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martedì 15 agosto 2017

La guerra sulla pietà

... e se io incontrassi un'orsa...


Le immagini di KJ2 uccisa, ti hanno catapultato coi ricordi al passato. 
Hai provato l'irresitibile necessità di scrivere queste righe, che avrebbero voluto esser brevi ma che rischiano di essere lunghe - e molto probabilmente esorbitanti, inconcludenti: siete avvisati!
2013. Abitavi in montagna. Per una serie di sfortunati eventi, ti ritrovasti faccia a faccia con la salma di un cervo. Lo hai raccontato, con tutti i dettagli, qui
Oggi forse non lo scriveresti così, ma molti dei pensieri lì esposti, non sono cambiati  - e forse, quello che allora era un bambino (e che allora ti impressionò proprio perché si trovava tra gli adulti spettatori di quel ludibrio, scempio di cadavere), oggi sarà un giovane e implacabile cacciatore, sicuro della giustezza delle sue azioni di 'contenimento' degli animali. Più nessuna sorpresa nei suoi sguardi, solo crudezza piatta.
Però, del cervo quel viso, quegli occhi ormai muti, accecati della loro brillante luce vitale dalle pallottole dei cacciatori, non te li dimentichi più. Anche quel bellissimo cervo come l'orsa era adagiato - le membra scomposte e rigide, il pelo sporcato dalla caduta nella morte, per via della spinta potente e irresistibile del proiettile dentro nel corpo - sul pianale semi arrugginito e scolorito di un furgoncino - quelli azzurro-verdi, dozzinali, non belli, solamente utili e poco costosi.  Attorno a lui, come orchi, i cacciatori che lo avevano scovato, perseguitato, sfinito, inseguito e ucciso, quella mattina. Ora che il sole stava calando, proiettavano le loro piccole ombre deformi sulla bellezza di quel corpo - che loro non avrebbero mai compreso, anzi nemmeno vista. Parlavano, a borborigmi crudi e stridenti: di cartucce, di cani, di bastoni, di catene, del bosco (il 'busc'); del peso della 'bestia', di quanto si tira su con la sua carne, con la sua pelle per il tappeto, con la sua testa, con le sue corna.

Una violenza fine a se stessa, che si perpetua anche in migliaia di piccoli grandi gesti prepotenti degradanti.

qui siamo a Pinzolo: notate i fiori sul capo della mucca?

Fu allora che lo baciasti, in un impeto - una provocazione? una sfida? Una opposizione, un rifiuto verso la loro esistenza umana, i loro pensieri grondanti violenza perenne (!). Un saluto, una richiesta di perdono, un omaggio alla bellezza (!). Baciasti il viso del cervo, sulla sua guancia. Un bacio veloce, rapito, rubato. Sporgendoti sul pianale, che fu come sporgersi sull'abisso: della morte, della violenza - forse l'abisso di Nietzsche. Ma un abisso voraginato dagli umani, una trincea scavata nella guerra sulla pietà - ché di questo stiamo provando a pensare.
Non hai immagini del cervo, solo ricordi...

... ricordi identici a questo, in ogni dettaglio squallido e doloroso...

... e perciò, ben comprendi che quello che a prima vista potrebbe sembrare un gesto unico - il mostrare il risultato di una caccia agli amici in paese - è in realtà un singolo episodio di una sequenza molto, troppo lunga, che i cacciatori imbastiscono ormai senza soste; e che questa sequenza è una delle battaglie di questa guerra: una battaglia campale, che inanella vittime, cadaveri, in continuazione, tra gli altri animali. Ci sarebbe anche da accennare al discorso delle immissioni di animali in boschi e ambienti ormai svuotati, le cosiddette ripopolazioni: boschi assediati da città e ambienti antropizzati, nei quali è facilissimo per qualsiasi animale incappare. Troppo-pericolosamente-facile. E allora, si parla di sovrappopolazione, di invasione, di pericolo. E allora, la parola passa ai fucili, come se avessero bisogno di una ulteriore copertura -oltre alle innumerevoli deroghe, licenze, eccezioni di cui già godono.
 (Nota: una delle immagini circolanti, descritta come l'immagine del cadavere dell'orsa, in realtà la ritraggono anestetizzata, quando, mesi fa, venne catturata per metterle il radiocollare; ma poco importa: siamo nella logica del discorso del pathos - anche caotico, quindi -  delle immagini.)


Perché hai baciato il cervo? Ricordi benissimo che avevi, netta in mente, questa immagine:

...solo di recente hai scoperto la probabile vera origine di questa foto, che dunque è un fake!

Solo di recente hai scoperto i retroscena più probabili di questa foto. Ma allora era decontestualizzata - o meglio, ri-contestualizzata (ma, obietti: le mani sulle spalle che sembrano trattenerlo?).
La potenza astratta della immagine - fu quello che ti rimase impresso. Al netto. Non sai, ora, dire se ricavare ispirazione irresistibile da una immagine che è bugiarda - se ricavare un bene da un male - sia qualcosa che (ci) si possa permettere o auspicare sempre, o per sempre (forse no).  Però, quando baciasti il cervo, tu ti sentivi come pensavi si sentisse il ragazzo nella foto. E, di sicuro, il tuo gesto fu sincero; di sicuro, suscitò sorpresa. Siamo in guerra, giusto? Allora: la propaganda, la disinformazione, la strumentalizzazione, possono, potrebbero, prendere strade inaspettate, indesiderate dagli stessi autori della propaganda. Ci si può appropriare del messaggio dell'avversario, piegarlo, depotenziarlo, rendendolo innocuo o addirittura rivolgendolo capovolto e trasformato, da punto debole a punto di forza (stai pensando a un film come 'Pride'). 


Mentre stai scrivendo a getto continuo, insegui i pensieri prima che scappino, ma in questa maniera altri ricordi arrivano a farsi ricordare: ricordi dove gli animali nei boschi sono protagonisti. 

Ricordi la corsa a precipizio di due camosci: stavi salendo un sentiero estivo in un bosco - all'improvviso, a monte, alla tua destra, un fragoroso frusciare di foglie e rami, che si spalanca in un lampo verde e nocciola di corpi, zampe, ciottoli, erbe, terra, sole sul tratto di sentiero a due metri davanti a te: due giovani camosci correvano a precipizio, verso valle. Lungo una discesa ripidissima, velocissimi. Non hai avuto paura, ma solo meravigliata sorpresa - sentivi con certezza che loro ti avevano individuato, tu, lentissimo arrancante in salita semipianeggiante, ben prima che tu potessi anche solo iniziare a sentire il loro avanzare, per cui erano certi che ti avrebbero evitato con  estrema facilità, con noncuranza. 

Oppure: ricordi te che guidi, tra i tornanti montani, in una sera di luna piena, stai salendo verso la  fine della valle. All'uscita dalla galleria: un cervo sovrumanamente gigantesco, sta dritto in mezzo alla strada. fermo, calmo, si guarda attorno, muovendo piano la testa -le sue corna sono immense. Vicino a lui, più piccoli, due individui: hai subito pensato a una femmina e a un giovane, forse il loro figlio. Hai frenato, ti sei fermato, guardandoli riguardato, dal finestrino. Pochi istanti, eterni. L'immbilità del pensiero, dell'attenzione. Del rispetto - reciproco. Della prudenza - reciproca. E tuttavia, non percepisti dal cervo paura, né ostilità. Solo, una attenta osservazione, benché rapida, veloce. Uno scambio impercettibile di sguardi, tra due coscienze. Poi, loro tre scomparvero dall'altro lato della strada - diretti da un prato a un bosco, tagliati in due dall'asfalto umano. 

Non sono gli unici ricordi che tesaurizzi nella tua memoria, di animali non umani. Proprio questi due, però, sono emersi adesso. Perché il pensare alla guerra sulla pietà, come si e ci  raccomanda di fare Derrida, è un pensiero lungo, annoso e probabilmente sfrangiato, ramificato, sfaccettato, poliedrico.
Sono emersi perché possono raccontarci sia la splendida epifania animale, sia il fatto - assodato - della loro effettiva non-belligeranza. Se volessi usare parole altisonanti, scriveresti che se anche loro non ci hanno dichiarato guerra, sono gli animalisti che si sono posti loro alleati a guerreggiare contro la strapotenza bellica umana. Ma, appunto sono straparlare, per una infinità di motivi.

Il fatto è che, più che di guerra, verrebbe da parlare di sterminio (nei termini in cui se ne parla nella Guerra dei Mondi wellsiana): perché la disparità delle forze in campo è troppo estrema, troppo assurda, a tutto svantaggio degli altrianimali.
Gli animali vengono "sterminati nella loro sopravvivenza o addirittura nella loro moltiplicazione", scrive Derrida. Le dimensioni della guerra sulla pietà sono talmente immense che gli stessi umani la negano, la disconoscono, rifiutano di vederla  - o forse, il che è terribile, in molti casi nemmeno la vedono, pensando che non esista, che non sia in corso.  Eppure, le prove ci sono: dati, racconti - immagini.  Derrida le chiama immagini 'patetiche', cioè in grado di generare pathos. Ma in questa guerra, molto c'è di patologico, molto c'è che si allaccia alla sofferenza, alla pietà, alla compassione (scrive sempre Derrida). 

Oliver: anche questa è una immagine 'patetica'...
Ora, tu pensi che a disposizione degli umani che si sono presi l'impegno di pensare la guerra, la pietà, la compassione, non ci sono molte risorse, e allo stesso tempo ce ne sono a sufficienza. Ci sono consapevolezze nuove, in grado - forse, tu lo speri - di affrontare queste nuove prove derridiane che la compassione deve affrontare, dal XIX in qua. Ci sono nuovi pensieri. Ci sono politiche e strategie collaudate in vecchie battaglie, che possono tornare utili nelle battaglie nuove e urgenti. Gli esempi, per dir così, 'vittoriosi' - o 'di successo' - non mancano.

Nel caso di KJ2 s'è parlato e scritto di boicottaggio. Si sta parlando anche di consumo consapevole, che ne è un po' l'altra faccia. Si potrebbe chiamare anche 'consumo propositivo'. Non solo il non comprare ciò che propone la parte a cui far arrivare un messaggio di protesta; ma anche, magari contemporaneamente, il comprare di più da parti che invece seguono pratiche diverse, più rispettose. Ti pare che si possa far riferimento ai cosddetti gruppi di pressione (in inglese: le lobbies). Uno strumento che potrebbe essere sorprendentemente potente, a tutti i livelli. 

Nel caso del povero cavallo Oliver- misero schiavo sfruttato fino alla sua morte-  il discorso di protesta contro botticelle, carrozze turistiche diffuse tra Roma, Torino, Messina, Cagliari, tocca molte corde patetiche. Vedere il suo viso stravolto è uno strazio personale, e - per te, almeno - vedere gli umani scialbi, sciatti, scazzati tutt'intorno a lui, le mani in tasca, sotto il sole rovente, suscita vero, insopprimibile ribrezzo.


...vorreste davvero che qualcuno vi soccorresse così?! Fonte


Ti affacci alla marea costantemente e quotidianamente montante di ogni tipo di crudeltà, sciatteria, incuria, disinteresse, disattenzione, ignoranza, menefreghismo, prepotenza, arroganza, supponenza mossa da umani del tutto inconsapevoli contro gli altranimali. Rischi di soffocare. Rischi di bruciarti. Rischi di ammalarti. 
Hai (avuto) la fortuna di aver incontrato e di continuare a incontrare e di conoscere persone determinate, forti, propositive, consapevoli, tenaci, che sono capaci di fare cose 'belle' tutti i giorni verso gli altranimali - e il pensare di aver imparato da loro e di essere anche tu almeno un pochino come loro, ti permette di fronteggiare gli sgomenti. Infatti, quello che queste persone sanno fare, fa la differenza concreta.




Per chiudere il post. E contro la patologica follia antropocentrica.
Provi a trovar rinsaldezza nelle parole di Derrida: la guerra sulla pietà "attraversa una fase critica. Noi l'attraversiamo e ne siamo attraversati". Perciò, abbiamo il dovere di pensarla, questa guerra. Per Derrida, proprio il "pensare" è in questione, è in gioco. Forse è in pericolo. Il pensare come abbiamo pensato finora, non va bene.  Allora: potrebbe aiutarci un pensare-sentire? Potrebbe aiutarci sdraiarci sulla terra, camminare a carponi? Potrebbe aiutarci stare in mezzo agli animali - almeno, quelli che accettano di stare in mezzo a noi (tu, stai pensando ai tuoi cani) - ?
Non c'è una unica, né breve, né univoca - risposta. Il che, forse, può spingerci a trovare sempre nuove, creative, innovative, strade e strategie. 

giovedì 20 aprile 2017

Masters of war


Cleon Peterson - dettaglio


Scrive Melanie Joy: "Il fine di tutti i movimenti per la giustizia è mettere in moto la testimonianza collettiva, così che le pratiche sociali riflettano i valori sociali". Nel suo libro "Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche" (Sonda),  Melanie Joy affronta il sistema del carnismo, la ideologia estensiva della nostra epoca, fondata su una quantità di violenza che viene tenuta nascosta e che è perciò difficile da immaginare, pensare, concepire. Dice: il carnismo teme la testimonianza come la più grande minaccia alla sua esistenza, alla persistenza del sistema, che dunque si organizza per prevenire la testimonianza.

Le proporzioni dell'ingiustizia agita contro gli animali non umani - ma anche contro un numero per niente piccolo di animali umani - sono immense, a un livello di scala mai raggiunto prima - e tanto più il sistema le occulta o le mistifica.

In proporzione, l'importanza della testimonianza, cresce al crescere delle dimensioni della violenza commessa e della giustizia che si vuole ottenere, che ci si pone come obiettivo.
La testimonianza degli umani che si impegnano per la giustizia animale (la chiami così solo per brevità discorsiva), cerca in modo instancabile, modi espressivi - il più variegati e numerosi possibili - senza permettersi di escluderne alcuno (almeno, speri e pensi che dovrebbe così essere).
"[La testimononianza] può assumere molte forme, inclusi dimostrazioni, veglie al lume di candela, striscioni, conferenze e creazioni artistiche. Storicamente, testimoniare è stato un atto creativo: pensa alla musica rivoluzionaria degli Anni Sessanta [...]". Sempre Melanie Joy.

Tu ci hai pensato, e tanto. Diresti che sta diventando uno dei temi che ti piacerebbe approfondire. La musica, comunque, trova sempre spazio qui sul blog - pensi che magari ne troverà pure di più, in futuro. Magari col solo motivo e il solo scopo di fare qualcosa di piacevole.

Per tornare al significato e alla importanza della testimonianza, ciò che se ne potrebbe scrivere e riflettere, è tanto, assai più ampio di una suggestione musicale: si può parlare di non violenza, di disobbedienza civile, di performance, di flash mob, di investigazioni, e tanto altro ancora, che abbia a che fare sia con le metodologie, che le tattiche, che le strategie, che gli obiettivi. Ci saranno post per questi argomenti, se ce la farai a scriverli.

Qui, ti piacerebbe rimanere alla suggestione musicale.  Proprio nel 'mito dei favolosi Anni Sessanta' (o Feffanta, alla Gianni Minà), è troppo facile trovare a iosa canzoni di impegno sociale, di denuncia, di lotta civile - alcune sono bellissime, pietre miliari.  
Tu, in questo momento, pensi in particolare a una, perché il suo testo è particolarmente duro, oltre che poetico e retorico. 
Breve premessa, che dovrebbe provare a spiegare i come e i perché, i the pros and cons della faccenda. Spesso gli "animalisti" vengono definiti come misantropi, che usano a sproposito parole violente contro gli esseri umani e non sono capaci di misurare le 'giuste' priorità col buon senso comune, che sa benissimo che ben altri sono i problemi che hanno la precedenza, nella lista delle cose da fare  - compilata da chi non alza in realtà un dito per nessuna di queste cose.
Sei abbastanza convinto che questa etichettatura di 'violenti', gli animalisti se la siano meritata per il semplice fatto che ... si preoccupano degli (altri) animali! Osano questo! E dunque, qualsiasi obiezione mossa a critica delle pratiche terribili worldwide a loro danno - a danno della vita, della libertà, della felicità degli altri animali -  riceve come prima, automatica, irriflessiva risposta, l'ammonizione severa e infastidita, la sanzione sociale, il marchio della violenza. Questa intimidazione viene brandita con disinvoltura da chi invece è autenticamente prepotente -  e che  a dire il vero sa molto bene che per azzittire efficacemente le proteste degli schiavi e dei sottomessi, occorre accusarli di violenza e pericolosità - oltre che di altre cose, come mancanza di senso pratico, o equilibrio, o ingratitudine e via marchiando. Non che simili accuse siano state risparmiate, in passato, a tutti quelli e quelle che, epoca dopo epoca, hanno difeso schiavi, donne, neri, meticci, gay, disabili, poveri, lavoratori, malati.
Queste difese tuttavia hanno ottenuto dignità e pensi che accadrà anche per chi difende gli altri animali - di fatto, in qualche misura, sta già accadendo.
Ma non vuoi dimenticare che le persone che a quei tempi si impegnarono con coraggio e in prima persona per quelle difese, non esitarono a usare parole 'forti', di denuncia e di accusa, contro chi dalla situazione iniqua traeva soltanto vantaggi. Ed è giusto che sia così. Fa il paio con le azioni non violente e disobbedienti. La penna, fa più male della spada. E tu, la penna, vuoi continuare a usarla.

A ogni modo, la canzone è 'Masters of War', di Bob Dylan: è un vero e proprio anatema, una maledizione contro i signori della guerra, un augurarsi che possano scomparire per sempre. La prima volta che l'hai sentita, ti ha sconvolto, coinvolto, e poi entusiasmato e infervorato.  Ti immagini se esistesse qualcosa di simile, da ascoltare, cantare e suonare durante i presidi o le manifestazioni, o le conferenze - per la giustizia doverosa nei confronti degli altri animali.  E infine il senso di questo post è tutto qui: un volo di immaginazione, che vuol provare a creare suggestioni, sull'onda delle molte cose che si possono fare - se si vuole fare qualcosa di giusto per gli animali (ci vuole qualcosa che 'dia la carica').

Dopo il testo, un video youtubbico con una performance di Ed Sheeran, voce e chitarra: Masters of War. (E non è forse, questa, una "guerra sulla pietà"?)
 Enjoy!



Come you masters of war You that build all the guns You that build the death planes You that build the big bombs You that hide behind walls You that hide behind desks I just want you to know I can see through your masks. You that never done nothin' But build to destroy You play with my world Like it's your little toy You put a gun in my hand And you hide from my eyes And you turn and run farther When the fast bullets fly. How much do I know To talk out of turn You might say that I'm young You might say I'm unlearned But there's one thing I know Though I'm younger than you Even Jesus would never Forgive what you do. You fasten the triggers For the others to fire Then you set back and watch When the death count gets higher You hide in your mansion As young people's blood Flows out of their bodies And is buried in the mud. Let me ask you one question Is your money that good Will it buy you forgiveness Do you think that it could I think you will find When your death takes its toll All the money you made Will never buy back your soul. And I hope that you die And your death'll come soon I will follow your casket In the pale afternoon And I'll watch while you're lowered Down to your deathbed And I'll stand o'er your grave 'Til I'm sure that you're dead.

martedì 24 gennaio 2017

Il colpo di fulmine?

"dammi la due..."

I bambini umani sono più crudeli o più empatici degli umani adulti? Quale che sia il loro principale atteggiamento - che si esprime di solito nei confronti degli altrianimali, con cui vengono in contatto con la mediazione degli adulti - le loro risposte alle sollecitazioni sono sempre più nette, drastiche e - in determinate situazioni o contesti - più coerenti e logiche nelle conclusioni che estrapolano. Eppure, troppo spesso, il loro primo (e unico, a volte) modo di entrare in contatto con altri animali non umani, avviene attraverso modalità nella maggioranza dei casi per lo meno fortemente e forzatamente fallaci, con prospettive, punti di vista parziali e partigiani: antropocentrati al massimo grado. Queste forme di contatto, 'pilotate' o ri-significate dagli adulti, rientrano nello schema della socializzazione e interiorizzazione delle regole sociali diffuse a maggioranza: le regole del dominio, della reificazione, della separazione  - e di una anestesia della empatia. (Alessitemia: un deficit della consapevolezza emotiva: qualcosa di molto diverso, in un certo senso agli antipodi rispetto ad 'Atarassia').

Peppa Pig, gli animali del circo, il puppy pet cucciolo per il compleanno: sono tutti esempi di questo tipo di processo, volto ad alterare in direzioni deleterie e pericolose, l'orientamento-agli-animali che probabilmente è vivo, presente e forte in quasi tutti i bambini - forse una manifestazione di caratteristiche esplorative o di propensione al prendersi cura, tipiche degli homo.
Per quel che riguarda te, da bambino ricordi situazioni assai simili: le trote pescate 'per gioco' nelle vasche del vivaio (ricordi che l'agonia di questi animali la percepivi come irreale); la 'foto col leoncino', durante le vacanze al mare (adesso hai la consapevolezza che quel piccolo, caldissimo e odoroso leoncino bambino che prendesti in braccio con timore e con sollecitudine, era vittima di traffici e deportazioni, identiche a quelle impiegate con gli schiavi umani; e che il suo 'custode' era in realtà il suo carceriere, probabilmente un individuo lui stesso oggetto di sfruttamenti).
Le due tartarughine nella vaschetta di plastica, con la palmina di plastica, che odoravano di prigionia in salamoia e che vissero davvero molto poco.

Che cosa ti fece smettere di proseguire lungo questo esiziale percorso, di sfruttatore felice e irresponsabile? 
Capitò - un giorno - che, rimanesti a casa da scuola per via dell'influenza; e che  Gianfranco Funari si presentò nella tua cameretta - via tubo catodico, è ovvio - per parlare di animali e del nostro modo di (mal) trattarli / sfruttarli. Non ricordi il titolo della trasmissione - uno dei primi talk show con i pareri della ggente - né perché a un certo momento della trasmissione mattutina, Funari si mise a parlare di questo sempre irto argomento. Questi sono dettagli che ormai hanno scarsa o nulla importanza.

Quel che importa, furono le immagini che Funari trasmise, perfettamente in chiaro e senza censura, in un orario di grandi ascolti. Immagini che tu vedesti, senza preavviso, e senza filtri.
Immagini che si scavarono una nicchia profonda dentro di te.
Immagini di agnellini asfissiati alla fine di un trasporto su camion, e scaricati con le ruspe e gettati in enormi cassoni e fosse.
Immagini di scimmie, cani, topi, vivisezionati: esercitazioni chirurgiche, test odontoiatrici, innesti di teste. 
Le prime immagini di questo genere che hai mai visto. Dopo le quali -  e sulle quali - negli anni, se ne sono aggiunte e sovrapposte moltissime altre.
E qui arriviamo alle decisioni drastiche dei bambini, dei ragazzini. Il loro effetto fu di farti decidere, in modo molto netto, di cambiare alcune cose del tuo comportamento; una decisione che hai voluto fin da subito definitiva. E che infatti prosegue tuttora. Non mangiare più gli animali. Non maltrattarli più. Proteggerli.  Gli impegni di un ragazzino.
Non stai raccontando questo per disegnarti migliore di quello che sei, o per vantarti. Ma perché, ancora oggi, stai cercando di capire che cosa ci fosse in te pronto a fare clic nella tua consapevolezza e ad accendere l'empatia - che non sia presente anche in quasi tutti gli umani. Stai dicendo, per farla breve, che non c'è nulla di particolare o speciale in te. Ma che è bastato un Gianfranco Funari per fulminarti sulla via della tua vita. Un qualcuno - altrimenti in tutto e per tutto lontanissimo dagli animali - che ha usato la sua popolarità di allora per far arrivare a quanta più gente possibile, la prova di una realtà che altrimenti rimane nascosta, insaputa, sconosciuta, taciuta. Quelle immagini sono arrivate a te e ti hanno fatto prendere alcune decisioni che tuttora si riverberano in ogni giorno. Sei, dunque, stato, in questo senso, perfettamente bambino.
Non sarebbero bastate, da sole, quelle immagini - pur atroci e insostenibili e orribili - certo: c'era un humus già presente, fatto di piccoli eventi biografici e familiari. Il sottobosco è indispensabile alla crescita di alberi più robusti e grandi. Eppure...
Forse è interessante ripensare a 'come' Funari divulgò queste immagini: ti ricordi che non ci fu enfasi - forse un tono indignato, ma Funari era soprattutto un grande istrione - ma la mera introduzione ai filmati. Sei abbastanza sicuro, col senno di poi, che non ti sbagli se affermi che Funari sapeva che non occorreva retorica, che le immagini sarebbero state più che eloquenti da sole.
Allora, tutto questo discorso, dove ci porta? Magari da nessuna parte, se non nell'agrodolce paesaggio dei ricordi. O magari ad affacciarci su minime considerazioni. 
Per esempio, che. 
Le immagini, contano. Come scrive di recente Rita Ciatti, le immagini sono documenti. Da quel Funari degli anni ottanta, per fortuna, molte più immagini, e assai più mirate e consapevoli, si sono aggiunte, a far tesoro di una imponente archivio documentale e di testimonianza. Grazie a inchieste, coraggiose e spesso clandestine, nei laboratori, negli allevamenti, nei circhi. Non è dal nulla né per caso che comunque l'atteggiamento della gente della strada nei confronti degli altri animali e di come vengono abusati dagli umani, si è sfaccettato, è diventato complesso, l'empatia è aumentata - sia pure in modo ancora troppo confuso, e con tutti i rischi di ricorsi, ché le conquiste etiche non sono mai una volta per tutte, né sempre e per sempre consolidate.
Forse, conta anche il 'come' una immagine, un filmato, una sequenza, venga proposta e contestualizzata: un giornalista competente offre il documento nudo e crudo, senza enfasi speciale, in un senso o nell'altro. Questa è una possibilità: del resto, i corpi esanimi degli agnellini e i corpi torturati e fatti a pezzi - tutti questi corpi trattati come oggetti privi di ogni valore se non quello che è utile all'umano - sono eloquenti di per sé. O dovrebbero esserlo: e non è detto che sia così. Sai che è possibilissimo che ci siano persone capaci di vedere simili scene senza batter ciglio e senza spostare di un millimetro i loro dubbi e i loro pensieri egocentrici prima ancora che antropocentrici. Ma sai anche che di più sono le persone che si rifiutano di vedere simili scene, e che reagiscono col rifiuto, con la negazione, con la rabbia -  dopo che le hanno viste.
Le immagini crude di quel che gli umani infliggono agli altri animali possono allontanare e saturare - pardossalmente - ma è anche vero che le immagini solamente belle di animali liberi, possono cadere in una estetica di maniera, che ci nasconde - di nuovo - in modo insospettabile, le realtà che non vogliamo sapere.

Siamo qui sul crinale e crocevia di dinamiche molto articolate e complesse, e il rischio maggiore - tu credi - è quello di perdere di vista proprio gli individui per i quali si imbastiscono questi discorsi, le riflessioni antispeciste, in tutte le loro declinazioni. Alto è infatti il rischio che gli animali ritornino a stare sullo sfondo di attacchi e controattacchi per l'ennesima volta agiti tra umani - da una parte o dall'altra - per scopi solo umani.

Tu però, in questo post, volevi semplicemente raccontare questo tuo 'colpo di fulmine': un colpo di fulmine empatico, scatenato dal più improbabile e inatteso dei fulminatori. Senza il quale, chissà? Non è sempre possibile, insomma, stabilire una volta per tutte, una unica strategia e una singola tattica efficace per avviare l'affrancamento degli altri animali dal dominio umano: non ci sarebbero migliaia di pagine che esplorano questa epocale pietra dello scandalo, in caso contrario. 
Derrida ha scritto di "guerra sulla pietà", e anche la sua decostruttiva riflessione si originava dalle immagini (e che tipo di immagini?): e che si sia in una fase critica di questa guerra, ne sei convinto anche tu. I segnali sono tanti, compresi i tentativi di embedding, di contro-informazione, oltre a censure di vario tipo.
Perciò è un dovere della "intelligence" pensare ai modi di condurla, questa guerra, cercando di captare - e cooptare - le risorse utili dove si trovino. 
Perché se un funari preso a caso è in grado di impressionare così tanto una vita intera, con pochi minuti in bianco e nero di testimonianza, allora, è probabile che le risorse a disposizione di chi si fa carico di un modo diverso di concepire l'andamento della realtà, siano davvero molte e magari impensabili o impensate.

domenica 28 dicembre 2014

Nel 2015: in bocca al lupo!


Le parole contano. la parola 'vegano', per esempio, è talmente 'aliena' da aver suscitato le paure e le reazioni difensive del sistema turboconsumistico nel quale trascorriamo quasi tutti i giorni della nostra vita.  Se una volta i vegani erano facilmente riconoscibili - perché pochi e agguerriti - e facilmente riconoscibile era la loro azione di opposizione a un sistema fondato su una violenza strutturale, oggi non è più così. I vegani sono stati assorbiti, sono stati confinati tra cucine, palestre e spa, il loro afflato etico è stato depontenziato, al punto che perfino tra gli stessi vegani (animalisti, antispecisti: sono altre etichette forse non depotenziate, ma mistificate) c'è in merito confusione. Oggi il vegano etico deve affrontare una nemesi interna assai insidiosa, il vegano consumatore, come lo inquadra il Laboratorio Antispecista , su Veganzetta. Il vegano consumatore è intrinsecamente egoista. E il senso di "disobbedienza civile" che si può attribuire all'essere vegani, viene completamente cancellato.

Che fare? Il vegano invece non deve smettere di essere aperto nei confronti dell'altro, altranimale o umanimale. Non deve abbandonare l'etica, né la politica.
"oggi dobbiamo reagire.
A partire dal linguaggio, sicuramente, tornando come dicevamo a parlare di Liberazione, quella con la L maiuscola, continuando caparbiamente a parlare con chi oggi forse in numero maggiore può ascoltare e facendogli suonare nelle orecchie concetti pieni, senza paura di sconvolgere e piuttosto – forse- con l’obiettivo di farlo. " . Si legge in chiusura all'articolo. 

Il linguaggio, di cosa è fatto? Di parole, e frasi, che insieme comunicano idee, pensieri, concetti, emozioni. Anche attraverso i modi di dire, sedimentati nei secoli, le frasi fatte, le parole-che-non-ti-ho-detto, le parole cartina di tornasole, le parole del referente assente .

IN BOCCA AL LUPO!





Mi pare che questa spiegazione inscritta nella foto, abbia un che di etologico che la rende molto condivisibile. La trovo molto bella, limpida, diretta, onesta, persino coraggiosa. Sembra come una finestra sulla lupinità libera, che finalmente abbiamo intenzione di cominciare a guardare, dalla giusta distanza (la distanza del rispetto dello spazio altrui, non la distanza della paura irriflessiva). Se l'augurio è vecchio, questa più recente motivazione gli ridona attualità, lo trasporta verso nuovi territori, abitati da diverse sensibilità, nuove aperture, diversi movimenti verso l'incontro dell'altro - infinite altre singolarità viventi. Anche quelle umane, gli umanimali.

L'armamentario delle spiegazioni che vengono da altre fonti riportate, appaiono invece molto di più come il riflesso di una chiusura oppositiva, di una esclusione: ci raccontano di realtà diverse - anche se a ben pensarci non così tanto, purtroppo (si pensi a Daniza, alle campagne di disinfestazione di nutrie, cinghiali, lupi, ricorrenti in varie Regioni italiane) - fatte di ostilità immediata nei confronti di qualsiasi altro animale.

Per prima cosa, occorre sapere che il significato scaramantico è comune a tutte le spiegazioni.

Una prima interpretazione vuole che la frase derivi dal linguaggio di pastori e allevatori per i quali il lupo era temuto più di tutti gli altri animali a causa della sua voracità per il bestiame del quale essi si occupavano.

Un'altra spiegazione, invece, deriva dai cacciatori che sopprimevano i lupi poiché ritenuti pericolosi per gli umani. In questo caso dire "in bocca al lupo" significava augurare "buona caccia".

 Sempre riguardante la caccia sarebbe la spiegazione dell'espressione secondo la quale chi andava a cacciare il lupo doveva avvicinarsi e quindi metaforicamente "mettersi nella bocca del lupo". A questo augurio avrebbe senso rispondere "crepi il lupo" poiché per affrontarlo ci voleva molto coraggio e fortuna.

 Altri ancora pensano che il detto derivi dal greco per assonanza ovvero: "prendi la retta via" e rispondere "la prenderò".

Un'ennesima interpretazione prende spunto dalla storia dell'origine di Roma: Romolo e Remo vennero salvati dalla lupa. Così, se qualcuno rivolge l'espressione all'altro, si augura fortuna. Anche se in questo caso la risposta "crepi" o "crepi il lupo" non avrebbe senso poiché l'animale sarebbe considerato "la salvezza".


Una spiegazione del termine ci è data, invece, dalla navigazione dove "la bocca del lupo" era la "lavagna" sulla quale si registravano i nomi degli uomini e delle merci portate a casa e quindi l'espressione avrebbe avuto il senso di una "buona navigazione".


L'Accademia della Crusca, parla di paure ataviche, di allegorie medievali del lupo, creatura malvagia, falsa, crudele - un ennesimo esempio della antropomorfizzazione simbolica in negativo operata a danno degli animali. In controluce, si intravede la funzione apotropaica della formula, poiché mettersi in bocca al lupo equivale a mettersi nel potere del "nimico" e dunque l'augurio diventa antifrastico, perché si spera in realtà il contrario di quel che viene apparentemente augurato. Così è, se vi piace.

Con tutte queste bocche, però, a me viene in mente - per associazione libera - la locuzione quasi intraducibile “Il faut bien manger” del filosofo Jacques Derrida.
La si traduce di solito in due modi contemporaneamente: "bisogna pur mangiare" e "bisogna ben mangiare". Il doppio senso, questo inafferrabile 'lost in traslation", rinvia al motivo etico fondamentale dell'ospitalità dell'Altro, tanto esaminata da Derrida.

Venire divorati dal lupo nel senso di venirne ospitati, accolti?
Potrebbe essere  quel che è accaduto quando il lupo e l'uomo si incontrarono e dalla loro unione nacque quel vivente che noi oggi conosciamo come il cane?
Il lupo ha divorato l'umano attraverso il cibo dell'umano: ha riconosciuto l'umano, lo ha riconosciuto come compagno suo pari, ha deciso di unire il proprio percorso di vita a quello dell'uomo?

Questi, sono solo pensieri in libertà, libere concatenazioni di suggestioni, un pretesto per l'augurio scaramantico mentre si approssima il cambio simbolico dell'anno.

Nel 2015, in bocca al lupo.
(si risponde: "Viva il lupo": ossia, "(ev)viva il lupo", ma anche "lunga vita al lupo".

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