Visualizzazione post con etichetta Valsesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Valsesia. Mostra tutti i post

mercoledì 18 dicembre 2013

Il cervo 2 - la Riscossa

Fonte: pagina Facebook de "La Stella Vegana"

Grande sgomento, emozione e commozione per il post che racconta dell'esposizione al ludibrio umano del corpo di un povero cervo ucciso dai cacciatori, che ne riportano la salma legata sul cassone di un pick up, come spoglia o trofeo di guerra: su cui ridere, su cui guadagnare. Un qualcosa di osceno, così come mi sembra venga intesa nelle riflessioni di Elizabeth Costello, personaggio metaletterario dello scrittore J.M. Coetzee - quasi un suo "avatar":<<Osceno perché cose del genere non dovrebbero succedere, e poi ancora osceno perché, una volta successe, non dovrebbero essere rivelate ma piuttosto nascoste, sepolte per sempre nelle viscere della terra, come quello che succede nei mattatoi del mondo, per preservare la sanità mentale di tutti. […] Un passero buttato giù dal ramo da una fionda, una città annientata dal cielo: chi si azzarda a dire cosa sia peggio? È male, tutto, un universo malvagio, inventato da un dio malvagio.>>. L'esposizione, se interpreto bene, anche dal resto della riflessione, che si intitola "Il problema del male" e che si dipana per una quindicina di pagine almeno, è da intendersi in forma dubitativa. Col suo tipico stile, Coetzee affronta un problema che inizialmente e all'apparenza è solamente letterario, da quasi ogni angolazione possibile, accettando le ragioni di ciascuna e presentandole al lettore, con grande rispetto, ma anche sfidandolo, esortandolo a trarre sue proprie conclusioni e decisioni, sapendo però sempre che nessuna potrà mai essere definitiva nel tempo. Mi piacerebbe ritornare a parlare diffusamente di questo libro, consigliabilissimo. Il post è stato ripreso sulla pagina feisbucchiana della Stella Vegana, è stato da molte e da molti ripreso e ricondiviso - secondo quel meccanismo di passaparola del social forum che a mio avviso oltrepassa di gran lunga i famosi "cinque gradi di separazione". Ne riporto qui, perciò, un rilancio esemplare, soprattutto per il piacere di poter avere ancora l'occasione di guardare la bella immagine che l'accompagna - questi giovani cerbiatti nel bosco invernale, che con occhi bambini, guardano l'obbiettivo, totalmente fiduciosi, o forse ignari. Mi fa riflettere l'impatto che questo cervo ha suscitato, nella sua morte.  Coetzee, con Costello, dice che non sempre la gente viene migliorata da quello che legge, né che lo scrittore esca incolume dall'esplorazione di territori oscuri, quelli dove - come nei mattatoi - "Satana imperversa". Dice anche che le ultime ore, quelle della sofferenza e della morte, di ogni vittima - aggiungo io - "appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene. […]" con "arroganza". Non dimenticate che Costello non offre soluzioni ma solo problemi, non risposte, ma altre domande. Perciò io sono convinto che questa volta dovevamo vedere, con tutto quel che ne segue...

venerdì 13 dicembre 2013

Il cervo

fonte della foto: Facebook, da Internet

 Non so da dove né come iniziare.Perché oggi, ho accarezzato e baciato un cervo, davanti ai cacciatori che lo avevano appena ucciso coi loro fucili dotati di telemetro, in Valsesia. Le emozioni sono mille, i pensieri duemila, tutti intrecciati: e così, i dubbi e le domande sono tremila.

Forse se inizio dal principio. La Valsesia è una valle chiusa. I suoi abitanti, nei secoli, hanno acquisito durezza di carattere e di cuore, che nel XXI secolo, non si è mitigata, nemmeno nei più giovani.
Eppure, ho amato e amo questi LUOGHI, anche se faccio grande fatica con le persone che li abitano – e questo è anche un mio punto debole, ne sono cosciente.
Proprio per questo, ho passato molti significativi anni della mia vita tra questi boschi. Anche questa mattina, ero a passeggio con i miei cani. Eravamo vicino alla riva di un fiume: prato innevato sotto il sole lontano del mezzodì di dicembre, grandi sassi della riva, e davanti a noi boschi sulle pendici già in ombra. Si può pensare qualcosa di più rinfrancante?

Di colpo. A distanza non troppo breve,risuonano quattro potenti detonazioni: tutte le rocce delle montagne intorno, coi tronchi dei loro alberi, e i rami suoi tronchi, e gli aghi e il fogliame sui rami, e gli animali tra i tronchi, i rami e le radici, ne risuonano, ogni volta,  a lungo. Tremano, come trema il mio animo, perché capisco al volo che cosa ho udito: spari di fucile. Vorrei che fossero andati a vuoto, ma scoprirò a breve che non è stato così.

Vicino alla bella passeggiata – che tale è per una persona di città, e chissà invece che cosa rappresenta per un montanaro che vive qui tutto l'anno – c'è un accogliente pub – che definire bar è riduttivo, e chiamare locanda è fuorviante. Lasciati i cani in auto, entro per bere un caffè. Di lì a poco, arriva il pick up dei cacciatori. Col cervo disteso e legato con le corde.
Sono quattro, o cinque, li conosco quasi tutti; solo uno, dal modo di muoversi e di parlare, non sembra originario del posto.

Se sul subito mi rifiuto di uscire, quasi da un secondo all'altro, invece, cambio idea: penso che lo devo al cervo, almeno un gesto di rispetto, di saluto. Mi faccio coraggio. Esco. Sono vigile, mi accorgo di notare ogni minimo dettaglio. Mi avvicino al pick up, in fondo al parcheggio della piccola piazza. Mi vedono, sanno chi sono, non mi bloccano, ma nemmeno mi fanno passare. Ridono. Un bambino che di sicuro frequenta già le elementari, è arrampicato sulla sponda, spinge il torace inerte del cervo con la piccola mano. Ride. Guarda suo papà, che è tra i cacciatori. È un bel bambino, e conosco suo padre. Chiedo permesso a uno dei cacciatori, che mi volta le spalle e intanto afferra il palco di corna e muove la testa del cervo, come fosse un pupazzo. Chiedo permesso, si scosta e così posso avvicinarmi al cervo. Noto le ferite, varie, sul corpo non così grande. Sento in lontananza, che parlano di come lo hanno braccato e sparato, di quanto può pesare e valere, di quanta carne, di cosa fare col palco, e altri discorsi (prezzi, leggi, tasse, qui tutto è misurato con questi criteri)... ma le loro parole sono in sottofondo. Guardo solo lui, vorrei che potesse vedermi anche lui. Lo accarezzo, più volte. Poi decido che non basta, e perciò di baciarlo in fronte. Il pick up è molto alto, riesco a baciare la mia mano, e appoggio il bacio sulla sua fronte, gli sussurro parole. Sento uno dei cacciatori, che ben mi conosce, esclamare qualcosa, ma è in dialetto che non comprendo. Alzo gli occhi, mi accorgo che il bambino mi guarda con gli occhi sgranati.

È tutto. Il fatto è tutto qui. Ma mi scardina dentro e pensieri escono a valanga. Come doveva essere bello questo cervo, stamattina, all'alba, col ghiaccio che esce dalle narici nel respiro, gli occhi attenti, le orecchie che si muovono; lui sente il calore del proprio corpo, è giovane, la luce sta tornando nel bosco, perciò è felice. Ha fame e inizia a cercare cibo. Ce n'è poco, forse perciò si avventura vicino ai luoghi che puzzano delle cose dei duegambe-senza-corna, anche se ciò lo agita. (scoprirò che sono due settimane che gli danno la caccia: in 4, o più, coi telemetri, coi mirini, nutriti, loro, e al caldo... vigliacchi: credo che lo abbiano sorpreso tradendo la sua ingenuità della gioventù).
Come si sente vivo! Chissà se c'erano altri cervi con lui, chissà se invece era solo, ma fiducioso nelle sue forze, e sentiva nell'aria messaggi odorosi di compagni della sua specie.

Tutto questo, agli umani col fucile e gli occhi piccoli e le rughe nelle facce tirchie e tirate, specchio di cuori avidi e gelidi, non interessa. Loro lo vedono come un'pezzo' di qualcosa da smembrare, mangiare, vendere, scaricare, gettare.

Ho già detto anche troppo. Mi fermo, non perché non ci siano altri mille pensieri, ma perché di più di così, vorrebbe dire togliere dignità e rispetto a questo cervo, e spazio al mio desiderio di poterlo salutare col mio addio dal profondo della mia anima.

Ricordo solo – per chiudere con l'incanto e la speranza - un altro Grande Cervo che vidi anni fa: io ero in auto, lui era appena fuori da una galleria che sbocca sul tratto finale e rettilineo della valle. Grande al chiaro di luna, davvero maestoso. Senza paura, mi guarda. Si allontana, procede senza fretta, seguito dalla sua compagna e dai loro due figli. Torna nel bosco: una incarnazione magica. 

Postilla: ho scritto questa nota di getto, incerto se pubblicarla, ma incoraggiato a farlo da amiche preziose. Ha suscitato commozione su Facebook, e si è diffusa tantissimo in poche ore. Dico questo, non per vanto, ma perché mi conforta interpretarlo come un segnale di speranza.. Un'amica ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare: che in qualche modo il cervo ha "scelto" questa fine (se loro percepiscono altri mondi e hanno un senso diverso del divenire), per incontrarmi, per incrociare il mio destino e che io vedessi quanto è cruenta la caccia, dopo averne solo e sempre parlato. Così, non devo lasciare tutto ciò come inaccaduto... e sono davvero grato a questo nobile individuo.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...