venerdì 17 marzo 2017

Gli abitatori di un giardino









In questo botto di primavera frettolosa, che ti sta sorprendendo con fioriture fulminee, hai ricominciato a fare prove di giardinaggio, una cura nella terra e della terra, tra l'erba e le fioriture, ramoscelli teneri e tronchi in crescita.
Adesso stai scrivendo con la terra sotto le unghie e il profumo di erba e terriccio che indugia nel naso e sulla pelle delle mani.

Non sai se fare queste attività, tutto sommato modeste - sulla piccola scala di un piccolo giardino - sia una apertura all'alterità vivente; sei sia un riavvivare sensazioni fisiche terrigne epidermiche odorose che ci fanno bagnare molto di più nel flusso dei viventi, nell'"oceano di alterità" dove ogni singolarità si impegna a planare in una condizione di precarietà costante; se sia un decentrarsi dall'ingannevole antropocentrismo.

Sai però che, movimentando terra e spostando ramoscelli e tagliando erbe, si colgono di sorpresa le vite degli altri abitatori del prato - altrimenti invisibili: formiche, insetti volatori, vermi che si contorcono quando sposti la pietra umida che li proteggeva.
Allora, sei obbligato a fare una cosa unica: devi sospendere il lavoro in quel punto - ché è un lavoro con finalità umane; devi riportarlo ai tempi di vita di quel verme, di quella formica - per dar loro lo spazio oltre al tempo di ritrovare il corso della propria vita e quindi sopravvivere a quella che per loro è una catastrofe, o ne ha le potenzialità terribili.
Fai questi gesti - semplici ma per nulla scontati. Bisogna accorgersi dello sconvolgimento procurato, bisogna che ci importi il disorientamento di chi lo ha subito, bisogna - infine - che ci sia la volontà di porvi rimedio. In questo modo però, forse, si può entrare - tu credi - in un dialogo, in un ascolto di questa singolarità-alterità che ci ha sorpreso mentre la sorprendevamo, andando a penetrare nel suo ambiente. 
Stai sempre seguendo suggestioni di letture di Roberto Marchesini: con questi gesti, minuscoli come chi ne trarrà beneficio e prosecuzione della propria vita, ci immedesimiamo attivamente, apriamo una soglia, proviamo a creare un dialogo - dove le parole non sono importanti, ma lo sono invece le azioni o le astensioni. Marchesini scrive di "dispersione nell'altro" di "singolarità ibrida" e ti sembra molto bello che questa sublime filosofia vertiginosamente speculativa possa trovare esempio in momenti piccolissimi e pressoché quotidiani - sempre che tu abbia compreso il ragionamento di Marchesini, complesso quanto - per te - da molti sempre emozionante e generatore di pensieri a tua volta. Insomma: lasciare il sasso al suo posto, dove trovava ombra il verme, o aspettare a tagliare o pulire fino a che la formica, la lumaca, il ragno trovano altro luogo dove dimorare, sembrerebbe un "modo per migliorare se stessi, una antropotecnica che ci consente" di criticare e mettere in discussione l'angustia asfittica dell'Io (l'Io cogitante cartesiano, si intende) e le sue ragioni.
Quando eviti di sconvolgere fino all'estrema conseguenza una singola vita che era lì prima di te, in un prato che abitava da sempre, manifesti la volontà di sospendere il tuo individualismo, manifesti la volontà di partecipare alla vita - dice Marchesini -  in modo conviviale. 
Ammetti, infine - e, secondo te, anche accetti - la tua vulnerabilità, la tua pochezza; ammetti che occorrono la tolleranza e la cura. Ammetti che sei un mammifero -  e che la natura dei mammiferi, come dice il nome stesso, è intrinsecamente femminile.
Quando avrai finito il lavoro in giardino, scriverai anche qualcosa su questo libro che parla di Alterità, secondo Roberto Marchesini.
Intanto, sei contento che in un piccolo giardino, oltre a primule, pesche, roselline, moltissimni insetti, ci sia anche tanta filosofia pratica - ben inteso, quella filosofia speciale che si impegna a ri-trovare il posto giusto in mezzo agli altri viventi.

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