Devo la visione di questo film al lavoro di recensione di Caden Cotard sul suo blog "Il Buio in Sala".
Ultimamente, infatti, sto guardando molti dei film di cui ho trovato sul suo blog
le recensioni, forse perche sono come dei film sul film - per lo stile in cui sono scritte, per i punti di vista e le prospettive che propongono e percorrono - cosa che mi sta
sottilmente e subliminalmente stimolando a molte visioni di film
altrimenti poco conosciuti o notati.
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La notevole frase di Camus che apre il film: "E non mi sono mai sentito così profondamente distaccato da me stesso e così presente nel mondo nello stesso momento" |
Questo film in particolare mi ha colpito, pur nelle sue oscillazioni e discontinuità dello sviluppo narativo. L'ho veduto di recente. In parte, son d'accordo con le
storciture di naso del recensore e di alcuni commentatori (il film a volte sembra davvero troppo 'a tesi', troppo didascalico, toccando solo superficialmente a volte alcune questioni scottanti). Ma - Brody a parte, che affascina molto come attore anche a me
- non se ne può non riconoscere una certa potenza 'larger than life',
volutamente sopra le righe, stilizzata, come per esempio negli occhi
della prostituta bambina, il suo primo sguardo quando lui inizia a
prendersi cura di lei.
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La prostituta si chiama Erica |
Lo sguardo della prostituta bambina è il medesimo che si può riscontrare/incontrare
in qualsiasi Animale esposto alla violenza, quando invece incappa in
gesti di soccorso e salvezza, che non si aspetta, dei quali perfino sospetta, perché non sa interpretare. Mentre guardavo questa scena, ho capito la
bontà del personaggio del maestro (lui che ammette di non essersi mai voluto mettere in gioco sul serio e fino in fondo nella vita: un ulteriore schermo di difesa?): questa bontà scarna e diretta, muta ma fattiva, che è il suo modo sconvolgente - per chi ne prova esperienza diretta, oltre che per lui stesso e al di là della sua stessa previsione o desiderio - di
elaborare un trauma gigantesco preciptitatogli negli occhi e nel cuore quando era bambino: avrebbe potuto prendere la strada della
crudeltà, e cadere vittima, per così dire, del lato oscuro, ma non lo ha
fatto. Siamo alle prese con una bontà senza logica e senza scopo se non se stessa, e che
nella nostra società costruita sulla sopraffazione sistematica, risulta
destabilizzante, sconvolgente, irritante, superba e insopportabile. (Però vorrei tanto essere come lui!). In un commento, Caden Cotard aggiunge: "Ed è così, quella ragazza è abituata ad altro e gesti come quelli non li sa interpretare, non ha le armi. E non è colpa sua. Ma quando poi riesce a interpretarli per lei diventano così importanti e vitali che non ne può fare a meno.". Sono gli sguardi - gli occhi che noi guardiamo mentre guardano esprimendo tutte le urgenze - che ci raccontano l'evolversi di questa storia e il dipanarsi delle altre storie.
Poi c'è l'altra ragazza, la fotografa cicciona e ipersensibile, che ha una infatuazione-transfert per questo professore che ha fatto di una frase di Camus il motto della sua condotta di vita - uno stato mentale ed emotivo, quasi una 'apenia' epicurea che gli consente di compiere azioni come il suo particolarissimo 'lasciar andare' il nonno, sulla soglia della morte e alla ricerca del perdono per qualcosa che ha segnato per sempre la sua vita, nonché la vita della figlia - che è la madre del nostro insegnante.
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La fotografa si chiama Meredith |
La fotografa cicciona, scatta compulsivamente fotografie, ogni giorno, di nascosto dai suoi stessi soggetti (è l'alter ego della visione del regista?), come se volesse costruire con quelle foto la strada per esprimere i suoi desideri, le sue emozioni, le sue parole, o per esorcizzare il fortissimo senso di inadeguatezza autolesionista che la affligge.
Poi - come in un reboot XXI secolo del professore dell'Attimo Fuggente - in classe si racconta di Orwell, di Poe...
Orwell ci aiuta a parlare dei concetti come quello del bi-pensiero, cioè l'avere due pensieri opposti contemporaneamente e credere che entrambi siano veri. Quando il supplente, partendo dal pericolo di questo tipo di pensiero, esorta e motiva i suoi alunni a non smettere di leggere per mantenere viva la propria immaginazione, per nutrirla con immagini che arrivano dalla propria sensibilità, diverse da quelle che ci vengono somministrate senza sosta, per impedirci di pensare, di provare emozioni, di sviluppare il coraggio della empatia. Una situazione generalizzata che dovrebbe essere famigliare a molti, moltissimi antispecisti/animalisti/vegani.
Gli occhi dei ragazzi, di fronte a questa sfida, si illuminano, brillano: hanno trovato una guida, hanno trovato idee chiare, un aiuto vero per districarsi dal labirinto dell'adolescenza e per sortir fuori dall'assedio feroce e immenso di una società che ha ridotto tutti a individui isolati, competitivi, arrabbiati sempre e sempre terrorizzati. Che commettono crudeltà verso chi è più debole di loro: come il ragazzino che cattura un gatto per ucciderlo a martellate dopo averlo chiuso in un sacco, di fronte agli sguardi spenti dei suoi compagni. Questa uccisione non gli procura piacere, né senso di forza o sicurezza; non suscita ammirazione. Lo fa perché si sente in trappola come il gatto. E nella nostra società, che punisce l'empatia, non riesce a conoscere le soluzioni diverse dalla violenza insensata; che poi sarebbero le soluzioni che portano alla vita e che richiedono il maggiore e più autentico coraggio.
Poe arriva alla fine, dopo l'abbraccio soleggiato finale, che riporta il nostro supplente al calore della vita e degli affetti, che possono essere una conseguenza del proprio 'ben agire'.
La casa degli Usher, dice il supplente, non è solo un edificio decrepito, ma è uno stato d'animo che tutti noi proviamo. Una bella immagine, una metafora che mi ha colpito, perché conosco il racconto e perché amo Poe.
La nostra sensibilità è come una casa che lasciamo andare in rovina. Nel testo del racconto, riportato nel film, tra l'altro, si legge come il protagonista attraversasse, "solitario, in sella a un cavallo, un tratto di campagna particolarmente desolato", prima di arrivare di fronte alla magione degli Usher. Ecco, qui propongo una lettura antispecista, un suggerimento: il protagonista, attraversa questi luoghi senza viverli, e considera il 'suo' cavallo come un qualsiasi inerte e anonimo mezzo di locomozione; ecco perché si sente 'solitario', cioè solo, isolato, esposto, in pericolo. Avrebbe fatto differenza, io credo, attraversare quei luoghi vivendoli insieme a 'quel' cavallo, quel individuo cavallino, camminando fianco a fianco con lui, senza sella, e seguendone le orme, come un compagno di cammino.