Visualizzazione post con etichetta Francesca Fugazzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesca Fugazzi. Mostra tutti i post

giovedì 4 ottobre 2018

Per la Fine dello Specismo - il discorso di Francesca Chiara Fugazzi: l'unione delle presenze

foto di Marco Belfiore


Giornata Mondiale per la Fine dello Specismo – 
Roma 29/09/2018 
Intervento di Francesca Chiara Fugazzi

Oggi siamo qui per portare gli animali in città, in mezzo agli Homo Sapiens Sapiens. 


lunedì 23 luglio 2018

Red Carpet per gli animali liberi

pronti per la giornata

Sabato 21 luglio, a Novara, seconda prova per il banchetto 'home made' con Silvia Molè, per Parte in Causa 
Il secondo banchetto - o 'tavolo'; a proposito, suggerimenti su come chiamarlo? -  improntato a una 'azione informativa passionaria' e appassionata è andato in scena, con tanto di red carpet, sotto i portici all'altezza dell'arcifamoso 'angolo delle ore' novarese.
Cosa è questo red carpet? Quale è lo spirito del tavolo informativo? Come è andata la giornata?
(Intanto, diciamo che questo secondo tavolo si è svolto alcuni mesi dopo il primo tavolo, esordio in società a Vercelli).


lunedì 18 giugno 2018

Allevamento, storia di un dominio

L'aratura, 1000 d.C. ca., Londra, British Library

  Francesca Fugazzi

Centinaia di milioni di animali massacrati ogni giorno per scopi alimentari. Centinaia di milioni. Ogni giorno. Una cifra che si ripete, implacabile, nell’indifferenza - quasi - generale. 


sabato 20 gennaio 2018

Quadro con vivisezione

Une démonstration physiologique avec la vivisection d'un chien, 1832

Il quadro di Émile-Édouard Mouchy ti è penetrato negli occhi come una lama psichica. Grazie a Francesca, che lo ha proposto su FB, insieme avete cercato chi ne fosse l'autore e quando lo avesse dipinto. Ci siete riusciti grazie alla firma apposta in baso a destra. Ché, altrimenti, su internet non si trovano notizie con metodi meno adatti agli investigatori dell'arte.

giovedì 13 aprile 2017

"Non vengono quasi mai storditi"

un dettaglio della copertina, fotografata da Francesca Fugazzi


 di Francesca Fugazzi

Anni fa, durante un sit-in in occasione della giornata vegetariana mondiale dove mostravo immagini di animali da reddito negli allevamenti, un ragazzo si fermò a parlarmi: lavorava al mattatoio di Como. Quando me lo disse fu come ricevere un pugno in pancia. Era un immigrato sulla ventina, credo tunisino, e mi disse che non era quello il modo di convincere la gente a smettere di mangiare carne: «Dovete far vedere quello che vediamo noi ogni giorno, io lavoro coperto di sangue, nelle urla e nella puzza». Non seppi che dire o fare. Mi feci forza e gli chiesi: «È vero che gli animali non vengono quasi mai storditi?». Lui confermò: non vengono quasi mai storditi perché bisogna fare in fretta e spesso sono fatti a pezzi quando ancora coscienti. Era visibilmente commosso. Io piansi. I suoi occhi guardavano oltre e io non avrei mai pensato di avere a che fare in quel modo con un carnefice.
Ieri in libreria ho trovato questo libro che ho letto in poche ora stamattina. Racconta la non-vita di animali e uomini che stanno dietro le quinte di uno spettacolo tanto macabro quanto reale che viene messo in scena (o in quinta?) in tutto il mondo. Parlando del protagonista, uno storditore che lavora in un mattatoio brasiliano, l'autrice descrive perfettamente quello che io vidi negli occhi di quel ragazzo: «Edgar Wilson fissa il punto più lontano che i suoi occhi riescono a distinguere davanti a sé, la linea fantasma che divide la strada dal cielo. Soltanto una linea, che non potrà mai essere raggiunta.»


Ana Paula Maia
Di uomini e bestie
La nuova frontiera, Roma


Storie che si chiamano tra di loro, attraverso di noi.
Quello qui poco sotto è il passaggio del post su NOmattatoio Torino 6 che ha attirato attenzione. Ha richiamato ricordi altrui e questi ricordi - che avete letto qui sopra, grazie a Francesca  - potranno forse essere il prologo a storie nuove, ancora da raccontare.


"C'è chi si è fermato per confessare con sollievo che si è sentito confortato dal fatto che fossimo lì - ti hanno raccontato che qualcuno che lavora lì dentro, ha ringraziato che ci fosse qualcuno fuori dai cancelli, perché "nessuno ha idea di quanta e quale violenza avvenga in continuazione lì dentro". E non unicamente contro gli animali non umani."

mercoledì 1 aprile 2015

Vite buttate via





Non si possono sentire i belati dei bambini dal ventre del camion fumante senza avvertire che un solco profondo si è prodotto nel proprio sentire, una faglia di pena che non si riempirà più.
Il macello è uno dei luoghi di supremo orrore distruttivo inglobato nella nostra attuale civiltà: che porta a sistema il contare dei corpi resi cose - ammassati per il coltello, moltiplicati con nascite forzate negli allevamenti zoo-high-tech, divisi nello smembramento, sottratti da loro stessi, dalla loro vita, dai nostri sguardi.

Manca una settimana a Pasqua, e intanto sul social forum, ho trovato le parole sconsolate di due persone la cui capacità di pensare, di amare e di sognare, mi incanta da quando le conosco.

Per questo motivo, desidero riportarle qui: perché nel flusso smemorato e irriflessivo di fb si perderanno già domani e invece intendo farne tesoro e rendermene memoria; perché esprimono dolori e consapevolezze che provo anche io - e riescono a farlo in un modo loro proprio e che sento cogliere sfumature, così limpidamente, in modo così diretto e semplice. E puro.

"E pure quest'anno mi hanno scritto per dire qualcosa sugli agnelli di Pasqua. Francamente no, basta. Mi voglio illudere: se sei in grado di ingerire un cucciolo per onorare una festa che, se ci credi te lo impedirebbe, se non ci credi ti renderebbe un pirla, allora posso pure rinunciare a farti capire che la vita è un bene inestimabile. Che oltre non c'è niente: quel corpo, piccolo e indifeso, venuto al mondo solo per voi non vedrà niente al di là dello spazio del terrore. Questo mondo è un inferno per miliardi di creature viventi: è massacrante e umiliante veder digerire una forma di vita. L'umano ingoia tutto, letteralmente tutto: mi impressiona come chi si sente razionale non sappia ragionare che con il proprio intestino." (Leonardo Caffo)

"Sento che un giorno tutto ciò finirà. Ma nessuno mai potrà cancellare la paura e il dolore che ciascuno di quegli esserini hanno provato. Uno per uno. Ciascuno di loro non tornerà mai più. Vite buttate via." (Francesca F)

lunedì 5 maggio 2014

RICCARDO: LUI HA FATTO PROPRIO COME I DELFINI

Fotocomposit di Alessandro Fugazzi, da una foto @Riccardo Palumbo e una immagine fonte Internet



di Francesca Fugazzi

Ho fatto una bella chiacchierata con Riccardo Palumbo. E’ un caro amico e voglio parlarvi di lui perché ha un modo insolito di fare attivismo. Prende le cose alla larga, con delicatezza ed originalità. Ha stabilito nel 2011 il record di più lunga permanenza in acqua da fermo, il Biorecord, e l’obiettivo di questo primato era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vita dei pesci, dei mammiferi marini e di tutti gli animali acquatici in cattività. E’ arrivata la volta del ProWater, un altro record di galleggiamento in acqua, la cui missione è stata quella di porre attenzione sull’importanza fondamentale della preziosa risorsa. Oggi Riccardo, primastista mondiale, è reporter per Extreme Water Tv e si occupa di educazione ed istruzione in ambienti acquatici.

Ci parli del tuo primo record?
Il Biorecord, che consisteva nello stare nelle acque del lago di Monate (vicino a Varese) per quarantotto ore in uno spazio chiuso e con limitate possibilità di movimento, voleva mostrare come un animale marino viva in cattività. In acqua avevo uno spazio di soli dieci metri quadrati. Il paradosso era ovviamente quello per cui, pur avendo un intero lago a disposizione, non ne godevo. Volevo dare una testimonianza concreta dell’assurdità della libertà violata.

Cosa hai vissuto in quei momenti?
La situazione era completamente distorta. Questa volta era l’uomo, a terra, ad osservare un altro uomo, in acqua, che si trovava appunto nella condizione di un animale in cattività. L’esperienza, anche se bellissima per il sostegno da parte della gente, mi ha fatto sentire davvero come se mi esibissi in un delfinario. Sono diventato una sorta di oggetto. Alla lunga, quando la stanchezza cominciava a farsi sentire e si andava verso il record, sempre più persone venivano a vedermi e a pormi molte domande, che, poi, erano sempre le stesse: “fammi vedere le mani e i piedi”, “come fai a mangiare e a bere?”, “chi te lo fa fare?”. Ripetevo uno spettacolo, esattamente come accade nei delfinari. Era assolutamente stancante e frustrante, ancor più dell’attività stessa. Vivevo stressato. E la stessa cosa è avvenuta anche per il secondo record, in cui sono rimasto in acqua per cinquanta ore. Pensare di stare lì per sempre è atroce, si può davvero diventare pazzi.

Com’è nata l’idea del Biorecord come manifesto in difesa degli animali in cattività?
Desideravo comunicare qualcosa di importante alle persone ma non sapevo come. Quando avevo deciso di stabilire il primo record ho cominciato ad allenarmi tante ore in piscina, dodici ore al giorno in acqua. Una cosa frustrante: una cosa da...acquario! Mi sono sentito come se un delfino mi avesse detto: “ecco, ora capisci cosa significa?”. Lì ho avuto un’intuizione e ho deciso di stabilire il record non più in una piscina ma in acque libere recintate in modo da tentare di rendere evidente la scelleratezza delle azioni umane.

Pensi che il messaggio sia arrivato alle persone che hanno assistito al record?
Il Biorecord è nato per questo e nessuno, almeno non intorno a Varese, aveva mai ricevuto questo messaggio con un linguaggio diverso. Devo riconoscere che la gente non si mostra molto interessata ai discorsi complessi e profondi, in genere rimane sulla superficie, sia dell’acqua sia delle cose. Io non potevo urlare, il messaggio era più sottile ed era rivolto a tutti coloro che avevano già un certo tipo di sensibilità. Mi sono rivolto anche ai bambini promuovendo anche, in concomitanza, la campagna “Let me free” con magliette e gadget sui quali c’era l’immagine di un delfino che ritornava ad essere libero.

Qual è la nostra responsabilità davanti a queste ingiustizie?
Tutti dovrebbero riflettere, almeno tutti coloro che sono andati in un delfinario o in un acquario. Da piccolo sono andato a vedere alcuni spettacoli e non mi accorgevo di nulla, non pensavo che i delfini potessero soffrire così tanto. Quando ho realizzato è stato durissimo e col senno di poi mi sono sentito in colpa. L’informazione è fondamentale: sapere l’inferno che passa un delfino per arrivare in quei luoghi è di fondamentale importanza. Bisogna quindi informare. Se tutti sapessero, l’affluenza ai delfinari crollerebbe. Nel momento in cui viene prelevato dal suo stato selvaggio, un animale subisce il percorso più terribile, viene privato di tutte le sue qualità e spezzato per sempre nello spirito. Non c’è da stupirsi dei casi in cui un’orca attacca l’addestratore perché è assolutamente evidente che un’orca non possa vivere in quegli spazi angusti.

E cosa è successo dopo che hai aperto gli occhi?
Ho assolutamente voluto fare quanto segue. Mi sono recato in un delfinario e ho chiesto, come persona del pubblico, di poter interagire con i delfini. Ho finto questo desiderio per potermi avvicinare a loro. Quando mi sono trovato vicino ad un delfino tanto da poterlo toccare gli ho chiesto scusa perché avevo abusato della loro bontà e che da quel momento mi sentivo pronto a fare il Biorecord per loro. I delfini sono molto empatici e telepatici e spero che il delfino a cui ho chiesto scusa mi abbia ascoltato. E’ stato un momento forte. La differenza fondamentale tra ciò che ho fatto nel record e la vita degli animali in cattività è che io ho scelto di stare dove stavo: un animale non lo sceglie. Dobbiamo metterci nei panni degli animali che vengono presi a forza e sostanzialmente gettati in una vasca da bagno visto che gli spazi in cui essi vivono allo stato brado sono vastissimi anche rispetto alla più grande vasca di un delfinario.

Cosa vuoi dire ai genitori che portano i propri figli nei delfinari e negli acquari?
Quello che voi fate è di far divertire vostro figlio senza informarvi e senza renderlo consapevole. Non vi chiedete perché il delfino stia lì, non vi chiedete se anche voi siete disposti a ripetere ossessivamente e fino alla fine dei vostri giorni esercizi sempre uguali dopo essere stati strappati da un oceano che fino a poco prima vi dava vita e famiglia. Cercate di informarvi ed informare il vostro bambino in modo che capisca fin da subito quanto accade. Andate a guardare i delfini in libertà, è molto più emozionante godere di quei pochi secondi in cui loro decidono di mostrarsi ai vostri occhi.

Intervista a cura di Francesca Fugazzi

Per chi desiderasse mettersi in contatto con Riccardo - primatista mondiale di permanenza in acqua in galleggiamento - per attività educative o sportive sempre in un’ottica di rispetto della natura, lui è presente su Facebook in questo profilo  o su Twitter @riccardoH2O

Per chi volesse approfondire la tragica situazione dei delfinari e fare qualcosa in merito può informarsi leggendo

Non c'è niente, da fare, ogni volta che leggo un articolo scritto da Francesca, mi emoziono, e inizio a sognare a occhi aperti, perché le verità che dice - e il come le dice - rendono tutto così apparentemente facile da raggiungere, che l'entusiasmo e la voglia di farle sapere in giro, a quante più persone possibile, a tutti, è davvero tanta. Perciò, ecco che ho colto al volo l'occasione di postare un'altra stupenda intervista  fatta da Francesca a un personaggio eccezionale, che ha detto cose che non possono lasciare indifferenti (le sottolineature sono mie). Grazie Francesca. Grazie Riccardo.

domenica 4 maggio 2014

Cavalli, specchio dell'anima




di Francesca Fugazzi

La mia intervista all'amico Giovanni Alberini. Giovanni vive con molti cavalli, tutti salvati da situazioni critiche o dalla morte. Ho avuto la fortuna di conoscerli uno per uno ed è stato molto bello sapere che si prende cura di loro in modo davvero speciale. Ecco la sua idea del rapporto fra cavallo e uomo, rivolta in particolare a chi fa equitazione. Il sogno di chi scrive è che ogni cavallo debba vivere allo stato brado, ma dobbiamo ancora occuparci di quei cavalli che, una volta tratti in salvo o di proprietà di sportivi, devono essere necessariamente gestiti dall'uomo. Buona lettura.

CAVALLI, SPECCHIO DELL’ANIMA

Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, a proposito della natura della bontà umana scrive: “La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali (...)”. Quindi è il nostro modo di trattare gli esseri più deboli, quelli che non hanno alcun potere, che ci distingue come persone. In questo senso gli animali possono essere considerati lo specchio del nostro animo. Lo sa bene Giovanni Alberini, per 25 anni manager in grandi multinazionali che, proprio grazie all’incontro con un cavallo, ha cambiato la sua vita. Oggi Giovanni, dopo essersi formato anche presso la famosa scuola americana di Monty Roberts, gestisce una scuderia “a misura di cavallo” vicino al Lago di Garda, dove offre corsi di coaching e leadership per manager ma non solo. Lo ha incontrato per noi Francesca Fugazzi, al termine di una conferenza tenutasi a Mendrisio lo scorso giugno. Se vi chiedessimo di immaginare un cavallo e di dirci qual è la prima parola che vi viene in mente, cosa direste? Sicuramente alcuni di voi avranno pensato “libertà”. Eppure ben pochi cavalli vivono in simili condizioni. ATRA da diversi anni segue e sostiene il progetto dei cavalli del Bisbino i quali, dopo un lungo iter burocratico, oggi hanno la fortuna e la sicurezza di vivere allo stato brado in branco, sotto la tutela di un gruppo di associazioni. L’eccezione che conferma la regola, regola secondo cui la maggior parte dei cavalli viene addestrata, domata e tenuta in condizioni totalmente innaturali. Senza parlare dei cavalli che vengono allevati per scopi alimentari e che, insieme ai loro compagni ex-corridori o ex-saltatori, finiscono al macello odi quelli ancora più sfortunati che diventano vittime di crudeli torture nei laboratori, in nome di una falsa scienza. Ascoltare anziché addestrare, osservare anziché imporre, imparare anziché insegnare: ecco in poche parole la filosofia “cruelty-free” di Giovanni Alberini su come far accettare ai cavalli la loro prima sella e il loro primo cavaliere.

A lui non piace la parola “domare”, perché?
“L’espressione in inglese che corrisponde al significato di domare è “break a horse”, letteralmente “rompere un cavallo”. Anche la parola addestrare non significa altro che rendere destro, un po’ come se forzassimo a scrivere con la mano destra un bambino che invece naturalmente è mancino. Per farvi un esempio, il metodo di “doma” classico, detto anche “sacking out” è questo: si lascia il cavallo in un recinto rotondo sotto il sole, senza acqua né cibo. Dopodiché, si entra nel recinto e gli si lanciano tra le gambe delle borse di plastica per spaventarlo e si continua finché non è sfinito. A quel punto si prova a mettergli la sella. Se il cavallo non accetta la sella, si ricomincia daccapo finché il cavallo non si arrende. Questo significa semplicemente spezzare nello spirito l’animale. Questo procedimento, oltre ad essere profondamente malvagio, è pericoloso ed inefficiente dato che richiede fino a tre settimane”.

Come è possibile allora far accettare la prima sella?
“Con il cavallo si comunica e perché vi sia comunicazione dobbiamo essere in grado di comprendere il linguaggio del cavallo e di restituirglielo. Il cavallo ha un modo di comunicare e di stabilire la leadership diverso dal nostro ed è per questo che innanzitutto dobbiamo imparare e per imparare sono necessarie osservazione e ascolto. Io entro in relazione con il cavallo facendomi accettare come parte del branco. Quando un puledro a cui viene chiesto di accettare la sua prima sella incontra un essere umano che gli parla nella sua lingua, dapprima rimane sbalordito che un predatore si possa rivolgere a lui in questa maniera ma poi, quando decide di fidarsi, la sua collaborazione è completa. Una volta costituito questo branco di due, cavallo e addestratore, è possibile chiedere (non ordinare) al cavallo di lavorare insieme. Un cavallo non si aspetta altro che rispetto ed onestà in cambio della sua completa dedizione”.

Alcuni pensano che i cavalli quando picchiati non provino dolore...
“I cavalli, per loro natura, vivono nel terrore costante. Questo perché sono prede e la loro maggiore occupazione consiste nel garantirsi la sopravvivenza. Spesso si sente dire “picchia duro, tanto il cavallo non sente”. Non funziona proprio così. Il cavallo sente, è estremamente sensibile tanto da sentire una mosca su tutto il suo mantello, ma, per un meccanismo di sopravvivenza, tende a non manifestare la sua sofferenza. Facciamo un esempio: vi è un branco di cavalli di cui uno è zoppo. Nelle vicinanze vi è una lupa. Se, quando il branco scappa, il cavallo zoppo resterà indietro, la lupa intuirà immediatamente che lui è il membro debole del gruppo e lo attaccherà. Accade invece che il cavallo sembri non sentire dolore: è entrata in gioco l’adrenalina che permette al cavallo di mascherare il dolore per sembrare sano. Questo meccanismo viene parimenti traslato tutte le volte in cui un cavallo viene picchiato. Il cavallo non mostrerà mai debolezza davanti ad un predatore e noi saremo convinti che lui, non reagendo, non riceverà danno da ciò che gli stiamo infliggendo”.








Un cavallo salvato - foto di Francesca Fugazzi

Per Alberini quindi non siamo noi a dover insegnare qualcosa ai cavalli ma sono loro a poter insegnare qualcosa a noi, e molto. Ci mostra anche come sia possibile, e con maggior efficacia, stabilire un rapporto con il cavallo basato sulla fiducia reciproca e non sulla violenza.

“Mi capita spesso di dovere chiarire il mio concetto di violenza. È facile visualizzare un comportamento violento quando si pensa ad una frusta, ad un torcinaso, a delle corde o peggio. Questa per me è la violenza semplice: quella esercitata dall’ignorante che non riesce neppure ad immaginare un metodo diverso dalla forza per poter comunicare con il cavallo o qualsiasi altro essere. Vi è però anche un altro tipo di violenza, più psicologica: la mancanza di rispetto verso la natura stessa di chi è diverso da noi. Anche questa nasce dall’ignoranza ma ha forme che possono essere nascoste da manifestazioni di grande amore. Quanti cavalli sono trattati tanto bene da sembrare “cagnolini”? Apparentemente la loro situazione dovrebbe essere idilliaca. E allora perché si comportano a volte in maniera aggressiva? Proprio perché non sono trattati da cavalli. Il solo fatto di restringere lo spazio vitale è per il cavallo una violenza, impedire il contatto con altri simili, per paura di infortuni, è una violenza incredibile verso un essere che ha potuto sopravvivere per 55 milioni di anni proprio perché riunito in branchi. Con questo non voglio condannare la vita di scuderia, solo togliere l’illusione che basti coccolare un cavallo alla maniera umana per non essere violenti nei suoi confronti. Non accettare la sua diversità è violenza: i cavalli provano le nostre stesse emozioni ma le esprimono e le comunicano in maniera diversa da noi. Chiedere ad un cavallo di essere umano è violento. Chiedergli di dare tutto se stesso per il nostro divertimento senza mai chiedersi se lui si stia divertendo davvero è violento. Chiedergli di ottenere risultati sportivi che non può raggiungere è violento. La mancanza di rispetto è violenza”.


Giovanni Alberini - foto di Francesca Fugazzi









Intervista comparsa su Orizzonti (settembre 2013), trimestrale di ATRA (Associazione per l'abolizione della vivisezione)

giovedì 13 febbraio 2014

Nessuno è perfetto... se non è un manichino

http://truthandcharity.net/wp-content/uploads/2013/12/pro-infirmis-embrace-300x221.jpg

NOTA. Alcuni anni fa, a una festa di San Silvestro, ho incontrato e fatto amicizia con una ragazza bellissima e affascinante: lei, ballava su una sedia a rotelle, aveva movimenti che poteva controllare poco, ma... I suoi occhi e il suo sorriso sono indimenticaili. (Oggi questa ragazza è sposata e lavora e viaggia nel suo Paese).
Questo video, scoperto grazie a Francesca Fugazzi, me l'ha riportata alla mente. (Giusto per non allontanarci troppo da - né trascurare ciò che viene chiamato-  Disabilità (qualsiasi cosa sia, e vedremo di pensarci su, a proposito).



NOTA AL VIDEO.
Pubblicato in data 02/dic/2013
Nel periodo dell'Avvento, la Bahnhofstrasse si presenta nella sua veste più fastosa e scintillante. Nelle vetrine di cinque negozi di moda, oggi spiccheranno tuttavia alcuni manichini particolari: riproduzioni in grandezza naturale di Jasmin Rechsteiner, Miss Handicap 2010, Alex Oberholzer, presentatore radiofonico e critico cinematografico, Urs Kolly, atleta, Nadja Schmid, blogger, ed Erwin Aljukic, attore.
Progetto dell'associazione Pro Infirmis

mercoledì 29 gennaio 2014

La vita di un maiale ai giorni nostri



Immagini prese da https://www.facebook.com/pages/Toronto-Pig-Save/360465510638858?fref=ts e da https://www.facebook.com/https://www.facebook.com/estherthewonderpig?fref=ts

con Francesca Fugazzi 







Che vita fanno i maiali, nella nostra società? Quali sono i loro sguardi sul mondo? Che espressione hanno i loro occhi?
Bello sarebbe che tutti i maiali vivi su questa terra, avessero un'espressione come il maiale sulla destra della foto; la verità è che nella realtà, la quasi assoluta totalità dei maiali al mondo, hanno lo sguardo ferito e perduto del maiale rinchiuso nel camion, a sinistra. L'unico e ultimo suo viaggio, verso la morte cruenta al mattatoio.
Proprio gli occhi dei maiali, la loro espressività, mi hanno colpito: quanto sono mobili, ilari, curiosi e luminosi e chiari nei maiali che vivono felici e liberi; quanto sono cupi, ritirati, immobili e terrorizzati, quando subiscono la sorte che noi infliggiamo loro.
C'è questo video molto particolare, il protagonista è un maiale di plastilina, che ci racconta le sue memorie, mentre è appeso al gancio del macello. Non c'è un solo istante di pace, nel suo racconto.







"Abbiamo sottotitolato la claymation realizzata da Kyle Kelleher, un ragazzino di soli 13 anni, per agevolare la diffusione del suo importante messaggio", scrive Francesca Fugazzi, la traduttrice, che ha poi ridiffuso il filmato nella nuova versione. A proposito di modi efficaci di comunicare alla gente, ai cittadini, quello che avviene tutti-i-giorni. Kyle, che ha 13 anni, lo ha capito così bene da usare la sua creatività per farlo capire anche agli altri, e ci riesce con la implacabile semplicità sognatrice che bambini e anche adolescenti hanno - e che quasi tutti gli adulti abbandonano, perché - forse, chissà - fa troppo male.

Lascio la parola a Francesca Fugazzi:
"E’ incredibile e commovente come un ragazzino di soli tredici anni riesca, senza alcuna truculenza, a trasmetterci le informazioni su una realtà tremenda: quella dei maiali d’allevamento intensivo, che è la realtà di quasi tutti i maiali. Naturalmente con questo non giustifico forme d’allevamento alternativo, sia chiaro, ma sostengo la denuncia che viene fatta a carico di queste forme di prigionia e violenza assolutamente inaccettabili da un punto di vista etico e morale, sociale e storico. Non è immaginabile, oggi, tollerare queste forme di sopraffazione che, in virtù di una posizione specista, esercitiamo tutti, o in qualità di operatori o in qualità di mandanti, con reiterazione ed indifferenza per motivi totalmente frivoli come la gola. D'altronde, qualsiasi motivo sarebbe frivolo dinnanzi ad una simile ecatombe. Ingabbiare, torturare ed uccidere migliaia e migliaia di maiali, farli nascere e “vivere” per diventare salami e braciole, è iniquo in modo assoluto. Kyle ci porta emotivamente, con la sua animazione e le urla (quelle sono vere...), a guardare le foto che si vedono a fine video con la partecipazione con cui dovrebbero essere viste e a comprenderle nella loro tragicità permanente, a soffrire e a sentirci responsabili della loro vita, della loro sofferenza e della loro morte. Spero in un mondo in cui la nuova generazione, di cui Kyle fa parte, utilizzi l’arte, la determinazione e la non-violenza per diffondere messaggi di questa portata e promuovere battaglie di cruciale importanza per la liberazione animale. La serietà e la profondità con cui questo ragazzino tratta l’argomento spazzano il campo da tutte le provocazioni, i tentativi di giustificazione e le ridicolizzazioni che spesso gli adulti tirano fuori per continuare ad avallare scelte folli. Ribadisco quindi il messaggio del giovane Kyle: fermate la follia. La forchetta, attraverso le nostre scelte quotidiane, è e rimane un’arma di battaglia pacifica e silenziosa formidabile".  

http://www.youtube.com/v/TOdUMBcQoaQ?hl=it_IT&version=3&rel=0%22 

Fonte Facebook Internet, a disposizione per indicare l'autore


domenica 12 gennaio 2014

I veterani della guerra psichica delle ostriche blu - e oltre...

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

foto di

Vyacheslav Mishchenko


fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

Nei giorni scorsi, impossibilitato a scrivere, parlavo - scrivendo - tantissimo con altre blogger, e con persone sensibili al destino degli altri animali oltre che degli animali umani - o leggevo le note che scrivevano, trovandone tantissimi pensieri sui quali a mia volta riflettere.
Che la bomba esplosa tra le mani degli animalisti sia frutto di logiche strumentali e coercitive; e che non sia casuale: sembra ormai acclarato - per chiunque sia almeno un poco addentro i meccanismi della comunicazione di massa, della creazione del consenso, della contrapposizione di alterità artificiosamente costruite e contrapposte.
Queste sono le logiche di un autentico duello, e ci torneremo, per provare a disinnescarle - o almeno per togliere un'altra vitina al meccanismo.
Mi preme per prima cosa, invece, porre l'attenzione proprio sull'idea di alterità, intesa come separazione, come taglio, come scollamento (quindi qualcosa di opposto, per così dire, a quel che è invece la differenza, la diversità, la irriducibilità individuale, per quanto labile o effimera la si possa ritenere) e lo faccio con l'aiuto di una persona che scrive cose gentili e luminose, si chiama Francesca Fugazzi: "Se avessimo fin da subito evitato di produrre questa idea di scollamento tra noi uomini e tutto il resto, con tutte le sue implicazioni etiche, intellettuali e pratiche, oggi non ci troveremmo in questa catastrofica situazione dove l’uomo ha il predominio su tutto e il controllo su niente". Noi ammazziamo animali che neppure conosciamo, siamo i mandanti della loro uccisione, compiuta da umani altrettanto sconosciuti: "Una catena di anonimato che garantisce pance piene e coscienze silenti". Una catena che non si può spezzare usando solamente i discorsi che dovrebbero indurre all'empatia, all'amorevolezza, perché non tutti ne vengono toccati. Eppure sono discorsi fondamentali e irrinunciabili, e non bisogna smettere di farli, di ripeterli. Soprattutto alle nuove generazioni - e ci sono tanti modi per fare questi discorsi così indispensabili! "siamo disperatamente bisognosi di una generazione illuminata". Ma, ugualmente, "Non possiamo basare la nostra comunicazione su amore e pietà. E’ pericoloso, cammineremmo su un terreno sdrucciolevole.[...] dobbiamo renderci conto che l’amore e la pietà sono un plus, un bonus, soprattutto in un contesto dove l’amore è anche associato con la furia passionale che uccide (abbiamo le idee parecchio confuse su cosa siano l’amore e il rispetto)". Gli Altranimali, quindi  - e con loro la maggioranza degli umani - hanno bisogno di qualcosa di più solido di un amore che spesso si confonde con sentimenti e pulsioni per nulla altruistiche o empatiche: hanno bisogno del rispetto, rispetto del valore della loro individualità irriducibile. Perciò Francesca non si definisce animalista, che le sembra un termine troppo compromesso con un concetto disordinato di amore. Mentre invece, si sta parlando di etica e di rispetto, che prescrive di fare - o di non fare- delle cose, perché "l'alternativa non è percorribile". "Che l'animalismo sia un mezzo e non un fine. E che alla fine l'animalismo sparisca perché tutti sentiremo allo stesso modo". Mi piace il pensiero fresco di Francesca, che vedo consonare insieme a molte delle idee etiche in cui intravedo, dalla brevità della mia esperienza di esplorazione per conoscere, la vera chance per trovare le strade della trasformazione. "Ripuliamoci dalle etichette per creare menti ferme e chiare". 

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

Il duello della comunicazione, si diceva. Con Rita Ciatti, si ragionava di come si tratti di un duello affilato, senza esclusione di alcuna strategia. Eppure, man mano che riesco a riprendere a scrivere, mi pare che per fortuna, siano molti i filoni tematici a nostra disposizione, per controbattere a quello che, a ben vedere, è un discorso unico, monotematico - ancorché, reso forte dall'ampiezza di risorse, che permettono l'accesso a mezzi di comunicazione massmediatici popolari come la tivvù e i giornali quotidiani. Di conseguenza, possiamo avere a disposizione molti sentieri da percorrere, per raggiungere quante più persone possibili - cercando di contrapporre creatività e comunicazione interattiva e capillare al messaggio-unico-totale-livellante di chi segue esclusivamente la logica del 'possesso', dell'utile, del 'prezzo'. Alcuni di questi sentieri - il valore fondante dell'etica, la cogenza dell'epistemologia riorientata rispetto e oltre all'umano, ad esempio -  forse, si intravedono appresso a questo post, già nelle parafrasi e nei commenti personali ai pensieri di molti impegnati a dar seguito alle istanze animali; sono parafrasi che ho fatto perché in primo luogo sento l'esigenza di chiarire e confermare queste linee concettuali a me medesimo, per cominciare (prima di volare, occorre imparare a star saldi sulle proprie gambe). Sempre che io sia riuscito a svolgere un buon lavoro. Siamo noi, i "veterani delle guerre psichiche", cantati dai Blue Oyster Cult.  Cosa possiamo cantare a nostra volta?
fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

fonte: Facebook from Internet, a disposizione per specificare l'autore

"Io non ci sto a ballare al ritmo della loro musica (per loro intendo i pro-test e i media che gli vanno dietro), non ci sto a far passare in secondo piano le nostre valide argomentazioni per dare in pasto alla collettività un tifo da stadio di due fazioni contrapposte. Cerchiamo di non fare questo gioco. Se i pro-test sono arrivati a tanto, a usare le notizie sensazionalistiche, è perché evidentemente non hanno argomentazioni valide quanto le nostre, soprattutto sul piano etico. Teniamolo presente", così scrive Rita Ciatti, in una sua nota Fb. Se ne riporto uno stralcio, è perché la sottoscrivo in toto. E quante, e quanto valide siano le nostre argomentazioni, lo si può vedere anche in questi miei post. E anche perciò le ho riprese. Proprio la loro forza e la loro validità, è il motivo dell'attacco subito. I cittadini non devono accorgersi che gli 'animalisti' sono capaci di pensare, pongono domande fondamentali, propongono un'etica che è vitale anche per gli umani - gli Umanimali! I cittadini, devono vedere solo degli esaltati che odiano il genere umano e si battono per salvare maiali e topi, e urlano slogan violenti, e si vestono male, e mangiano strano, e hanno stranissime idee sui rapporti tra umani e tra umani e altri animali.
Noi dobbiamo - e possiamo - essere capaci di perforare questa spessa cortina di luoghi comuni in cui ci vogliono avvolgere. Possiamo - e dobbiamo - avere la consapevolezza di come ci facciamo conoscere, come se ci vedessimo dall'esterno - senza che ciò tolga un grammo alla nostra passione, al nostro dolore per le sofferenze inflitte agli altri animali, alla nostra ansia per loro. La nostra ansia urgente di fare qualcosa in loro aiuto deve guidarci nelle scelte di comunicazione - che è già azione - e di azione - quando è pratica, quando è attivismo, quando si configura come divulgazione, come racconto, come desiderio di empatia condiviso con i più ricettivi e sensibili - i bambini, come scrive Francesca.
Se i media mainstream non ci danno spazio, possiamo - e dobbiamo - usare altri media, altri canali, altri metodi.  Tra i tanti metodi - inventati per risvegliare le menti, per riaccendere le consapevolezze, per rincuorare l'empatia  - ho pensato alla musica. Musica come questa ninnananna

Esiste una musica 'animalista'? E può evolvere e arricchirsi di espressività ed espressioni? E quali messaggi - e come - può far arrivare?
Proverò a rispondere a questa domanda, ma intanto, sono convinto che tra le strade che noi possiamo usare, proprio la musica, l'arte, la poesia, intese come forme di comunicazione dirette e orientate all'empatia e alla condivisione, possono essere tra le più efficaci. Vanno a parlare direttamente alla mente e al cuore di chi ci sta davanti, lo interpellano in prima persona, gli fanno domande, lo accompagnano a scoprire e a prendere consapevolezza. Lo sollecitano e lo scuotono.  (- continua)


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...