martedì 23 dicembre 2014

Il tuo biglietto = la loro prigionia (circo, zoo, bioparco, ecc)


Cosa può raccontare questa immagine?
Per cominciare, va detto che si tratta di una immagine estratta d'impulso dal socialforum, per cui non ne conosco la fonte. Non so neppure se le giraffe immortalate (?) siano in uno zoo / bioparco, in un circo, o quale altra struttura umana contenitiva di altranimali.

Tutto considerato, non è essenziale in quale casella della tipologia dei luoghi 'panottici' vada inserita questa stanza per le giraffe.
L'essenziale autentico, il punto focale, credo sia altrove, e abbia a che fare con altri elementi della foto.

Intanto, ecco - a contrasto - un'altra immagine di giraffe:

Fonte: Fresh Boo!

La prima foto sembra quasi - potrebbe dare l'impressione di essere - una rappresentazione teatrale, la ricostruzione indoor della scena che vediamo nella seconda.
Con l'appunto che le giraffe 'attrici' nella prima scena, sono in realtà prigioniere, il loro spettacolo, la loro 'recitazione', è coatta, obbligata, e quel che va davvero in scena è la loro mancanza di libertà, in una prigionia che per loro significa vivere esperienze di disorientamento, confusione, frustrazione, noia - o peggio.
In quel contesto si aggiunge la beffa umana, al danno della privazione della libertà: e lo slancio esplorativo, vitale e sanamente famelico della giraffa che cerca di brucare le fronde dipinte, viene negato e mortificato, ridotto a scherzo, declassato a esemplificazione tutta antropocentrica di una ipotizzata 'stupidità animale', l'incapacità di distinguere la realtà circostante, banalizzato a spettacolo per guardoni.
L'individuo animale in tal modo viene trasformato in un burattino semovente - oggetto artificiale in un contesto artificiale, da osservare all'infinito, grazie anche all'obiettivo - ulteriore patina artificiale, un occhio elettronico meccanico che blocca l'istante e lo trascina via a grandi distanze, nello spazio e nel tempo (infatti, chissà quando queste giraffe prigioniere sono state fotografate?).
A questo punto, diventa impossibile qualsiasi forma di immedesimazione, qualsiasi tipo di empatia.
Come in un gioco di specchi, dove sono le macchine  dettare le regole, l'assenza di empatia, si ripercuote anche sull'osservatore umano, che si illude di essere al riparo dal rischio di imprigionamento: in realtà, di fatto, è già prigioniero di un contesto quasi totalmente artificiale e -in più - l'assenza di capacità di immedesimazione, di attenzione verso un individuo altro, lo porta (ci porta), a una perdita di capacità di relazione con gli altri umani, per non parlare di attenzione al nostro stesso interno vivere dei pensieri e delle emozioni, che non capiamo più, che neghiamo, che censuriamo. Perché le abbiamo tolte e negate prima di tutto agli altri animali (ci siamo dimenticati, o meglio , rifiutiamo di ricordare che siamo animali anche noi), e le abbiamo estromesse dal nostro orizzonte. Un orizzonte  concluso e chiuso da ulteriori pareti, più o meno decorate. 
Attenzione: non sto dicendo che questa situazione è negativa perché si ripercuote su di noi; sto dicendo che prima di tutto è negativa in sé, che va contestata perché è un atto di prevaricazione verso altri individui di altra specie - sensibili e desiderosi di libertà tanto quanto i loro carcerieri umani, che non sanno più fare le connessioni empatiche delle realtà che vedono, che vivono e che creano. E' negativa perché toglie dignità, toglie senso, alla vita irripetibile di individui che sono stati reclusi dal mondo, e che sono stati negati al mondo, nel quale non potranno mai più lasciare traccia della loro azione di vita.

5 commenti:

  1. Completamente e integralmente d'accordo con te.


    Ma allo stesso modo io condanno chi tiene cani/gatti/canarini in appartamento, chi tiene un acquario, chi ha in casa cincillà o porcellini d'india...

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  2. E adesso sono io d'accordo con te. Non a caso i canarini (o i pappagallini, o qualsiasi altro uccellino), vivono in gabbia, così come furetti, criceti, cincillà - ma anche pitoni, iguane, rane... ragni, insetti. L'acquario è una cabina triste da peep show, dove i pesci vivono tra piante di plastica, senz apotersi mai nascondere dagli occhi esterni degli umani. Per quel che riguarda i gatti e soprattutto i cani, il discorso forse si può articolare di più, ma in ogni caso le forme distorte di 'possesso' di altri individui di specie diversa dalla umana (aka gli animali!), si situano tutte lungo un continuum all'insegna della negazione della singolarità individuale e della privazione della libertà.
    Discorso molto complesso e assai stimolante, che investe una quantità incredibile di aspetti della nostra vita psichica e sociale. Da rifare, nel 2015. Per ora, un buon proposito di fine anno... Grazie Pietro, per la tua dichiarazione.

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  3. Il tuo post mi trova pienamente d'accordo. Io stessa faccio fatica a sopravvivere in uno spazio chiuso, pur sapendo di potermi muovere a mio piacimento... al 2015 con propositi di libertà! Buon tutto Giovanni.

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  4. A volte, si tratta di capacità di immedesimazione: come resiteremmo noi, al lroo posto? La risposta è evidente, e dovrebbe spingerci a cambiare i nostri comportamenti.
    Noi stessi, infatti, diventiamo insofferenti in un kuogo chiuso, anche possiamo andarcene quando vogliamo.
    Ricordo che una volta, durante un corso che seuigo come operatore cinofilo e volontario in rifugio per cani, l'insegnante ci propose una esperienza: lo stare chiusi noi dentro a uno dei box, per circa quindici, venti minuti. Potevamo solo guardare il mondo fuori, oltre le sbarre. Alla fine, ci chiese cosa avevamo provato o pensato e ci chiese di immedesimarci nei cani che entravano per la prima volta in canile, e si ritrovavano da soli nei box, senza sapere se, come o quando ne sarebbero usciti.
    Rimanemmo tutti molto impressionati Quello che visto da fuori sembra qualcosa di sopportabile, spesso, quando è vissuto sulla propria pelle, viene sentito in tutto il suo peso.
    Buon tutto anche a te, Santa, e grazie.

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