sabato 23 dicembre 2017

NOmattatoio 12, come resistere













Gelo. Ghiaccio. Freddo.
Un mondo fatto tutto così, la unica realtà, per quei vitelli che il 20 dicembre sono stati portati a  morire nel mattatoio di Torino.



Quasi passata una settimana, da quella gelida mattina, che prima era ancora notte e che è stata presidiata da altri attivisti, prima che tu riuscissi ad arrivare. 
Quel giorno, sono passati molti trasporti di animali, alcuni con rimorchio doppio; un altro, medio, con un unico deportato, un giovane vitello, sdraiato nella lordura gelata.
Quel giorno, eravate ancora sempre pochi, affiancati dagli 'attivisti di cartone', cioè i cartelloni con scene da interni di mattatoio - e lo striscione di NOmattatoio. Avevate, tutti quanti, strumenti per fotografare e per filmare. Avete fotografato e avete filmato: tutti i reperti, alcuni di grande impatto, si trovano sulla pagina FB della campagna

Le reazioni di chi lavora lì dentro - dall'autista che alza il dito medio e si copre la faccia, ai tirocinanti che vengono a dirvi che, sostanzialmente, 'va bene così e non cambierà mai' - sembrano quasi irriflessive, automatiche. Sono pensabili come delle aggressioni o delle difese rivolte agli attivisti - per negare: negare la loro azione, negare la loro scelta, negare la loro dignità, negare il loro poter e dover essere lì. L'unica cosa che non possono negare è la presenza: i corpi degli umani attivisti sono lì davanti, non possono non essere visti, anche se sono pochi. Possono - perché si pongono volontariamente nella condizione di - venire vilipesi, umiliati, derisi, aggrediti, messi in discussione. Sono corpi animali tra corpi animali, cercano di condividerne la resistenza. 
Resistere: resistere per ore al freddo di dicembre - che questo anno si è ricordato di essere un mese invernale  - opponendo la propria tremante immobilità all'aria sottozero. Una resistenza passiva: che è quel che resta, o poco più, agli animali rinchiusi nei trasporti, ben presto inghiottiti dai cancelli già macellanti - dopo essere stati intravisti per il tempo di un flash fotografico. Una breve epifania che dona, almeno per un istante, la individualità - a qualcuno che non la ha mai avuta. Anche il silenzio, la passività, l'immobilità - dei deportati - è una forma di resistenza, l'ultima possibile, l'unica ed estrema, soverchiati da forze ostili e aggressive. Il guardare fuori dalle sbarre, il restituire lo sguardo alla macchina fotografica, è una specie di resistenza. Guarda chi è vivo e curioso del mondo, guarda chi desidera vivere, guarda chi cerca una risposta, una reazione, una alleanza concreta.

A questo punto, forse, c'è un bivio: questa resistenza, questa individualizzazione, questa identificazione subitanea ed effimera, possono allo stesso tempo essere considerate sia fondamentali, sia inutili. Fondamentale è che si sappia e si veda fuori da lì che è esistito su questo mondo un individuo vitello che è stato  deportato e ucciso. Inutile, perché non ne è derivata la salvezza della vita che da quello sguardo si affacciava e domandava. 

C'è un'ulteriore ramificazione: la salvezza di quell'individuo non è stata possibile,  perché chi lo ha visto lo ha bensì riconosciuto, ma oltre a immortalarlo in immagini, non ha potuto fare di più. Però, la stessa foto ha dichiarato l'esistenza di quell'individuo, lo ha portato fuori dal buio del macello e dentro nel mondo. Non fanno lo stesso i reporter dai luoghi di guerra o dopo un terremoto, uno tsunami, una inondazione, una eruzione? Riprendono immagini, ma non salvano le persone che stanno inquadrando. Per loro c'è un dilemma mortale: se fotografo, non salvo - al limite lascio persino morire; se vado in soccorso, salvo una vita - e nessuno al mondo conoscerà quel disastro - al limite, il mio punto di vista su quel disastro: un punto di vista che è parziale, individuale, singolare, limitato. 
Tuttavia, le cose non sono così semplici - se si può chiamare semplice anche solo un simile dilemma! Tra i motivi di complessificazione, forse pensi che ci si potrebbe mettere il fatto che il fotografo attivista antispecista non è un 'comune' reporter, distaccato, quasi separato -per come glielo impone la pratica professionale- ma si sente e si vive sullo stesso lato della vittima da lui fotografata. Come se non bastasse tutto questo, tale immedesimazione - credi - pone altre domande all'attivista: sul come porsi di fronte al vedersi unilateralmente e arbitrariamente delegittimato; su quale linguaggio usare - e con chi - durante e dopo, mentre parla e mentre scrive; su quali gesti compiere, che portano a quali azioni durante la mattinata.
Questi motivi, questi dubbi amletici - di cui stai scrivendo mentre ti senti come in uno stato ipnotico - fanno parte del 'perché' si sceglie di andare ogni mese davanti a un macello, a strappare immagini di morte imminente. 

Deve essere molto chiaro che si va a resistere; e che gli effetti della resistenza umana degli attivisti - così come la resistenza animale dei deportati ha come ricaduta sempre più sbarre, corridoi stretti, pungoli, bastoni - si notano: magari nella presenza di sbarre e di segnaletica di ALT all'ingresso del mattatoio; o magari nel cambio del ritmo e dei turni degli ingressi; o magari dei gesti aggressivi che si ricevono; o magari delle parole delegittimanti che vengono rivolte. Sono come cortine fumogene, che vogliono procurare confusione, rabbia, frustrazione, sfiducia, stanchezza.
Quando invece chi viene davanti al mattatoio ha ben chiaro l'obiettivo finale, che oltrepassa il proprio personale sentire - e ben chiaro ce lo ha, apparentemente: altrimenti non viene davanti al mattatoio una volta al mese; quando capita questo, allora quelle parole rimbalzano senza sortire effetto. Si capisce che si sta partecipando a un evento che ha percorrenza lunga, è una maratona dell'empatia - e non una corsa dei 100 metri; si comprende che un percorso così lungo lo si fa mettendo in gioco di se stessi quel che ci accomuna agli altri attivisti incontrati sul piazzale, il che rende vitale ogni singola presenza - drammatica ogni riscontrata assenza.


Nessun commento:

Posta un commento

TUTTI POSSONO COMMENTARE, ANCHE IN FORMA ANONIMA! (EDIT 2018: HO CAMBIATO IDEA: ALMENO UN NOME IN FONDO AL COMMENTO E' GRADITO, PER NON DOVER RISPONDERE CON UN EHI, TU!). PER ANONIMO, SI INTENDE CHI NON E' ISCRITTO - PER QUALSIASI MOTIVO - AI FOLLOWER. Ma visto che è possibile il commento anche non iscritti, considero una forma di gentilezza scrivere almeno un proprio nome :) )

SE sei interessat* a seguire La Confidenza Lenta, prova a cercare l'elenco dei lettori fissi e a cliccare sul tasto azzurro 'segui' Dovrebbe permetterti di iscriverti, se ti fa piacere.

In alternativa, puoi lasciare un commento allo stesso post, quando viene condiviso sulla pagina Facebook della Confidenza, e segnalare se vuoi rivederlo ri-postato qui

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...