguitare e uccidere con avidità. Eppure, non sono le dimensioni che valgono per comprendere l'universo della balena: un universo fatto di suoni blu tutt'intorno e dentro l'acqua, per miglia e miglia in ogni direzione, e lungo ogni freccia del tempo.

"Una terza fotografia, quasi insopportabilmente triste, mostra un cucciolo d'orso, ancora aggrappato al corpo senza vita della madre. I piccoli, destinati a passare tutta la vita in uno zoo, venivani trasportati in botti scoperchiate, chiuse da sbarre. Gli esemplari viaggiavani incatenati all'albero, come cani" (pag.223)
Quasi, sotto prodotti della caccia alla balena, cadono vittime degli umani, anche orsi, foche, delfini, focene, moltissimi pesci. Sono prede destinate a vari usi, anche solo per divertire, anche solo per arrotondare il profitto, specialmente se il bottino non è grasso.



"La balena di Sir Clifford è stata interamente articolata, in modo che, come fosse un gran cassettone, potete aprirne e chiuderne tutte le cavità ossee, allargarne le costole come un ventaglio enorme, e andare in altalena tutto il giorno sulla sua mandibola. " (pag.246) La balena non esiste più, viene tassidermizzata e scansionata, trasformata in utensile, resa irriconoscibile, diventa invisibile.

 "Scoresby (...) non aveva mai avuto dubbi sul diritto dell'uomo a cacciare le balene; anzi, considerava la caccia alla balena un tributo al genio umano e alla generosità divina" (pag.275)
La balena è ponte tra uomo e dio, è allo stesso tempo preda e bottino, sfida e ricompensa, immagine della gloria divina e prova dell'audacia umana, che la misura, la giudica e la considera, come sempre, inadeguata.

"In quel momento, capii che le balene mi avevano preso le misure, capii che sapevano che cos'ero, anche se non ero in grado di comprenderle, capii che ero un oggetto in una mappa quadrimensionale, valutato sulla base di sei sensi. Ogni sfumatura dei loro movimenti teneva conto dei miei." (pag.403) Alla fine, l'emozione di un simbolico riscatto, un rinnovato incontro sull'orlo dei tempi e delle estinzioni: dove le balene, si trovano di nuovo di fronte a un umano, questa volta singolo e disarmato. E lo sanno cogliere assai meglio di quanto riesca l'uomo a fare con loro.








Philip Hoare
Leviatano ovvero la balena 
Einaudi, traduzione di Duccio Sacchi e Luigi Civalleri, 
pagg. 432, euro 22)


lunedì 5 maggio 2014

RICCARDO: LUI HA FATTO PROPRIO COME I DELFINI

Fotocomposit di Alessandro Fugazzi, da una foto @Riccardo Palumbo e una immagine fonte Internet



di Francesca Fugazzi

Ho fatto una bella chiacchierata con Riccardo Palumbo. E’ un caro amico e voglio parlarvi di lui perché ha un modo insolito di fare attivismo. Prende le cose alla larga, con delicatezza ed originalità. Ha stabilito nel 2011 il record di più lunga permanenza in acqua da fermo, il Biorecord, e l’obiettivo di questo primato era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei pesci, dei mammiferi marini e di tutti gli animali acquatici in cattività. E’ arrivata la volta del ProWater, un altro record di galleggiamento in acqua, la cui missione è stata quella di porre attenzione sull’importanza fondamentale della preziosa risorsa. Oggi Riccardo, primastista mondiale, è reporter per Extreme Water Tv e si occupa di educazione ed istruzione in ambienti acquatici.

Ci parli del tuo primo record?
Il Biorecord, che consisteva nello stare nelle acque del lago di Monate (vicino a Varese) per quarantotto ore in uno spazio chiuso e con limitate possibilità di movimento, voleva mostrare come un animale marino viva in cattività. In acqua avevo uno spazio di soli dieci metri quadrati. Il paradosso era ovviamente quello per cui, pur avendo un intero lago a disposizione, non ne godevo. Volevo dare una testimonianza concreta dell’assurdità della libertà violata.

Cosa hai vissuto in quei momenti?
La situazione era completamente distorta. Questa volta era l’uomo, a terra, ad osservare un altro uomo, in acqua, che si trovava appunto nella condizione di un animale in cattività. L’esperienza, anche se bellissima per il sostegno da parte della gente, mi ha fatto sentire davvero come se mi esibissi in un delfinario. Sono diventato una sorta di oggetto. Alla lunga, quando la stanchezza cominciava a farsi sentire e si andava verso il record, sempre più persone venivano a vedermi e a pormi molte domande, che, poi, erano sempre le stesse: “fammi vedere le mani e i piedi”, “come fai a mangiare e a bere?”, “chi te lo fa fare?”. Ripetevo uno spettacolo, esattamente come accade nei delfinari. Era assolutamente stancante e frustrante, ancor più dell’attività stessa. Vivevo stressato. E la stessa cosa è avvenuta anche per il secondo record, in cui sono rimasto in acqua per cinquanta ore. Pensare di stare lì per sempre è atroce, si può davvero diventare pazzi.

Com’è nata l’idea del Biorecord come manifesto in difesa degli animali in cattività?
Desideravo comunicare qualcosa di importante alle persone ma non sapevo come. Quando avevo deciso di stabilire il primo record ho cominciato ad allenarmi tante ore in piscina, dodici ore al giorno in acqua. Una cosa frustrante: una cosa da...acquario! Mi sono sentito come se un delfino mi avesse detto: “ecco, ora capisci cosa significa?”. Lì ho avuto un’intuizione e ho deciso di stabilire il record non più in una piscina ma in acque libere recintate in modo da tentare di rendere evidente la scelleratezza delle azioni umane.

Pensi che il messaggio sia arrivato alle persone che hanno assistito al record?
Il Biorecord è nato per questo e nessuno, almeno non intorno a Varese, aveva mai ricevuto questo messaggio con un linguaggio diverso. Devo riconoscere che la gente non si mostra molto interessata ai discorsi complessi e profondi, in genere rimane sulla superficie, sia dell’acqua sia delle cose. Io non potevo urlare, il messaggio era più sottile ed era rivolto a tutti coloro che avevano già un certo tipo di sensibilità. Mi sono rivolto anche ai bambini promuovendo anche, in concomitanza, la campagna “Let me free” con magliette e gadget sui quali c’era l’immagine di un delfino che ritornava ad essere libero.

Qual è la nostra responsabilità davanti a queste ingiustizie?
Tutti dovrebbero riflettere, almeno tutti coloro che sono andati in un delfinario o in un acquario. Da piccolo sono andato a vedere alcuni spettacoli e non mi accorgevo di nulla, non pensavo che i delfini potessero soffrire così tanto. Quando ho realizzato è stato durissimo e col senno di poi mi sono sentito in colpa. L’informazione è fondamentale: sapere l’inferno che passa un delfino per arrivare in quei luoghi è di fondamentale importanza. Bisogna quindi informare. Se tutti sapessero, l’affluenza ai delfinari crollerebbe. Nel momento in cui viene prelevato dal suo stato selvaggio, un animale subisce il percorso più terribile, viene privato di tutte le sue qualità e spezzato per sempre nello spirito. Non c’è da stupirsi dei casi in cui un’orca attacca l’addestratore perché è assolutamente evidente che un’orca non possa vivere in quegli spazi angusti.

E cosa è successo dopo che hai aperto gli occhi?
Ho assolutamente voluto fare quanto segue. Mi sono recato in un delfinario e ho chiesto, come persona del pubblico, di poter interagire con i delfini. Ho finto questo desiderio per potermi avvicinare a loro. Quando mi sono trovato vicino ad un delfino tanto da poterlo toccare gli ho chiesto scusa perché avevo abusato della loro bontà e che da quel momento mi sentivo pronto a fare il Biorecord per loro. I delfini sono molto empatici e telepatici e spero che il delfino a cui ho chiesto scusa mi abbia ascoltato. E’ stato un momento forte. La differenza fondamentale tra ciò che ho fatto nel record e la vita degli animali in cattività è che io ho scelto di stare dove stavo: un animale non lo sceglie. Dobbiamo metterci nei panni degli animali che vengono presi a forza e sostanzialmente gettati in una vasca da bagno visto che gli spazi in cui essi vivono allo stato brado sono vastissimi anche rispetto alla più grande vasca di un delfinario.

Cosa vuoi dire ai genitori che portano i propri figli nei delfinari e negli acquari?
Quello che voi fate è di far divertire vostro figlio senza informarvi e senza renderlo consapevole. Non vi chiedete perché il delfino stia lì, non vi chiedete se anche voi siete disposti a ripetere ossessivamente e fino alla fine dei vostri giorni esercizi sempre uguali dopo essere stati strappati da un oceano che fino a poco prima vi dava vita e famiglia. Cercate di informarvi ed informare il vostro bambino in modo che capisca fin da subito quanto accade. Andate a guardare i delfini in libertà, è molto più emozionante godere di quei pochi secondi in cui loro decidono di mostrarsi ai vostri occhi.

Intervista a cura di Francesca Fugazzi

Per chi desiderasse mettersi in contatto con Riccardo - primatista mondiale di permanenza in acqua in galleggiamento - per attività educative o sportive sempre in un’ottica di rispetto della natura, lui è presente su Facebook in questo profilo  o su Twitter @riccardoH2O

Per chi volesse approfondire la tragica situazione dei delfinari e fare qualcosa in merito può informarsi leggendo

Non c'è niente, da fare, ogni volta che leggo un articolo scritto da Francesca, mi emoziono, e inizio a sognare a occhi aperti, perché le verità che dice - e il come le dice - rendono tutto così apparentemente facile da raggiungere, che l'entusiasmo e la voglia di farle sapere in giro, a quante più persone possibile, a tutti, è davvero tanta. Perciò, ecco che ho colto al volo l'occasione di postare un'altra stupenda intervista  fatta da Francesca a un personaggio eccezionale, che ha detto cose che non possono lasciare indifferenti (le sottolineature sono mie). Grazie Francesca. Grazie Riccardo.
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